Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

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ALESSANDRO SANTAGATA

03 melnyk 1 Lpdfa “contestazione cattolica” è stata considerata per lungo tempo una sfaccetta-tura del Sessantotto. Anzi, volendo essere più precisi, la partecipazione dei
cattolici ai movimenti avviati negli anni Sessanta è stata confinata all’interno di una categoria specifica, quella del “dissenso cattolico”, e quindi “data in appalto” agli studiosi di storia della Chiesa. Nelle storie dell’Italia repubblicana alla questione sono dedicate solo poche righe, ma il tema non ha conosciuto una storiografia neppure nell’ambito della storia religiosa, tanto che per lungo tempo si è fatto riferimento allo studio/testimonianza di Mario Cuminetti (assistente alla Università Cattolica di Milano negli anni Sessanta) dal taglio generalista e datato 1983.

Come si cercherà di chiarire in questa sede, la contestazione cattolica è andata oltre il dissenso nella Chiesa e, nello stesso tempo, è stata un effetto delle trasformazioni interne alla Chiesa. Ha avuto una sua cronologia, che ha come data di partenza la chiusura del concilio Vaticano II nel dicembre 1965, una molteplicità attori, e alcune specificità. È stata un fenomeno internazionale, ma ha assunto forme e parole d’ordine che si inseriscono nel contesto dei rapporti tra Chiesa e po-litica italiana nel Novecento. Va precisato poi che i cattolici hanno preso parte al Sessantotto esatta-mente come i loro coetanei, cioè nel movimento studentesco e sulla base delle parole d’ordine del movimento (dall’antiautoritarismo all’antimperialismo). Come si cercherà di mostrare, la conte-stazione cattolica è nata dunque dall’incrocio tra due processi di durata medio-lunga: la ricezione conciliare e gli “anni Sessantotto”, cioè tra la riforma della Chiesa e la modernizzazione e secolarizzazione del Paese.

 

Il post-concilio

Volendo usare le parole di un importante interprete di quella stagione come Raniero La Valle – all’epoca direttore dell’Avvenire d’Italia – i cattolici hanno iniziato il loro ’68 almeno sei anni prima, ovvero con l’avvio del concilio Vaticano II. Un concilio ecumenico è il momento più alto nell’orizzonte sinodale della Chiesa cattolica. Il Vaticano II viene convocato da Giovanni XXIII, dopo la lunga stagione della battaglia contro il comunismo. Il progetto è rinnovare pastoralmente la Chiesa aprendo un confronto positivo con i “segni dei tempi” della modernità. Gli storici hanno evidenziato le contraddizioni di tale disegno e i retaggi della tradizione intransigente, in questa sede interessa però soprattutto quello che fu chiamato lo “spirito giovanneo”, che si diffuse rapidamente anche nel mondo cattolico italiano già a partire dai primi anni di anni del breve pontificato di Roncalli: gli anni delle visite al Bambin Gesù e carcere di Regina Coeli, ma anche di importanti encicliche come la Mater et magistra e la Pacem in terris.

Papa Giovanni apre al dialogo con i comunisti (ottenendo una pronta risposta da Togliatti), chiama alla distensione nella guerra fredda e, soprattutto, al rinnovamento della Chiesa e della sua dottrina. In quest’ottica si spiega anche il concilio che si svolge a San Pietro su più sessioni tra il 1962 e il 1965. Viene aperto da Giovanni XXIII, ma portato a termine da Paolo VI, che dal 1963 si pone il problema di concludere i lavori evitando che si arrivi a spaccature troppo profonde. Il Vaticano II è il prodotto di una serie di spinte all’aggiornamento che arrivano dall’immediato dopo guerra. In Italia avevano svolto un ruolo in questa direzione alcune figure del clero come don Primo
Mazzolari, David Maria Turoldo e don Lorenzo Milani, nonché alcune riviste intellettuali (come «Testimonianze» a Firenze, «Il Regno» a Bologna e «Questitalia» a Venezia), che hanno poi animato il dibattito nei primi anni post-conciliari.

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È importante tenere presente anche che, sebbene l’episcopato italiano sia il più rappresentato nell’aula conciliare, la Chiesa italiana dell’epoca è ancora saldamente conservatrice e fortemente politicizzata. L’episcopato italiano si adegua gradualmente alle decisioni prese in concilio senza dare un contributo significato alla loro elaborazione. Per quanto attiene al piano più strettamente politico la costituzione Gaudium et spes e la dichiarazione Dignitatis humanae hanno riconosciuto la legittimità di opzioni politiche diverse per i credenti. Una tesi è che la contestazione cattolica in Italia sia scaturita dall’impatto che la ricezione di questi documenti ha avuto nel contesto politico e ecclesiale della penisola, cioè in un mondo cattolico ancora monolitico e politicizzato in senso anticomunista e in un sistema politico centrato sull’unità dei cattolici nella Democrazia Cristiana. Siamo negli anni del centro-sinistra e del dibattito sulle riforme, dell’avvento della società dei consumi e all’alba della stagione dei movimenti sociali del biennio ’68-69.

Ecco, possiamo dire che la contestazione dei cattolici è iniziata prima del ’68 perché è partita come battaglia interna per l’applicazione del Vaticano II, avendo come focus il nodo delle compro-missioni tra Chiesa, fede e politica. I testi conciliari si prestavano a interpretazioni diverse. Il dissenso è partito proprio dai conflitti interpretativi, spesso per opera delle riviste di cui si accennava sopra, ma soprattutto nelle grandi organizzazioni: l’Azione cattolica, le Acli (le associazioni dei lavoratori cristiani) per poi estendersi rapidamente nelle parrocchie, nei gruppi spontanei, e nei nuovi movimenti. Come si vedrà, esiste anche un forte nesso internazionale che deriva della natura transnazionale della Chiesa. Si pensi all’influenza esercitata da contesti quali la Chiesa olandese e, in particolare, quella latinoamericana. Su questi aspetti si tornerà nel dettaglio, cercando di mostrare quanto abbiano pesato sui cattolici anche altri immaginari non meno unificanti dal punto di vista generazionale, come l’anticolonialismo e l’antiimperialismo in Vietnam.

 

L’attacco all’unità politica dei cattolici

Nella seconda metà degli anni Sessanta la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) viene sostanzialmente rifondata da Paolo VI, che pone ai vertici uomini di sua fiducia come il presidente Giovanni Urbani, arcivescovo di Venezia. Quando arrivano le elezioni del 1968 la CEI fa uscire un comunicato in vecchio stile con il quale, pur utilizzando un linguaggio intriso di riferimenti al concilio, si conferma la necessità di sostenere la Dc contro i pericoli del “laicismo” e del comunismo. La risposta delle riviste progressiste e dei “gruppi spontanei” è netta: l’appello è da rigettare come anacronistico e questa volta, a differenza del passato, non si ha paura di dirlo, di scriverlo e addirittura di urlarlo fuori dai cancelli della Domus Mariae, quartiere Aurelia, dove si svolge la consueta assemblea annuale dei vescovi.

Per dirla con le parole di Ruggero Orfei, la DC (Democrazia Cristiana) dei dorotei, di Moro e di Fanfani, è considerata ormai da questi cattolici come il “partito dell’occupazione del potere”. La contestazione investe anche la scelta di CEI e DC di impegnarsi nell’opposizione alla legge Fortuna sul divorzio – è giusto opporvisi in quanto cattolici? si comincia a domandarsi – così come ovviamente investe anche la permanenza dell’istituto del Concordato del 1929.

 

La crisi nell’associazionismo

Passiamo ora alle dinamiche interne all’associazionismo dove troviamo altri problemi. Anche in questo caso la cronologia precede il 1968. Lo scontro inizia infatti a configurarsi già dal 1965 e vede contrapporsi i sostenitori delle strutture tradizionali, per esempio l’Azione cattolica rinnovata dalla presidenza di Vittorio Bachelet, e i nuovi movimenti che considerano non più adeguate le strutture sottoposte al controllo della gerarchia. È uno scontro che si gioca su due piani: dentro l’Azione Cattolica, tra la presidenza e i gruppi giovanili, e nel più ampio mondo cattolico, con i “gruppi spontanei”. Se poi consideriamo che proprio in questi anni inizia il percorso che porterà tra il 1968 e il 1970 le Acli a rompere definitiva-mente con la Dc e la gerarchia e a fare la “scelta socialista”, si comprende la portata del fenomeno. Si tratta di strutture con milioni di iscritti, anche se proprio nella seconda metà degli anni Sessanta la crisi di partecipazione si inizia veramente a sentire. In questo contesto, il ’68 ha dato quasi un colpo di grazia, svuotando ulteriormente le organizzazioni con un esodo quasi di massa verso il movimento studentesco. Arriviamo così anche a parlare più direttamente del Sessantotto, che di questa crisi è stato senza dubbio un momento di accelerazione, ma anche di trasformazione e, per certi aspetti, di ulteriore rottura.

 

Il passaggio del Sessantotto, Humanae vitae e la “scissione silenziosa”

Se è vero, come si ricordava in apertura, che i cattolici hanno partecipato alle occupazioni universitarie come i loro coetanei, è altrettanto vero che i credenti hanno preso dal Sessantotto parole d’ordine radicali, immaginari e pratiche di contestazione che hanno portato nel loro mondo. Prima di entrare nel merito degli eventi di quei tumultuosi mesi, è bene aggiungere un ulteriore elemento di riflessione.
Come si è accennato in precedenza, la conte-stazione cattolica è stata un fenomeno internazionale che ha avuto parole d’ordine condivise anche se in contesti ecclesiali, sociali e politici diversi. A unificare queste esperienze sono stati due immaginari che si sono andati a sovrapporre: quello del Sessantotto e della New Left, e quello della battaglia dentro la Chiesa. I due campi nei quali tale sovrapposizione risulta particolarmente evidente sono: il pacifismo e il terzomondismo. Esemplare del primo caso è la mobilitazione internazionale dei cattolici per il Vietnam, in cui troviamo, da un lato, la campagna per superare definitivamente la liceità religiosa della guerra, tematica rilanciata da Pacem in terris e reso ancora più urgente dalla contrapposizione nucleare, e dall’altro la penetrazione dell’antiimperialismo statunitense. Per quanto riguarda il terzomondismo, sono essenziali la calda, ma anche complessa, accoglienza tributata all’enciclica Populorum progressio di Paolo VI e la penetrazione delle teologie della liberazione latinoamericane, che proprio in Italia hanno trovato in Giulio Girardi uno dei principali interpreti.

Per capire l’accelerazione del Sessantotto, che ha fatto fare uno scarto alla discussione precedente sulla laicità e la presenza dei cattolici in politica, bisogna dunque tenere conto delle contaminazioni che sono avvenute attorno alla fine del decennio e che sono state rese possibili sì dell’apertura del concilio, ma che a loro volta hanno modificato radicalizzando le istanze di riforma conciliari. Anche in ambiente cattolico, suggestionato dai miti di “Che” Guevara e Camilo Torres, si è iniziato a par-lare allora della liceità della violenza rivoluziona-ria contro l’ordine borghese. Il modo migliore per rendere l’idea di quegli eventi tumultuosi è procedere per episodi.

L’anno si apre con le dimissioni forzare del card. Giacomo Lercaro dalla cattedra di Bologna, un episodio quasi traumatico per tutti coloro che avevano identificato in lui, che era stato un portavoce della chiesa dei poveri in concilio, una sorta di anti-Paolo VI. Lercaro viene allontanato per due motivi che abbiamo già incontrato: la volontà di portare avanti il dialogo con i comunisti; e l’attivismo contro l’equidistanza della Chiesa nella vicenda Vietnam. Ma il “Sessantotto” dei cattolici si apre anche nelle aule universitarie. Il 17 novembre 1967 avviene la prima occupazione della Cattolica di Milano, la prima di una serie di occupazioni che scaturisce dalla protesta contro l’aumento delle tasse universitarie e che si va a ricollegare al più ampio movimento contro la legge 2314.

Nelle mozioni delle occupazioni della Università Cattolica troviamo le parole d’ordine del concilio, impiegate per sostenere una svolta antiau-toritaria dell’ateneo e che rapidamente sfociano in un progetto molto più radicale. Sempre seguendo la cronologia, nel marzo 1968 c’è il contro-quaresimale di Trento, con Paolo Sorbi, che interrompe l’omelia del predicatore Igino Sbalchiero al grido “io non sono d’accordo”. I contestatari escono silenziosamente dalla chiesa e celebrano a modo loro nei giorni successivi leggendo davanti al sagrato i testi del prete operaio Arturo Paoli. Il 7 aprile Fabrizio Fabbrini, militante cattolico per l’obiezione di coscienza, dà del “buffone razzista” al sacerdote che sta tenendo un’omelia dai contenuti antisemiti nella chiesa di San Pietro in Montorio. Il 25 giugno è il giorno della simbolica “marcia su Roma” dei 53 frati minori del Veneto e della Lombardia per protestare contro la chiusura del convento di San Bernardino a Verona, un centro avanzato di sperimentazione monastica post-conciliare. Il 14 settembre viene occupata la cattedrale di Parma: un’iniziativa simbolica del gruppo dei Protagonisti attuata con il sostegno dei gruppi della Cattolica e di Bolzano.

L’occupazione si risolve nel giro di poche ore con lo sgombero della polizia sotto i riflettori della stampa, una fotografia che fa il giro d’Italia e che diventa un’immagine simbolica del l’68 dei cattolici. È un’immagine talmente forte da convincere i militanti della comunità di base dell’Isolotto di Firenze a inviare un comunicato di solidarietà che fa infuriare l’arcivescovo Florit. È la miccia che fa esplodere il “caso Isolotto”, con Mazzi che viene allontanato, una comunità più volte in corteo per le strade di Firenze, scontri con i rappresentanti del Movimento sociale e Paolo VI costretto a dichiarare una sorta di stato di crisi. Sono solo alcune immagini del Sessantotto, forse le più note, ma anche esemplari di cosa è stata quella vampata di conte-stazione aperta e rumorosa, quell’onda che era andata ingrossandosi prima dentro la Chiesa per poi riversarsi contro la stessa istituzione ecclesiastica. A partire dalla contestazione cattolica prende forma una via cristiana alla “nuova sinistra” che trova la sua prima realizzazione nel 1973 con la fondazione della cellula italiana dei Cristiani per il socialismo. Dal 1969 inizia anche a strutturarsi il movimento delle Comunità di base, che trovano un punto di riferimento nazionale nella comunità di San Paolo Fuori le Mura a Roma. La questione dei rapporti complessi con il Partito comunista meriterebbe un approfondimento. Prima di arrivare alle conclusioni occorre spendere alcune parole su un ultimo evento: le reazioni all’uscita dell’enciclica Humanae vitae il 29 luglio 1968.

È stato, senza dubbio, un passaggio chiave nella definizione di quella che è ancora l’attuale dottrina in materia di sessualità. Il tema della “regolazione delle nascite” era stato trattato solamente a latere del concilio da un’apposita commissione. L’orientamento della maggioranza dei teologici coinvolti era favorevole a una riforma della dottrina, cioè ad accettare come legittima la pillola contraccettiva, della quale inizia all’epoca la diffusione di massa. Nell’Humanae vitae il papa esprime un giudizio opposto: una scelta che sappiamo essere presa personalmente Paolo VI e che sembra davvero, ad ap-pena tre anni dalla chiusura del Vaticano II, chiudere le porte dell’aggiornamento su un tema, quello della libertà sessuale, che sta diventando sempre più importante nella società italiana. L’uscita dell’enciclica provoca un’ondata di rea-zioni polemiche in tutto il mondo, addirittura da parte di molti vescovi. Ancora più forte però sarà nel corso dei decenni quella che è stata la “scis-sione silenziosa” delle donne, che sceglieranno deliberatamente di disattendere tali direttive: la “crisi cattolica” della fine degli anni Sessanta è stata più ampia e più profonda degli episodi di contestazione rumorosa che hanno scandito il Sessantotto.

 

Conclusioni

Volendo azzardare una formula conclusiva, la “contestazione cattolica” un estremo tentativo di alcuni settori del cattolicesimo di rispondere alla secolarizzazione senza perdere la fede, cioè di impedire che la Chiesa fosse tagliata fuori dalla pdfmodernizzazione, come sembrerà accadere nel 1974 con la sconfitta al referendum sul divorzio. Solo adottando una prospettiva di questo tipo si può comprendere a pieno perché la protesta dei cattolici sia stata nella sua durata medio-lunga (dal Concilio ad almeno tutti gli anni Settanta) una sfaccettatura della lunga contestazione del Sessantotto, del quale condivideva la ricerca di un orizzonte politico nuovo, di una sinistra altra, e soprattutto non di un’altra chiesa, ma solamente di una “chiesa altra”.

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