Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfA venti secoli dalla nascita del cristianesimo e del suo più grande Apostolo, San Paolo di Tarso, i cristiani di Turchia, un tempo l’Asia Minore culla delle prime comunità cristiane e della strutturazione teologico-dogmatica del cristianesimo stesso 1, sono oggi la testimonianza vivente delle pesanti conseguenze non solo dell’espansione islamica ma anche delle divisioni profonde in seno al mondo cristiano.

 

Fin dal II secolo, le Chiese del Medio Oriente sono già molto diverse culturalmente. Tre patriarcati (equivalente ecclesiastico del patrik, governatore della regione) dominano il mondo cristiano orientale, Alessandria, Antiochia e Costantinopoli, riconoscendosi in comunione con Roma. Dopo la divisione dell’Impero Romano, nel 395, Costantinopoli assume una posizione di preminenza, quando si è già entrati in piena epoca di dispute teologiche che segneranno l’Oriente cristiano tratteggiando, in realtà, oltre a delle divergenze dogmatiche, la complessa geografia degli interessi e delle influenze che si stabiliscono nella regione. Detto altrimenti, le dispute teologiche mal nascondono gli urti tra sensibilità culturali differenti.

 

La lotta è ormai aspra tra l’imperatore, che deve applicare le decisioni dei Concili svoltisi sotto la sua autorità e le province meridionali del suo impero; le persecuzioni condotte contro le popolazioni monofisite favoriranno indirettamente l’avanzata arabo-mussulmana. Questo quadro si complicherà ulteriormente nei secoli successivi. Alla pesante situazione imposta dalle crociate bizantine contro le chiese eretiche nestoriane e pre-calcedonesi, seguiranno le crociate latine e l’effimera instaurazione dei principati franchi del Levante. Col fallimento di questo tentativo di re-imporre la latinità in Medio Oriente si passerà alla strategia dell’uniatismo, che rispetta teoricamente

le autonomie ecclesiastiche a condizione di raggiungere una comunione dogmatica e la sottomissione al papa. La fioritura dei patriarcati latini nelle principali metropoli è una ferita ben più importante delle reciproche scomuniche del 1054 tra chiesa di Roma e il patriarcato di Costantinopoli. E triste ricordarlo ma le tensioni e la frammentazione che caratterizzano il mondo cristiano medio orientale alla vigilia dell’occupazione ottomana, spiegano il fatto che la penetrazione araba fu spesso accolta con speranza quando non addirittura acclamata con entusiasmo nell’ambito cristiano stesso 2.

 

Questo stato d’animo, unito all’efficacia di una politica militare dotata degli strumenti giuridici della coesistenza confessionale messi in campo dall’islam, spiegano la rapida espansione di questa fede in milieu cristiano. Questi cristiani probabilmente non percepirono neppure una reale rottura rispetto alle loro pratiche religiose precedenti, in quanto la nuova religione sembrava collocarsi nell’alveo del giudaismo e del cristianesimo 3.

 

In più, l’Islam è una religione rivelata in una lingua già familiare alle tribù delle steppe dell’Arabia del Nord e ai commercianti delle città e l’espressione di una cultura araba condivisa 4. Con l’espansione islamica, le popolazioni cristiane dell’Oriente sfuggendo all’autorità del potere bizantino passano sotto la tutela mussulmana. Da sudditi (salvo i nestoriani di Persia) in conflitto con l’Impero Romano d’Oriente, diventano comunità tollerate e protette prima dell’impero musulmano omàyyade (661-750), poi di quello abbàside (750-1258). Lo status dei cristiani diviene quello di dimmi (lett. «protetti»), vale a dire di individui che beneficiano della protezione fisica dei mussulmani per il fatto di appartenere alla categoria coranica delle « Genti del Libro ». I cristiani possono dunque praticare liberamente il loro culto, giovandosi dei frutti di una libera attività e della protezione delle loro vite e dei loro beni, accordati dall’islam. Tuttavia non partecipano al governo della città e pagano l’esenzione dal servizio militare con un’imposta di capitazione (jizya) e un’imposta fondiaria (kharaj). In certi periodi, si metterà addirittura un freno alle conversioni all’islam per un motivo puramente economico! In effetti, le conversioni potevano danneggiare l’economia dell’impero dato che i convertiti non dovevano più pagare i tributi speciali.

 

Indubbiamente il ruolo e l’influenza dei cristiani decrebbero, a partire dal X secolo, a causa della diminuzione del loro numero: un’erosione senza tregua all’insegna di motivi economici, sociali (soprattutto in riferimento ad un contratto matrimoniale più elastico dove i frutti di un’unione mista appartengono automaticamente alla parte islamica) e politici (perché tutto ad un tratto si esercita una pressione maggiore, anche se massacri e deportazioni sono statisticamente irrilevanti in questa fase). Insomma, i più deboli tra i dhimmi passano poco a poco all’islam. Il caso dell’Anatolia è particolarmente significativo. Quattro secoli dopo la nascita dell’islam, essa era nella quasi totalità cristiana. Al momento della conquista ottomana di Costantinopoli la cristianità anatolica non conterà più neppure mezzo milione di fedeli. I Seldjukidi, pur non riuscendo ad impadronirsi di Costantinopoli, avevano isolato dal loro faro culturale e spirituale quelle regioni, determinando una progressiva turchizzazione linguistica e religiosa delle popolazioni sempre più isolate dell’Anatolia. I cristiani si videro abbandonati anche da un clero in ritirata verso Costantinopoli: le chiese del territorio turco erano divenute troppo povere perché il clero ortodosso potesse mantenervi il proprio rango. I Seldjukidi, a più riprese, invitarono i pastori a ritornare nelle proprie parrocchie dopo che un accordo di pace era stato raggiunto con Bisanzio, ma questi nella maggior parte dei casi declinarono l’offerta. Come se non bastasse, l’Islam proposto agli «infedeli» era tollerante. Il sunnismo ufficiale dominava esclusivamente nelle grandi città. Ovunque, altrove, i cristiani praticavano una religione popolare: un misto di sciamanismo, buddismo, manicheismo e pure di cristianesimo nestoriano. Mussulmani e cristiani arrivano a condividere i luoghi di culto, a riconoscere gli stessi santi, a celebrare le stesse feste, a mettere in comune addirittura un rituale del battesimo. Dunque, l’islam progredisce grazie a delle autentiche conversioni ma anche grazie alla debolezza di un cristianesimo molto annacquato.

 

Gli Ottomani perfezionano il sistema della dhimma, che struttura i rapporti all’interno del mondo islamico su base religioso-confessionale. Con l’adozione del sistema dei « millet » (termine tradotto normalmente nazione, ma con un pericoloso anacronismo) 5, il sultanato conferisce un riconoscimento giuridico alla composizione multiconfessionale dell’impero e la organizza in modo strutturato all’interno dell’apparato statale. Ma quando il grande puzzle dell’Impero entra in crisi, è con la degenerazione del sistema dei millet che questa crisi si diffonde, con la pesante complicità di una politica d’interesse sempre più invadente delle potenze europee che trasformano i cristiani del mondo arabo e ottomano in «clientele» da giocare nella lotta egemonica tra le potenze europee. L’obiettivo finale era ovviamente lo smembramento e la spartizione dell’Impero ottomano. Dal 1915, con dissoluzione dell’impero Ottomano e il processo di formazione dei nuovi stati nazionali si definisce anche un nuovo ordine geopolitico nel Medio Oriente. Le comunità cristiane orientali, dal canto loro, si trovano inserite in due dinamiche profondamente diverse. Se in Turchia il processo di costituzione dello stato nazionale porta in definitiva all’esclusione, ahimé non indolore, dei cristiani dal nuovo stato, nell’area araba i cristiani sono invece tra i protagonisti, dal punto di vista sia culturale che politico, della « nahda », il rinascimento o risveglio arabo.

 

Tornando al caso turco, l’identificazione dell’idea di nazione con l’appartenenza confessionale, come suggeriva il sistema del millet, porta a collegare l’identità turca esclusivamente al riferimento culturale mussulmano (anche se da un punto di vista politico il nuovo stato voluto da Atatürk si definisce laico), tanto più che le altre millet confessionali erano ormai state fagocitate nei giochi della politica espansionistica delle potenze europee, rispetto alla quale bisognava in qualche modo difendersi per sopravvivere. I cristiani, pedine tradite di un gioco terminato male, pagheranno un dazio carissimo a questa svolta storica. Il risultato è statisticamente impressionante: secoli di storia multi-confessionale spazzati in dieci soli anni tra il 1914 e il 1924, data della proclamazione della Repubblica Turca 6.

 

Oggi, i cristiani in Turchia stanno lentamente capendo che hanno un futuro solo disinnescando ogni implicazione politico identitaria insita nella legittima richiesta delle Chiese di godere di una personalità giuridica e di condizioni indispensabili alla tutela non solo della professione di fede individuale ma anche comunitaria dei loro membri. La vera sfida è quella di contestare una credenza ridotta al servizio di una affermazione identitaria reazionaria: quando il fervore religioso dei membri di una minoranza porta ad una radicalizzazione e fissazione del credo, che non è più fermento costante e liberante di conversione quotidiana ma semplice operatore identitario. In questo ambito, la diversità, anche quella che si esprime all’interno del mondo cristiano stesso, diventa una minaccia e non una ricchezza. Il cammino, in questo senso, è davvero ancora lungo ma restiamo convinti che oggi, più che mai, vale la sfida di una presenza in terre dalla storia cristiana così ricca, come la Turchia. È una presenza che può finalmente essere disinteressatamente evangelica, nel senso di nascosta, interrogante e soprattutto capace di condivisione. Dopo secoli di penetrazione cristiana nel segno della logica coloniale delle capitolazioni, abbiamo la grande chance di rompere definitivamente con questo passato, liberi di incontrare uomini e donne in questo crocevia di popoli e razze, senza dover fare scelte di campo, privilegiando un gruppo piuttosto che un altro, sufficientemente lontani dalle sfere d’influenza di ambasciate e consolati o lobby economiche.

 

NOTE:

 

1 Circa una settantina di località recensite negli scritti neotestamentari si trovano nell’attuale penisola anatolica così come le sedi dei primi grandi Concili Ecumenici: Nicea (attuale Iznik), Costantinopoli, Efeso e Calcedonia (attuale Kadiköy, un quartiere asiatico della metropoli di Istanbul).

2 La testimonianza di Michele il Siriano, monaco giacobita (monofisita) della fine del XII secolo che evoca «i figli d’Ismaele venuti dal Sud per la nostra liberazione», è tutt’altro che un caso isolato, e questo anche molto più tardi, ad esempio al momento della storica entrata in Costantinopoli di Mehmet II il Conquistatore ottomano (29 maggio 1453).

3 S. Giovanni Damasceno (652-750), di formazione greca ed araba, anatematizzato post-mortem (754) dal sinodo iconoclasta di Hiereia ma considerato come l’ultimo Padre della Chiesa, nella sua opera principale intitolata “La Fontana della Scienza” (743) dedica tre capitoli all’Islam definito come “l’eresia degli Ismaeliti” e “Falsa superstizione”. Dunque, l’Islam non è considerato come una religione a parte ma come un’eresia cristiana da un lato e scisma dall’altro.

4 Troppo spesso dimentichiamo che i cristiani del Medio oriente rivendicavano e rivendicano tuttora con fierezza la loro identità araba e il loro contributo all’edificazione della società e della civiltà arabe. Essi conoscendo il greco, il siriaco ed essendo impregnati di cultura greco-ellenistica e bizantina, svolsero un ruolo fondamentale di mediatori di cultura, soprattutto negli studi filosofici e delle scienze, fornendo un apporto indispensabile par la fioritura della nuova sintesi culturale e filosofica islamica.

5 Si tratta della versione turca del termine arabo "milla" (comunità religiosa), facente riferimento alle comunità che, all’interno dell’Impero, avevano il diritto di regolarsi con leggi sociali ed amministrative proprie.

6 Due sono gli avvenimenti fondamentali che spiegano un declino così drammatico della presenza cristiana: da un lato il massacro della popolazione Armena, brutalmente deportata tra 1915-16 verso la periferia araba del sud del Paese, con la pesante complicità soprattutto della politica russa; dall’altro lato, l’espulsione voluta dal governo turco dei propri cittadini di confessione greco-ortodossa, in attuazione delle determinazioni prese nel Trattato di Losanna (1923), dopo la vittoria delle truppe guidate da Mustafa Kemal nella guerra turco-greca (1920-22).pdf

 

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