Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

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GIUSEPPE BARZAGHI

  

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Fa’ e desfa’ l’è tüt un laurà”. Questo è il celebre detto che allieta la parlata del milanese lavoratore... quello che ha messo in piedi dal nulla la sua“fabrichètta”. Che cosa vuol dire? Semplice: fare e disfare è tutto un lavorare. Sembra ovvio. Ma la cosa bella che va sottolineata è che anche l’aspetto distruttivo, quello deleterio, il disfare, ha un carattere di impegno: è sempre un lavorare! Il che pone evidentemente l’accento sull’impor- tanza e la positività del lavoro come tale. E tanto per sottolineare la cosa, se non bastasse, mio nonno aggiungeva un suo effato sarcastico: “Cunt la buca in bun tüc... cunt i man no”, cioè con la bocca tutti sono capaci, con le mani no...

Insomma, il lavoro ha in sé qualcosa di nobile, al di là della parola che lo indica come semplice “fatica”. Certo, in latino, labor vuol dire fatica, ma occorre prenderlo nel senso più bello della consummazione delle energie. Sì, sì, ho proprio scritto consummazione con due “m”. Non è un errore, è una riproposta etimologica del temine. In latino c’è sia consumere che consummare. Consumere è il nostro consumare, nel senso di ridurre al nulla: consumato dunque nel senso di consunto, sdrucito. Consummare, invece, vuol dire “portato al sommo”, perfezionato e dunque perfetto, cioè appunto compiuto. Ma anche in italiano c’è l’espressione equivalente, anche se va contestualizzata per essere riconosciuta, sempre per via dell’unica “m”. Il matrimonio si dice consumato non perché è finito ma perché si è compiuto. Un esperto si dice consumato non perché si è esaurito, ma perché è molto pratico di quello che fa.

Ecco, il lavoro è la fatica della perfezione ed è perciò la perfezione della fatica. Lavorare implica sacrificare intelligentemente delle energie. Beh questo non sembra più tanto ovvio e allora occorre una spiegazione. La fatica è fatica, cioè consumazione di energia. Ma un conto è consumare senza risultati apprezzabili e altro e consumare energia con un risultato oggettivamente apprezzato. L’apprezzamento non è una attribuzione di prezzo, ma un riconoscimento di pregio: questo fa la differenza, perché il prezzo cambia a seconda della domanda e dell’offerta, il pregio è stabile. Certe cose, proprio perché pregiate, non le si venderebbe mai... neppure per tutto l’oro del mondo. Lo si dice, no? Bene, il lavoro porta l’esaurimento dell’energia che è la fatica a consummarsi nel pregio. Che poi la cosa così prodotta e pregiata la si venda o no, questo è secondario per l’idea che stiamo considerando. E il pregio di questa fatica obiettivata si riflette nella soddisfazione del lavoratore e il riconoscimento di chi lo con- sidera: ha qualcosa di piacevole, di poeticamente piacevole. Per dirla con Leopardi: Piacer figlio d’affanno.

Dunque sotto questo profilo, il lavoro è l’Af- faticarsi Volentieri Ottenendo Risultati Onorevoli. Certo è che anche il criterio vuole la sua parte... il risultato dichiara oggettivamente l’abilità che l’ha prodotto perché se ne apprezza l’utilità e la fruibilità. E così il lavoro è l’Abilità Verificata Ottenendo Risultati Oggettivi.

Ma dove è nascosto il segreto del lavoro così inteso, dove si trova la qualità che lo dipinge in questo modo?

Se bastasse un semplice programma con circuiti elettrici ineccepibili (sempre che non venga a  mancare  l’energia elettrica...  non  è proprio questa l’idea di consumo, né nel senso consummativo né in quello consumativo) resterebbe sempre il problema della spina: chi l’attacca e chi la stacca. E non è certo la spina o il circuito elettrico o il programma: se stacco la spina di un impianto programmato per riavviarsi “autono- mamente” e ha le batterie ormai “consumate”... col fischio che riparte da solo!

Non ci si congratula con un computer ma con chi l’ha progettato. E si resta più meravigliati di fronte ai famosi macachi di Koshima Islete che hanno scoperto la bontà delle patate condite (le bagnavano con l’acqua del mare per insaporirle... anche se non avevano certo l’idea di creare e brevettare una ricetta), piuttosto che di fronte ad un sofisticato robot. Ciò che conta è l’inventiva, l’ideazione, la creatività. Tommaso d’Aquino ri- conosce una certa volontarietà seppur imperfetta, perché basata su una conoscenza puramente sen- sitiva, anche all’animale più evoluto (cf. S.Th., I-II,6,2).

Ma ancora: non è poi l’intelligenza program- matrice che conta nel lavoro, quanto piuttosto l’intelligenza che guida consapevolmente l’operare. Una prova? Quando nel cantiere parla l’ingegnere, gli operai guardano il geometra... Non per spregio nei confronti dell’ingegnere, ma per il semplice fatto che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare della abilità pratica. Ricorda il detto del nonno: cunt la buca in bun tüc... Il problema non è solo che cosa si deve fare, ma soprattutto come si fa a farlo.

Dunque ciò che rende prezioso il lavoro, ciò che lo qualifica nella sua gustosa consummazione di energia, è la coscienza, l’intelligenza che ospita l’operare, cioè il lavorare nella sua completezza: non solo l’operato, non solo l’operazione, ma anche l’operatore. Il lavorare non è il semplice fare, ma il saper fare. E in quel sapere è contenutoanche il sapere stesso: il sapere di saper fare. Il virtuoso sa di esserlo, non esiste un virtuoso per caso! Allora quella coscienza la si deve chiamare autocoscienza: la consapevolezza di sé consapevoli nella quale naviga o nuota il gusto del concepi- mento, della escogitazione improvvisa, del con- trollo circospetto, del senso gioioso della propria fatica che matura in risultato o anche semplice- mente nel suo abbozzo pieno di intelligente in- tenzione. Questo è il segreto del pregio del lavoro. È l’autoconsapevolezza che accompagna ogni gesto alla quale richiama l’adagio latino: age quod agis! Come dire: agisci l’agire, fai attenzione a quanto stai facendo in quanto lo stai facendo, presta attenzione al fare. Guarda te stesso mentre stai guardando ciò che stai facendo.

Un lavoro è perfetto quando la perfezione è lavorata, e così il lavoro è la fatica della perfezione ed è la perfezione della fatica: la perfezione della fatica è la consapevolezza di tradurre se stessi in ciò che si sta facendo. Anche se fosse un semplice automatismo, lo si caricherebbe di una infinita intensità di significati. Il lavoro, col suo impegno e la sua dinamica di sacrificio sensato unge di dignità. L’ha detto Papa Francesco all’Ilva: gli uomini e le donne “con il lavoro sono unti di dignità”1.

cerebroartificiale1L’autocoscienza, la spiritualità dell’anima umana è il segreto più intimo e grande anche del lavoro più esteriore e umile. È nel sapersi sapienti che sta il segreto del pensare e dell’operare e ditutto l’essere dell’uomo, anima e corpo. E l’au- tocoscienza è irriducibile alla dimensione fisica o cerebrale dell’uomo. Ed è il motivo per il quale l’autocoscienza non può essere spiegata dalle neuroscienze. E l’argomento è semplice e di esperienza comune: ciò che è materiale non riflette su se stesso (l’udito non ode l’udire, o l’udire non ode se stesso, la vista non vede il vedere, o il vedere non vede se stesso, il tatto non tocca il toccare … non è la mano che tocca la faccia ecc.); ora l’autocoscienza riflette su se stessa (è la coscienza di esser cosciente, il pensiero pensa se stesso); dunque l’autocoscienza è im- materiale, è cioè spirituale2.

Ma l’esclusività della materialità non esclude che l’autocoscienza, cioè l’anima umana, sia il principio costitutivo e sostantivo di tutta la com- plessità fisica dell’uomo. Questa è la bellezza dell’unità sostanziale dell’uomo. In questo senso Tommaso d’Aquino dice che l’anima razionale è sostanza incorporea eppure forma sostanziale del copro (Contra Gentes, II, 68). E proprio in questo l’autocoscienza permette all’uomo di tradursi nel suo lavoro, cioè nella perfezione della sua fatica.

Per farla breve concluderei con un decalogo dell’anima, scherzoso ma non troppo, che giudico molto efficace  per  sintetizzare  il  discorso  elasciarlo impresso nella mente.

1. L’uomo è un animale dotato di parola, cioè razionale: riconosce i legami tra le cose e li esprime. Non è solo ciò che mangia.

2. È composto di anima razionale e corpo organico: non è né angelo né bestia.

3. L’anima razionale è il suo principio vitale e strutturante: gli dà cioè tutte le caratteristiche che gli riconosciamo, sia fisiche che spirituali, e lo vivifica. La mano dell’uomo, con la perfetta opposizione pollice-indice, è lo strumento di tutti gli strumenti ed è conseguenza della ragione che inventa gli strumenti. C’è la mano perché c’è la ragione e non viceversa.se stesso (non toccarti la mano! Non ho detto che una mano non lava l’altra…).

4. Senza l’anima, l’uomo è morto e il suo corpo non si chiama più corpo, ma cadavere: nome collettivo, come esercito, per dire che non è più una sostanza ma più sostanze… che però non rispondono più a un ordine.

5. L’anima razionale è essenzialmente spir- ituale, perché ha delle operazioni che non solo non richiedono il corpo, ma lo escludono. L’au- tocoscienza, per esempio, sapersi sapienti. La vista invece non vede se stessa, il tatto non tocca

6. L’anima razionale svolge anche le funzioni vegetative e sensitive, altrimenti in un uomo si darebbero tre anime, cioè tre principi vitali e strutturanti: così un uomo sarebbe tre e non uno. E potrebbe giocare a scopone con la smorfia, facendo un semplice solitario.

7. Poiché spirituale, l’anima razionale non dipende dal corpo e non si corrompe con il cor- rompersi del corpo: è immortale. Menomale!

8. Non dipendendo dal corpo, essa è creata immediatamente da Dio nell’atto stesso del con- cepimento. Non infusa in un corpo preesistente e predisposto. È l’anima stessa che struttura il corpo e lo vivifica; dunque lo prepara alla ricezione di sé stessa. Come (in un ordine più superficiale) il fuoco infuoca la legna e la predispone rinsec- chendola.

9. L’anima è presente fin dal primo istante della vita. Solo in questo senso si può parlare semplicemente di rispetto della vita: proprio per evitare che qualche microcefalo (che capisce solo col microscopio) possa pensare che al primo stadio la vita sia comune all’uomo e alla zanzara. Certi pastrugni [pasticci] non li fanno nemmeno gli studenti delle scuole serali.

10. L’anima razionale ha un’apertura spirituale infinita, nella quale Dio si può manifestare dal- l’interno. Se penso che qualcosa sia esterno al pensiero, l’esterno ha già cessato di esser tale… e io faccio la figura del fesso.

Conclusione a modo di obiezione e risposta. Non è detto che sia così! E se lo fosse? Chi spara uccide… anche sparando cavolate!

  

NOTE


1  https://www.avvenire.it/
2 Sulle implicazioni più complesse di questa argomen- tazione in campo filosofico rinvio al mio studio G. BAR- ZAGHI, L’intero antropologico. Con Gentile oltre Gentile verso una rifondazione metafisica dell’antropologiatomista. Ovvero le virtualità tomistiche del discorso filosofico sul- l’autocoscienza e la corporeità umana, in “Divus Thomas” 1 (2007), pp. 29-48.

 

 

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