Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences


Il detenuto, o l’ex detenuto, è percepito socialmente come una persona che si è gravemente sottratta ai suoi obblighi nella società civile, o che addirittura non li ha mai voluti assumere. E’ quindi un outsider, un diverso e per di più pericoloso per l’ordine stabilito. “Altrimenti non lo avrebbero rinchiuso”, è una frase insulsa, ma ricorrente.

Eppure la nostra società - quella occidentale - è una società che esalta il trasgressivo, l’outsider, l’originale. Tutto il mondo della moda e dello spettacolo è un inno alla ‘trasgressione’, e questi settori pubblici influenzano notevolmente l’opinione pubblica. Il mainstream, a sua volta, influenza il modo di pensare della maggior parte dei singoli cittadini, che non hanno il tempo e l’energia per approfondire tutte le informazioni che ogni giorno ci sommergono.

Ma il detenuto, che ufficialmente non osserva le regole minime della convivenza, è anche una figura della nostra paura intima e latente di diventare noi sterssi trasgressivi. Sia che non ne abbiamo il coraggio sia che ne abbiamo paura. L’essere conformi ad un modello predefinito - sia sociale che personale - dà sicurezza e ci evita continui arrovellamenti. Abbiamo scelto una strada, normalmente detta ‘borghese’, cioè della classe media, e questo ci dà - giustamente - una sicurezza di fondo e un modello di confronto.

In questo non c’è nulla di male. La classe borghese è quella che ci ha fatto passare dalle società antiche dove si era chiaramente “O signori o servi” a quella che, nata nelle città del tardo medioevo, si è sviluppata nella società moderna e contemporanea. La nostra società globalizzata è tutta ‘borghese’, nel senso di rispetto delle regole, prime di tutte quelle dei diritti umani.
In entrambi i casi - paura per la società, paura interiore - il primo istinto verso il carcerato è di rifiuto.

Già qui dobbiamo fare una distinzione semplice ed empirica - ma utile - tra carcerati per reati gravi e quelli lievi. Questo vuol dire che dobbiamo tener presente che la stragrande maggioranza dei detenuti, e quindi degli ex detenuti, hanno commesso reati lievi. Quindi anche che la loro pericolosità sociale non è grande e di conseguenza il nostro rifiuto andrebbe razionalmente ‘modulato’.

Detto questo, non dobbiamo meravigliarci del numero di detenuti che abbiamo in Europa. Paesi di uguale popolazione come Gran Bretagna, Italia, Francia hanno ca. 60.000 detenuti. La Germania un po’ di più, in effetti conta 20.000.000 di abitanti in più.

Ma attenzione: Gli USA con ca. 300.000.000 di abitanti hanno quasi 1.300.000 di carcerati, mentre la Russia con 140 milioni ne ha un milione. Cioè: in proporzione ai paesi dell’Europa Occidentale questi due paesi hanno un numero di 3, 4 volte maggiore di detenuti.

Un Paese molto liberale ed uno molto poco hanno una quantità notevole di detenuti, e quindi anche di ex-detenuti. Non dimentichiamo per di più che negli USA, oltre ai detenuti attuali, ci sono milioni di persone che sono sotto controllo giudiziario, a diversi livelli di intensità.

Ciò ci fa capire perché socialmente il fenomeno detenuto/ex-detenuto non è assolutamente un problema marginale nelle società contemporanee che fanno da modello oggi alle altre. Esso rappresenta un reparto enormemente costoso sia in termini di risorse che inghiotte che di destabilizzazione sociale generale.

Il recupero, la reintegrazione dei tali persone è perciò un problema non meno serio di quello ecologico. Se non affrontato, inghiotte enormi risorse ed in futuro crescerà ulteriormente.  Secondo le statistiche del Ministero italiano di Grazia e Giustizia  il costo medio giornaliero di un carcerato per gli anni 2001 – 2013 è oscillato tra i 100 e i 150 €. Anche il tasso di recidività è molto elevato: varia tra il 70% e l’80 % nei paesi dell’Europa Occidentale Sembra quindi che nel nostro futuro, più o meno democratico, ci saranno ancora detenuti, e sempre più numerosi e costosi. Anzi con la crescita della popolazione, le migrazioni - cioè con la crescita dello sradicamento di milioni dipersone  - queste cifre tenderanno ad aumentare radicalmente. Senza dimenticare che le giovani generazioni dei paesi economicamente sviluppati tendono ad essere interiormente sradicate. La secolarizzazione ed il consumo di droghe dei giovani occidentali ne sono una spia.

Abbiamo quindi tutto l’interesse al loro reinserimento sociale. Sia come misura di autodifesa che come esercizio di solidarietà verso coloro che non sono più inseriti e che vorrebbero, a certe condizioni - loro e nostre - ritornare nella ‘grande famiglia’ della società civile.

‘Solidarietà’ è qualche cosa in più dell’utilità sociale. Si dice che nelle socetà occidentali sia un retaggio occulto del Cristianesimo. Certo è una caratteristica delle società occidentali. Non solo la solidarietà semplicemente filantropica, ma quella sociale, anzi quella statale. E’ una caratteristica che troviamo addirittura codificata negli art. 23 e 25 della Dichiarazione universale dei Diritti Umani del 1948.

Essa si estende dai contratti di lavoro collettivi alla sanità pubblica, dalla tassazione progressiva al reddito di cittadinanza. Dall’aiuto ai gruppi svantaggiati – stabilmente o anche occasionalmente – all’inserimento degli immigrati al reinserimento dei detenuti ed ex-detenuti

I testi che proponiamo nella sezione Studi sono di natura molto diversa.

Il contributo del Giudice Maurizio Millo, nella sua asciutta oggettività, ci presenta l’esperienza di un magistrato che nel passato ha lavorato molto coi minorenni. Simone Grillo invece fornisce una notevole disamina degli elementi necessari per inquadrare da un punto di vista generale tutti i vari tentativi di risocializzazione. L’esempio inglese che, tra gli altri ci presenta, basato sui Social Bond, ha ispirato anche iniziative simili in altri paesi. Il problema del lavoro in carcere e dopo il carcere sembra essere centrale per il reinserimento. Ce lo dicano anche tutti coloro che lavorano in questo ambito come volontari o come operatori sociali.

Conclude infatti S. Grillo: “Si aprono dunque prospettive di innovazione sociale nelle quali diviene importante il rapporto tra imprenditoria sociale e pubblica amministrazione, ma diviene altresì possibile sperimentare partenariati con il mondo delle imprese civili e responsabili, sempre più spinte a pratiche di sostenibilità.”

I contributi di Pieri e di Bongianni sono rilevanti sia per la loro ispirazione cristiana che per il metodo adottato. La Comunità Giovanni XXIII di Rimini ha trovato nel metodo CEC (Comunità educante con i Carcerati) la concretizzazione del suo slancio umanitario. RIPA dei francescani romani invece sta cercando ancora una collocazione metodologica, ma la cerca attraverso l’impegno personale dei frati coinvolti in prima persona. L’articolo sul VIC di Rebibbia femminile ci presenta un esempio della psicologia di una volontaria non occasionale. Lo stesso si può dire del contributo di Peppe Angelone da anni impegnato con i minori marginali a Reggio Calabria in modo molto diretto e personale.

Il progetto di servizio civile presentato da A. Di Spena e A. Urso, “INSIEME: per un nuovo modello di giustizia di comunità", ci propone un modello di reinserimento con sospensione della pena. Ma al contempo nella ampia ‘Introduzione’ abbiamo modo di prendere conoscenza dei diversi approcci psicologici che sottendono simili progetti. Lo stesso vale per la ‘Bibliografia’ allegata.  L’impostazione è estremamente pragmatica nel senso che si concentra sui meccanismi psico-neurologici della problematica dei comportamenti sociali gravemente divergenti. Sono i sustrati verificabili dello sviluppo e del rispetto dei valori umani della solidarietà.  Questo contributo chiude pertanto il cerchio riportandoci alle tematiche della testimonianza del giudice M. Millo.

Potrà essere di utilità consultare il “Rapporto di ricerca. L’inserimneto sociale e lavorativo degli ex detenuti. I limiti delle pene accessorie” della Associazione Antigone, reperibile presso www.associazioneantigone.it
Sarà infine appena necessario sottolineare che i problemi del reinserimento dei detenuti non sono molto diversi da quelli degli ex-detenuti. Le similitudini e diseguaglianze sono presentate in vari dei contributi.                                       

Nella Pagina Classica presentiamo un testo di Cesare Beccaria, che per essere compreso nella sua valenza storica andrebbe abbinato alla lettura dell’articolo su di lui redatto da Franco Venturi per il “Dizionario Biografico degli Italiani,” attualmente on line. Franco Ventura è stato un ‘mangiapreti’ convinto, ma un grande studioso dell’Illuminismo italiano ed europeo. Proprio il suo impegno personale e intellettuale lo rende un interprete affidabile di quell’epoca che è all’origine di tanti aspetti della nostra cultura pubblica italiana e globale.

 

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