Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

06 studi troiani 1

06 studi troiani L’elezione alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump, e l’arrivo al potere in diversi paesi, tra i quali l’Italia, di partiti nazional populisti, hanno ricondotto al centro della politica internazionale il nazionalismo, nella versione contemporanea di “sovranismo”. Si afferma che, avendo ricevuto il mandato a governare da unpdf popolo, per esso ed esso solo debbano operare, ad esso e ad esso solo rispondano. Da qui la legittimazione a porre la tutela del cosiddetto “interesse nazionale” in cima ad ogni e qualunque azione di governo, e a considerare la nazione l’unico soggetto meritevole di tutela anche a scapito di eventuali rivendicazioni di altre nazioni.

 

Errori dagli effetti letali

Ci sono, nelle enunciazioni nazionaliste e populiste, grossolani errori, derivati non si sa se da malafede o ignoranza.

Ad esempio quando si pretende di parlare e agire in nome del popolo e della nazione, come fanno Donald Trump (che ha preso circa 3 milioni di voti popolari meno della rivale Clinton ed è stato eletto con 304 dei 538 voti dei grandi elettori) e Matteo Salvini (ministro dell’Interno grazie al supporto del 17,37% dell’elettorato), senza praticare quel governo di tutti che tiene rispettosamente conto anche delle opposizioni. Queste, per essere minoranze non è che cessino di rappresentare fette di popolo.

Ad esempio quando si ritiene che la nazione sia variabile indipendente dal sistema internazionale costituito da stati e altri soggetti (organizzazioni internazionali o sovranazionali come Onu e Ue, i comitati sportivi transnazionali, le multinazionali economiche, organizzazioni transnazionali e universali religiose, e così via), sciolta da obblighi e doveri fissati dal diritto naturale e da quello pattizio come i trattati internazionali. È esattamente il contrario: si è stato nazionale o plurinazionale solo e in quanto si sia riconosciuti come tali da un sistema internazionale al quale si risponde dei propri comportamenti tanto che in caso di loro illegittimità risultano condannabili e di conseguenza reprimibili. Sono molti i popoli non costituiti in nazioni, e tante le nazioni non riconosciute come stati. E ci sono nazioni che furono stati e non lo sono più, e viceversa. A decidere della loro soggettività fu sempre il sistema internazionale.

Altro tipico errore del nazionalismo di governo è la continua evocazione, a giustificazione dei propri comportamenti di due astrazioni: il popolo e la nazione. Il popolo non è un dato unitario, ma variegato, composito: lo formano ceti e classi diverse spesso in lotta tra di loro, genti di religioni e ideologie diverse, in molti casi etnie di varia origine. Il popolo vive e opera su base regionale diversificata, si divide su presupposti legati al genere e all’età, ai livelli culturali e di reddito, e così via. Uno stato può essere fatto di molti “popoli” abbracciando al suo interno nazionalità molteplici. Il dato di fondo che lega un popolo costituendolo in unità è la legge fondamentale, il patto che, a seconda delle epoche storiche, vincola un certo numero di persone simili o assimilabili, al rispetto di una costituzione e delle leggi derivate, e a riconoscersi in taluni simboli come la bandiera e l’inno nazionale. Quando il nazionalista di turno al governo afferma di rispondere di ciò che fa al popolo, dimentica di aver giurato fedeltà non all’astrazione popolo ma alla costituzione, indipendente dai sondaggi sulle volubili opinioni dell’elettorato, stabile nella sua scrittura e nell’interpretazione autentica che ne danno le Corti supreme, giudici delle leggi.

In quanto alla nazione, ne è acquisito, contro la versione del naturalismo francese e la sbornia tragica dell’idealismo alla Giovanni Gentile, il concetto di dato del tutto artificiale e aleatorio, artefatto fluttuante della storia, “spirituale” nella definizione che ne ha fornito lo storico Federico Chabod1:


L’idea di nazione è, anzitutto, per l’uomo moderno, un fatto spirituale; la nazione è, innanzi tutto, anima, spirito, e soltanto assai in subordine materiale corporea; è ‘individualità’ spirituale, prima di essere entità politica, Stato alla Machiavelli, e più assai che non entità geografico-climatico-etnografica, secondo le formule dei cinquecentisti.

Nelle parole di Benedict Anderson, la nazione è una comunità immaginaria2, una frase che la dice lunga sulle mitologie che ne sostengono la concettualizzazione nell’immaginario collettivo sul quale i ceti dirigenti nazionalistici consolidano un potere spesso tutt’altro che favorevole ai veri interessi dello stato e della nazione. Accade sovente che ceti politici in difficoltà utilizzino un patriottismo fasullo per mascherare i propri interessi di clan o di partito, e superare la perdita di consenso scatenando le passioni popolari contro un obiettivo esterno. Trump lo fa con “America First” prendendosela con Cina e altri competitori commerciali, e Messico come paese di migranti; i leader nazional populisti dei paesi europei accusando “Bruxelles” di interferenze e imposizioni indebite. Il nazionalismo non è mai quieto, è sempre alla ricerca di un nemico contro cui scagliarsi e mobilitarsi.

La storia mostra che, per sostenersi, il nazionalismo genera sempre forme autoritarie di governo che spesso sono a loro volta generatrici di conflitti e guerre. Disse Pietro Nenni al congresso dell’Internazionale Socialista di Eastbourne, nel giugno 1969, spiegando la sua conversione agli ideali sovranazionali delle nascenti Comunità europee3:

… poiché la politica, come la natura, ha orrore del vuoto, ove l’impresa europea fallisse sarebbero i vani ed ormai impossibili esclusivismi nazionali ad essere restaurati, ma, dopo una fase di tensioni e di disordini sarebbero le soluzioni autoritarie a riempire in un modo o nell’altro quel vuoto con il loro ordine.

Discorso che il presidente francese François Mitterrand, con addosso il tumore che lo avrebbe presto portato alla tomba, avrebbe completato il 17 gennaio 1995 al Parlamento Europeo, dopo l’appello a superare i nazionalismi: “Le nationalisme c’est la guerre!”.

 

Come e perché il nazionalismo

Alla base della piramide che genererà, sulla cuspide, la forma stato, si ritrovano le famiglie e le genie associate in clan, vincolate da consanguineità e altri legami di solidarietà, anche economica, che crescono nel tempo e nelle generazioni. L’associarsi tra famiglie vaste consente la costituzione di tribù, la cui organizzazione di potere, anche in termini di garanzie economiche e di sicurezza può essere considerata come il primo abbozzo di stato.

popolo nazione

Restando al vecchio continente, il sorgere del concetto di nazione, contenente sin dagli albori la iattura della degenerazione in nazionalismo autoritario e aggressivo, si ha in Europa occidentale, all’inizio dell’XI secolo d.C., attraverso episodi come la battaglia di Hastings del 14 ottobre 1066, che portò all’incoronazione del normanno Guglielmo il Conquistatore come re d’Inghilterra, e le gesta di el Cid Campeador che scacciò i berberi Almoravidi da Valencia nel 1094. Quegli accadimenti cementarono popolazioni intorno a bandiere, principi, eroi, disponendole a conflitti e guerre. Ai primi vagiti d’identità nazionali nel primo secolo del nuovo millennio in Inghilterra, Francia e Spagna (ai margini orientali dell’Europa un processo simile avveniva nella Rus’ di Kiev), si sarebbe aggiunto nel secolo successivo l’avvio del processo d’identità germanica con il comando di Federico I il Barbarossa. Se a Giovanni Senzaterra per tenere insieme la nazione toccava nel 1215 trangugiare la Magna Charta Libertatum di Runnymede, appena due decenni dopo, nel 1235, imperante Federico II, la dieta di Magonza consentiva il primo patto “nazionale” nella Germania settentrionale.

La civiltà comunale, particolarmente forte nella penisola italica, intralciava la nascita dello stato su base nazionale, ma non lesionava certo la possibilità di consapevolezze nazionali sul piano linguistico, culturale, religioso. Al tempo stesso era facile preda dell’aggressività degli stati nazionali costituiti. L’universalismo imperiale, espresso dalla concezione romana dello stato, avrebbe resistito sino ai trattati di Münster e Osnabrück. Con la pace di Westfalia, nel 1648, il Sacro Romano Impero sarebbe decaduto. In Europa si imponeva il principio dell’equilibrio delle forze. Gli stati nazionalisti avrebbero potuto azzuffarsi a piacimento per il predominio continentale e, grazie a scoperte e tecnologie come l’energia da vapore e le macchine dell’industrializzazione, anche negli altri continenti attraverso le guerre coloniali.

Lo stato nazione nasce nazionalista, perché compete sin dagli albori con i suoi simili, per spogliarli di terre, popolazioni, ricchezze. Nel 1337 scatena la prima grande carneficina della storia nel segno del nazionalismo, la guerra dei Cent’anni. Il re inglese Edoardo III pretende il trono di Francia, e la faccenda si concluderà soltanto nel 1453 con la cacciata degli invasori dal suolo francese (a parte Calais che tornerà francese nel 1558). Proprio nei pressi di Calais, ad Azincourt (Agincourt per gli inglesi) si combatté il 25 ottobre 1415 una delle pagine più significative del nazionalismo competitivo europeo, con Enrico V che seppe tirare a proprio vantaggio la contesa tra armagnacchi e borgognoni, battendo i francesi la cui cavalleria pesante si era impantanata nel terreno fangoso di fine autunno, diventando un facile bersaglio per gli infallibili arcieri gallesi e i fanti inglesi. Il loro massacro avrebbe ispirato una pagina dell’Enrico V shakespeariano. Cinque anni dopo col trattato di Troyes gli inglesi ufficializzano il possesso del settentrione francese, Parigi inclusa, e combinano le nozze tra Enrico V e la figlia del re francese, Caterina.

Così andava l’Europa del tempo e così sarebbe andata sino alla Seconda guerra mondiale. Attraverso il quattrocento e il cinquecento i due stati in formazione se le diedero di santa ragione per il predominio geopolitico e geoeconomico, con la corona inglese impegnata a non consentire lo sviluppo, alle frontiere, di uno stato competitor come la Francia, già sufficientemente assertiva e tuttavia in ritardo nell’edificazione delle istituzioni nazionali. Si andrà avanti sino a Napoleone, combattendosi in terra d’Africa e nel nord America prima di doversi dare la mano per lottare contro il nazionalismo tedesco, ultimo arrivato, con quello italiano, e non meno bellicoso dei predecessori. Lo stato tedesco nascerà nel segno del conflitto con la Francia, nel 1871, e la vendetta reciproca porterà a due guerre mondiali. Solo le istituzioni comuni del dopoguerra fermeranno la carneficina millenaria. Mai più un paese membro delle istituzioni comuni sarà in guerra con un altro paese europeo, tanto che l’Ue sarà insignita del premio Nobel per la pace nel 2012.

 

Il nazionalismo, inconciliabile con l’Ue

Bene diceva il filosofo Eugenio Colorni, tra i patrioti italiani confinati a Ventotene dal fascismo che lavorarono al “Manifesto per un’Europa libera e unita”, assassinato a Roma dalla banda del criminale di guerra Pietro Koch nel 1944, che il nazionalismo non era solo una malattia della mente, ma espressione di interessi formidabili che consideravano l'unità europea la loro condanna a morte.

Nel nostro tempo, in territorio europeo l’esempio più illuminante della pericolosità dei nazional populismi per i popoli che se ne fanno alfieri, viene dai suoi effetti sul destino della nazione serba.

Nel 1913, a guerre balcaniche appena concluse, una commissione di Carnegie Endowment for International Peace, accertò in situ che massacri innominabili avevano avuto luogo tra serbi e le altre popolazioni: stupri di massa, mutilazioni genitali, abitanti di interi villaggi scannati, corpi arrostiti sugli spiedi, bambini decapitati sotto gli occhi delle madri4. Nel 1916 John Reed scrisse5:

Il sogno di ogni serbo è quello di unire tutti i popoli di stirpe serba in un unico grande impero, dalla Bulgaria all’Adriatico, e da Trieste fin dentro le pianure dell’Ungheria, e che libererà tutte le energie combattive del regno serbo... Ogni contadino soldato sa per che cosa combatte. Da piccolo sua madre lo ha allevato chiamandolo “piccolo vendicatore del Kosovo.

Due anni dopo gli albanesi del Kosovo saranno ammazzati a decine di migliaia. Le frange nazionaliste della chiesa ortodossa taciteranno le coscienze con un concetto, quello della “Serbia celeste”, agitato anche ai nostri giorni contro i politici serbi aperti al dialogo con i musulmani.

Nel novembre 1929 Herald Tribune documentava il pessimo trattamento inferto dai serbi alla minoranza rumena, il mezzo milione di persone generalmente ritenute leali allo stato e non irredentiste. Il confronto con il periodo di dominazione turca mostrava come gli ottomani avessero consentito scuole, licei, chiese che la dominazione serba aveva invece interdetto, nonostante la vigenza di un accordo bilaterale col governo rumeno che prevedeva tutt’altro scenario.

Verso la fine del secolo il nazionalismo serbo tornerà ad abbattersi sugli albanesi del Kosovo, e colpirà, anche insieme al nazionalismo croato, i bosniaci di religione musulmana, facendo sperimentare all’Europa lo scandalo della pulizia etnica. Solo i bombardamenti aerei della Nato faranno desistere la Serbia. Col nuovo millennio diversi suoi dirigenti saranno giudicati da tribunali internazionali per crimini di guerra, portando il paese allo scontro tra europeisti e nazionalisti. Belgrado è tuttora fuori dalla porta dell’Unione Europea, tra i candidati e associati ma non tra i membri contrariamente a Slovenia e Croazia, già partecipi, come la Serbia, della federazione iugoslava. Il Kosovo, culla dell’identità serba e scrigno della religiosità e dell’arte ortodosse, è stato sottratto dalla comunità internazionale alla sovranità serba.

Scriveva Jean Monnet, padre delle prime comunità europee, a conclusione dell’autobiografia Cittadino d’Europa6:

Le nazioni sovrane del passato non sono più il luogo dove si possono risolvere i problemi attuali.

Da Algeri francese, dove operava come membro del Comitato di liberazione nazionale, aveva dichiarato, il 5 agosto 1943:

Non ci sarà mai pace in Europa se gli stati si ricostituiranno su una base di sovranità nazionale...

 

NOTE

1 Chabod F., L’idea di nazione, Editori Laterza 1972, pp. 25–26.
2 Nel 1983 l’autrice pubblicò Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, Ed. Verso.
3 Quell’appello sarebbe stato collocate fra i 100 più importanti discorsi del secolo XX, da Broquet H., Lanneau C., Petermann, S., Les cent discours qui ont marqué le XX siècle, André Versaille Ed., 2008. Per un approfondito commento, v. Troiani L. Quando Mitterrand avvertì l’Europa che bisognava “vincere la storia”, www.lavocedinewyork.com, 10 gennaio 2015.
4 Per un approfondimento, Viola S., La storia senza fine dei massacri balcanici, La Repubblica, 26 maggio 1997. Consultabile in https://ricerca.repubblica.it/
5 In The War in Eastern Europe, Charles Scribner's Sons, 1916.
6 ed. Guida, 2007.

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