Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

 

Premessa.

La distribuzione geografica della popolazione

Sin dagli inizi degli stanziamenti delle popolazioni sul territorio della terra, le localizzazioni sono state pdfcaratterizzate da specifiche interazioni (orizzontali) tra loro e da relazioni (verticali) con il territorio stesso. A loro volta le diverse strutture territoriali, legate tra loro da relazioni orizzontali, hanno formato quella che è stata detta organizzazione territoriale. In particolare, quanto alla localizzazione dei fatti economici i legami orizzontali e verticali hanno interagito e si sono condizionati a vicenda.

D’altro canto, le differenze nella crescita della popolazione si sono riflesse nella distribuzione dell'umanità sulla superficie terrestre. Esistono infatti parti del pianeta che tuttora sono completamente disabitate, mentre la restante parte della superficie terrestre, il cosiddetto ecumene, presenta densità fortemente variabili. In particolare, esistono due tipi di grandi concentrazioni umane, quelle derivanti da una secolare colonizzazione agricola e quelle avutesi a seguito dello sviluppo industriale moderno (come, in particolare, nell’Europa del Nord e negli Stati Uniti d’America).

Le migrazioni. I fenomeni dell’emigrazione e dell’immigrazione

La popolazione di un territorio è variata anche per il movimento migratorio, ma il saldo migratorio è un dato meno certo di quello naturale a causa della difficile rilevazione dei cosiddetti movimenti clandestini.


Specificamente, è dalla fine del Novecento che si è assistito ad un notevole incremento dei fenomeni migratori, tanto che secondo l’ONU il 20% della popolazione mondiale ha lasciato per scelta o per forza il proprio paese di origine. Fattori principali di questi movimenti sono stati di tre tipi: 1. la transizione migratoria, conseguente alla transizione demografica nei vari Paesi, che ha spinto il surplus di popolazione verso zone più ricche; 2. Le differenze di reddito e nella qualità della vita; 3. la mondializzazione o globalizzazione dei trasporti e delle comunicazioni. Vi sono poi stati anche fattori di carattere politico come l'apertura delle frontiere interne in Organizzazioni internazionali come l’Unione Europea. Storicamente, l’Europa, inclusa la Russia, è stata terra di emigrazione, ma negli ultimi decenni si è affermato come principale polo di attrazione mondiale per la popolazione. Inoltre, oggi si sono sviluppate nuove direttrici che passano per il Pacifico e si aggiungono a quelle storiche che passavano per l’Atlantico. Tra gli immigrati, le categorie più rappresentate sono quelle dei migranti per lavoro e dei rifugiati politici. In particolare, la migrazione internazionale per lavoro viene vista dai paesi in via di sviluppo come rimedio contro la disoccupazione e la sottoccupazione interna. D’altro canto, per i Paesi industrializzati gli immigrati rappresentano una manodopera poco costosa; è così che, essendo il numero di immigrati quasi sempre superiore al numero che i paesi ospitanti sono disposti ad accogliere, si è sviluppato il fenomeno, già citato, dei cosiddetti immigrati clandestini che, naturalmente, sono tali solo “di nome”.


Aspetti delle migrazioni del lavoro

Quanto alla globalizzazione nelle migrazioni del lavoro, cioè sostanzialmente al modo di essere oggi delle migrazioni di persone, da un lato, va detto che si è stati in presenza di una forma massiccia di spostamenti di lavoratori da un paese all’altro, da un continente all’altro, così come già accaduto in altre epoche storiche.

Dall’altro lato, però, sono da registrare due novità. In primo luogo, si è trattato anche di spostamenti non definitivi, che cioè riguardano persone che si muovono da un luogo all’altro in cerca di un lavoro, e tuttavia lo fanno nell’intento che tale situazione durerà alcuni anni, magari molti anni, ma non sarà definitivo. In secondo luogo, lo spostamento, almeno all’inizio, ha riguardato persone singole che, magari, hanno lasciato le famiglie nel paese d’origine, inviando ad esse, tramite periodiche rimesse, somme anche cospicue, per il sostentamento di chi resta in loco.  

Ancora, in tema di globalizzazione nelle migrazioni del lavoro, trattandosi di tema particolarmente “sensibile” per le sue implicazioni sul piano sociale e umano, si consideri che, ai nostri giorni, sono state presenti migrazioni di massa concernenti persone che si sono mosse rapidamente, ma a cicli, da un paese all’altro, perfino da un Continente all’altro. Ciò, in particolare, è accaduto tra paesi “poveri” e paesi “ricchi”, specialmente in Europa, ed anche, come noto, in Italia, quanto soprattutto a persone provenienti dall’Africa, sia dal Nord arabo sia dall’entroterra dell’Africa nera; anche se, si noti, non è stato così per la prima volta nella storia umana.

In effetti, ciò si è avuto sin dalle migrazioni nei tempi antichi, come quelle nella Bibbia, da Abramo, mossosi individualmente, a Mosè mossosi con l’intero suo popolo per ritornare dall’Egitto ad Israele, per passare a quelle degli “ebrei erranti”, allorché a seguito della rivolta ebraica si ebbe la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la completa romanizzazione della città e dell’intero territorio a cominciare dal 70 d.C. Saltando i secoli e addirittura i millenni non si può comunque fare a meno di citare le migrazioni tra la fine del secolo XIX e l’inizio del secolo XX, sino alla I Guerra mondiale ed a poco dopo, che hanno comportato lo spostamento dall’Europa alle Americhe di milioni di persone, per poi fermarsi ben prima della II Guerra mondiale. Più recentemente, come noto, le migrazioni sono riprese, ma ora da parte di consistenti masse di persone verso l’Europa in provenienza dall’Africa, cui si sono poi aggiunte, e si sono via via estese, quelle provenienti dall’Asia e dall’America Latina.

Riflettendo su differenze e somiglianze, su discontinuità e continuità, vanno considerati i diversi modi e tempi in cui l’economia mondiale si è mossa, e non sempre per il meglio, dai vari processi precedenti di cooperazione ed integrazione economica internazionale al successivo diffondersi mondiale dell’internazionalizzazione degli affari, dei commerci, della produzione, dei movimenti di capitale finanziario, insomma di tutte quelle posizioni ed esperienze che vengono ricomprese e raggruppate nel fenomeno cruciale della  globalizzazione e che hanno anche influito sui recenti, consistenti, andamenti delle migrazioni del lavoro.
    
In effetti tutto ciò avveniva in presenza di una sorta di euforia ed illusioni collettive, quanto alle quali, però, solo pochissimi economisti hanno allora ritenuto che “il fuoco covasse sotto la cenere”. Oggi, in quanto quell’euforia e quelle illusioni hanno portato – com’è di fatto accaduto – ad una nuova “inversione di tendenza”, anzi ad una vera e propria crisi socio-economica nella seconda parte del decennio passato, non vi possono essere dubbi che gli stessi flussi migratori cambieranno d’intensità e di direzione.
Naturalmente, nelle migrazioni del lavoro, occorre specificamente distinguere tra il fenomeno dell’emigrazione e quello dell’immigrazione.

 

L’emigrazione

E’ chiaro che l'emigrazione è il fenomeno sociale che porta un gruppo di persone a spostarsi dal proprio luogo originario verso un luogo ritenuto migliore. Tale fenomeno può essere legato a cause economiche, sociali, ambientali, spesso tra loro intrecciate. Diverso è il caso degli emigrati per motivi politici che, oggi, viene compreso nel fenomeno dei “rifugiati”.

 

Cause dell’emigrazione

In particolare, come nei casi più comuni, è quando vengono a mancare le condizioni necessarie al pieno compimento dei bisogni dell'uomo che questi è spinto a cercare un luogo diverso da quello di origine e "dove avere miglior fortuna". Le motivazioni possono essere le più diverse: economiche, sociali, politiche, guerre in atto, persecuzioni. In effetti, la separazione dalla terra d'origine è sempre sentita come una frattura nella vita personale.
D’altro canto, sono sempre esistiti due tipi di emigrazione: quella temporanea e quella permanente.

L'emigrazione temporanea è quella che caratterizza i fenomeni migratori di manovalanza.

È più difficile descrivere l'emigrazione quando si tratta di una permanenza nello Stato ospitante per vari anni. Queste persone cercano di far fortuna ed accumulare quel capitale necessario per acquistare un terreno o una attività propria nella terra d'origine.

 

L’emigrazione italiana

Nella penisola italiana, prima del 1860 il termine era usato per lo più per descrivere il fenomeno degli oppositori politici, prima con Napoleone, poi con i vari moti rivoluzionari, trattandosi di intellettuali, militari, artigiani. Dopo il 1830 molti di loro affluirono nella Legione Straniera che la Francia aveva istituito in Algeria; si calcola che quasi la metà dei legionari proveniva dalla penisola italiana.
Dopo l'Unità d'Italia, in una prima fase, a partire furono gli intellettuali ed industriali favorevoli ai Borbone di Napoli. Successivamente, il fenomeno emigrazione si è legato specificamente alle difficoltà di trovare lavoro da parte di una popolazione crescente e di una stagnazione dell’economia.

Certo, per secoli, marinai napoletani erano presenti in tutto il Mediterraneo, spesso li si trovava anche sul Danubio. Pescatori di corallo italiani erano presenti sulle coste algerine, in particolare ad Annaba. Varie comunità storiche italiane erano poi presenti nel Mediterraneo, sin dalle antiche Repubbliche marinare.

Tuttavia, sebbene si tenda a dimenticarlo, il primo grande flusso emigratorio degli italiani partì da Comacchio, dall'Abruzzo e dal Veneto. La lotta al brigantaggio causò poi la partenza di un gran numero di calabresi. All'inizio del Novecento vi fu una grande ondata di emigrazione dalle regioni meridionali verso gli Stati Uniti e l'Argentina. Dopo la Seconda guerra mondiale, l'emigrazione meridionale si spostò verso la Svizzera, il Belgio e la Germania occidentale. Vi fu anche, come ben noto, una forte emigrazione interna verso le regioni del Nord, in particolare dei siciliani in Piemonte (per lavorare alla Fiat di Torino) e dei calabresi in Lombardia.

D’altro canto, l'emigrazione non era stato un fenomeno esclusivamente italiano. Tra gli altri popoli che lasciarono in massa la loro terra vi furono gli irlandesi, i tedeschi e gli ebrei d'Europa. Il Paese che in rapporto ebbe più emigranti in quel periodo fu appunto l'Irlanda, dove la carestia e il malgoverno britannico furono la principale causa d'espatrio.


La grande emigrazione: 1) 1876-1900; 2) 1901-1915

Più precisamente, la grande emigrazione ha avuto come punto d'origine la diffusa povertà di vaste aree dell'Italia e la voglia di riscatto d'intere fasce della popolazione, la cui partenza poté rappresentare per lo Stato e la società italiana un forte alleggerimento della "pressione demografica": infatti, all’inizio, in media ogni famiglia aveva ben dieci o più figli. Essa ebbe come destinazioni soprattutto l'America del Nord ed il Sud America (in particolare Stati Uniti, Brasile e Argentina, paesi con grandi estensioni di terre non sfruttate e necessità di mano d'opera) e, in Europa, la Francia. Ebbe modalità e forme diverse a seconda dei paesi di destinazione.

A partire dalla fine del XIX secolo vi fu anche una consistente emigrazione verso l'Africa, che riguardò principalmente l'Egitto, la Tunisia ed il Marocco, ma che nel secolo XX interessò pure l'Unione Sudafricana e le colonie italiane della Libia e dell'Eritrea.

Negli Stati Uniti e in Brasile si caratterizzò prevalentemente come un'emigrazione di lungo periodo, spesso priva di progetti concreti di ritorno in Italia, mentre in Argentina ed Uruguay fu sia stabile che temporanea.

I periodi interessati dal movimento migratorio vanno dal 1876 al 1915 e dal 1920 al 1929 circa. Sebbene il fenomeno fosse già presente fin dai primi anni dell'Unità d'Italia, è nel 1876 che venne effettuata la prima statistica sull'emigrazione a cura della Direzione Generali di Statistica.

Si stima che solo nel primo periodo partirono circa 14 milioni di persone (con una punta massima nel 1913 di oltre 870.000 partenze), a fronte di una popolazione italiana che nel 1900 giungeva a circa 33 milioni e mezzo di persone.
Molti piccoli paesi (in particolare quelli a tradizione contadina) si spopolarono. Particolare è stato il caso del comune di Padula, piccolo centro nel salernitano, che tra la fine del secolo XIX e l'inizio del secolo XX, ha visto, nell'arco di 10 anni, la sua popolazione dimezzarsi.
La simbolica data d'inizio dell'emigrazione italiana nelle Americhe può essere considerata il 4 ottobre 1852, quando venne fondata a Genova la Compagnia Transatlantica per la navigazione a vapore con le Americhe, il cui principale azionista era Vittorio Emanuele II. A tale scopo, quella Compagnia commissionò ai cantieri navali di Blackwall i grandi piroscafi gemelli Genova, varato il 12 aprile 1856, e Torino, varato il successivo 21 maggio.

L'emigrazione nelle Americhe fu enorme nella seconda metà dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento. Quasi si esaurì durante il Fascismo, ma ebbe una piccola ripresa subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Le nazioni dove più si diressero gli emigranti italiani furono gli Stati Uniti nel Nord America, ed il Brasile e l'Argentina nel Sud America. In questi tre Stati vi sono attualmente circa 65 milioni di discendenti di emigrati italiani.

Una quota importante di Italiani andò poi in Uruguay, dove i discendenti di Italiani nel 1976 erano 1.300.000 (oltre il 40% della popolazione, per via della ridotta dimensione dello Stato).

Quote consistenti di emigranti italiani si diressero anche in Venezuela e in Canada, ma vi furono anche nutrite colonie di emigranti italiani in Cile, Perù, Messico, Paraguay, Cuba e Costa Rica.

Praticamente, l'emigrazione massiccia italiana in America Latina si esaurì negli anni sessanta, dopo il miracolo economico italiano, anche se continuò fino agli anni ottanta in Canada e Stati Uniti.
L'emigrazione italiana in Europa nella seconda metà del XX secolo

L'emigrazione verso altri Paesi europei della seconda metà del XX secolo, invece, aveva come destinazione soprattutto stati europei in crescita, come Francia (a partire dagli anni 1950), Svizzera, Belgio (a partire dagli anni 1945) e Germania, ed era considerata da molti, al momento della partenza, come un'emigrazione temporanea - spesso solo di alcuni mesi – così da lavorare e guadagnare per costruire, poi, un futuro migliore in Italia. Tuttavia questo fenomeno non si verificò e molti degli emigranti sono rimasti nei paesi di emigrazione.

Lo Stato italiano firmò nel 1955 un Patto di emigrazione con la Germania con il quale si garantiva il reciproco impegno in materia di migrazioni e che portò quasi tre milioni di italiani a varcare la frontiera in cerca di lavoro. Al giorno d'oggi sono presenti in Germania circa 650.000 cittadini italiani fino alla quarta generazione, mentre sono più di 500.000 in Svizzera: prevalentemente di origine siciliana, calabrese, abruzzese e pugliese, ma anche veneta ed emiliana, dei quali molti ormai con doppio passaporto e possibilità di voto in entrambe le nazioni.

In Belgio e Svizzera le comunità italiane restano le più numerose rappresentanze straniere. In generale, nonostante molti facciano rientro in Italia dopo il pensionamento, spesso i figli e i nipoti restano nelle nazioni di nascita, dove hanno ormai messo radici.

Un importante fenomeno di aggregazione che si riscontra in Europa, come anche negli altri paesi e continenti meta dei flussi migratori italiani, è quello dell'associazionismo tra emigrati. Il Ministero degli Esteri calcola che sono presenti all'estero oltre 10.000 Associazioni costituite dagli emigrati italiani nel corso di oltre un secolo. Sono associazioni di mutuo soccorso, culturali, di assistenza e di servizio, che hanno costituito un fondamentale punto di riferimento per le collettività emigrate nel difficile percorso di integrazione nei paesi di arrivo. Le maggiori reti associative, di varia ispirazione ideale, sono oggi riunite nella CNE (Consulta Nazionale dell'Emigrazione). Una delle maggiori reti associative presente nel mondo, assieme ad altre di origine cattolica, è costituita dalla FILEF - Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie.


L’emigrazione italiana contemporanea

Nei primi anni 2000 si è attenuato il flusso emigratorio dall'Italia nel mondo, caratterizzato attualmente per un quarto da professionisti spesso laureati (la cosiddetta "fuga dei cervelli").
Resta comunque una collettività di oltre 4 milioni di Italiani residenti all'estero, anche se ridotta di molto dai 9.200.000 dei primi anni venti (quando era circa un quinto dell'intera popolazione italiana)
Il Rapporto Italiani nel Mondo 2011 realizzato della Fondazione Migrantes, che fa capo alla Conferenza Episcopale Italiana, ha precisato che:
«Gli italiani residenti all'estero al 31 Dicembre 2010 risultavano 4.115.235 (il 47,8% sono donne). La comunità italiana emigrata continua ad aumentare sia per nuove partenze, che proseguono, sia per crescita interna (allargamento delle famiglie o persone che acquistano la cittadinanza per discendenza). L'emigrazione italiana si concentra in prevalenza tra l'Europa (55,8%) e l'America (38,8%). Seguono l'Oceania (3,2%), l'Africa (1,3%) e l'Asia con lo 0,8%. Il Paese con più italiani è la Germania (616.407) seguito da Argentina (593.520) e Svizzera (520.713). Inoltre, il 54,8% degli emigrati italiani è di origine meridionale (oltre 1 milione e 400 mila del Sud e quasi 800mila delle Isole); il 30,1% proviene dalle regioni settentrionali (quasi 600mila dal Nord-Est e 580mila dal Nord-Ovest); il 15% (588.717) è, infine, originario delle regioni centrali. Gli emigrati del Centro-Sud sono la stragrande maggioranza in Europa (62,1%) e in Oceania (65%). In Asia e in Africa, invece, la metà degli italiani proviene dal Nord. La regione che ha più emigrati è la Sicilia (646.993), seguita da Campania (411.512), Lazio (346.067), Calabria (343.010), Puglia (309.964) e Lombardia (291.476). Quanto alle province con più italiani all'estero, il record spetta a Roma (263.210), seguita da Agrigento (138.517), Cosenza (138.152), Salerno (108.588) e Napoli (104.495)».

In conclusione nei secoli XIX e XX, quasi 30 milioni di italiani hanno lasciato l'Italia con destinazioni principali le Americhe, l'Australia e l'Europa occidentale.

Attualmente vivono circa 80 milioni di oriundi italiani in differenti nazioni del mondo: i più numerosi sono in Brasile, Argentina e Stati Uniti d'America.
Si consideri che un oriundo può avere un antenato lontano nato in Italia, quindi la maggioranza degli oriundi ha solo il cognome italiano (e spesso neanche quello) ma non la cittadinanza italiana.
In molti Paesi, specialmente del Sud America, le stime sono molto approssimative poiché non esiste alcun tipo di censimento sulle proprie origini (come accade invece in U.S.A. o Canada).

Secondo i Padri Scalabriniani, la cifra totale degli oriundi italiani oggi oscilla approssimativamente, appunto, intorno agli 80 milioni.


Le migrazioni interne

Le migrazioni interne sono state particolarmente importanti in Italia negli anni '50 e '60 del Novecento: esse erano essenzialmente di due tipi:
- la cosiddetta gentlemen migration, ovvero lo spostamento di giovani rampolli dalle campagne alle città per motivi di studio.
- il massiccio trasferimento nell'area Nord-ovest di giovani maschi, sposati o in procinto di farlo, con basso titolo di studio, prevalentemente dal Sud e dal Triveneto. Le donne, invece, emigravano secondo il modello "catena di richiamo" ovvero partivano prima gli uomini e successivamente c'era il ricongiungimento familiare.

D’altro canto, a partire dal 1995 l'Istituto SVIMEZ (Istituto per lo Sviluppo del Mezzogiorno) inizia ad osservare una certa ripresa dell'emigrazione interna. L'origine dei flussi continua ad essere dalle regioni del Mezzogiorno, ma la destinazione prevalente è diretta, adesso, verso il Nord-est e parte del Centro. Le regioni d’immigrazione più attive sono Lombardia orientale, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Umbria.

In generale, la figura dell'emigrante contemporaneo è in generale molto diversa dal suo omologo della generazione precedente. Infatti, solo alcuni emigrano insieme alla famiglia, mentre la maggior parte lo fa individualmente, sottoponendosi a lunghi spostamenti pendolari e condividendo con altri, nella stessa condizione, un alloggio, spesso sovraffollato. Sull'asse dell'emigrazione Sud-Nord, bisogna segnalare i laureati che, non trovando lavoro nelle vicinanze di casa, si spostano all’estero, ma soprattutto nelle regioni del Nord, dove la richiesta di "cervelli" (insegnanti, medici, avvocati, ecc.) è costante, con una domanda spesso superiore all'offerta, in particolare per quel che concerne la scuola. Un altro filone è rappresentato da giovani arruolati nelle forze dell'ordine (Guardia di finanza, Carabinieri, Polizia) che prestano servizio nelle caserme del Nord.

 

L’immigrazione

L'immigrazione è il trasferimento permanente o temporaneo di gruppi di persone in un Paese diverso da quello di origine. Si possono includere le migrazioni di popolazioni ed i movimenti interni ad un Paese (le cosiddette migrazioni interne col connesso fenomeno dell'urbanizzazione).


 
Cause dell’immigrazione

L'immigrazione è uno dei fenomeni sociali mondiali più problematici e controversi, dal punto di vista sia delle cause che delle conseguenze.

 Quanto alle cause, il fenomeno può trovare origine in motivazioni diverse come:
- economiche (per sfuggire alla povertà, per cercare migliori condizioni di vita);
- lavorative (per trovare un impiego, per migliorare il proprio posto di lavoro);
- motivazioni politiche (dittature, persecuzioni, oppressioni, guerre, genocidi, pulizia etnica);
- di tipo religioso (impossibilità di praticare il proprio culto religioso);
- derivate da disastri naturali (tsunami, alluvioni, terremoti, carestie);
- personali (scelta ideologica, fidanzamento con un partner residente in un altro paese);
- anagrafiche: al raggiungimento dell’età della pensione, quanto al trasferimento in un luogo con clima migliore; o al minore costo della vita;
- di tipo sentimentale (riunificazione familiare);
- di tipo criminale: a) fuga: (per sfuggire alla giustizia del proprio Paese, per evitare un arresto; b) attrazione: per ottenere risultati migliori dalla propria attività malavitosa);
- per istruzione (per frequentare una scuola e conseguire un titolo di studio, garantire ai propri figli un'istruzione più approfondita, apprendere una lingua straniera).

Nel Paese di origine, l'immigrazione può contribuire a risolvere problemi come sovrappopolazione, fame, epidemie e povertà. A livello politico, i Paesi di origine e di destinazione possono poi stringere accordi bilaterali che prevedono flussi migratori programmati e controllati, per rispondere a esigenze di manodopera del Paese di destinazione, a problemi di sovrappopolazione del Paese d'origine, compensati da altri aspetti come uno scambio di materie prime ed energia. Un accordo di questo tipo può prevedere la fornitura di materie prime e manodopera in cambio di prodotti finiti ed investimenti nell'industria e in infrastrutture nel Paese fornitore della manodopera.

 

Destinazioni

Per quanto riguarda i Paesi destinatari dei fenomeni migratori (principalmente le nazioni cosiddette sviluppate o in via di sviluppo), i problemi che si pongono riguardano la regolamentazione ed il controllo dei flussi migratori in ingresso e della permanenza degli immigrati.

Il fenomeno dell'immigrazione è anche un tema associato a quello dell'aumento della delinquenza e della criminalità. Per quanto riguarda l'Italia, tuttavia, delle ricerche econometriche hanno dimostrato che non c'è alcun nesso fra l'immigrazione e la criminalità. I due fenomeni sono entrambi attratti dalla ricchezza, e quindi possono intensificarsi contemporaneamente nelle zone ricche, senza però che l'una causi o favorisca l'altra.

Le legislazioni dei Paesi dell’Unione Europea pongono l'autonomia economica dell'immigrato come una condizione necessaria per avere un permesso di soggiorno e poi la cittadinanza. L'immigrato viene espulso se non dimostra di avere un lavoro regolare o qualcuno che possa dargli un sostentamento economico, condizioni per ottenere un regolare permesso di soggiorno. Una prima eccezione a questo principio riguarda quanti sono vittime di persecuzioni politiche o religiose, in quanto provengano da dittature e Paesi in guerra. Il diritto internazionale prevede che in questi casi sia riconosciuto il diritto di asilo, l'assistenza sanitaria e le cure di primo soccorso. A qualsiasi persona, pure clandestina, si applica quanto sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (1948). La norma si presta anche a degli abusi, essendo difficile provare la nazionalità di un clandestino che chiede asilo politico, e se questi ne ha effettivamente diritto.
I flussi di immigrazione clandestina vengono combattuti con accordi bilaterali con i Governi e le polizie dei Paesi di origine, in termini di esercitazioni e operazioni congiunte, condivisione di uomini, risorse, informazioni. Sul piano non repressivo, si combatte con accordi commerciali e di interscambio che favoriscano gli investimenti esteri, la crescita economica e del livello medio di istruzione, un mercato di sbocco alla produzione dei Paesi più poveri.

Si richiama anche che il Parlamento europeo ha approvato, il 20 novembre 2008, l’introduzione di una carta blu sul modello della green card americana. La carta blu avrà lo scopo di attirare in Europa immigrati qualificati provenienti dai Paesi terzi e ciò secondo una tabella standard di qualifiche applicabile discrezionalmente dai singoli Stati membri. Oltre alla carta blu, il Parlamento europeo ha adottato la cosiddetta "direttiva sanzioni" che prevede l'applicazione di multe e di sanzioni penali ai datori di lavoro che impiegano immigrati irregolari.

 

Mercato del lavoro e distribuzione del reddito nei paesi di immigrazione

Sul piano teorico, come per tutte le grandezze economiche e per tutti i mercati, anche per il mercato del lavoro e per l’occupazione, occorrerà ragionare in termini di confronto tra offerta e domanda di lavoro.
Anche limitandosi a dire dei mercati del lavoro nei paesi d’immigrazione, le teorie economiche, nonché le rivenienti politiche, hanno naturalmente visto l’usuale contrapposizione fra posizioni neoclassico-monetariste e quelle classico-keynesiane. Così, tralasciando le prime, laddove sono strettamente perseguiti i canoni del paradigma massimizzante su basi marginalistiche, in ambito classico-keynesiano è invece prevalsa l’impostazione secondo cui il mercato del lavoro è proprio quello per il quale ha specificamente senso la visione etica dell’economia. Ciò, in particolare, quanto alla teoria della distribuzione del reddito, e soprattutto quanto alla determinazione del salario (o “prezzo del lavoro”) in rapporto al profitto. In proposito, invece del principio della produttività marginale del lavoro rispetto a quella del capitale (com’è negli schemi neoclassico-monetaristi), in ambito classico-keynesiano si è mantenuta la tesi che la determinazione del salario - reale o monetario, a seconda dei casi - va ottenuta all’esterno dell’economia, mentre il profitto si ottiene in conseguenza. Ciò, in base a considerazioni in cui giocano un ruolo, al di là del potere contrattuale rispettivo di lavoratori e imprese, le diverse sensibilità di tipo meta-economico, ed in particolare di ordine etico.

Quanto alla dottrina sociale cattolica, si consideri che il lavoro non è, né può essere, riguardato solo quale un bene economico come tutti gli altri. Allora, quanto all’offerta – come affermato con forza dal Papa Giovanni Paolo II, in particolare, nell’Enciclica Laborem exercens (1981) – il lavoro è, sì, un bene economico, ma è, specificamente, molto di più, essendo caratteristica fondante della natura umana, in quanto l’essere umano è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio creatore. D’altro canto, quanto alla domanda, il comportamento delle imprese e degli altri agenti che impiegano lavoro sarà sempre informato, oltre che a criteri di economicità, anche ad aspetti di responsabilità, umanità, e solidarietà.

 

In particolare, sulle politiche per l’immigrazione e per il lavoro

Certo, quanto alle politiche per l’immigrazione e per il lavoro, stanti le attuali condizioni della globalizzazione, si è in presenza di questioni correlate tra le politiche di ordine interno ad ogni paese e quelle che risentono degli effetti di ciò che prevale negli altri paesi similari. Tuttavia, gli aspetti nazionali sono da considerarsi ancora prevalenti; e ciò, perfino in Europa, dove pure premono forze e posizioni per una visione sopra-nazionale, cioè europea, dell’intero problema.

Prendendo il caso dell’Italia, si consideri intanto che la nostra economia attraversa, da almeno due decenni, un certo declino; così che, a mio avviso, gli aspetti negativi relativi alla crisi ed al ciclo attuali vanno aggiunti a quelli sottostanti di medio-lungo periodo.

In particolare, stanti le sue condizioni di economia duale, cioè quanto alla divisione fra il Nord-Centro industrializzato e le regioni Meridionali (incluse, ovviamente, le due Isole maggiori) in via di industrializzazione, è chiaro che le sue due macroaree mostrino tuttora differenti processi dinamici. Pertanto, le stesse misure di politica economica anticiclica possono ben essere in conflitto con quelle concernenti il trend di medio-lungo periodo, cioè con misure e riforme di ordine strutturale. Allora, non si riescono proprio a comprendere sciovinismi e chiusure che pure albergano presso vari settori del nostro paese, anche in questi giorni.

Comunque, le misure intraprese al fine di contrastare gli aspetti sia di crisi sia di ciclo – quali quelle concernenti i cosiddetti ammortizzatori sociali e quelle relative ai sussidi finanziari o fiscali alle imprese in difficoltà – vanno specificamente coordinate con le misure macroeconomiche, fiscali e finanziarie, intese a promuovere la crescita o lo sviluppo, sostenendo investimenti ed occupazione vuoi nel Meridione vuoi in particolari settori ed imprese quanto alle scelte tecnologiche nell’intero paese.

In queste condizioni, segue che una politica per l’immigrazione – nel che, a differenza che per un lungo passato, allorché l’Italia è stata un paese di forte emigrazione, si sostanzia oggi la politica per le migrazioni del lavoro – non potrà non vedere il contemperamento delle due istanze parimenti rilevanti. Ciò, al fine di evitare in ogni modo che si cumulino conflitti che possono anche esplodere in guerre fra poveri. A mio avviso, la soluzione non può, allora, che essere vista alla luce delle premesse richiamate sopra quanto ai condizionamenti che sempre vanno riconosciuti ad aspetti esterni all’economia, ed in particolare a quelli rivenienti dai prevalenti valori e norme morali (o attinenti all’etica) che, largamente, si ispirano ad una morale sociale aperta e cooperativa.

Inoltre, politiche speciali vanno perseguite con riferimento a due aspetti rilevanti della realtà contemporanea in tema di immigrati: da un lato, quello dell’immigrazione “per fame”; dall’altro, quello dei rifugiati. E’ chiaro che un’attenzione specifica ed argomentata va rivolta ad entrambi gli aspetti; ma è altrettanto chiaro che le soluzioni concrete vanno perseguite sempre a partire da un metodo di analisi che coniughi le esigenze dell’etica con quelle dell’economia.

Ancora, non può sfuggire a nessuno l’importanza di tener conte dell’impatto della globalizzazione anche quanto all’aspetto delle migrazioni internazionali di lavoro. Oggi, come peraltro in certi specifici tempi passati, le migrazioni non riguardano gruppi anche consistenti, ma sempre limitati, di persone che, in cerca di fortuna, si spostavano da una regione all’altra, da un paese all’altro, anche da un continente all’altro, e diventavano parte integrata ed integrante di culture, nelle terre d’arrivo, sostanzialmente omogenee con quelle delle terre di provenienza delle persone. Oggi, invece, le migrazioni internazionali di lavoro stanno raggiungendo dimensioni, come si dice, veramente bibliche, ma soprattutto mostrano profili socio-culturali del tutto differenti rispetto al passato. Persone singole, famiglie, gruppi più larghi, magari con raggruppamenti anche variabili e più volte nella loro vita, si spostano da un territorio all’altro, certamente in cerca di lavoro e di reddito, anche soltanto di sussistenza, ma portando con sé i segni marcati e specifici della propria cultura, delle proprie tradizioni, abitudini di vita, fedi religiose che sono, più spesso, assai distanti da quelle dei territori d’arrivo. Pertanto, i processi di accoglienza e di integrazione non si presentano affatto come nel passato e richiedono – come si discute abbondantemente anche in Italia – momenti ed approcci di confronto e dialogo che portano a forme nuove ed interessanti di società multietniche e multiculturali; cosicché guardare agli immigrati come “forza-lavoro” e basta, oltre che riduttivo, non può non essere considerato altamente inumano e immorale.

Quanto, infine, alle procedure, occorre riprendere la fondamentale distinzione tra ciò che può e deve farsi a livello interno e ciò che non può non richiedere un approccio a livello internazionale (magari, un domani, si dirà “a livello di comunità mondiale”). Va da sé che, per entrambi gli aspetti, si ripropongono come rilevanti le specifiche “premesse di valore”, e quindi i precisi “criteri di giudizio morale” cui si è già fatto riferimento. Ciò, in particolare, incide in relazione al maggiore (com’è il caso di un’etica d’ispirazione universale) o al minore (com’è nei casi di posizioni etiche di tipo individualistico e relativistico) peso e ruolo che si attribuisca all'aspetto dell’uguaglianza distributiva, della solidarietà sociale, della condivisione dei beni, ma anche – si noti – quanto alle possibilità ed alle condizioni di lavoro, rispetto agli andamenti della produzione e della crescita del reddito.

D’altronde, come recenti stime e prese di posizione di autorevoli Istituzioni multinazionali quali l’OCSE e lo stesso FMI hanno confermato, a livello di paesi industrializzati, tra cui l’Italia, molteplici sono gli effetti rivenienti dalle migrazioni in termini di crescita reale, occupazione, distribuzione del reddito e diffusione del benessere.

Sul fronte delle tecnologie, ciò che ne accomuna le prospettive a quelle per la produzione è la tendenza alla concentrazione sia delle scoperte di nuove invenzioni che delle decisioni e procedure d’innovazione presso le grandi imprese transnazionali e multinazionali; cosicché anche in proposito s’impongono, tra paesi diversi, forme di gestione più decentrata, democratica e costruttiva su entrambi i piani delle invenzioni e delle innovazioni, ivi compresi gli aspetti dei finanziamenti pubblici finalizzati alla ricerca e sviluppo (R&S) delle nuove tecnologie.
                        
Tuttavia, a mio avviso, non serve soffermarsi su una puntigliosa elencazione degli effetti negativi della globalizzazione, trascurando quelli positivi quanto alle potenzialità ed opportunità per lo sviluppo della produzione e dell’occupazione in intere zone e per tante popolazioni del pianeta; ma, prendendo atto della situazione ai vari livelli, serve coglierne appunto le possibilità in essa insite e vedere di governarle ed utilizzarle al meglio, per il benessere complessivo del maggior numero di persone.

Come un industrialismo sfrenato minacciava in passato di risolversi in una progressiva polarizzazione di ricchezza e povertà all’interno delle economie e società dei paesi oggi avanzati e si è inteso e potuto porre rimedio, in particolare, attraverso tutti quei giudizi critici e quei correttivi sociali, specificamente richiamati dalla dottrina sociale cattolica, così oggi – respingendo al contempo sia la logica totalizzante ed omologante della globalizzazione sia anche la visione cosiddetta catastrofica della globalizzazione stessa che porterebbe ad antistorici conflitti o addirittura a scontri di civiltà – occorrerà riprendere con riferimento al nuovo contesto globale analoghi giudizi critici e riproporre corrispondenti correttivi sociali. Come già osservato, i tempi non sono maturi, magari non lo sono ancora, oppure non lo saranno mai, per forme di interventi che si realizzino nell’ambito di un governo o comunque di un controllo dell’economia a livello globale. Tuttavia non si può non parlare oggi in termini concreti della necessità di una globalizzazione senza marginalizzazione o una solidarizzazione della globalizzazione, richiamando il ruolo, a livello mondiale, di quelle convergenze auspicate dal filosofo morale americano John Rawls (1971), a partire dal cosiddetto velo di ignoranza, «con l’aggiunta, però, [come scritto alcuni anni fa, nella Sollicitudo rei socialis, 1987, dal Papa Giovanni Paolo II] che esso è dovuto per l’intrinseca dignità di ogni persona e non per una qualsivoglia forma di contrattualismo sociale». Allora - com’è stato più volte chiarito anche dall’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo - occorre, attraverso la collaborazione internazionale, che si addivenga a politiche idonee a contemperare la velocità della globalizzazione con l’attenuazione delle insopportabili divergenze negli standards di occupazione e di vita dei diversi popoli della terra, così che si persegua un vero e proprio obiettivo di umanizzare la globalizzazione tramite la sottoscrizione di un impegno internazionale ad utilizzare le risorse di qualsiasi ripresa economica mondiale per sradicare la miseria ancora così tragicamente presente in tante parti del mondo.pdf

 

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