Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

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pdfOIKONOMIA 1 (2019) x web 4 La questione del ruolo della religione nella vita sociale e politica presenta oggi connotati particolari, che meritano particolare attenzione. Fenomeni come la secolarizzazione e la globalizzazione hanno concorso (e non potevano che concorrere) a mettere in crisi, da un lato, la rilevanza tradizionale del fenomeno religioso (fino a negarne ogni consistenza) e, dall’altro, a modificare l’orizzonte entro il quale tale fenomeno si colloca, dovendo fare i conti con una situazione complessa, caratterizzata dalla presenza sullo stesso territorio di più religioni costrette a confrontarsi tra loro. Per queste ragioni la religione diviene sempre più marginale e sempre meno capace di incidere sulla realtà sociale.

Questa situazione si è riflessa inevitabilmente anche sul cattolicesimo italiano, dove non si è assistito soltanto a una riduzione quantitativa del numero dei battezzati, e soprattutto dei praticanti (sia pure in percentuale più ridotta rispetto agli altri Paesi europei), ma si è indebolita anche la sua azione culturale e civile, nonché la capacità di fornire il proprio contributo sul terreno propriamente politico. Cercheremo, in questo saggio, di mettere a fuoco le ragioni che hanno determinato (e determinano tuttora) questo stato di marginalità, tanto sul terreno della realtà sociale che di quella politica, cercando di individuare le possibili strade di fuoriuscita da tale crisi.

La crisi della presenza cattolica nella società

Il cattolicesimo ha sempre occupato un ruolo di primo piano nell’ambito della società italiana. Si deve risalire molte indietro nel tempo per cogliere le radici di questo ruolo, che appare evidente se si considerano le manifestazioni artistiche e letterarie, ma anche le istituzioni sociali (in particolare quelle rivolte alle categorie più deboli), che si sono sviluppate dal medioevo fino alla modernità nel nostro Paese. La “cultura”, non intesa soltanto in senso elitario ma più in generale in senso antropologico, è stata a lungo permeata di valori di ispirazione cristiana e fortemente condizionata dalle istituzioni ecclesiastiche.

La modernità ha segnato il passaggio a una fase conflittuale dei rapporti tra chiesa e società. L’illuminismo, con l’assolutizzazione della ragione – la dea ragione – e con la forte affermazione delle libertà individuali ha posto le basi di una nuova interpretazione della realtà, dalla quale risultano estromesse le religioni rivelate – le religioni del Libro – le quali fanno appello a una visione trascendente in senso oggettivo, dunque non delimitabile né razionalizzabile, del mondo e dell’uomo. D’altra parte, la proclamazione dei diritti umani, grazie anche alle spinte derivanti dalle grandi rivoluzioni francese e americana, si è tradotta nel riconoscimento della libertà di coscienza anche in ambito religioso, con la inevitabile relativizzazione della questione della verità.

La reazione di netta chiusura nei confronti di questa visione, che viene percepita come un vero e proprio attentato alla proposta cristiana, ha provocato (e non poteva che provocare) un processo di privatizzazione della religione; processo peraltro auspicato e promosso dalla cultura dominante. Ciò a cui, in altri termini, si è assistito è una sorta di cortocircuito, per il quale la religione abbandona, da un lato, la sfera pubblica, rifiutando il dialogo con il mondo circostante e affidandosi unicamente all’interiorità della coscienza; mentre a sua volta, dall’altro, le istituzioni pubbliche tendono a costruirsi in modo autonomo, respingendo ogni intromissione di ordine religioso.

Nonostante il perpetuarsi di questo dualismo, che ha trovato nella “questione romana” e nel non expedit la espressione più radicale, i valori derivanti dalla tradizione cristiana (in una versione sempre più laica) non hanno mancato di permeare la vita sociale come è confermato dalla forte influenza che essi hanno avuto nella costruzione della Carta costituzionale italiana, la quale riflette l’ethos diffuso della società del tempo. L’Italia dell’immediato dopoguerra è ancora fondamentalmente un Paese cattolico, non solo per l’altissimo numero dei battezzati (quasi l’unanimità della popolazione), ma anche (e soprattutto) per il forte riferimento a una concezione della vita di matrice cristiana e per l’alto consenso dato all’autorità ecclesiastica.

Gradualmente si è tuttavia verificata l’erosione di questa concezione. La riprova di questo cambiamento si è avuta nel 1974 in occasione del referendum sulla legge del divorzio, dove una percentuale assai elevata di italiani (oltre il 60%) ha espresso il proprio voto in aperto dissenso verso le posizioni ufficiali della chiesa con grande sorpresa delle gerarchie ecclesiastiche.

Questo evento ha reso infatti trasparente quanto profondo fosse il cambiamento in corso e quanto incidesse sulle coscienze l’avanzare di parametri culturali derivanti dall’affermarsi della complessità sociale e ispirati a logiche individualiste e corporative, le quali minavano l’unità del tessuto sociale e davano luogo all’insorgere di una forma di relativismo, che finiva per rendere evanescenti le evidenze etiche del passato e difficile la convergenza attorno a un sistema valoriale comune.

 

I riflessi di tale situazione sulla politica

Anche sul versante della politica si è assistito nel frattempo a un analogo processo di progressivo affievolimento dell’incidenza della religione cattolica nell’ambito della vita civile. La legislazione, in particolare quella relativa alle questioni “eticamente sensibili” – si pensi in primo luogo alle tematiche della famiglia e della vita – si è resa sempre più autonoma rispetto ai valori tradizionali proposti dalla chiesa. Il pluralismo culturale ed etico e le spinte individualiste ricordate si traducevano nell’adesione a un modello procedurale, dunque di carattere esclusivamente normativo, per il quale a contare è il semplice riferimento al dato sociologico (perciò quantitativo) e il rispetto della libertà individuale, senza alcun riferimento al mondo dei valori.

A questo si deve aggiungere (e non si tratta di un elemento secondario) la scomparsa, agli inizi degli anni 90 del secolo scorso, del partito della Democrazia cristiana; scomparsa che ha segnato la diaspora dei cattolici, presenti nelle varie formazioni politiche con scarsa capacità di far valere (anche per la militanza in aree talora contrapposte) la loro visione del mondo. Non si tratta certo di rimpiangere una stagione che va considerata superata, sia per ragioni storiche – non sussistono più le condizioni di fragilità della democrazia proprie dell’immediato dopoguerra – sia per ragioni teologiche – il Vaticano II con la forte affermazione della laicità della politica ha messo di fatto in discussione quel modello – ; ma non si può negare che il venir meno dell’unità del mondo cattolico nella vita politica del Paese ha concorso a rendere meno consistente il peso della religione (e dell’istituzione ecclesiale) sugli sviluppi della vita civile.

La situazione delineata è poi oggi aggravata dalle trasformazioni intervenute all’interno della stessa conduzione della politica. La caduta delle ideologie e l’evoluzione tecnologica, soprattutto nel campo della comunicazione, hanno infatti provocato (e non potevano che provocare) un profondo cambiamento del tessuto sociale e delle forme di convivenza con la necessità di rintracciare nuove modalità di esercizio della democrazia, che sappiano interpretare le istanze di una società plurale anche sul terreno religioso.

Si è assistito così, da un lato, alla nascita nel mondo cattolico (anche in quello politicamente impegnato) di atteggiamenti difensivi; o, inversamente, alla rinuncia al riconoscimento del ruolo pubblico della religione (delle religioni) in nome di una concezione radicale della laicità, che non corrisponde a una corretta interpretazione del significato che il fenomeno religioso riveste per le scelte, non solo private, di molte persone. Di qui l’emergere, da un lato, di spinte integraliste, che si possono, in qualche modo, ricondurre (sia pure in forme diverse rispetto a quelle del passato) al modello della “religione civile”. O l’avanzare, dall’altro, della tendenza a mettere tra parentesi il fenomeno religioso in nome di una malintesa laicità dello Stato (anche per la presenza di religioni non facilmente ricuperabili al metodo democratico).

 

Oltre l’integralismo e la privatizzazione

La tentazione del ricorso a posizioni integraliste (una sorta – come si è detto – di ritorno alla “religione civile”) si è accentuata, in questi ultimi anni, grazie alla convergenza tra alcuni orientamenti presenti nel mondo cattolico ed alcuni esponenti del mondo laico – i cosiddetti “atei devoti” – che guardano al cristianesimo come ad un baluardo difensivo della cultura occidentale minacciata dalla presenza di culture (e religioni) diverse, in particolare dall’islam. A motivare l’incontro non sono perciò ragioni ideali, ma di mera convenienza. La religione rischia di diventare, in questo caso, una sorta di instrumentum regni con il pericolo di una perdita di identità del messaggio messo al servizio di una causa del tutto mondana.

La giustificata reazione a questo modello rischia tuttavia di tradursi nell’adesione a una visione del tutto spiritualizzata del cristianesimo, che lo destituisce di ogni rilevanza storica e sociale. La questione della laicità non va infatti posta – come voleva la tradizione liberale e la logica illuminista – in termini di separazione. Tale impostazione – osserva giustamente p. Bartolomeo Sorge – “non solo oggi è largamente superata nei fatti, ma è sempre meno condivisa anche in via di principio. Da un lato, vi ha contribuito il Concilio Vaticano II, che ha riconosciuto la laicità come valore […]. Dall’altro lato, vi ha contribuito la deriva della laicità illuministica. Il nichilismo, l’egoismo e le tragedie immani della società contemporanea hanno favorito paradossalmente la rinascita del bisogno di religione, come punto di riferimento per superare gli ostacoli alla costruzione di un mondo nuovo (Per una laicità nuova, in: Aggiornamenti sociali, 11 [2005], p. 688).

La critica nei confronti dell’integralismo deve perciò andare di pari passo con la critica nei confronti di ogni forma di “laicismo”, stimolando un ripensamento dei rapporti tra religione e società e tra religione e politica, che evidenzi l’importanza della religione come spazio di formulazione di un costante discernimento nei confronti del pericolo di disumanizzazione insito in una forma di secolarismo ispirato ai paradigmi dell’ideologia tecnocratica e di quella del mercato che riducono l’uomo a “macchina” o a “merce” da consumare.

La possibilità di uscire da questa distretta comporta dunque la ricomprensione del messaggio evangelico nella sua integralità e una visione realistica della storia con la rinuncia a tutte le forme di manicheismo; implica, in una parola, la capacità di dare vita a una figura della laicità, che rispetti l’autonomia della realtà sociale e politica e consenta, nello stesso tempo, alla religione di offrire il proprio contributo valoriale alla promozione umana.

 

Dal Vaticano II alle prospettive odierne

Un modello rigoroso di definizione dei rapporti tra cristianesimo e realtà sociale e politica è presente nei testi del Vaticano II, in cui è pienamente sancita l’autonomia di tali realtà (Gaudium et spes, n.76; Lumen gentium, n. 36; e Dignitatis humanae, n. 6), ma viene insieme sottolineata la necessità del riferimento a contenuti valoriali riconducibili ai paradigmi di un’“etica naturale” (cfr. soprattutto Gaudium et spes, n. 74). Ad assumere un’importanza di prim’ordine è, in questo contesto, la mediazione etica, la quale esige l’adesione a una serie di valori, che vanno dalla centralità della persona e dal rispetto della sua dignità alla ricerca del bene comune; dall’assunzione della responsabilità partecipativa alla creazione di condizioni per lo sviluppo di una forma di solidarietà che privilegi i bisogni dei meno garantiti.

In questo quadro si inserisce l’importante contributo della religione, la quale, grazie all’offerta di un orizzonte trascendente di interpretazione della vita, fornisce all’azione sociale e politica una spinta del tutto particolare. Ad essa non compete la soluzione tecnica dei problemi sociali e politici e neppure l’individuazione dei parametri etico-normativi in base ai quali affrontarli. Ciò che ad essa spetta è l’offerta di una risorsa di senso, che dà ai valori umani naturali una nuova e compiuta dimensione e assicura la possibilità di un discernimento degli eventi storici secondo il disegno di Dio, sottraendoli al rischio dell’ambiguità che è loro connaturale e intervenendo a sciogliere particolari nodi critici nei quali si danno conflitti di valori (e di doveri).

Di fronte all’odierna crisi di valori il ruolo primario della religione non può dunque che essere di carattere etico. Non si tratta di procedere a un’astratta compilazione di liste valoriali, ma di produrre concretamente nuovi stili di vita, che sappiano interpretare le istanze di rinnovamento attualmente presenti anche nel nostro Paese e sappiano aprire nuovi cammini di crescita umana. Ecologia, rifiuto dell’economicismo e dell’individualismo, risignificazione del rapporto tra felicità e vita comunitaria, abbandono dei nazionalismi e dei sovranismi, apertura universalistica alle questioni che riguardano il pianeta e, infine (si tratta di un dato molto importante per noi), ricupero della legalità come presupposto fondamentale della convivenza civile sono altrettanti capisaldi dell’azione sociale e politica che meritano di essere ricuperati e il cui ricupero può essere sollecitato da una forma di religione correttamente intesa.

Il cristianesimo presenta poi, a tale proposito, aspetti di particolare consistenza e di specifica qualità. L’autonomia dell’etica è oggi – lo si è già ricordato – un dato acquisito, come è acquisita la non riducibilità del vangelo all’etica. L’amore salvifico di Dio è anteriore ad ogni etica; ma è proprio tale amore a conferire all’etica il suo ultimo significato; a inserirla entro l’economia del “dono”, che libera l’uomo dalla prigionia della legge e lo apre a una nuova percezione della realtà e ad una prassi che trascende ogni calcolo utilitaristico. L’orizzonte del “dono” può infatti concorrere a dar vita a un ethos, che ha le sue radici nella scoperta razionale dei valori, dando ad essi piena espressione.

Ma la religione cristiana ha anche un altro importante compito nei confronti della realtà sociale: quello di spingere l’azione sociopolitica nella direzione di un costante rinnovamento. L’apertura di senso offerto dalla religione, in quanto proiettata verso la trascendenza, mette costantemente sotto processo l’ordine sociale, orientando la storia verso il futuro. Il rispetto profondo dell’autonomia dell’analisi sociopolitica si associa alla tensione al superamento di ogni schematismo riduttivo e la capacità di relativizzare tutte le posizioni ideologiche, le soluzioni tecniche e i progetti storici.

L’azione sociale e politica non può accontentarsi di essere asservita a un ordine che la circoscriva entro un perimetro ben definito; ha bisogno di essere proiettata costantemente “oltre”. Quanto questa funzione sia necessaria appare evidente se si considera il deficit di credibilità di cui la vita sociale oggi soffre; deficit che non deriva solo dal vuoto valoriale, ma anche (e soprattutto) dall’assenza di tensione ideale e dall’incapacità di mettere costantemente in discussione i risultati raggiunti in vista del perseguimento di un obiettivo sempre più alto. Mediazione etica e tensione a un continuo rinnovamento è, in definitiva, il contributo che pdfla religione, in particolare quella cristiana, è oggi chiamata a risuscitare all’interno della realtà sociopolitica. E si tratta di un contributo essenziale, se si vuole restituire alla vita sociale una autentica dimensione umana.

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