Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

Parte II. Il turismo sessuale

Il presente articolo intende proporre, a partire dai risultati di una ricerca sociologica sulla prostituzione minorile effettuata da chi scrive in Repubblica Dominicana su un campione di 154 minorenni 1, una riflessione su uno degli aspetti più controversi, ossia il nesso tra tale fenomeno e il turismo sessuale. Si tratta, in effetti, di un legame complesso, dai risvolti spesso ambigui e sfumati, la cui analisi implica innanzitutto la necessità di prendere le distanze da ogni modello di spiegazione che riduca una realtà estremamente articolata di relazioni tra turista sessuale e minore, alla semplice opposizione in termini di "cliente sfruttatore" e "vittima inconsapevole e indifesa". Ciò non significa sottovalutare le condizioni di violenza, coercizione e sfruttamento in cui questi minori esercitano la prostituzione, o porsi al di fuori di una logica di tutela e difesa dei loro diritti. Tenendo come punto di riferimento costante i principi e i contenuti della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia 2, l’intento è piuttosto quello di riconoscere ed interpretare il ruolo (spesso attivo) svolto dal minore nell’ambito della relazione con il "cliente" straniero, nonché le dinamiche sottili che entrano in gioco, i rapporti di potere e di dipendenza, il complesso di rappresentazioni e di aspettative reciproche. Del resto, la stigmatizzazione acritica del turista può generare il convincimento che il turismo sessuale con minori sia sempre e comunque una questione di pedofilia, cedendo così alla tentazione di dimenticare che, pur esistendo una minoranza di cosiddetti "pedofili", la maggioranza di questi turisti sessuali è costituita da "normali" cittadini dei paesi occidentali. Tale dimensione di "normalità" costituisce, forse, l’aspetto che più spesso rimane in ombra, ma che è necessario portare alla luce per prendere coscienza di quelle dinamiche che su piccola scala sembrano riprodurre i rapporti di potere tra il Nord e il Sud del mondo.

Le considerazioni precedentemente esposte si pongono in aperta polemica nei confronti di un certo tipo di materiale, diffuso da alcune campagne ed associazioni impegnate nella lotta contro lo sfruttamento sessuale dei minori, che, se da un lato hanno l’indiscusso merito di stimolare l’intervento delle istituzioni e di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale, dall’altro rischiano di restituire un’immagine semplificata e talvolta distorta del problema, sia centrando l’attenzione sulla prostituzione infantile (e ignorando quella adolescenziale) e sulla figura del pedofilo, sia fornendo un quadro uniforme che non tiene conto delle specificità dei singoli contesti. Infatti, tra i diversi paesi del Sudest Asiatico, dell’Africa, dell’America Latina, e, più recentemente, anche dell’Est Europeo 3, interessati dal turismo sessuale, esistono differenze sostanziali in termini di diffusione, incidenza e organizzazione del mercato della prostituzione. L’esigenza primaria rimane quella della contestualizzazione, poiché, dall’analisi della letteratura di riferimento emerge, una forte carenza, oltre che di dati e stime attendibili 4, di studi condotti sul campo, nonché lo scarso rigore metodologico di quelli esistenti.

Prima di prendere in esame la relazione tra turismo sessuale e prostituzione minorile nel caso concreto della Repubblica Dominicana, sono necessarie alcune osservazioni generali sullo sviluppo del settore turistico in America Latina. Il turismo costituisce una delle fonti più importanti di divise per molti paesi dell’area, i quali, tra gli anni ’60 e ’70, hanno dato il via a un massiccio sfruttamento delle loro bellezze naturali, nell’intento di attirare capitali e investitori stranieri. Nonostante gli indubbi benefici conseguiti, molte voci di critica si sono levate nell’ultimo decennio per evidenziare gli effetti negativi provocati dal turismo di massa, sia in termini di impatto sulle culture locali, sia in termini strettamente economici 5.

Il caso della Repubblica Dominicana è, in tal senso, emblematico. Lo sviluppo del settore turistico a partire dagli anni settanta, dopo la caduta del regime dittatoriale di Trujillo, è stato infatti il risultato di una forte volontà politica e di una pianificazione capillare che includeva la creazione di un quadro giuridico-istituzionale, la costruzione di infrastrutture e una massiccia campagna di promozione turistica. Non senza toni trionfalistici, rapporti ufficiali della Secretaría de Estado del Turismo e del Banco Central Dominicano esaltano la correlazione tra sviluppo economico e turismo durante il periodo del boom degli anni ’80, e rilevano come nell’ultimo decennio si sia verificato un ulteriore incremento di alcuni indicatori fondamentali, quali offerta alberghiera, flusso di turisti, entrata di divise e creazione di posti di lavoro 6.

Tuttavia, si può osservare innanzitutto che mentre ingenti capitali venivano investiti in infrastrutture turistiche, parallelamente diminuiva la spesa pubblica destinata ai servizi di base (scuole, ospedali, servizi sociali, ecc.) provocando un rapido deterioramento degli stessi. Inoltre è stato rilevato che lo sviluppo non regolato di molti complessi alberghieri ha causato danni ambientali irreversibili in termini di inquinamento, distruzione di ecosistemi naturali, deforestazione, ecc. 7, e che, per quanto riguarda la tipologia di impieghi generati direttamente dal turismo, si tratta in realtà di lavori poco qualificati e malremunerati. Infine, poiché come risulta dagli stessi dati forniti dalla Secretaría de Estado de Turismo dominicana, la grande maggioranza degli stranieri visita l’isola comprando un pacchetto turistico all inclusive nel proprio paese di origine, la parte più rilevante dei proventi generati dal turismo viene intercettata dai grandi tour operators stranieri, mentre solo una piccola quota va a beneficio del paese di destinazione. A ciò si aggiunge la diffusione delle enclaves turistiche, strutture autosufficienti gestite generalmente da grandi multinazionali, che sorgono in spazi isolati dal contesto in cui vive la popolazione ospitante, e al cui interno il turista può usufruire di servizi di ogni sorta (spiagge private, impianti sportivi, ristoranti, negozi, discoteche, ecc.).

Dal punto di vista psicologico, il villaggio turistico rappresenta un caso tipico di chiusura alla diversità culturale. L’omologazione e la standardizzazione dei servizi offerti hanno lo scopo di ridurre l’impatto con gli aspetti della realtà locale che risultano dissonanti rispetto ai contesti di provenienza. In questo spazio protetto si cristallizzano le aspettative e le immagini preconcette del turista sotto forma di eventi culturali "tipici" (la cena etnica, la danza folkloristica, ecc.) che, se da un lato hanno un effetto rassicurante confermando gli stereotipi di partenza, dall’altro aumentano irrimediabilmente la distanza con la realtà del luogo.

Dal punto di vista antropologico, inoltre, il fenomeno turistico diviene rilevante in quanto confronto tra diverse culture, visioni del mondo e stili di vita, che si realizza nell’incontro/scontro tra società che ospitano e soggetti ospitati. In particolare, l’analisi di D. Boorstin, pur nella sua radicalità, sembra adattarsi efficacemente alla realtà dei villaggi-vacanze, o "bolle turistiche" 8. L’esperienza del turista contemporaneo è ormai priva del desiderio di viaggiare per conoscere in maniera autentica altri luoghi e altre persone, ma al contrario si nutre di attrazioni lontane dalla vita reale e prefabbricate ad hoc per il suo soddisfacimento. "A volte l’immagine artefatta della destinazione viene promossa dalla pubblicità commerciale e diviene il criterio con cui egli sceglie e valuta le cose da visitare. Il turismo si riduce così ad un sistema chiuso e autoperpetuantesi di illusioni" 9.

Le considerazioni precedenti suggeriscono una possibile chiave di interpretazione delle motivazioni che sono alla base dei comportamenti adottati dal turista sessuale. Nel caso della Repubblica Dominicana, così come per altre località dei Caraibi, gli stereotipi prevalenti, rimandati da depliant e locandine turistiche, sono quelli del "paradiso sessuale", terra di "avventure esotiche" popolata da giovani e seducenti uomini e donne che sembrano solo attendere l’arrivo dello straniero. Lo stesso governo dominicano, reticente nell’ammettere il legame tra prostituzione minorile e turismo sessuale, può essere ritenuto responsabile di una politica di promozione turistica del paese che ha fatto leva, in maniera più o meno esplicita, su tali stereotipi, pur di continuare a sostenere quello che rappresenta attualmente il settore trainante dell’economia.

Una volta adottata questa prospettiva, che aiuta a comprendere l’insieme di aspettative e di motivazioni del turista sessuale, pur non esaurendone la complessità, è necessario soffermarsi su ciò che l’esperienza empirica e l’analisi delle testimonianze raccolte hanno dimostrato essere il momento cruciale, ossia la convergenza tra tali aspettative e quelle del minore che esercita la prostituzione in un contesto di sottosviluppo.

Come già illustrato diffusamente nell’articolo pubblicato sul precedente numero di questa rivista 10, il legame tra turismo sessuale e prostituzione minorile costituisce un fatto di difficile contestazione. I ragazzi intervistati, detti sanky panky, infatti, si prostituiscono solo con donne e/o uomini stranieri, e svolgono attività lavorative a stretto contatto con turisti (si tratta di animatori nei villaggi vacanze, di bagnini, di venditori ambulanti, ecc.). Tuttavia, nel caso delle ragazze, soprattutto per quelle che lavorano nei locali di prostituzione, non va ignorata l’esistenza di una numerosa clientela locale, le cui caratteristiche, pur non essendo possibile approfondire in questa sede, meritano senz’altro di essere attentamente analizzate per non restituire una visione del fenomeno della prostituzione minorile centrata esclusivamente sul turismo sessuale.

Si è fatto cenno nella prima parte di quest’articolo alla necessità di prendere in considerazione le diverse sfaccettature e le dinamiche sottili che caratterizzano la relazione tra turista e minore. Al di là del movente economico, che ovviamente svolge un ruolo fondamentale in un contesto di estrema povertà, la figura dello straniero si carica di una serie di significati e di aspettative che vanno ben oltre il mero ottenimento di denaro in cambio della prestazione sessuale. Innanzitutto, agli occhi dei ragazzi il gringo rappresenta l’unica possibilità concreta di lasciare la strada, viaggiare, avere una vita economicamente migliore in un altro paese e aiutare la propria famiglia. Questa convinzione, o forse sarebbe meglio dire illusione, dà la misura dell’atteggiamento fatalista tipico delle persone coinvolte nella prostituzione. Una volta entrati a far parte di questo mondo diminuisce drasticamente la capacità di influire sul corso della propria vita ed ogni speranza di cambiamento viene affidata con rassegnazione ad un fattore esterno, con l’effetto di aumentare ancora di più la subordinazione e la dipendenza dallo straniero.

Ma c’è di più. Molte ragazze, che nella loro esperienza di prostituzione iniziata in età precoce hanno conosciuto solamente l’aspetto più brutale e machista degli uomini dominicani, affermano di sentirsi fortemente attratte dallo straniero in quanto modello ideale di uomo "comprensivo e dolce" che "tratta le donne con delicatezza e rispetto". Inoltre, il turista è oggetto di attenzione anche per la considerazione sociale attribuita al colore della pelle, che ha radici profonde nella cultura dominicana. In una società che trae le sue origini dal sincretismo culturale tra la componente ispanica (colonizzatrice) e quella indio-africana (colonizzata) 11, "gli stereotipi diffusi per cui bianco/bello/ricco è contrapposto a nero/brutto/povero creano un sistema di pregiudizi razziali per cui ‘essere nero è uno svantaggio, smettere di esserlo è una necessità" 12.

Un altro aspetto emerso in maniera netta riguarda la presunta neutralità affettiva e il distacco psicologico che caratterizzano normalmente il rapporto di prostituzione. Ciò che si intende sottolineare è che, in alcuni casi, gli intervistati sostengono di aver avuto delle relazioni vissute, percepite, o quantomeno rappresentate, come se fossero dei veri e propri rapporti sentimentali. In altri termini, la relazione con il turista può anche essere esperita o "giocata" nella dimensione dell’attrazione erotica, il che contribuisce a rendere ancora più ambigua la definizione dei rispettivi ruoli. Se da un lato il minore tende a rappresentarsi in questi casi in termini di seduttore, dall’altro lo straniero può avere l’illusione di vivere "un’avventura esotica". Infatti, molti ragazzi trascorrono spesso con il turista tutto il periodo della vacanza e si pongono piuttosto come accompagnatori, offrendo svago e divertimento, oltre che prestazioni sessuali.

Inoltre, soprattutto nel caso dei maschi, è stato rilevato che spesso non vi è l’esplicita richiesta di un corrispettivo in cambio della prestazione sessuale, ma piuttosto una richiesta di "aiuto". Una volta stabilita la relazione, i ragazzi dimostrano una notevole abilità nel convincere il turista di turno a comprare beni di consumo o servizi (un pantalone nuovo, un paio di scarpe alla moda, o addirittura un motorino, ecc.) o a farsi elargire denaro facendo leva sulla propria condizione di indigenza o su difficoltà familiari vere o presunte (un parente malato, un affitto da pagare, ecc.)

Infine, un’ultima riflessione riguarda l’esistenza e la diffusione di una modalità di turismo sessuale che vede protagoniste le donne straniere. In base alle interviste raccolte, risulta che molte turiste visitano il paese con il preciso proposito di intrattenere relazioni sessuali con il macho latino, attratte dalla pelle nera e dal temperamento caliente dei dominicani, a testimonianza del fatto che le considerazioni precedenti sul bagaglio di stereotipi culturali non conoscono differenziazioni di genere.

In conclusione, quanti di questi turisti, uomini e donne provenienti dai paesi sviluppati del Nord del mondo, siano realmente consapevoli delle loro responsabilità nel perpetuare tale sistema di sfruttamento, resta un interrogativo aperto a cui solo indagini empiriche approfondite possono dare risposta. Certo è che fin quando non verrà concretamente promossa una cultura della conoscenza e del rispetto dell’altro, non potranno essere cambiati i comportamenti e gli atteggiamenti di quei turisti che considerano le persone di un paese sottosviluppato alla stregua di un elemento di "svago e piacere" all’interno di quel pacchetto turistico all inclusive acquistato al momento della partenza.

 

NOTE 

1 Come già illustrato diffusamente nella prima parte di questo articolo, pubblicata sul numero precedente di Oikonomia, il campione intervistato (non statisticamente rappresentativo) è formato da adolescenti e preadolescenti (69 maschi e 85 femmine) di età compresa tra i 10 e i 20 anni che esercitano la prostituzione nel territorio di Puerto Plata, località turistica situata nella costa settentrionale della Repubblica Dominicana.

2 Si ricorda che la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, promulgata dall’ONU nel 1989 e ratificata attualmente da 191 paesi, stabilisce in materia di prostituzione negli articoli 34 e 35 che gli Stati firmatari devono adottare ogni adeguato provvedimento a livello nazionale, bilaterale e multilaterale al fine di proteggere il minore da ogni forma di violenza e di sfruttamento sessuale (compresa la produzione di materiale pornografico e l’induzione alla prostituzione) e di contrastare il rapimento, la vendita e il traffico di minori a qualsiasi fine (compreso quello sessuale).

3 Cfr. M. Staebler, Turismo y Prostitución infantil, ECPAT, Stoccolma, 1996.

4 Un caso clamoroso riguarda la Thailandia: dati provenienti da fonti diverse stimano dai 2.500 agli 800.000 minori coinvolti nella prostituzione, senza fornire alcuna indicazione sui criteri di calcolo o sulla metodologia di quantificazione utilizzata. Cfr. in proposito: Maggie Black, In the Twilight Zone, ILO, Ginevra, 1995.

5 Ress, M. J., “El lado oculto del turismo” in Noticias Aliadas”, vol.26, n.11, Lima, marzo 1989.

6 Cfr. El Turismo en la República Dominicana 1993-1997 e Boletín Estadistico de Turismo 1986-1995, redatti da, rispettivamente, Banco Central de la República Dominicana e Secretaría de Estado de Turismo. In particolare, secondo tali rapporti ufficiali, il flusso dei visitatori stranieri ha subito un significativo aumento nel quinquennio 1993-1997, passando da circa 1,5 milioni di turisti nel 1993 a 2,2 milioni nel 1997; di questi ultimi, si è calcolato che il 57,8% erano di provenienza europea (soprattutto di nazionalità tedesca e inglese). Per quanto riguarda invece le entrate di divise generate dal turismo, si è registrato nello stesso periodo di riferimento un incremento medio annuo del 14%, passando da 1.245 milioni di pesos dominicani nel 1993 a 2.106 milioni nel 1997 (equivalenti al 62, 1% del totale delle divise).

7 Cfr. Garrone, R., Turismo responsabile, Associazione RAM, Genova, 1993.

8 Vedi Simonicca, A., Antropologia del turismo. Strategie di ricerca e contesti etnografici, NIS, Roma, 1997.

9 Ibidem, pag.30.

10 E. Baldoni, Una riflessione sul fenomeno della prostituzione minorile nella Repubblica Dominicana, OIKONOMIA, n.2, anno 2°, giugno 2000, pp.25-30.

11 “La crisi culturale del popolo dominicano va ricercata nell’incapacità di accettare le profonde radici africane: le manifestazioni culturali dominicane esprimono il bisogno di omologarsi alla cultura bianca-spagnola; tale bisogno viene portato all’estremo durante la dittatura di Trujillo. Progressivamente il trinomio ispanico-bianco-dominicano diviene l’immagine ideale nella ricerca di un’identità nazionale”. Vistoso, E., Rondanini D., Hispaniola. Haiti e Repubblica Dominicana, Fratelli dell’Uomo, Milano, 1996, p.43.

12 Ibidem, p.63.

 

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