Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

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GIANNINO PIANA

 

04 piana 1 Lpdfa gravità dell’odierna situazione mondiale, per gli scenari drammatici che ogni giorno emergono, interpella, in particolare, il mondo cattolico (e quello cristiano in generale) all’assunzione di un supplemento di responsabilità. A questa interpellazione non corrisponde – purtroppo – una risposta soddisfacente. Dopo una stagione di forte impegno sociale e politico, che ha caratterizzato gran parte del secolo scorso – basti ricordare la nascita di partiti, di sindacati e associazioni che si ispiravano direttamente ai valori della tradizione cristiana – i cattolici sembrano essersi negli ultimi decenni volatilizzati. La loro presenza nella vita politica non è solo quantitativamente sempre più irrilevante, ma è anche scarsa di identità specifica e priva di efficacia reale.

Non sono mancate (e non mancano) da parte della chiesa, in particolare di papa Francesco, sollecitazioni ad uscire da questa fase di stallo e a riscoprire l’importanza e la bellezza della politica, ma tutto questo sembra cadere nel vuoto, al punto che di recente il cardinale Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha sentito il bisogno, in un accorato messaggio ai cattolici italiani, di richiamare l’appello di Luigi Sturzo “a tutti gli uomini liberi e forti”, sottolineando il dovere morale di “lavorare per il bene comune dell’Italia senza partigianeria, con carità e responsabilità” (Avvenire, 31 maggio 2018, p.1).

 

Le derive della situazione 

Per cogliere le ragioni e il senso di tale dovere è anzitutto necessario considerare con realismo alcuni fenomeni allarmanti in corso, che denunciano una situazione di grave debolezza della politica sullo scenario mondiale. Il primo (e il più importante) di essi è costituito dalla moltiplicazione dei conflitti derivanti da diverse cause, che alimentano quella che giustamente papa Francesco definisce come la “terza guerra mondiale diffusa”.

Alla radice di questi conflitti vi è senza dubbio una pluralità di fattori, tra i quali i più rilevanti sono le diseguaglianze sociali, che riguardano i rapporti tra i popoli e all’interno di essi tra le classi sociali, e la devastazione dell’ambiente, con l’inquinamento di alcuni beni essenziali per la vita, il loro assottigliamento causato dagli sprechi e la loro cattiva distribuzione. La stretta interconnessione tra questi due fenomeni è messa bene in luce da papa Francesco, il quale, nella Laudato si’, non manca di sottolineare la necessità che si cerchino soluzioni ispirate alla giustizia sociale e al rispetto del creato.

Questo stato di cose, che denuncia l’assenza di una politica internazionale – l’interdipendenza dei processi socioeconomici e culturali determinata dal fenomeno della globalizzazione esigerebbe la presenza di una governance mondiale – si intreccia poi, se ci si accosta alla situazione europea, con la difficoltà di passare da un’intesa di carattere economico (anch’essa parziale se si pensa che in Europa la scelta della moneta unica non si è accompagnata alla definizione di un sistema economico unitario) a un’intesa di carattere politico; difficoltà che si è di recente accentuata a causa dell’affiorare dei nazionalismi, dei sovranismi e dei populismi, che mirano, da un lato, al consolidamento dell’idea di Stato-nazione (peraltro impotente a fronteggiare processi che scavalcano le sue frontiere); e, dall’altro, al rifiuto della democrazia rappresentativa e alla sua sostituzione con la democrazia diretta.

Tutto questo trova la sua linfa vitale, oltre che nella corruzione e spesso nell’incapacità di affrontare le questioni più urgenti da parte dei governi diretti dai partiti tradizionali, soprattutto nel rifiuto di qualsiasi prospettiva ideologica (il cosiddetto post-ideologico) con l’annullamento delle differenze tra “destra” e “sinistra”, anche se poi di fatto le politiche che vengono invocate in alternativa risultano spesso di destra, sia per le modalità autoritarie di gestione del potere che per la mancata attenzione allo sviluppo dello “Stato sociale”.

 

Le ragioni della deriva


Le ragioni della deriva descritta vanno ricercate nei profondi mutamenti sociali e culturali, che si sono succeduti con ritmo incalzante negli ultimi decenni. L’elemento (forse) di maggiore criticità è stato l’affermarsi di una società “complessa”, contrassegnata dall’accentuarsi delle differenze e dal moltiplicarsi delle appartenenze con lo sfilacciamento del tessuto della convivenza civile. Individualismo e spinte corporative sono il frutto, oltre che degli egoismi soggettivi e di categoria, anche della lacerazione strutturale ricordata. A consolidare, d’altronde tale processo hanno contribuito la crisi delle ideologie, dovuta alla fine giustificata di quelle del “secolo breve”, e l’affermarsi di un rivendicazionismo dei diritti, non bilanciato dalla coscienza di una vera responsabilità civile.

Un’ulteriore complicazione va poi connessa all’avanzare di una forma di tecnocrazia, dovuta al potere pervasivo dei mezzi di comunicazione, i quali, oltre ad incidere in modo rilevante sulla determinazione del consenso, risultano oggi spesso latori di “notizie false” (le fake-news), che incidono sulla formazione dell’opinione pubblica, distorcendo la verità con effetti politicamente destabilizzanti. Ma il ridimensionamento della politica è oggi soprattutto dettato dalla presenza di poteri forti e dal venir meno di quella piattaforma di valori condivisi, che rappresentano l’humus in cui si radica la vita di una comunità.

Al primo livello – quello dei poteri forti – non vi è dubbio che economia e informazione rappresentino il potere dominante della nostra società, e che la politica, anche perché affetta, come si è accennato, dalla tentazione di chiudersi entro il recinto angusto degli Stati-nazione, finisce per ridursi ad una “variabile dipendente” di essi. Al secondo livello – quello dei valori condivisi – non si può non rilevare che la secolarizzazione, che si è trasformata da “crisi del sacro” in “crisi del senso” (e/o del fondamento), ha eroso all’etica le basi naturali, dando vita a una pluralità di “sistemi valoriali”, che rendono arduo (se non impossibile) la convergenza attorno a una piattaforma di valori comuni.

 

L’esigenza di una svolta

Il disagio che emerge in questa situazione rende anzitutto trasparente la necessità di ricostruire un tessuto valoriale che, stante l’attuale pluralismo etico, senza tradire la propria posizione (che va in ogni caso proposta), si disponga al confronto con posizioni diverse, nello spirito di un autentico dialogo e con la preoccupazione di convergere attorno ad un ethos comune. Il che non è tuttavia sufficiente se non si accompagna all’individuazione di una prospettiva culturale e ideologica, che sappia mediare le istanze personali e sociali in una visione di insieme dalla quale ricavare una proposta politica flessibile, funzionale alla ideazione di un concreto progetto di società.

Alla delineazione di questi obiettivi, che appartengono all’ordine dei fini, deve inoltre fare riscontro una scelta adeguata dei mezzi con la fissazione di regole e di procedure destinate a delimitare, da un lato, lo spazio dei (e tra) i poteri e a consentire la libera espressione della volontà popolare; e a ricercare, dall’altro, le vie più idonee a dar vita a processi di cambiamento capaci di interpretare le vere istanze della situazione. La mancanza di una “cultura dei mezzi” è infatti spesso – è bene ricordarlo – la causa del fallimento di progetti di per sé altamente positivi, che finiscono tuttavia per non avere l’opportunità di uno sbocco operativo.

La messa in atto di questo disegno esige – è questa l’ultima osservazione (non ultima peraltro in ordine di importanza) – la concreta attuazione di due condizioni. La prima è il ricupero, nella coscienza popolare, dell’idea di “bene comune”, senza la quale viene meno quel “senso civico” che è la base per lo sviluppo di un ampio consenso, indispensabile per governare. La seconda condizione è data dalla crescita di una tensione partecipativa quale fattore determinante dello sviluppo della vita democratica. Le due istanze sono tra loro strettamente collegate: la prima definisce infatti quel “sentirsi parte”, cioè quel senso dell’appartenenza alla comunità, da cui scaturisce – è questa la seconda istanza – l’esigenza del “prender parte”, dando il proprio contributo alla edificazione della polis.

 

Il contributo dei cattolici

Si è accennato, fin dall’inizio, al fatto che il mondo cattolico in molti paesi europei sta vivendo, a proposito dell’impegno politico, una situazione di stallo. Le ragioni sono diverse. Al di là delle inevitabili ricadute che la stagione del “riflusso” ha finito per avere anche in questa area, un peso determinante va senz’altro addebitato a una crescente diffidenza nei confronti della politica, considerata come il luogo del “compromesso”; diffidenza peraltro accresciuta dalla considerazione degli scandali che spesso ne hanno infangato (e ne infangano) la conduzione. Di qui la scelta di un settore sempre più esteso del mondo cattolico di esercitare preferenzialmente il proprio impegno nel “sociale”, in particolare nel volontariato, con pregevoli risultati, ma anche con l’abbandono di un’area – quella della politica – nella quale si producono le decisioni di carattere strutturale e istituzionale, che influenzano, in misura determinante, la conduzione della vita collettiva.

Questa assenza ha finito per pesare non poco sulle scelte che la politica è venuta facendo negli ultimi decenni, e sono uno dei motivi dell’avanzare dei populismo e dei sovranismi, soprattutto per il venir meno dell’attenzione a valori fondamentali per la gestione della “cosa pubblica”. La presenza dei cattolici in politica acquista dunque oggi una rilevanza particolare. E questo, a maggior ragione, se si riflette sul fatto che la caduta dei regimi del “socialismo reale” e la crisi del capitalismo hanno reso del tutto attuale il modello sviluppato dalla migliore tradizione del mondo
cattolico (e cristiano più in generale), quello del “personalismo sociale” che, mediando tra persona e società, consente il superamento tanto dell’individualismo che del collettivismo, fornendo la base per una feconda mediazione tra diritti di libertà e diritti di giustizia (e di solidarietà) e promuovendo una visione della società (e della politica) in cui realizzazione personale e “bene comune”, lungi dall’essere tra loro alternativi, acquistano carattere di stretta interdipendenza.

Questa prospettiva culturale, che ha trovato ampia espressione nella Carta costituzionale italiana, fornisce alla politica un humus valoriale, che fa spazio alla crescita della persona nella sua integralità e a quella dell’intera umanità (cioè di ogni persona), alla quale occorre assegnare i mezzi necessari per un autentico sviluppo umano. La centralità (e l’insostituibilità) della politica appare qui in tutta la sua portata. Ma la concreta attuazione di questo progetto esige, in primo luogo, la definizione di un corretto equilibrio tra “principio di solidarietà” e “principio di sussidiarietà”. La solidarietà, che è il compito fondamentale della politica, esige infatti per venire correttamente perseguita la sussidiarietà, cioè il coinvolgimento, in funzione sussidiaria, di tutte le energie presenti nella società – dai singoli cittadini ai mondi vitali agli enti intermedi – che vanno non solo accolte, ma promosse e valorizzate.

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Questa prima condizione deve poi venire integrata dallo sviluppo di una “cultura dei doveri” (e della responsabilità). Pur riconoscendo alla stagione dei diritti il merito di aver restituito dignità a intere classi sociali e a precise categorie di persone, sottraendole a una condizione di grave marginalità, il rischio è oggi che il perseguimento di questa linea, in cui ad avere il sopravvento sono i diritti soggettivi legati a desideri in costante espansione che impediscono ad altri l’accesso all’opportunità di soddisfazione di bisogni fondamentali, finisca per offuscare del tutto l’importanza che rivestono i doveri, con un’evidente ricaduta negativa per la vita politica.

Infine, un significato del tutto particolare va assegnato a una definizione dell’identità della “politica”, che consideri come dato costitutivo (peraltro proprio di ogni progetto umano) il “senso del limite”, perciò la ricerca del “bene possibile” (talora persino del “male minore”), evitando la tentazione di sterili perfettismi o di facili utopismi, che fanno correre il pericolo di lasciare le cose come sono, e persino qualche volta di peggiorarle. Ciò che manca agli odierni populismi, che sono figli di questa presunzione – di qui nasce l’assunzione di atteggiamenti distruttivi che sfociano nell’antipolitica – è la percezione della propria precarietà esistenziale (della fragilità creaturale) e del mistero del male, che rende ambivalente ogni opera umana.

I cattolici, in quanto sanno misurarsi con realismo (che non significa pessimismo) con questa complessità delle cose, divengono portatori – anche in questo sta il valore della loro presenza in politica – di una “cultura della mediazione” (e della “moderazione”), che accetta la strada obbligata del “compromesso” (nel senso nobile di “compromissione con la realtà”), rinunciando a sterili purismi e ad astratti idealismi e aderendo alla specificità della politica, senza rinunciare alla tensione ideale ma anche senza indulgere in evasioni improduttive.

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pdfPer tutte le ragioni ricordate l’impegno dei cattolici in politica è oggi quanto mai urgente. Ma la possibilità che questo impegno si verifichi in modo fecondo è strettamente dipendente, oltre che dalla capacità di dare contenuto efficace alla propria azione scegliendo le modalità di presenza più idonee ad interpretare le domande dell’attuale momento storico, anche (e soprattutto) dalla limpidezza della loro testimonianza e dall’apertura a un dialogo constante con tutti gli uomini di buona volontà. Il che esige, da una parte, la disponibilità a fare del “bene comune”, prima ancora che il fine della propria azione, l’habitus personale con cui si affrontano le diverse situazioni nello spirito del servizio; e di coltivare, dall’altra, il senso di una vera umiltà, che nasce dalla consapevolezza di non essere padroni della verità, ma di doverla ricercare attraverso il confronto con gli altri.

 

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