Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

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FRANCESCO COMPAGNONI

 

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gli Studi che presentiamo in questo numero sono stati preparati e discussi in un Seminario il 13 aprile scorso presso la Pontificia Università S. Tommaso di Roma. Niente di solenne, per i parametri romani: era presente solo un Vescovo, Mons. Joseph-Marie Ndi-Okalla Vescovo di Mbalmayo in Camerun (e teologo multilingue) venuto però espressamente a Roma per portare il suo contributo. Ma la dozzina di i teologi africani e europei presenti erano preparati ed interessati. Ed abbiamo potuto lavorare in serietà e in profondità.

Al di là dei risultati, alcuni dei quali si possono leggere qui di seguito, l’incontro, sia in fase di preparazione che di riflessione ulteriore ha prodotto una serie di riflessioni specifiche.

L’Africa subsahariana nell’immediato dopoguerra aveva 200 milioni di abitanti, oggi più di 1 miliardo. Prima a causa della decolonizzazione e delle sue difficoltà, poi per la mancanza di interessi economici, era stata abbandonata a se stessa. Io ricordo quando fino a 15, 20 anni fa di essa si interessavano solo i missionari, le organizzazioni umanitarie, e le organizzazioni di traffici illeciti. Ma non i governi, non le grandi multinazionali, se non per depredare (esplicitamente) le ricchezze locali e disprezzare (implicitamente) i loro possessori.

Oggi la situazione è diversa. Forse – è la nostra segreta speranza – anche per il nascosto lavoro di missionari e cooperanti. Oggi, Cina in testa, tutti si interessano dell’Africa. Fino a coloro che, semplicisticamente, gridano : « Non vogliamo che altri africani attraversino il Mediterraneo ». In poche parole, oggi l’Africa nera (che non è più espressione dispregiativa) è in piena esplosione e non solo demografica. I Paesi e le popolazioni si organizzano, fanno studiare i figli, vogliono raggiungere un benessere sociale “decente” a livello mondiale medio. Fatto cioè di ospedali, acqua potabile, scuole, infrastrutture viarie, e possibilità generali di sviluppo.

Ma questo processo che altri continenti - l’Europa, la Cina, l’India, il Mondo arabo - hanno realizzato durante secoli, l’Africa lo vuole e deve compiere in tempi molto più brevi. Ora - se lo sviluppo è innanzitutto istruzione, organizzazione mentale, capacità di progettare - le classi dirigenti, le élites nazionali di diversa natura, ne sono il fondamento e la forza propulsiva. In Africa il clero cristiano fa parte di queste élites che non si possono assolutamente tagliare fuori.

E la teologia è la “ideologia”, il luogo di riflessione, del clero, e non solo di quello cattolico, evidentemente. Per questo la “teologia africana” ha una importanza essenziale per lo sviluppo del continente africano, sia di quello religioso che di quello complessivamente umano.

Quali sono le vie che questo pensiero seguirà, lo possono fissare solo i teologi africani stessi. Nessuno può imporre loro qualche schema o modo di pensare. Fatti estrinseci, anche di natura politico-economico potranno influenzare lo sviluppo della teologia africana, ma non determinarla in qualche modo “coloniale”.

Molti dei teologi africani attualmente attivi hanno studiato in Europa ed in Nord America. Sono rimasti affascinati o anche solo impressionati da questi mondi così lontani dal loro. Ma ora tocca a loro costruire qualche cosa di africano, non in senso sciovinista, ma nel senso di adatto/appropriato alla situazione dei loro Paesi. Paesi dove masse sempre più ampie e relativamente istruite vogliono prendere in mano i loro destini futuri, senza dimenticare le loro tradizioni.

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Anche le chiese cristiane stanno facendo questo, ed a buon diritto. Dal loro sviluppo potrà venire anche un insieme di aiuti intellettuali per tutta la chiesa universale, specialmente perché il cosiddetto Occidente è in una fase di scetticismo nei riguardi della propria eredità cristiana. Essa viene troppo facilmente lasciata decadere cadere, buttando evidentemente il bambino con l’acqua sporca. Questo però contribuisce alla disgregazione delle tavole dei valori che costituiscono l’anima di una civiltà.

Personalmente spero che la teologia africana ci aiuti a ritrovare in Occidente i valori comuni della nostra storia e tradizione classica e cristiana. O meglio, a scoprirli di nuovo, a tirarli fuori dall’inconscio individuale ed a farli tornare ad essere uno dei pilastri coscienti della nostra cultura e della nostra civiltà. L’individualismo occidentale - a ciascuno il scegliere il proprio senso e progetto di vita - ci sta portando verso una società “procedurale”, priva di passioni per gli interessi collettivi e comuni, sopraindividuali. Molto libertaria, ma non libera, perché disorientata.

Il teologo Éloi Messi Metogo è un esempio della prima generazione di teologi africani cattolici che hanno raggiunto una notorietà internazionale. Nel suo caso soprattutto attraverso la collaborazione con la rivista Concilium e le pubblicazioni in francese. I contributi su di lui che presentiamo sono di tre giovani teologici africani, due camerunensi ed uno nigeriano. Abbiamo in aggiunta potuto avere una Lettera Postuma di un suo collega, ugualmente camerunense, oramai anche lui avanti negli anni.

Particolarmente significativo è lo studio di Damien Élimé Bougumé perché offre per la prima volta una bibliografia del Prof. Metogo praticamente completa. Ed inoltre ci dischiude il quadro di vita quotidiano di questo teologo, morto troppo presto, e con il quale ha condiviso anni di comunità pdf

Nella Pagina Classica abbiamo presentato un testo “profetico” di Erich Przywara, il quale, scrivendo 70 anni fa e da posizioni preconciliari, aveva però già trovato lo spazio sistematico nell’ecclesiologia dell’epoca per gli sviluppi che oggi noi viviamo con le teologie non europee. Personalmente lo riteniamo una di quelle perle che, quando si scoprono, danno coraggio per il nostro domani e luce alla nostra speranza.

In Open Space abbiamo un prezioso contributo del Prof David Lutz, nostro collaboratore anche nel passato, che si concentra sul rapporto sullo snodo etico dell’incrociarsi delle virtù morali con la vita lavorativa. Il contributo invece di Daniela Bignone è il risultato di un Seminario per gli studenti della Facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum sullo stesso tema.

 

 

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