Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

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FRANCESCO COMPAGNONI 

 

 

01 Editoriale A fine ottobre 2017 si terrà a Cagliari la 48° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, sotto il motto: “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale” preso dalla Enciclica Evangelii Gaudium di Papa Francesco.In febbraio 2017 il Parlamento Europeo ha approvato definitivamente le “Norme di diritto civile sulla robotica” (P8_TA-PROV(2017)0051). http://www.europarl.europa.eu/ 

Due modi – convergenti da orizzonti diversi – per affrontare il tema lavoro umano e nuove tecnologie.

Con questo quaderno di OIKONOMIA vorremmo contribuire a questa riflessione generalizata ed urgente, che anche rischia di diventare una moda.

Il lavoro umano è quel processo che ha permesso all’uomo di soddisfare i suoi tanti bisogni, ma anche di migliorare sotto molti punti di vista la sua vita. È attraverso esso che noi oggi disponiamo di un benessere diffuso mai visto nel passato, neppure dalle classi socialmente più alte. L’allungamento della vita, la qualità di tale vita allungata, la diffusione della scolarizzazione, la conoscenza di altre culture, la possibilità di sviluppare proprie inclinazioni come quelle artistiche ... Tutte possibilità reali oggi, almeno per una parte degli uomini del pianeta. Forse per un 15% di essi.

Tutto questo è stato possibile per l’impegno, durato secoli e millenni, da parte degli uomini che hanno accumulato capitale, conoscenze teoriche e capacità tecniche. Dalla pastorizia errante, all’agricoltura stanziale, alle società industriali, comprese quelle avanzate di oggi.

Tale lavoro umano nel passato – ed ancora oggi in molte parti del mondo – è stato estremamente duro. Non solo per le ore giornaliere impegnate ma anche perché impediva a moltissimi lavoratori – con il suo peso di ogni giorno e di ogni età – uno sviluppo fisico e spirituale che è iniziato solo alla fine dell’epoca industriale sotto l’influsso dei sindacati operai e di piccole élites intellettuali che li ispiravano e ne erano ispirati.

Ma se l’industrializzazione prima e seconda (e anche terza, se così si vuol chiamare quella in- formatica) aveva portato ad una occupazione lavorativa diffusa, le nuove tecnologie digitali programmaticamente riducono le possibilità di lavoro, e non solo per il personale meno qualifi- cato. Si pensi alla rivoluzione che sta avvenendo nel mondo bancario anche a livello dirigenziale.

Come studioso di etica, quello che mi interessa ulteriormente è il fatto che il lavoro, nelle sue forme molteplici, ha formato e realizzato le capacità umane lungo tutta la storia. La fenomenologia di una società italiana del tempo di Augusto non è quella del XIII sec. in Francia, e quella dell’epoca vittoriana in Gran Bretagna non è quella della società sovietica realizzata da Lenin e Stalin. Gli individui, per restare agli esempi citati, di queste quattro società hanno avuto scopi e finalità diverse, hanno pensato il benessere in modo diverso, hanno voluto lasciare ai loro figli eredità diverse. Chi voleva per sé e per i figli una migliore alimentazione, chi una migliore istruzione, chi una migliore religione (o anche la suasoppressione), chi una società più giusta.

Non ritengo che la natura profonda dell’uomo (le spinte innate che presiedono all’agire umano) cambi di epoca in epoca, ma che i tratti fondamentali di tale strutture si realizzino e si manifestino in modo molto diverso è fenomenicamente evidente. L’arte figurativa stessa ce lo dimostra, per non parlare della musica.

Comunque, per restare al tema lavoro, se fino a qualche anno fa l’ideale nel mondo occidentale era di avere un lavoro più qualificato e quindi piùsoddisfacente, meglio pagato e con “possibilità di carriera”, di avere una propria casa di abitazione e di poter far studiare i figli, ora tutto questo viene messo in discussione.

Non c’è più lavoro per tutti, ce ne sarà sempre meno a causa del progresso tecnologico, e molte cose alle quali nel secondo dopoguerra erano legate all’impegno di ogni lavoratore (auto, casa da lasciare in eredità, assicurazione della salute e della vecchiaia...) sono realizzate dalla società del welfare.

Operaio RobotMa allora per cosa lavorare oggi, ed ancor più domani?

Viene l’inquietante dubbio se proprio per rispondere a questo problema non siano nate l’industria del divertimento e dei viaggi, l’industria della cura della propria persona e degli animali domestici, l’industria dello sport agonistico e milionario, le forme di partecipazione populistiche alla vita politica e delle rivendicazioni esasperate degli “stessi diritti per tutti”.

Tutto questo lavorare – come quello dei padri e madri fino a 40 anni per avere un posto “in carriera” – ha portato anche alla diminuzione notevole della natalità, e della cura dei figli e degli anziani. I posti migliori si ottengono non con le ore settimanali come da contratto nazionale, ma con un impegno ed una concorrenzialità spesso esasperata. Molte persone – non dimentichiamolo – non hanno le qualità psichiche e caratteriali capaci di sopportare questi ritmi e questi tipi di lavoro. Da qui nascono sempre più estese e nuove periferie umane, composte da gente chenon è mai entrata veramente nel gioco o che ne è stata estromessa molto presto.

La visione scientifica del mondo e delle sue origini ha mutato dall’epoca dell’Illuminismo la visione del mondo almeno in Occidente. Il ciclo si sta chiudendo ora, con il fenomeno pervasivo della secolarizzazione degli individui in atto dal secondo dopoguerra su ampie masse di cittadini comuni. Molte élites lo erano da tempo ma ora la cosa diventa endemica. Scienza, tecnica, industrializzazione hanno espulso Dio – o stanno per farlo – sempre più dalle strutture pubbliche e sociali. La salvezza cristiano non è più uno scopo della vita e della vita di lavoro, come lo era presso i borghesi calvinisti di M. Weber

Forse l’entrata nel nostro mondo in modo massiccio di macchine relativamente indipendenti nel loro funzionamento (fino ad imparare dai propri errori) non potrebbe portare un nuovo “cambiamento antropologico”?

Sembra che l’IA, a cominciare dai tanti tipi di robot, accrescerà comunque questa situazione di stress individuale e sociale cui la situazione postindustriale ci ha abituati.

Da qui, dal punto di vista psico-sociologico ma anche etico, la necessità di ridisegnare un nuovo modo di lavorare. Avremo sempre più tempo libero dal lavoro, ma non per divertirci (cioè per non prendere quasi nulla sul serio...) ma per potere sviluppare in noi le qualità naturali di cui disponiamo (artistiche, sportive, relazionali...) e per prenderci cura di quegli “altri” che ne hanno bisogno in vario modo. Il Take Care non dovràpiù essere un lavoro per studenti a corto di soldi o di badanti straniere, ma un impegno umano serio, non meno di quello proprio di un ricercatore scientifico. Anche perché il prendersi cura in una società come la nostra esige tutta una serie strutture ed infrastrutture di alto livello tecnologico (reperimento e distribuzione delle risorse dedicate, ricerche di mercato, di aiuti psicologici, di formazione degli operatori...) e di operatori con preparazione adeguata. In Italia, ad es.:

I professionisti del cosiddetto settore della white economy – medici, tecnici della salute e dei servizi sociali, altre professioni sanitarie e sociali e personale dei servizi domestici – erano nel 2012 circa 2,1 milioni di unità, il 9% del totale degli occupati. Per quanto riguarda il lavoro domestico, secondo i dati più recenti dal 2007 al 2015 i lavoratori del comparto sono aumentati del 42% e si stima che le famiglie italiane spendano per i loro collaboratori circa 7 miliardi di euro all’anno, di cui un miliardo per i contributi. Il settore rappresenta il 3,5% di tutti gli occupati, contro una media europea dell’1%. Si tratta in valori assoluti di 886.125 lavoratori, in gran parte stranieri, ma per il 17,1% italiani, aumentati questi ultimi del 10% in 7 anni...In secondo luogo lo sviluppo dei lavori di cura e dei servizi alla persona porta con sé un altro importantissimo valore aggiunto, quello della rivalutazione della dimensione relazionale e umanistica dell’attività lavorativa. Sia che si tratti di medici, di assistenti sociali, di psicologi, di operatori socio-sanitari, di infermieri, di consulenti familiari e del lavoro, o di altro ancora che riguardi la persona, i lavoratori del comparto della cura e del sociale sperimentano sulla propria pelle la non sostituibilità dei valori della relazione umana significativa, della comunicazione profonda e della salvaguardia della umanità individuale nei rapporti lavorativi. (https://www.avvenire.it/)

Utopia? Certo se si pensa ad un salto qualitativo definitivo. Di definitivo nelle culture individuali e  sociali  c’è  quantitativamente  poco;  ma  il prevenire le nuove situazioni di stress sociale, riducendone l’aggressività, è semplice preveggenza.

Gli Autori Benanti, Holzer, Barzaghi – argomentando in modo diverso – concludono però che una vera machina sapiens non esiste. Sarà interessante l’esercizio di comparare le loro argomentazioni, che comunque fa pensare all’esten- sore di questo Editoriale ad una impresa del matematico, filosofo e teologo Juan Caramuel y Lobkowitz (1606-1682). Interlocutore di Cartesio, fu apprezzato da Leibnitz, e pubblicò una voluminosa Theologia moralis fundamentalis, nonnel senso nella quale la intendiamo oggi, ma proprio nel senso di dimostrare e mostrare come l’etica dovesse essere fondata come le scienze matematiche che fiorivano nella sua epoca.

Gli altri Autori dei contributi a questo quaderno ci presentano situazioni precise sulle quali riflettere, partendo anche da quanto fin qui detto. A. Fraccaroli, esperto di direzione del personale e direttore di un importante fondo di formazione bancario, A. Crosthwaite, partendo dalla situazione delle uni- versità americane, H. Alford, economista aziendalista inglese, e R. Petrini, studiosa italo-americana dei sistemi sanitari, tutt’e quattro ci riportano sul piano della realtà fattuale. Su questo piano si misurano le teorie sociali, e si verificano i loro successi e le loro disfatte. Di sicuro si può solo prevedere che l’attuale cambiamento epocale porterà nel mondo del lavoro ulteriori dolori e drammi, sia nel mondo sviluppato che in quello rampante dei paesi emergenti ed ancora di più in quello dei mi- granti economici.

Questa volta però la svolta è estremamente più veloce e – non dimentichiamolo – riguarda ben 7 miliardi di persone, mentre siamo arrivati a 1,5 miliardi solo verso l’anno 1900. Se la storia non è magistra vitae forse una funzione “consolatoria” la può pur sempre avere: registrare non solo gli sviluppi della tecnica e della scienza, ma anche del dolore umano.

Non è semplicistico, né tanto meno fuori luogo, affermare quindi che gli strumenti  di analisi sociale se oggi ci permettono di prevedere non solo gli uragani caraibici, ma anche gli sviluppi sociali più rilevanti, ci permettono anche di approntare scenari per affrontarli e ridurne l’impatto complessivo.

La rubrica Open Space contiene due saggi particolarmente significativi.

A. Sacco, giovane docente di etica cristiana affronta un tema essenziale per il discoro etico e sul quale ha condotto ricerche approfondite in vista del Dottorato in Teologia all’Angelicum di Roma. Mentre A. Olmi, da lunghi anni studioso ed ammiratore della cultura cinese, ci offre la possibilità di uscire dall’approccio occidentale dei problemi sociali e offre una forma di dialogo sapienziale.

 

 

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