Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

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MARIO TOSO

11 toso 1 Si potrebbe continuare ad elencare i fattori da tener presenti per il ripensa-mento e la ricostruzione del rapporto tra cattolici e vita politica. In primisandrebbero adeguatamente considerate varie cause dell’irrilevanza. Ne consideriamo almeno tre:

pdfa) La prima causa. Come accennato in più occasioni, sono state sottovalutate le regole procedurali della vita democratica, in particolare quella del principio di maggioranza. In una democrazia, i beni-valori, compresi quelli sostenuti dai cattolici, possono venire inseriti nelle istituzioni e nelle leggi, mediante un metodo democratico, con l’appoggio di una maggioranza. Il che suppone che vi sia una qualche «massa critica» che li sostenga. Per quanto concerne la regola procedurale della maggioranza, è facile capire che quanti hanno sostenuto la «teoria» della diaspora, in sostanza hanno contribuito a far regredire le posizioni del mondo cattolico dal punto di vista politico e democratico. Al pari di ogni altro cittadino, il cattolico sa che, in una democrazia plurali-sta, può promuovere tutto quello in cui crede, sia come persona umana sia come uomo di fede la fede non fa altro che confermare ciò che pensa come essere umano e razionale solo se vive all’interno di una aggregazione e non disperso in varie correnti. Ossia se, assieme ad altri, giunge a costituire una maggioranza. È una legge della vita democratica. Affinché i propri beni-valori possano essere incarnati dall’azione politica, occorre essere il più possibile uniti, compatti.

Rispetto a questo punto, la parte del mondo cattolico, che ha sostenuto e ancora sostiene la teoria della diaspora, e anche quei pensatori che l’hanno condivisa, a mio modo di vedere, hanno contribuito a far regredire la «maturità» politica in una specie di analfabetismo sociale, documentato anche dall’assenza di un minimo di grammatica e di lessico comuni. Non si sa più che cosa significhi il termine «cattolico». Se lo si evoca esso, purtroppo, diviene subito causa di divisioni tra gli stessi credenti. Per poter dialogare, a detta di molti, occorre sopprimerlo o almeno metterlo tra parentesi.

b) La seconda causa. Il venir meno del radicamento della vita dei cattolici nel contesto spirituale e culturale di una fede viva. L’indebolimento della fede e di una spiritualità cristiana incarnata ha favorito un tale scollamento. A lungo andare, ciò ha provocato il secolarismo dei movimenti sociali di ispirazione cristiana rispetto ai valori evangelici e all’esperienza di una fede vissuta profondamente, generando il disfacimento di una formazione e di una mentalità cristiane. Tra l’altro, parrocchie, diocesi, movimenti hanno delegato a terzi la formazione politica del credente, impegnato a gestire la cosa pubblica e a vivere nella comunità civile. Non raramente, la Dottrina sociale della Chiesa, oltre che ad essere considerata troppo astratta per affrontare i problemi concreti, è rimasta negli Statuti delle organizzazioni cattoliche o di ispirazione cristiana, come affermazione di principio, senza essere tradotta nella pratica! Di fatto, da molte associazioni, aggregazioni, movimenti cattolici o di ispirazione cristiana, la Dottrina sociale della Chiesa è ormai pressoché ignorata, specie da parte delle nuove generazioni. Per non parlare, poi, della vita parrocchiale: ci sono indagini che rilevano che la catechesi è impartita da persone, che, per l’ottanta per cento, ignorano che cosa sia la Dottrina o Insegnamento sociale della Chiesa e, quindi, non sono in grado di veicolarla nella loro opera educativa. L’assenza della Dottrina sociale dall’orizzonte valoriale dei cattolici li priva di uno strumento essenziale per il discernimento e per la progettualità. Viene meno quell’insieme di principi di riflessione, di criteri e di orientamenti pratici, che sono indispensabili per la formazione di un giudizio critico sulla realtà e per l’azione costruttrice della società, conformemente alla dignità delle persone, dal punto di vista sia umano che cristiano.

Il testo è ripreso dal volume di Mario Toso, Cattolici e Politica, appena apparso presso la Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma 2018, 96 pp.
Mons. Toso, che ci ha gentilmente concesso la riproduzione del cap. 3, è fortemente impegnato in una riflessione approfondita su questo tema, che segue da anni nel suo sviluppo storico, soprattutto in Italia.

c) Una serie non piccola di fraintendimenti. Vanno, in particolare, superate vedute confuse e insostenibili, cresciute in questi anni, secondo le quali non possono più esistere schieramenti di ispirazione cristiana. Per quale ragione? È stato sottolineato che non ci sono più deleghe da parte della Chiesa.1 È tipico poi, in proposito, che si fraintenda il fatto che, piuttosto che vivere in una diaspora inconcludente, i cattolici possano, assieme ad altri uomini di buona volontà, senza costringere nessuno e, quindi, salvaguardando il pluralismo politico, dar origine ad un partito di ispirazione cristiana. Le stesse parole di papa Francesco, interpellato nell’aprile del 2015,2 circa la nascita di un partito, sono state strumentalizzate. Il fatto che abbia risposto, a chi gli chiedeva di sollecitare la nascita di un nuovo «partito cattolico» (!), affermando che un simile partito non è la strada giusta e non serve, anche dalla gran parte dei giornali è stato interpretato come un definitivo de profundis o una completa liquidazione dei partiti di ispirazione cristiana, oltre tutto bollando di obsolescenza tali partiti ancora vivi e vegeti, esistenti in vari Paesi dell’Europa centrale, a partire dalla CDU tedesca. In realtà, a chi gli poneva maldestramente l’interrogativo, quasi da principiante in politica, non ha voluto rispondere che i credenti non possono – se lo ritengono opportuno, se vi sono le forze e le condizioni, se vi sono ragioni impellenti, non esclusi numeri significativi – formare partiti di ispirazione cristiana. Si avanza qui una interpretazione, per così dire, «benevola» delle parole del papa, il quale nel suo ragionamento cita l’«autorità» di Bartolomeo Sorge a conferma della sua opinione: il successore di Pietro ha, forse, voluto dire che non è compito del papa, dei vescovi o della Chiesa in quanto tale di sciogliere o di fondare dei partiti, in particolare partiti cattolici, figure queste contraddittorie in sé, come aveva ben spiegato don Luigi Sturzo nel secolo scorso. Non a caso, lo statista siciliano ha proposto un partito aconfessionale, laico, di ispirazione cristiana, il Partito Popolare Italiano. Spetta, dunque, ai cittadini cattolici scegliere se militare in uno o in un altro partito. Sono essi a valutare se è il caso, assieme ad altri cittadini, di fondarne uno, o più di uno, o nessuno, laico e di ispirazione cristiana. Che sia compito del papa o dei vescovi di formare o disfare i partiti è una visione errata. Essi debbono, piuttosto, educare al discernimento, ad una fede matura. I credenti, anche secondo quanto prospetta la Gaudium et spes, hanno tutte le «capacità» e il dovere-diritto di impegnarsi in politica e, se è il caso è bene ribadirlo , di fondare, al pari degli (e con) altri cittadini nuovi partiti per la partecipazione alla gestione della cosa pubblica.3 E tutto questo, ovviamente, a certe con-dizioni, individuate dal discernimento sociale, valutando anche l’ostilità ai valori umani ed evangelici. Sono i fedeli laici, pertanto, e non i vescovi, a dover impegnarsi nella politica partitica. Sono loro che debbono decidere se formare o no nuovi partiti, e quando costituirli, senza attendere, come avvenne in passato, un mandato e un massiccio accompagnamento da parte della gerarchia e dei presbiteri. Non dimentichiamo che diversi di quest’ultimi, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, si impegnarono anche in comizi elettorali come oratori, con o senza talare. Al giorno d’oggi, la gerarchia e i presbiteri, in tempi sensibilmente mutati rispetto al passato, sono chiamati a superare quell’atteggiamento, che li aveva esposti troppo rispetto alle loro competenze, giungendo a dare precise indicazioni di voto dal pulpito. È, invece, più consona alla missione dei presbiteri la formazione costante delle coscienze laicali nella loro vocazione al sociale, nel discernimento, offrendo accompagnamento spirituale e culturale a coloro che militano nella politica. E questo, favorendo anche nei Seminari la conoscenza della Dottrina sociale della Chiesa, affinché ci possano essere guide spirituali competenti.

Un altro fraintendimento, abbastanza comune tra i credenti, è il seguente: ognuno è libero di fare le proprie scelte, indipendentemente dalle indicazioni della comunità cristiana. Si ritiene che i cattolici ormai, passato il tempo dell’anticomunismo, possono militare in qualsiasi partito, quando e come credono. Rispetto a un simile modo di pensare, si può obiettare: ma perché non ci si chiede se, in quanto credenti, sia lecito abbandonare la propria identità cristiana. Chi non riceve una «delega» da parte della Chiesa a formare un partito, come forse avvenne in passato, potrebbe dare la sua preferenza ad un partito o generarne uno senza tener conto della propria identità? Se un credente milita in una parte, che non è composta da un numero consistente di cattolici, è per questo autorizzato, come di fatto spesso avviene, a non vivere l’ispirazione cristiana, ad obbedire pedissequamente agli ordini di scuderia? L’ispirazione cristiana, che ogni credente porta in sé, cessa perché si è inseriti in partiti che non la valorizzano? Esiste o non esiste un problema di identità per il credente impegnato in politica? Se il credente si riconosce autonomo rispetto alla sua comunità cristiana, diviene per questo totalmente dipendente dall’indirizzo del suo partito? E poi, come potrebbe essere vero che, in mancanza del partito della Democrazia cristiana, come ha affermato qualche illustre studioso, non avrebbe più senso parlare di voto dei cattolici? Ci si può domandare se il voto dei cattolici esiste, perché esiste il partito della Democrazia cristiana, o se esiste per altre ragioni meno contingenti. E, poi, se la disfatta del cattolicesimo democratico, come ha insinuato pdf
Adriano Sofri, coincide con la disfatta elettorale della sinistra del PD. Ciò presuppone che il cattolicesimo democratico coincida con il progetto politico del PD. Ma è proprio così? Il cattolicesimo non trascende il progetto politico del PD? Se sì, come si può accettare un simile giudizio? Se, nei confronti di eventuali votazioni, la gerarchia si caratterizza per un «silenzio assordante», come è stato osservato anche da qualche vescovo blasonato, ciò può forse giustificare l’inazione o la diaspora dei credenti? Se i cattolici non si muovono, è per colpa dei vescovi afasici, o non è perché preferiscono nascondersi dietro ad un dito o ad una foglia di fico.

 

NOTE

1 Cf ad es. L. BOBBA, Il posto dei cattolici, Einaudi, Torino 2017, p. 118.
2 «Credo che a questa domanda che tu hai fatto risponderebbe molto meglio di me padre Bartolomeo Sorge – non so se è qui, no, non l’ho visto… - Lui è stato uno bravo! Lui è un gesuita che ha aperto la strada in questo campo della politica. Ma si sente dire: “Noi dobbiamo fondare un partito cattolico!”. Questa non è la strada. La Chiesa è la comunità dei cristiani che adora il Padre, va sulla strada del Figlio e riceve il dono dello Spirito Santo. Non è un partito politico. “No, non diciamo partito, ma… un partito solo dei cattolici”. Non serve, e non avrà capacità di coinvolgere, perché farà quello per cui non è stato chiamato. “Ma un cattolico può fare politica?” – “Deve!” – “Ma un cattolico può immischiarsi in politica?” – “Deve!”. Il beato Paolo VI, se non sbaglio, ha detto che la politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune. “Ma Padre, fare politica non è facile, perché in questo mondo corrotto… alla fine tu non puoi andare avanti…”. Cosa vuoi dirmi, che fare politica è un po’ martiriale? Sì. Sì: è una sorta di martirio. Ma è un martirio quotidiano: cercare il bene comune senza lasciarti corrompere. Cercare il bene comune pensando le strade più utili per questo, i mezzi più utili. Cercare il bene comune lavorando nelle piccole cose, piccoline, da poco… ma si fa. Fare politica è importante: la piccola politica e la grande politica. Nella Chiesa ci sono tanti cattolici che hanno fatto una politica non sporca, buona; anche che hanno favorito la pace tra le Nazioni. Pensate ai cattolici qui, in Italia, del dopoguerra: pensate a De Gasperi. Pensate alla Francia: Schumann, che ha la causa di beatificazione. Si può diventare santo facendo politica. E non voglio nominarne più: valgono due esempi, di quelli che vogliono andare avanti nel bene comune. Fare politica è martiriale: davvero un lavoro martiriale, perché bisogna andare tutto il giorno con quell’ideale, tutti i giorni, con quell’ideale di costruire il bene comune. E anche portare la croce di tanti fallimenti, e anche portare la croce di tanti peccati. Perché nel mondo è difficile fare il bene in mezzo alla società senza sporcarsi un poco le mani o il cuore; ma per questo vai a chiedere perdono, chiedi perdono e continua a farlo. Ma che questo non ti scoraggi. “No, Padre, io non faccio politica perché non voglio peccare” – “Ma non fai il bene! Vai avanti, chiedi al Signore che ti aiuti a non peccare, ma se ti sporchi le mani, chiedi perdono e vai avanti!”. Ma fare, fare…» (FRANCESCO, Incontro con le Comunità di vita cristiana (CVX) e la Lega missionaria studenti d’Italia, Aula Paolo VI, giovedì 30 aprile 2015).
3 Con riferimento all’impegno nel sociale e nella politica, la persona, proprio perché essere umano e cristiano, porta in sé una capacità intrinseca di tale impegno. Non ha bisogno di alcuna delega, tantomeno in bianco, per assumerlo. Per decidersi a fondare un movimento culturale politico, o un partito aconfessionale di ispirazione cristiana, assieme a uomini e donne di buona volontà, o a militare in altri partiti, i cattolici non debbono attendersi una delega da parte di nessuno, se non da parte di se stessi. In proposito, la Gaudium et spes (=GS) ha espresso concetti senz’altro illuminanti. Essa afferma che sulla base della loro legittima autonomia «[…] ai laici spettano […] gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative, ove occorra, e ne assicurino la realizzazione. Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero». Subito dopo la GS aggiungeva: «Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente. Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall’altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa. Invece cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune» (GS n. 43).
In questo brano della GS, i credenti non sono sollecitati a formare un partito unico. Saranno gli stessi credenti, sulla base della loro autonomia, ossia sulla base di una coscienza formata umanamente e cristianamente, a decidere cosa fare in campo politico: se formare uno o più partiti (qualora ne abbiano le forze e i numeri) o nessuno, e con chi collaborare. Le forme politiche dell’impegno dei credenti variano a seconda dei periodi storici e non c’è solo quella del partito unico. È bene qui ricordare che, se i credenti sono autonomi per le loro decisioni e il loro impegno, ciò non significa che la loro azione sociale e politica possa essere totalmente indipendente dalla vita della comunità ecclesiale o staccata dall’ispirazione cristiana, e che siano esenti da qualsiasi discernimento morale da parte della stessa gerarchia. Come ha ricordato papa Francesco, «i Pastori, accogliendo gli apporti delle diverse scienze, hanno il diritto di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone, dal momento che il compito dell’evangelizzazione implica ed esige una promozione integrale di ogni essere umano» (FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2013, n, 182).

 

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