Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

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pdf09 pagina sturzo I due termini nazionalismo e internazionalismo non sono, per certo, l’uno all’altro opposti; ma sia per il modo corrente di intenderli, sia per il valore politico che vi si attribuisce, sia per tradizioni storiche, si tende a stabilire fra di essi un’antitesi aperta. Anche la filologia è per l’antitesi, poiché le parole che finiscono in ismo indicano, o tendono ad indicare, un sistema in sé ben definito (liberalismo, socialismo, popolarismo, comunismo e così via); ed è naturale che « il sistema » detto nazionalismo, che si basa cioè sulla nazione come sua ragion d’essere, escluda « il sistema » detto internazionalismo, che si basa invece sulla ragion d’essere dell’internazione.

Per la parola «internazione» c’è una speciale antipatia nei ceti intellettuali e nei circoli politici, dovuta al fatto che fin dal 1864 tale parola fu usata per indicare il movimento operaio (specialmente europeo), unito al di fuori e al di sopra dei confini e degli interessi nazionali. L’organizzazione operaia poi divenne socialista, e le sue fasi e caratteristiche diverse furono marcate coi termini, anche oggi in uso, di 1° internazionale, 2° internazionale, 3° internazionale.

 

Luigi Sturzo, Nazionalismo e Internazionalismo (1946),
Opere, volume X, Zanichelli, Bologna, pp. 269-273.
Il testo riprodotto è la prima parte di uno studio apparso in Terre Wallonne, Bruxelles, novembre 1929.

  

Quando fu per la prima volta usata in questo senso la parola « internazionale » era ancora recente il movimento delle nazionalità nella loro caratteristica politica romantica, del secolo XIX, dalla Grecia al Belgio, dalla Germania all’Italia; e l’idea di nazione, divenuta simbolo, racchiudeva due aspirazioni fondamentali: l’autonomia dei popoli a reggersi politicamente da sé, ciascuno secondo la propria personalità storico-politica; e la conquista delle libertà politiche come base popolare della nazione e garanzia della propria personalità. Pertanto l’idea di nazione completava e superava l’idea di stato.

In questo periodo le parole nazionalismo e internazionalismo non erano in uso comune e generale, ma l’idea di nazione, sorta contro le tirannie esterne ed interne, veniva riaffermata anche contro l’ « internazionale », che si presentava alla mente di più come distruggitrice dell’ordine e dei valori di ogni singolo paese, valori di benessere, di libertà, di patriottismo e di cultura, che ne rappresentavano il patrimonio di civiltà europea.

Intanto si andavano sviluppando le idee umanitarie e con esse il pacifismo sentimentale, che si contrapponeva agli egoismi dei singoli popoli e al militarismo sempre più sviluppantesi in armamenti di terra e di mare. Anche questo movimento appoggiava l’idea internazionale, non più esclusivamente proletaria ed economica, ma largamente democratica e morale.

Di fronte vi si posero le correnti conservatrici e militariste, i movimenti antisemiti e strettamente nazionali, i partiti politici detti liberali, in quanto erano divenuti partiti di governo.

Da questo complesso di elementi non armonizzanti fra di loro, né convergenti in azione pratica contro l’internazionalismo della democrazia umanitaria, e dal proletariato socialista, sorse il movimento che si appellò da sé nazionalista, e che assicurò la vita alla parola nazionalismo, come sistema e come partito politico. La grande guerra ne allargò la portata, confondendo spesso sotto la bandiera del nazionalismo le giuste esigenze della difesa della patria.

A guerra finita, la costruzione della Società delle nazioni, il maggiore sviluppo della unione pan-americana, le conferenze internazionali per la liquidazione della guerra, e per il disarmo, le varie associazioni libere all’uopo promesse nei diversi stati, l’influsso delle correnti giuridiche e politiche ispirantesi alla cooperazione fra popoli, hanno dato un nuovo e concreto significato alla parola internazionalismo. Questo per alcuni è semplicemente una direttiva politica pratica, una tendenza in progresso; per altri va dividendo o è divenuto un sistema.

Per naturale reazione, il nazionalismo, piazzandosi sul terreno della politica estera di ogni paese, prende la posizione di contrario sia alla tendenza politica, sia al sistema dell’internazionalismo del dopo-guerra, che i nazionalisti credono sia niente altro che un’infatuazione dannosa agli interessi della nazione e alla sua caratteristica e potenzialità.

Ecco come oggi i due termini trasportati dagli eventi sul terreno dei rapporti politici fra gli stati, esprimono idee e sentimenti opposti e antitetici. Ma la realtà è diversa: questa è un processo, perciò è dinamismo, mentre le idee e i sentimenti ridotti a sistema tendono a cristallizzarsi in forma statica e definitiva. Onde spesso avviene che nazionalisti e internazionalisti si vedono sfuggire la realtà dalle mani, e combattono le nuvole come don Chisciotte.

In questo come in simili temi, occorre evitare lo schematismo e l’astrattismo; sono abitudini scolastiche, che in materia sociologico-politica danno risultati disastrosi. Noi dobbiamo studiare i valori concreti rappresentati dai termini nazione e internazione, cogliendo quelli attuali nel loro realizzarsi e quelli ancora da svilupparsi nel dinamismo del processo storico, quale possiamo fin da ora intuirlo.

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La nazione è intesa come la ragione e la caratteristica dello stato moderno, in quanto questo non è più uno stato dinastico, o patrimoniale o paternalista, né uno stato prodotto da combinazioni e intese estranee nel suo nascere e nel suo ordinarsi, né basato si oligarchie militari o terrene, ma è uno stato che si realizza per coscienza e volontà di nazione, cioè della popolazione che si sente ed è unita in una volontà politico-sociale.

Così può parlarsi di nazione svizzera, nonostante che sia trilingue e sia ordinata in cantoni autonomi, federati fra loro; o di nazione belga, nonostante la diversità di lingua e di interessi dei due popoli che la compongono; mentre non poteva parlarsi, prima della guerra, né di nazione austriaca, né di nazione tedesca.
Ora il valore espresso dalla parola nazione, come ogni valore, è dinamico, esso supera l’ordinamento politico come tale, perché è un fatto di cultura, religione, tradizione, utilità; e quindi si sviluppa assimilando nuovi fattori, eliminandone dei vecchi che non sono più utilizzabili, creando nuove strutture sociali-politiche che possano esprimere i bisogni e le tendenze.
Noi diamo alla nazione un valore reale, permanente e dinamico, in quanto noi fissiamo il centro dei nostri rapporti ed interessi, tuteliamo e sviluppiamo la nostra personalità, partecipiamo alla vita sociale, formiamo la nostra cultura, acquistiamo un valore extrapersonale per il nome stesso della nazione a cui apparteniamo.
Questa attribuzione di valore all’idea di nazione è adunque una non indifferente ragione della nostra vita personale e sociale; e tanto più si approfondisce una tale valore quanto più efficacemente la nazione agisce su di noi con la sua organizzazione economica, politica, sociale, intellettuale e religiosa.

Ma non facciamo noi un’attribuzione di valore anche al resto del mondo che è fuori dalla nazione? E come no! O è religione, o è cultura, o è politica, o è utilità pratica, non è possibile non sentirne i riferimenti, non partecipativi, non attribuirvi un valore. Ma ecco il problema; è questo un valore attributivo al mondo extranazionale come in funzione del valore della nazione a cui noi apparteniamo, o anche come per sé stante, subordinato o coordinato?

Se ci rifacciamo a prima della guerra, non esisteva un « extranazionale » a cui attribuire un valore sociale, tranne nell’ordine religioso la chiesa cattolica. Le associazioni di cultura e di pratica a tipo internazionale davano poco motivo per una vera attribuzione di valore, tranne come abbiamo visto l’internazionale operaia o quella umanitaria, le quali però erano più o meno limitate o a una categoria (proletari) o ad un’élite (democratici). Oggi però non è più così: oggi volere o no, siamo chiamati, non solo sul terreno politico, ma anche su quello delle idee e dei sentimenti, a fare un’attribuzione di valore ad un’altra entità: l’internazione.

Questa, è vero, è tuttora un’entità nebulosa, che sembra non essere concreta, non vedersi bene, ma invece si sente ed è. Come nel medioevo nessuno poteva ignorare l’impero o il papato, né poteva chiudersi nel proprio comune o regno, come in una rocca ove non potesse penetrare il valore dell’impero o del papato, così oggi non si può disconoscere l’esistenza e l’influsso di una nuova realtà che è l’internazione.

Ma che forse non esistevano rapporti fra popoli e nazioni prima di oggi? Si, esistevano. Però, dalla caduta dell’impero ad oggi, attraverso un lungo processo, non ancora finito, le nazionalità sono divenute nazione-stato; sono recenti gli stati di Irlanda, Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Lituania, Estonia, Lettonia, Finlandia; si è perciò creata la coscienza nazionale, un tempo confusa o con la religione, o con la casa regnante, o con le franchigie feudali, o semplicemente con la lingua e razza fuori di un vero quadro politico. Per formare la coscienza nazionale occorreva la libertà e l’indipendenza; occorreva la estensione della vita politico-sociale a tutti i membri della nazione, non ad una oligarchia, o ad una classe solamente. Tutto ciò è acquisito, non ugualmente da per tutto, ma con una tendenza incoercibile di assimilazione. Solo ora può nascere l’internazione; cioè una società organica fra le nazioni, e quindi solo oggi può svilupparsi nei popoli una nuova coscienza sociale, la coscienza internazionale. Quelli che erano sentimenti cristiani o umanitari o sociali, quelli che erano ideali di concordia e di pace, quelli che erano desideri di un avvicendamento e un affratellamento fra i popoli, valori morali già diffusi nel mondo, oggi si ostentano in forma concreta verso un organismo nascente, e quindi si riflettono sulla nostra coscienza come un apprezzamento e un giudizio di valore. È veramente o no, una nuova realtà questa, alla quale noi partecipiamo come viventi in essa e di esse costruttori?

Coloro che credono che l’internazione danneggi e sopprima la nazione, la temono, la odiano, la combattono, coloro che credono che l’internazione sviluppi e completi la nazione, la sostengono e l’amano. Ecco delle varie attribuzioni di valore che indicano una vita, perché sono date non ad un fantasma, ma ad una realtà: l’internazione è oggi una realtà.

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