Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

Roberto Bongianni
Francescano, docente di Sociologia del lavoro, Facoltà di Scienze Sociali, Angelicum

Giovanni Bertuzzi
Domenicano, docente di Epistemologia, Studio Filosofico Domenicano di Bologna; Direttore del Centro S. Domenico; Direttore delle Settimane Filosofiche Estive

Giorgio Carbone
Domenicano, docente di Teologia Morale, Facoltà di Teologia di Bologna; Direttore ESD (edizioni studio domenicano), Bologna

Francesco Compagnoni
Domenicano, docente emerito di Teologia Morale, Angelicum

Lorenzo Gallo
già docente di Sociologia del lavoro, Facoltà di Scienze Sociali, Angelicum, New York

Boniface Joseph Mhella
PHD Facoltà di Scienze Sociali, Angelicum; Lecturer and Dean of the Faculty of Arts and Social Sciences Archbishop Mihayo University College of Tabora (AMUCTA), Tanzania

Giannino Piana
già docente di Teologia Morale, Università di Urbino, e di Etica Politica, Università di Torino

Marina Russo
laureata in Matematica e Licenziata in Scienze Sociali; è stata dirigente e consulente d’impresa. Collabora con la FASS ed è referente di progetti di ricerca della Facoltà

 

angelicum

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pdfAppena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto e preso a diritta, per ritrovar la viottola di dov’era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie. Renzo, in vece d’inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel susurrìo, in quel brulichìo dell’erbe e delle foglie, tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente e più vivamente quello che s’era fatto nel suo destino. Ma quanto più schietto e intero sarebbe stato questo sentimento, se Renzo avesse potuto indovinare quel che si vide pochi giorni dopo: che quell’acqua portava via il contagio; che, dopo quella, il lazzeretto, se non era per restituire ai viventi tutti i viventi che conteneva, almeno non n’avrebbe più ingoiati altri; che, tra una settimana, si vedrebbero riaperti usci e botteghe, non si parlerebbe quasi più che di quarantina; e della peste non rimarrebbe se non qualche resticciolo qua e là; quello strascico che un tal flagello lasciava sempre dietro a sé per qualche tempo.

Il testo è ripreso dal capitolo XXXVII de “I promessi sposi” (1840) nell’edizione digitale di liberliber.it

Andava dunque il nostro viaggiatore allegramente, senza aver disegnato né dove, né come, né quando, né se avesse da fermarsi la notte, premuroso soltanto diportarsi avanti, d’arrivar presto al suo paese, di trovar con chi parlare, a chi raccontare, soprattutto di poter presto rimettersi in cammino per Pasturo, in cerca d’Agnese. Andava, con la mente tutta sottosopra dalle cose di quel giorno; ma di sotto le miserie, gli orrori, i pericoli, veniva sempre a galla un pensierino: 10 image 1l’ho trovata; è guarita; è mia! E allora faceva uno sgambetto, e con ciò dava un’annaffiata all’intorno, come un can barbone uscito dall’acqua; qualche volta si contentava d’una fregatina di mani; e avanti, con più ardore di prima. Guardando per la strada, raccattava, per dir così, i pensieri, che ci aveva lasciati la mattina e il giorno avanti, nel venire; e con più piacere quelli appunto che allora aveva più cercato di scacciare, i dubbi, le difficoltà, trovarla, trovarla viva, tra tanti morti e moribondi! “E l’ho trovata viva!” concludeva. Si rimetteva col pensiero nelle circostanze più terribili di quella giornata; si figurava con quel martello in mano: ci sarà o non ci sarà? e una risposta così poco allegra; e non aver nemmeno il tempo di masticarla, che addosso quella furia di matti birboni; e quel lazzeretto, quel mare! lì ti volevo a trovarla! E averla trovata! Ritornava su quel momento quando fu finita di passare la processione de’ convalescenti: che momento! che crepacore non trovarcela! e ora non gliene importava più nulla. E quel quartiere delle donne! E là dietro a quella capanna, quando meno se l’aspettava, quella voce, quella voce proprio! E vederla, vederla levata! Ma che? c’era ancora quel nodo del voto, e più stretto che mai. Sciolto anche questo. E quell’odio contro don Rodrigo, quel rodìo continuo che esacerbava tutti i guai, e avvelenava tutte le consolazioni, scomparso anche quello. Talmente ché non saprei immaginare una contentezza più viva, se non fosse stata l’incertezza intorno ad Agnese, il tristo presentimento intorno al padre Cristoforo, e quel trovarsi ancora in mezzo a una peste.

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Remo Bodei
Dominio e sottomissione
Il Mulino, Bologna, 2019


remo bodei dominiopdfÈ davvero sorprendente come Remo Bodei si sia mosso con competenza e abilità nei diversi campi del sapere e nei vari contesti storici, per analizzare ed approfondire una problematica così vasta e complessa come quella relativa alle diverse forme di dominio e sottomissione, che hanno segnato il corso della storia. Solo uno studioso della sua statura ha potuto adoperare la filosofia come osservatorio interdisciplinare, rigoroso dal punto di vista scientifico senza essere pedante, e ha saputo usare un linguaggio accessibile a tutti, anche ai non specialisti: virtù questa rara nel proscenio della odierna cultura scientifica e filosofica. Pertanto, la caratteristica principale di quest’opera è individuabile in quello che egli stesso afferma nell’introduzione: «In questo volume non ho inteso separare la dimensione teorica da quella storica, le idee dai dati, gli elementi di universalità da quelli di particolarità…» (p. 24).

Cerchiamo, allora, di gettare anche noi uno sguardo su questo ampio campo di indagine, passando rapidamente in rassegna i tre temi principali che vi sono stati trattati: 1) la schiavitù (antica e moderna), 2) le macchine, 3) il lavoro e l’uso del tempo della vita.

1) Bodei inquadra prima di tutto il fenomeno della schiavitù nel suo contesto storico e lo analizza nelle diverse forme che ha assunto in epoche differenti, dall’antichità greca alle sue diverse realizzazioni in Europa, in America e in Asia. Egli riconosce, che si è trattato di una condizione di vita che ha lasciato gli schiavi in una condizione di subumanità o disumanità (cfr. p. 12). Nello stesso tempo, però, egli constata che la schiavitù ha assunto anche forme di dominio che non contemplavano necessariamente la brutalità e il lavoro coatto, ma «essa è stata anche il terreno da cui sono germogliate la fedeltà, la dedizione, l’abnegazione e l’affetto nei confronti dei padroni» (ibid.).

Filosoficamente e teoricamente Bodei affronta il rapporto servo-padrone, confrontandosi in particolare per l’antichità con Aristotele, con la sua Politica e con l’Etica a Nicomacheo, mentre per la modernità molti sono i punti di riferimento, soprattutto la Fenomenologia dello spirito di Hegel, che Bodei tratta e discute in rapporto e in polemica con l’interpretazione che ne ha data il Kojève. Hegel ha impostato il rapporto servo-padrone in modo tale da spiegare la nascita dell’autocoscienza moderna (cfr. p. 185), ma secondo lui questo rapporto non sfocia nel capovolgimento delle gerarchie per cui il padrone diventa servo, come pensa Kojève, ma nella condizione di quella che egli chiama «la società civile», in cui ciascuno è padrone e servo nello stesso tempo (p. 184).

2) Il tema della civiltà delle macchine viene anch’esso considerato in continuità con gli argomenti precedenti, perché grazie alle macchine le condizioni dell’antica schiavitù sono state superate, ma sono subentrate nuove forme di dominio e di servitù. Col sorgere delle macchine, infatti, la schiavitù di massa cessa per gradi di essere conveniente, tanto da permettere la sua virtuale abolizione. Ma accanto ai grandi vantaggi che la produzione industriale presentava, occorre riconoscere i risvolti negativi di questo fenomeno, che Bodei ricorda con Sismondi e David Ricardo: in primo luogo l’allargamento della forbice tra sovrapproduzione e consumo, che genera disoccupazione, e in secondo luogo lo squilibrio tra domanda e offerta, che apre le porte alle diverse forme di miseria delle masse della società industriale (sfruttamento, ubriachezza, prostituzione, ecc.) (pp. 249-253).

Nei capitoli decimo e undicesimo Bodei passa in rassegna le diverse forme di dipendenza e servitù, che hanno caratterizzato la civiltà delle macchine, dalla schiavitù dei negri nelle piantagioni di cotone degli Stati Uniti, alla schiavitù salariata della società industriale moderna. Marx sostiene una sostanziale continuità tra la schiavitù antica, la servitù medievale e la moderna «schiavitù salariata» (p. 266).

09 image 2La parte dell’opera di Bodei più attuale e stimolante, tuttavia, è quella che porta il titolo significativo: «E il verbo si fece macchina» (pp. 207-320). Ciò che caratterizza, infatti, la nostra civiltà attuale è la rivoluzione informatica e tecnologica, la cosiddetta quarta rivoluzione, che ha prodotto macchine capaci come l’uomo di pensare e parlare, macchine che hanno permesso al «logos» di riprodursi in un prodotto artificiale, di sostituire l’uomo anche nella facoltà di decidere e di trasformare comandi digitali in realtà (la 3D). Viene così a cessare, aristotelicamente parlando, «la separazione tra il logos e la poiesis, tra ragione e produzione, tra la mente e il braccio» (p. 304). L’autore avverte, prima di tutto, che non bisogna contrapporre frontalmente l’uomo alle macchine, perché la tecnica, anche la più progredita, è figlia del sapere umano e dipende ontologicamente dall’uomo. Di conseguenza egli non assume un atteggiamento pessimista nei confronti del progresso tecnologico, e della robotica come sua fase più avanzata, non avanza previsioni sicure sul futuro, ma indica la strada che l’uomo deve seguire per riuscire a realizzare processi che connettano il lavoro umano alle nuove tecnologie. Tale strada, secondo lui, è quella dell’educazione, cioè di una educazione che richiede il contributo di tutti: istituzioni, tecnici, scienziati, industriali uomini di cultura e cittadini, in modo che tutti assieme si possano raggiungere, come diceva Aristotele, risultati apprezzabili (p. 327).

3) la quinta parte dell’opera è dedicata ai radicali cambiamenti che l’ultima grande rivoluzione informatica e tecnologica sta producendo e produrrà nella vita dell’uomo, soprattutto nei rapporti di lavoro e nell’uso del tempo (pp. 343 ss.).
Per quanto riguarda il lavoro, i problemi principali sono quelli della disoccupazione e dei nuovi tipi di occupazione, resi necessari per gestire macchine sempre più avanzate, in quanto gli strumenti dell’IA non hanno più soltanto una funzione «ausiliatrice», ma «sostitutrice» dei lavoratori (p. 351). Questo comporta (e comporterà) inevitabilmente che si ridurranno i posti di lavoro e che ci sarà sempre più bisogno di persone qualificate, che sappiano usare e governare queste tecnologie sempre più avanzate.

Ma l’aspetto più interessante di questa sostituzione dell’uomo con le macchine è il diverso impiego del tempo. Ci si chiede: che cosa fa sì che siano le macchine al servizio dell’uomo e non viceversa? Bodei risponde che se le tecnologie spingono ad accelerare sempre di più il ritmo della vita, l’uomo deve decelerare quanto più gli è possibile lo scorrere del suo tempo, per approfondire il senso di quello che accade e di quello che egli fa, in modo da poter essere sempre sé stesso e di non perdere la propria identità. Il capitolo finale dell’opera raccoglie così un insieme di riflessioni e considerazioni sapienziali sul buon uso del tempo, sulla necessità di rientrare in sé stessi, di fermarsi nella meditazione e nel lasciare scorrere la vita, per recuperare autenticamente le trame della propria esistenza, collegando armonicamente il presente con il passato e il futuro. Tra le molteplici riflessioni sapienziali, che occupano questa parte finale dell’opera, due ci sembrano particolarmente significative: la prima riguarda la capacità da parte dell’uomo di costruire la propria personalità non individualisticamente ma assieme agli altri: «Il suo compito non si limiterà perciò al ‘conosci te stesso’, ma si amplierà al conosci il ‘noi’ di cui siamo composti nell’unica e inimitabile ‘corda’ che continuiamo consapevolmente o inconsapevolmente a tessere lungo la nostra vita» (p. 381). La seconda considerazione, che compare proprio nella conclusione del libro, riguarda la verità, una verità necessaria alla democrazia, per evitare che le opinioni si contrappongano equivalendosi relativisticamente in modo tale che alla fine tutti hanno ragione. Pur se il nesso dominio-sottomissione continuerà ad esistere, potrà essere correttamente affrontato se viene conservato il rispetto per una verità che non degrada a semplice opinione, e se si manterranno vivi e non snaturati valori come libertà, eguaglianza, dignità, emancipazione, umanesimo, pluralismo e misericordia, (pp. 286–287).

Concludendo ci sembra che quest’opera sia un esempio ben riuscito di come una tematica vada seguita nella sua evoluzione storica e possa servire per «srotolare» la storia, interpretandola. Da Aristotele a Hegel e a Marx, Bodei ha cercato di spiegare come l’evoluzione del pensiero filosofico abbia seguito l’evoluzione dei rapporti tra servo e padrone, e abbia ben individuato il ruolo che le macchine hanno avuto in questo processo.

 

Giovanni Bertuzzi

08

Charles Chaput
Strangers in a strange land
Henry Holt Co, New York, NY, 2017


charles chaput strangers in a strange landpdfThis book is a critical description of contemporary America. More precisely it focuses on the changes which have occurred in America in recent decades especially as regards socio-cultural, moral and Christian-Catholic life. As the title suggests, Christian values and practices, once prevalent in American society, have become strange and at odds with the present American way of life.

In the first two chapters, the author recognizes, among the other things, American exceptionalism as compared to Western Europe. Specifically, in the area of Christian faith, America had found a way to combine two different and often conflicting factors: the biblical tradition and the rational approach of the Enlightenment. In comparison to Europe, America has been generally recognized as more religious. The situation in America has recently seen dramatic changes, however, as stated by the author: «We live in a country very different from that of the past» (p. 3). These changes include the composition of the population in quantity and quality, technological progress, the disintegration of the family, the legal system and, especially, a cultural revolution that considers Christian values as obsolete and anti-democratic. Just to take a few examples: the author quotes the US Supreme Court ruling in 2015 on same sex marriages and, thus: «Our failure to pass along our faith in a compelling way to the generation now taking our place» (p. 7). The changes that have occurred in recent decades are so profound that it would be «an illusion to restore America to the way it once was» (p. 44), as evidenced in the chapters that follow, three through seven.

This does not mean that Christianity is going to disappear and/or become meaningless. Christianity has strong foundations and is not going to concede that God is dead or simply relegated to the private realm, as the liberal culture pretends it to be. From chapter 8 to the final 12th chapter, the reader will find reasons for hope and confidence. The theological Christian virtue of hope excludes both presumption and despair (p. 148): «Whereas hope is rooted in faith and gives birth to love, despair and presumption are rooted in pride». (p. 153). The message of hope, as described in chapter 8, is followed by chapter 9, entitled «Rules for Radicals», which proclaims the Beatitudes as a goal that is impossible to achieve for men but not for God. Chapter 10 reminds us that Christianity is not just a religion for individuals, as the modern atheistic culture would like to claim, favored by a false concept of freedom and toleration, but it comes as a family and as a Church, in spite of her sins. Faith reveals that God is searching for us and the Church is part of that revelation, «an antidote to the isolation and radical individualism of modern democratic life» (p. 188). The book concludes with two final chapters, one of them commenting on the apologetic Letter to Diognetus of the primitive Church. The author chooses to recall this apostolic text of the 2nd century by an anonymous Christian author in suggesting the recipe to use in coping with the moral decadence of XXI century America. As Christians were looked upon as strangers and often blamed and persecuted during the time of the Roman empire, so this appears to be the case in contemporary America, where Christian values have become strange to the present culture, dominated as it is by the liberal mass media and sustained by an individualistic, selfish consumerist society. Confronted with similar problems, the solutions remain the same: living the Christian faith authentically is the best and only recipe for the healing process of both individuals and society. The final chapter starts by recalling the beauty of creation, and its supreme being, man, created in the image of God. It is in the discovery or re-discovery of what man really is, according to the plan of God, no matter how strange that may appear to postmodern America, that the real answer to today’s many problems lies.

The book has plenty of references and quotations taken from an impressive number of sources, ancient and modern, Christian and secular, which demonstrate, among the other things, a profound knowledge and familiarity on the part of the author with different fields such as theology, philosophy and the social sciences, as well as of historical and current events. I would recommend this book to any person questioning the present condition of man today, especially in relation to Christian- Catholic life. I would consider it also a useful tool for students and scholars interested in the many cultural and religious changes that America and the world are going through.

08 image 2In the third part of the book, the author widens his analysis to the broader social field of Western civilization. The marginalization of Christianity to the private realm is bringing Western civilization to a new barbarism. «God is socially dead» (p. 251). This reality appears particularly true in Europe having disowned, among other things, her Christian roots by refusing to recognize the Christian tradition in her constitution and denying, in such a way, historical evidence. «We are building a dictatorship of relativism that does not recognize anything as definitive and whose ultimate goal consists solely in one’s own ego and desires», as said by Cardinal Ratzinger in Pro eligendo Romano Pontifice, April 18, 2005, (quoted by the author, p. 251). «Evil, violence, crimes, and sexual perversion have always existed», the author reminds us, but «what rules now is an institutionalized hedonistic culture that threatens human life tomorrow» (p. 283). And this culture is now transmitted to the other parts of the planet in a sort of «cultural colonization» (p. 284), a concept which recalls the expression of Pope Francis when he speaks of a new ideological colonialism. In the last chapter of the third part, the author writes on the topic of religious liberty, which is very much under attack today by the very same «democratic liberal ideology through the use of persecution by media and indoctrination from earliest childhood» (p. 288).

The fourth part, the shortest of the book, suggests a remedy to the somber situation depicted of the Church and of the West. In the last two chapters, 17 and 18, the author recalls the remedy of the Gospel. We do not need to invent a new program: «The program already exists», it is the plan found in the Gospel. We have to re-discover the forgotten virtues which have the power to heal the Church and society, beginning with prudence, temperance, fortitude and justice. Building a world of virtue will be the remedy to our moral and social ailments. In addition, for Christians, it is imperative to rediscover the theological virtues of faith, hope and charity which guarantee and bring to a higher level the above-mentioned cardinal virtues.

The author’s thesis, aimed at demonstrating the present moral decadence of the Church and of the world and their intertwining connections, is extensive and well documented by numerous quotations, especially from the writings of recent Popes. The most quoted appears to be Pope Emeritus, Benedict XVI, with writings and discourses produced both during his papacy and before that as a cardinal and professor. Nevertheless, this precise, severe, meticulous and long negative analysis of Christian life and of Western society risks providing a partial picture of the present situation, as it tends to over emphasize problems, dangers and evils and does not sufficiently identify and develop the good «signs of the time». In some ways, this analysis recalls the condemnation of modernity, as depicted by the Popes of the XIX century, mainly Gregory XVI and Pius IX, who courageously denounced the evil, liberal, godless mentality of the time but missed distinguishing some potentially positive aspects of secularization, giving the impression that the Church is intrinsically against modernity. This book is nevertheless a precious tool in understanding the real, contemporary crisis of Christian life and beyond, and, as such, I would highly recommend it to clergy, catechists, and to any person interested in the well-being of the Church and of society, especially in the West.

 

Lorenzo Gallo

06

Santa Sede
Enchiridion di Bioetica. Documenti da Pio X a Francesco
ESD Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2020
pagine 1120 – € 65,00
ISBN 9788855450096


Presentazione

enchiridion di bioeticapdfDurante le settimane più acute e drammatiche dell’epidemia da coronavirus gran parte dell’opinione pubblica si è interrogata sul punto di equilibrio tra la tutela della salute individuale e collettiva e l’esercizio dei diritti di libertà ed anche sui criteri per selezionare e ammettere i malati più gravi di Covid-19 nei reparti di terapia intensiva. La bioetica è proprio quella disciplina che cerca di trovare una soluzione ragionevole a questi temi. Il fatto poi che molte persone si pongano queste domande sulla bontà e sull’appropriatezza di azioni umane, suppone che queste persone siano convinte che le azioni umane non sono tutte alla pari, che esistono azioni buone e azioni cattive. Ciò manifesta il fallimento del processo di normalizzazione e di assuefazione imposto dal relativismo etico: con messaggi martellanti grandi agenzie di comunicazione ci vogliono far credere che un’azione valga l’altra, che tutto sia relativo. Ora, il semplice fatto che mi ponga degli interrogativi per cercare la soluzione migliore significa che non tutto è relativo. A questo proposito la bioetica ci aiuta a fondare razionalmente la ricerca del migliore atto umano in campo medico, sanitario, sperimentale e più in generale nel campo delle biotecnologie. Quindi, la riflessione bioetica è molto viva e più diffusa di quanto non si pensi. L’Enchiridion di Bioetica può dare un valido aiuto ad essa.

Non è un testo rivolto solo ai cattolici, perché la bioetica — a differenza della teologia morale — si pone come disciplina filosofica subordinata all’etica razionale. Mentre la teologia morale suppone la conoscenza di quanto Dio ci rivela nella Scrittura e nella Tradizione e quindi suppone che il teologo moralista abbia la fede teologale, l’etica razionale e la bioetica tentano di fondare razionalmente le proprie argomentazioni e quindi suppongono che i cultori dell’etica e della bioetica facciano buon uso della ragione pratica e dell’esperienza. Ad esempio, in questi «Documenti da Pio X a Francesco» l’insegnamento ricorrente dei pontefici, secondo il quale la vita di ogni essere umano va tutelata ed è inviolabile, è fondato facendo ricorso sia alla fede teologale — es. ogni uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio e redento in Cristo — che all’esperienza razionale — es. constatiamo che gli uomini delle diverse generazioni e latitudini portano in sé caratteristiche comuni e in forza di queste essi compongono un unico genere, il genere umano, escludere un uomo da questo genere sarebbe una discriminazione iniqua.

L’Enchiridion di Bioetica copre una documentazione di 115 anni: il primo documento riportato è del 1906 e l’ultimo è del 2020. È stupefacente constatare la continuità, cioè la fedeltà e la costanza con la quale i pontefici hanno insegnato il bene della vita di ogni uomo, il bene dell’amore coniugale, il bene dell’atto medico e della ricerca scientifica, solo per fare alcuni esempi. In questo insegnamento costante notiamo anche un notevole progresso della dottrina. Ad esempio, insegnando sempre che la vita di ogni uomo è un bene da promuovere, i pontefici hanno approfondito i versanti di questa promozione. Penso alla vita prenatale e quindi alle diagnosi prenatali, alla fecondazione artificiale, alla sperimentazione sull’uomo e alle fasi finali dell’esistenza.

Tutti i documenti sono tradotti in italiano. E sono preceduti da un’ampia introduzione di Giorgio Carbone, la quale mira a delineare i confini di un atto di magistero (cioè non ogni affermazione del papa è atto di magistero) e l’autorevolezza dell’atto di magistero (cioè non ogni atto di magistero ha lo stesso peso di un altro).

 

a cura di Giorgio Maria Carbone

07

Edoardo Mattei
Cristiani nel digitale. Sfide e proposte per una cultura digitale cristiana,

Edizioni IDS, Roma 2019


edoardo mattei cristiani nel digitalepdfI credenti, infatti, avvertono sempre più che se la buona notizia non è fatta conoscere anche nell'ambiente digitale, potrebbe essere assente nell'esperienza di molti per i quali questo spazio esistenziale è importante. L'ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani. [...] La capacità di utilizzare i nuovi linguaggi è richiesta non tanto per essere al passo coi tempi, ma proprio per permettere all'infinita ricchezza del Vangelo di trovare forme di espressione che siano in grado di raggiungere le menti e i cuori di tutti. (Benedetto XVI, 2013).1

Sono passati ormai sette anni dal discorso di Benedetto XVI e si sono moltiplicati nel frattempo i documenti, gli studi e le esperienze di coloro che cercano di portare il messaggio cristiano nelle attuali culture e società digitalizzate, in particolare nel mondo occidentale. Manca tuttavia un sentire comune, troppi ancora sono i detrattori o coloro che temono che le trasformazioni del sociale, causate — almeno in parte — dalla rivoluzione tecnologica e digitale, siano poco compatibili con la fede cristiana, con la sua attualizzazione nel vivere quotidiano, con la liturgia e con la catechesi.

Per questo è interessante il contributo di quest'ultimo lavoro di Edoardo Mattei: Cristiani nel Digitale. Sfide e proposte per una cultura digitale cristiana. L'autore è un laico domenicano, professionista del digitale, docente presso l'ISSR Mater Ecclesiae di Roma. Il libro può essere considerato come una collezione di brevi saggi che toccano diversi aspetti della contemporaneità, ciascuno con il compito di offrire elementi storici, filosofici e sociologici in grado di illuminare e meglio interpretare le complessità contemporanee e le sfide alla fede; un ricco apparato bibliografico permette ai lettori di approfondire le parti di maggiore interesse.

Il volume si compone di 12 capitoli, che affrontano altrettanti temi:

1. Evoluzione storica – Il primo capitolo ripercorre a grandi passi le grandi rivoluzioni tecnologiche del passato: dalla prima rivoluzione industriale (XVIII secolo), alla seconda (con l'avvento dell'elettricità e le sue conseguenze nella vita sociale, tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo), alla terza (la nascita dell'informatica, a partire dai primi elaboratori degli anni 40 del secolo scorso fino all'alba del XXI secolo, con gli sviluppi dei software e le molteplici applicazioni) fino all'attuale quarta rivoluzione industriale caratterizzata dal cosiddetto «Internet delle cose» (IoT) in cui gli oggetti — come le persone — sono collegati in una rete globale, attraverso la quale fluiscono i dati e le informazioni raccolte da sensori e programmi, che vengono a loro volta interpretate da algoritmi ed intelligenze artificiali. Qual è il ruolo della persona in questo contesto? Qual è il rapporto con i «decisori» automatici? Quali relazioni hanno valore? Quali valori vengono veicolati e quali di questi sono alla base dei sistemi di scelta automatica? Quali sono le responsabilità in gioco? E di chi sono?

2. Fondamenti ontologici – Il secondo capitolo si propone di definire una ontologia del digitale, a partire dal pensiero di filosofi e sociologi contemporanei. Che cosa intendiamo quando parliamo di digitale? E che cos'è (o piuttosto cosa diventa, come viene percepita) la realtà nell'era digitale? Nella prima parte vengono esposte in sequenza diverse teorie che contrappongono il virtuale al reale, o che identificano il virtuale con il falso o l'illusorio. Al contrario Pierre Levy afferma che il virtuale non si oppone al reale, ma è spazio di possibilità e quindi di creatività. D'altra parte il gesuita Antonio Spadaro osserva come sia necessario ritrovare una sintesi e ricomporre la separazione tra esperienza digitale ed esperienza «reale» (a volte indicate rispettivamente come on-line e off-line); dello stesso parere è Nathan Jurgenson che propone di considerare l'esperienza virtuale come un ampliamento, un potenziamento della realtà. Si pongono diversi interrogativi sulle conseguenze psichiche e neurologiche che tutto questo comporta (a forza di delegare attività cognitive alle macchine «intelligenti» rischiamo di perdere le corrispondenti capacità cerebrali... ma contemporaneamente ne acquisiamo altre). D'altra parte, la nostra specie ha già più volte attraversato fasi in cui queste trasformazioni sono avvenute, come è avvenuto ad esempio con l'introduzione della scrittura. Il capitolo si conclude con una riflessione di tipo antropologico: che tipo di umanità e di società abbiamo davanti? L'autore ci ricorda — con un salto nel passato — come la rivoluzione copernicana abbia contribuito a modificare il rapporto dell'umanità con il cosmo, così come in seguito è avvenuto con le teorie darwiniane (rapporto tra umanità e mondo animale) e con la psicoanalisi e le neuroscienze (rapporto con la propria mente). Siamo forse giunti ad un ulteriore passaggio in cui i confini dell'umano cambiamo? Le attuali teorie cyborg si stanno interrogando su questi temi: come cristiani, che cosa abbiamo da dire su tutto questo?

3. Teologia e rapporto con il digitale – Il terzo capitolo si interroga sul ruolo della teologia e sulla necessità di una riflessione teologica sul digitale. Tecnica e tecnologia sono da sempre (si pensi agli artigiani) categorie teologiche: capacità messe a disposizione da Dio per il benessere dell'umanità. Qual è dunque il problema a considerare il software — e le realizzazioni che questo rende possibili — in tale prospettiva? Eppure, «su Internet non ci sono sacramenti»2, perché le esperienze virtuali del mondo digitale non riescono a sostituirsi alla materialità dei segni. D'altra parte come potremmo confrontare la partecipazione alla liturgia di una comunità in carne ed ossa con la partecipazione a eventi e a gruppi virtuali su internet, dove parole come prossimità o amicizia assumono significati del tutto diversi all'usuale? Inoltre, ci fa notare l'autore, il digitale entra pervasivamente nella nostra esperienza in un momento in cui era già in crisi il senso del divino, in cui sembra venire meno il pensare a Dio come l'originatore di senso e dei fini, in cui il problema non è più l'ateismo, ma l'indifferenza. Eppure, nel momento in cui è sempre più raro affidarsi a Dio, ci si affida al digitale come ad un nuovo oracolo, si va nel luogo dove è possibile trovare tutte le risposte, e non importa se invece che risposte di senso si tratta di probabilità e di correlazioni basate su quantità di dati memorizzati: tutto ciò che conta è che alla fine «funzioni»! Ma è davvero sufficiente? Forse, se la teologia trovasse nuovi linguaggi e si aprisse ai nuovi contenuti, potrebbe illuminare il cammino dell'umanità in questo passaggio epocale.

4. Comprendere la tecnologia – Il quarto capitolo sviluppa la questione del cosiddetto «re-incanto tecnologico». Un secolo fa Max Weber aveva parlato di «disincanto del mondo»3: per effetto della razionalità scientifica e dell'intellettualizzazione, l'uomo moderno non ricorre più a potenze superiori, è con la sua sola ragione che vuole sviluppare sé stesso e i suoi progetti, in autonomia; tuttavia, scienza e tecnica non riescono da sole a riempire il vuoto esistenziale e la ricerca di senso. Dal difficile equilibrio tra il voler controllare con la ragione la realtà e l'esperienza quotidiana del limite, ci troviamo oggi catapultati in un mondo in cui sembra che siano le macchine (il software) a controllare la complessità dell’esistente: il digitale media la conoscenza del mondo esterno e modifica l’esperienza, al punto da far perdere ogni interesse per la ricerca delle cause e dei fini. Si giunge così ad un nuovo incanto — re-incanto — tecnologico, si cade in una sorta di «medioevo digitale», in cui si preferisce accettare il mondo come il software lo propone, rinunciando non solo al suo controllo, ma soprattutto alla sua comprensione. Dall’altro lato, in completa opposizione, si situano tutti coloro che per reazione non accettano questo stato di cose e rifiutano in-toto il digitale. Ma non è demonizzando il progresso tecnologico e/o limitandosi ad evidenziarne i difetti che potremo costruire una società migliore: come dice l’autore, forse dovremmo «smettere di pensare a quello che il digitale fa a noi ed iniziare a pensare a quello che noi potremmo fare con il digitale». La sfida è quella di governare i processi, accettando la complessità.

5. Paradiso in terra? – Nel quinto capitolo l'autore si confronta con le filosofie «trans-umaniste», che, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, hanno sviluppato una visione e un uso delle tecnologie in grado di superare la finitezza degli esseri umani — dall'invecchiamento ai principali limiti fisici e mentali — in una visione ultra-ottimista, salvifica e trascendente, che sembra auspicare la possibilità di un nuovo paradiso in terra. Dall'altro lato, già a partire dalla scuola di Francoforte, diversi studiosi avevano già messo in guardia dai rischi della tecnologia e dell'alto prezzo da pagare in termini di alienazione, del senso di inferiorità dell'umano rispetto alle macchine. Ma la sola capacità tecnica può davvero determinare il futuro che ci attende? E i diversi mondi virtuali resi possibili dalle tecnologie sono davvero in grado di annullare la realtà? Forse l'elemento mancante è ancora una volta il progetto di Dio su di noi, un progetto di salvezza, di valorizzazione, di riscoperta della dignità di ciascuno. Il problema allora non è nella tecnologia, quanto nella vecchia tentazione di poter fare a meno di Dio.

6. Digitale e partecipazione – Il sesto capitolo affronta alcuni temi di attualità che riguardano la «Chiesa nel digitale»: la comunicazione e la partecipazione a liturgia e sacramenti. Per quanto riguarda gli aspetti collegati ai mass-media e più in generale alla comunicazione digitale, l’autore osserva come, a partire da un primo periodo di diffidenza e di timore per le difficoltà di controllo di contenuti e forme sempre più pervasive, siamo nel tempo passati ad un utilizzo sempre più ampio e consapevole di questi strumenti, sia a scopo informativo che formativo, da parte della Chiesa e delle istituzioni ad essa collegate. Quella che manca è una riflessione approfondita e la capacità di individuare linee guida condivise per quanto riguarda la possibilità — e le forme — per una partecipazione «mediata dal digitale» dei fedeli alle azioni liturgiche e ai sacramenti. Questo tema è salito prepotentemente alla ribalta a seguito della recente pandemia da COVID, ma non ha trovato per il momento una soluzione. L'autore suggerisce di ripartire da una lettura coraggiosa dei «segni dei tempi» per individuare forme concrete per una «actuosa partecipatio» aperta ai nuovi mezzi che la tecnologia oggi ci offre.

07 image 17. Famiglia nel digitale – Il settimo capitolo è dedicato alla famiglia e alla sua evoluzione, sia come istituzione umana che alla luce della rivelazione cristiana. Dopo aver passato in rassegna alcuni dei passaggi fondamentali dell'evoluzione storica e sociale di questa istituzione, dal Medioevo alla rivoluzione industriale ed oltre, vengono qui ricordati gli aspetti salienti del Magistero sulla famiglia e sul matrimonio. Nell’ultimo paragrafo l’autore si interroga su alcuni impatti del digitale sulla famiglia, in particolare su un aspetto che riguarda la privacy a seguito dell’ormai diffusa abitudine di tante persone di pubblicare foto dei propri figli e di eventi familiari importanti, accumulando così una quantità di dati e di informazioni che rimarranno disponibili negli anni a seguire, anche quando i figli saranno cresciuti, le condizioni familiari mutate e alcune informazioni potrebbero diventare un bagaglio ingombrante…
8. Lutto e morte nel digitale – L‘ottavo capitolo ci parla del lutto e di come la morte sia stata affrontata dai singoli e dalle comunità umane durante la storia. Anche se è questo un tema ampiamente rimosso nelle nostre società contemporanee, l’autore ci fa osservare come le applicazioni digitali ci pongono ulteriori problemi: le applicazioni digitali non contemplano la morte dei soggetti, i dati possono ben sopravvivere ai loro padroni, e non è ad oggi prevista la possibilità di ereditarli, trasferirne la proprietà, o anche semplicemente di cancellarli. Le persone defunte possono davvero continuare «a vivere» nel digitale?

9. Esegesi dei testi nel digitale – Il nono capitolo si/ci interroga sull'ermeneutica, sulle possibilità di esegesi nel digitale. Già nel passaggio dalla conoscenza orale a quella scritta (si pensi alla Bibbia nella tradizione) si sono aperte nuove possibilità di fruizione e di comprensione dei testi, dopo una iniziale diffidenza. Le tecnologie degli ipertesti — che consentono di leggere un testo e consultare contemporaneamente approfondimenti tematici che permettono di ampliarne la comprensione — si sono largamente diffuse negli ultimi sessant’anni. Quali ulteriori possibilità ci offrono oggi i social network, per intercettare le tante narrazioni esistenziali e portare lì la lieta novella dell’annuncio cristiano?

10. Comunità digitali – In questo capitolo l'autore riprende nuovamente e approfondisce il tema delle comunità umane, avvalendosi del pensiero di alcuni autori quali Buber, Illich e Bauman; prosegue poi nel secondo paragrafo trattando delle comunità religiose e della loro evoluzione dai primi secoli della cristianità, ai grandi riformatori del Medioevo, fino alle novità introdotte con il Concilio Vaticano II. Il suo intento è quello di capire se nelle comunità digitali vi sia spazio per quei valori e quelle prassi che avevano caratterizzato le comunità umane nel corso della storia. Il digitale permette l'apertura a dimensioni spaziali prima impensabili, creando comunità di vicini tra persone fisicamente distanti; il digitale poi rende particolarmente evidente l'appartenenza di ciascuno a gruppi molteplici e la necessità di mantenere vivi i rapporti, in una dinamicità che rende conto della continua evoluzione e di cambiamenti sociali. A fronte quindi di queste possibilità e della rilevanza delle comunità digitali nella vita privata e pubblica di ciascuno, egli auspica la presenza di una Chiesa locale, anzi l'attuazione di una prelatura personale per il digitale, di una organizzazione della Chiesa specifica, in grado di operare in un ambiente sovra-territoriale con una cultura ed un linguaggio proprio, per poter essere presente ed efficace nel digitale, nella fedeltà al proprio mandato.

11. Medicina e digitale – Sono innegabili gli esiti positivi introdotti dalle innovazioni tecnologiche e dalle applicazioni digitali alla medicina, con l'uso sempre più spinto dei dati e degli algoritmi predittivi per la diagnosi e la prevenzione, e delle tecnologie robotiche di supporto alla chirurgia. A fronte di tutto questo, stanno emergendo grandi interrogativi di natura etica: chi prende le decisioni, e su quali basi di ragionamento? Chi ha l'accesso ai dati dei pazienti e che utilizzo ne può fare (si pensi ad esempio ai datori di lavoro o alle assicurazioni...)? Vi è infine un ulteriore interrogativo, secondo l'autore: sempre più spesso siamo portati a pensare alla morte come all'esito di una malattia non curata, piuttosto che ad una destinazione naturale, come distinguere dunque il sostegno alla vita da un accanimento terapeutico? Abbiamo bisogno di sviluppare nuove consapevolezze e nuovi sviluppi dell'etica.

12. Lavoro ed economia nel digitale – Quest'ultimo capitolo sviluppa l'evoluzione del lavoro umano e della sua organizzazione, in particolare negli ultimi cento anni. A fronte dell'aumento di produttività dovuto alle nuove tecnologie è evidente che non vi è stata una analoga capacità distributiva della ricchezza: la circolarità consumo-lavoro-benessere si è spezzata, come ci fa notare l'autore, e a nulla sembrano finora servire gli interventi governativi messi in campo; la ricchezza prodotta e sottratta dai luoghi di produzione si accumula nelle mani di pochi. Contemporaneamente, questa evoluzione sta estromettendo le persone dal mondo del lavoro, aprendo nuovi problemi sociali ed antropologici. L'economia nell'era digitale è priva di confini spazio-temporali, ma è assai difficile ipotizzare sistemi e politiche fiscali sovra-nazionali. Servono nuove politiche economiche, come ad esempio l'introduzione di un reddito di base per tutti, per poter superare così i problemi connessi con la disoccupazione strutturale; ma sarebbe necessario allora sviluppare contestualmente una nuova cultura del lavoro che modifichi il concetto di lavoro, da quello di lavoro salariato al lavoro volontario di cura per il bene comune.

Complessivamente è un libro assai denso di contenuti, di stimoli e di riferimenti. La necessità di rappresentare in meno di trecento pagine le principali sfide presentate dall'avvento del digitale ha costretto l'autore a sintetizzare idee e concetti in maniera non sempre facile alla loro comprensione. In taluni casi la sintesi ha prodotto delle scelte storiche non sempre condivisibili, perché mancanti di alcuni elementi utili alla valutazione. D’altra parte, gli esempi e i suggerimenti per azioni ed interventi volti a sviluppare una più consapevole cultura del digitale avrebbero probabilmente richiesto un maggiore spazio di approfondimento. Il ricco impianto bibliografico sopperisce in gran parte a queste mancanze, anche se avremmo apprezzato una maggiore presenza delle fonti del magistero di papa Francesco, che ad esempio ha dedicato il messaggio per la 53ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2019) al tema delle comunità sulle reti sociali4. In ultima analisi rimane comunque un testo utile per farsi un'idea sugli sviluppi e le implicazioni della cultura digitale nella vita delle persone e delle comunità cristiane.

 

Marina Russo

 

NOTE

1 Benedetto XVI, 2013, Messaggio per la XLVII giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Citazione riportata nel testo.
2 Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, 2002, La Chiesa e internet.
3 Max Weber, La scienza come professione, 1917, conferenza pubblicata nel 1919.
4 Messaggio per la 53ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: Siamo membra gli uni degli altri. Dalle social network communities alla comunità umana, 2019.

04Introduction

pdfThe recent events which have occurred in the US during the year 2020 have shown the faults in public institutions in coping with an unprecedented crisis, mainly caused by the spread of the coronavirus and the riots following the killing of a black man, George Floyd, by the police. The debate has further increased the partisan political division already heavily polarized between Republicans and Democrats. The opponents of the Trump administration point out the responsibilities of his administration for having ignored and deceived the American people by grossly underestimating the danger of the virus, whereas the president’s supporters claim the opportunistic stand taken by the Democratic party in politicizing these unfortunate events to their electoral advantage. But other commentators, looking beyond the petty political disputes, are raising more serious questions about whether the present crisis is a significant sign of American decadence. Is the American superpower really coming to an end? Numerous books and articles have appeared that are leaning towards this hypothesis, even though they offer different explanations as causes for such decline.1 It appears that the traditional optimism of the American spirit, sustained by the conviction of its own praised exceptionalism, has been replaced by a discouraging pessimism. This article intends to reflect on this dilemma: are the recent health and social disruptions isolated problems that will disappear in the short term, or are they a sign of more systemic structural deficiencies in American society and institutions, in need of more than superficial reform?

 

Recent Events

Covid-19 has notoriously exploded around the world. Rarely, in recent times, has a health crisis become so global and expanded so rapidly. Starting in the province of Wuhan, China, the virus severely hit a number of countries before it reached the United States, mainly in Europe. First Italy, then Spain, England, and others, but once it arrived on the American shore, the US has seen the most dramatic increase of infection, greater than in any other country in the rest of the world. After months of fighting the spread of the virus, the US lags behind many more virtuous countries that have, more or less successfully, reduced the pandemic. At the moment of reviewing this article, mid-December 2020, seventeen million Americans have been reported as infected by the virus, and the number of deaths has reached 300,000, a number considered extreme at the beginning of the pandemic. Between one fifth and one quarter of the burden of the global pandemic has hit the country, while the US represents less than 5% of the world population.2 Another blow has been a temporary decision of the European Community to exclude Americans from visiting most European countries, while allowing entry to many other countries, including Rwanda.3 As expected, the media has not missed the opportunity to emphasize the humiliation of such an exclusion of the US, attributing the responsibility for this to a lack of political leadership and seeing it as a sign of American decadence.

The second event that has humiliated America has been the riots following the killing of George Floyd, an unarmed African American man in the process of being arraigned by the police. The protests have exacerbated existing divisions within the American political spectrum and the entire society. Again, the opponents of the Trump administration have accused the president of having further divided the country, exacerbating racial discrimination, while Trump supporters have accused the radical left of a violent reaction to the incident and claiming the absolute need for the reestablishment of law and order. What these opposite reactions have in common is their short-sighted vision of the problem, without considering that they may be just the symptom of a long term crisis that was already present in America well before the Trump administration.

 

Coronavirus and the health system

The present crisis within American society seems to have much deeper roots than those indicated by the political partisans. For far too long serious problems have been neglected in the belief that America has been, and remains, a land of opportunity and bounty, always ready and capable of facing and resolving old and new challenges encountered throughout its history. But what are the social issues that America has allegedly ignored or not sufficiently solved that may have caused the present crisis? Let us start with the spread of the coronavirus. This pandemic has revealed, among other things, the weakness of the American health system. The paradox is that, as is well known, the US has among the best set of resources in terms of knowledge and equipment in regard to healthcare in the world. Suffice it to say that the United States spends far more than any other advanced industrialized country on healthcare as a portion of GDP: 16.9% at the end of 2019, as compared with the 8.87% average among OECD countries.4 Yet almost 30 million Americans are still without coverage, while many others have limited coverage.5 The much-debated reform of the Obama administration has indeed expanded coverage but not sufficiently. Many obtained coverage, but only with a lot of conditions, such high co-payments and deductibles (i.e. the amount of money that the insured must pay before an insurance company will pay a claim), while several new additional free services added by the insurance companies are merely marginal (such as the annual home visits, without providing medical and referral services). A large proportion of Americans, roughly 75m out of a population of 330m at the end of 2019, and including those under the poverty line, are covered by a national program called Medicaid, but it is often not accepted by private medical facilities.6 It is easy to understand why those who are not covered, or only partially covered, and those who are in the Medicaid program, do not receive the appropriate preventative care that would avoid many health issues in the presence of a complication such as the present coronavirus explosion. On the contrary, there are other countries which have been pointed out as examples of excellent cases able to contain and reduce the spread of coronavirus to virtually zero, such as Taiwan, which spends only 6.4% of its GDP on healthcare, while the population is virtually totally covered with minimum out of pocket expenses.7 How is that possible? The successful cases of some countries, such as the aforementioned Taiwan, are not the result of improvisation or only a quick political response, but depend on well-established egalitarian systems that have been in place for decades. I quote the case of Taiwan because I have a positive direct personal experience with such a system. But what counts here are the numbers. The causes of America’s incapacity to contain the virus in an acceptable way are longstanding. In this area, American exceptionalism plays a negative role for the country. A great proportion of the financial resources within the healthcare system is diverted to pharmaceutical and insurance companies which are able to manipulate the health system to their own advantage, to the detriment of patients and medical providers. The Obama reform left healthcare substantially in the hands of the insurance and pharmaceutical companies, and thus missed an historic opportunity to really reform the complicated American healthcare system. It is still in need of substantial improvement.

 

The Police and the Criminal Justice System

04 image 1An analogous argument can be developed concerning police brutality, particularly against the Black population. We know that the race problem has a long history in the United States, especially due to the institution of slavery which was introduced even before the birth of the American nation. This social problem caused a civil war in the country which caused more American casualties than all the wars of its historical existence combined together, including the two World Wars of the XX century! Slavery has been legally abolished, but racism continues to exist in different forms, especially in some strata of the population and institutions, such the police, as recent facts seem to have demonstrated. The explosion of protests against racism, which, by the way, have not only involved Black people, reveals that the problem has been ignored for too long. It is inconceivable that one could be killed while in the custody of police just on suspicion of having used a fake $20 bill, or for selling a couple of contraband cigarettes. But this is what has really happened, and these are not isolated incidents, as many other videos show. The relatively recent availability and use of the video cameras on cellular phones has helped to reveal a pattern of police violence, particularly against Black men, that has been ignored for too long, raising a disturbing question: when the video cameras were not yet available, how many similar abuses were perpetuated? This may explain the rage against the police on the part of Black people. At the same time, the problem is not just with the police, and putting all the blame on them would be unfair and misleading. The police are part of a criminal justice system that has demonstrated serious flaws in recent decades, aggravated by the persistence of cultural biases against minority groups, especially towards Black and Colored young men. Consider that in many places where minorities have become the majority, as in numerous neighborhoods of large cities such as the South Bronx where I have been living for the last 30 years, many Black and Hispanic police officers have been recruited but the racial problem has not gone away. I have heard more than once, from my African American colleagues, that before being Black, Hispanic or a woman, a police officer is and acts as a police officer, no matter what his/her ethnicity, race or gender. On a larger scale, we can also observe that eight years of an Afro-American presidency with Barack Obama did not really improve racial tensions. This may confirm that the problem goes beyond the police and a single politician and has to do with the entire system.

What is wrong with the criminal judicial system in particular? Here we have another case of American exceptionalism turning self-destructive. To cut a long story short, just consider the following data: «In 1972 fewer than 350,000 people were being held in prisons and jails nationwide»,8 a number that was in line with the main industrialized countries around the world. Today, instead, there are more than two million people incarcerated in the United States, roughly a quarter of the total incarcerated population of the entire world, even though, as we already said, the US accounts for less than 5% of the world population. In other words, the US has the largest incarcerated population of the world, both in absolute and relative terms, «even surpassing those repressive regimes like Russia, China, and Iran».9 The US incarceration rate to-day is «six to ten times greater than that of other industrialized nations».10 And these figures do not take into account the additional 5 million adults on parole and on probation (that is, alternative forms of punishment to imprisonment).11 In total, the US has more than 7 million people under criminal surveillance at any given time. It is a staggering figure, made even more dramatic if we note that every year more than 10 million American residents are arrested, even if for most of them it only lasts a few hours or days, for alleged misdemeanor offenses or even less.12 Considering that one third of them get re-incarcerated in the same year and that 75% of them are re-incarcerated in the following 5 years, we see that at least a couple of million new offenders enter jail every year. If you multiply that figure by the average length of an adult’s life in the US, roughly 60 years, it is no surprise that a significant proportion of the present population of 330 million will end up, in the course of their adult life, at some point or other either under arrest, or in prison, or serving time under judiciary supervision, or all of them. How many? We do not know precisely but we do know that «roughly 65 million people have (already) got criminal records»,13 a number that is destined to increase substantially, given present trends. In saying all this, I do not want to transmit the impression that everything is wrong in America. On the contrary, there are many positive aspects and many good people, even among the police department, where many good initiatives take place in the very same police precincts where there have been riots, such as youth sport programs and monthly meetings on public affairs where the public can openly express their concerns. Nevertheless, the figures previously cited help to explain the resentment that many people have against the police, especially among minorities and, in particular, among Black Americans. Consider that it is with the police that an arrested person has their first encounter with the judicial system. People tend to attribute the blame for the repressive state of things to the police. But the police have to follow laws and regulations: they are mandated to arrest and to handcuff a suspected person even for minor infractions and for even less than that, including sitting on the steps of a house or sleeping in a car or because idling in a public place. In other words, the police are also partially victims of the system. I have personally seen policemen being friendly with young people and even playing baseball with them, but often they have to be tough on these same young people, no matter what their personal attitude may be. Putting all the blame on the police is not going to solve the problem if the criminal justice system itself is not going to be changed. But this is not a simple thing to do, as the system is extremely complex. Just consider that the rules vary from county to county. There are more than 3000 counties in the US. In the very city of New York, there are 5 City County Courts, each with its own procedures and regulations. «Fighting street crime has traditionally been the responsibility of the State and local law enforcement»,14 which makes it more difficult to coordinate the efforts towards possible reform. Then, of course, there are the federal courts and federal agencies such the FBI, with their own jurisdiction and authority over the entire country. Another related aspect is the number of laws which may be at the basis of litigation. At the federal level alone, the United States has about 5000 federal criminal laws and between 10,000-50,000 regulations that04 image 2 can be criminally enforced. In 2003 there were only 4,000 offences that simply carried criminal penalties. By 2013, that number had grown by 21 percent to 4,850. The code has become so large that the Congressional Research Service and the American Bar do not have enough staff to categorize every law on the books adequately. As reported in The Wall Street Journal, Ronald Gainer, a retired Justice Department official, when asked how many criminal laws exist in the US, said: «You will have died and resurrected three times and still be trying to figure out the answer».15 But even this is only a fraction of the local criminal laws enacted throughout all the 50 States plus the American overseas territories. There are about 20,000 laws just governing the use and ownership of guns. No one really knows how many laws there are in the United States, given their intricate relation. It is clear that the more laws and regulations enacted at federal, state, and local levels, the greater is the probability of incriminating potential offenders, at the discretion of the police and prosecutors. It is very likely that: «If you reside in America and it is dinnertime, you have almost certainly broken three federal criminal laws every day», as stated by an expert criminologist.16 Criminal laws have become dangerously disconnected from the English common law tradition, and prosecutors can find arguable crimes committed by any American resident, for even the most seemingly innocuous behavior.

With these figures it is no wonder that the United States has the highest costing criminal justice system in the world. Just to cover the basic expenses related to 2.4 m inmates means $80 billion, increasing to $280 billion if collateral costs are included, and these estimates are not the worst.17 The fact is that nobody knows the precise amount. According to the Institute of Legal Reform (ILR), the costs of the US legal system are more than 150 percent above the Eurozone average, and over 50 percent more than those of the United Kingdom. «America is known as the land of the free, but it is also the land of unnecessary lawsuits,» as Lisa A. Rickard, president of the ILR, has said. «As the U.S. experience has shown, excessive litigation creates enormous costs for businesses, workers, consumers, and the overall economy».18 If you consider the problems with healthcare along with those of the criminal justice system, you may have an idea of what kind of negative exceptionalism America has to face in order to imagine a possible effective reform. Defunding the police is not going to solve the problems.

 

Final considerations

How is it that American democracy has arrived at such a complicated situation? What is different compared to the 1960s, say, when things appeared to be under control and the first American man put his feet on the moon, symbolizing American success? To respond to this question we have to consider the former strength of traditional American society. Americans, in spite of their great diversity, had in common some values and principles, notably the Judeo-Christian tradition that kept the people and institutions strong, capable of facing the many challenges that have occurred during their history with energy and creativity. The founding fathers wisely founded a nation based on a double sovereignty, on the state and the federal levels, which worked pretty well while the traditional Judeo-Christian values - notably the accepted trilogy of God, family and country - were amply shared, even though not fully, as the case of African Americans shows. Nevertheless, many African Americans themselves shared those values, at least partially, as evidenced by their Christian religious practice, the unity of the family until that time, and even their past participation in American wars. But the cultural revolution of the ‘60s, the progressive shrinking of the middle class, stagnant wages, increasing numbers of poor neighborhoods, growing family debt, crack epidemics, and especially the disintegration of the family has destroyed the natural glue of American society.19 The legitimate requests of the civil rights movements of Rev. Martin Luther King have been extended to other dubious pseudo-rights movements related to gender, new forms of family structure and abortion. The loss of traditional values has not been substituted with other, equivalent shared values, but has left a society of divided individuals. Behavioral patterns are now mostly dictated by consumerism, individualism and self-reference. But these features, by their own nature, are divisive; they do not lead to unity but rather to selfishness and indifference to one another. Today’s political partisanship, never as divisive in the past, has done the rest. Any serious attempt to reform the negative current social trends has to take into account these cultural changes. Laws, provided they are just, are not sufficient to redress social conditions, as the endurance of racism despite the legal abolition of segregation shows. If moral codes have disappeared, the only thing which remains to keep society together is the strict observance of the law, which requires control, supervision, police, courts and additional costs. But in the absence of morality, laws lead to new forms of repression, new types of corruption, fewer liberties. It is a vicious circle: less morality requires more laws and regulations, while more laws and regulations reduce liberty. The old principle: liberty under the law, has been shaken.

Of course, these final considerations are applicable not only to America but to all European Western civilization, which appears to be in clear decadence, mainly for having abandoned its Judeo-Christian traditions without providing a valid substitute.20 A clear sign of this decadence is the dramatic decrease in the birthrate to below-replacement levels, which is now also the case in America, until recently, considered an exception. America has been the modern beacon of Western civilization. Its exceptionalism has been the sign of its strength and ability to react and to face new challenges. The challenges of today, however, appear aggravated by a divisive society. Will America be able to react and to face the present crisis as an occasion to change for the better? It is not just a matter of leadership, even though that is an essential condition of success as history shows. Americans also need to build a culture capable of re-unifying the people around the basic principles of life and liberty, as declared in the preamble of the Declaration of American Independence, and later incorporated into the Bill of Rights of the 1st Amendment of the Constitution that reads: «We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are life, liberty and the pursuit of happiness».21

 

Lorenzo Gallo

 

 

NOTE

1 See: Douthat, Ross, The Decadent Society: how we became the victim of our own success, New York: Simon & Shuster, 2020; Mc Togue, Tom, The Decline of the American World, «The Atlantic», June 24, 2020.
2 Cases in the US, CDC’s Covid-19, accessed July 10, 2020.
3 Henderson, Clint, EU confirms American banned, assessed June 30, 2020.
4 Tikkanen R. and Abrams M., US health Care from Global Perspective, «The Commonwealth Fund», accessed January 30, 2020.
5 Gunja M. and Collins S., Who are the remaining uninsured, «The Commonwealth Fund», accessed August 21, 2019.
6 Mikulic, Matej, Total Medicaid Enrollment, «Statista», accessed April 28, 2020.
7 Cheng, Tsung-Mei, Health Statistics Taiwan, «OECD Health Statistics», accessed February 6, 2019.
8 Alexander, Michelle, 2012, The New Jim Crow, «The New Press», New York, NY, 8
9 Ibidem, 6.
10 Ibidem, 8.
11 Ibidem, 60, 94.
12 Cf. Sawyer W. and Wagner P., Mass incarceration, The Whole Pie, «Prison Policy», accessed March 24, 2020, www.prisonpolicy.org.
13 Alexander, op. cit., 147.
14 Ibidem, 49.
15 Fields. G. and Emshwiller, J., Many Failed Efforts to Count Nation’s Federal Criminal Laws, «The Wall Street Journal», July 11, 2011.
16 Silverglate, Harvey, Three Felonies a Day, New York: Encounter Books, 2011.
17 Sawyer, op. cit.
18 US Institute of Legal Reform, US legal system the World’s most expensive, accessed March 14, 2012.
19 Chaput, Charles, Strangers in a strange land, New York: Henry Holt Co, New York, 2017.
20 Sarah, Cardinal Robert, The Day is Now Far Spent, San Francisco: Ignatius Press, 2019 (Original title: Le Soir approche et deja’ le juour baisse, Paris, 2019).
21 Declaration of Independence of United States, Preamble, Philadelphia, 1776.

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pdfThe relationship between the Christianization and the colonization of Africa remains one of the most controversial historical topics of our time. It is a bit tricky to defend missionaries during the time of the Christianization of Africa, while at the same time rejecting all forms of colonization that came along with them. Many nationalist elites of Africa1 have firmly argued that European missionaries, in fact, prepared the way for the establishment of colonial government. According to them,2 this type of government is to be completely rejected because it categorically justified rape, murder, theft, forced labor, oppression and the underdevelopment of Africans. Nothing of Christianity is recognized in the process of colonialization of Africa by the African nationalist elites. Since the colonial governments have been defeated, the new independent African countries have consolidated their power through the influence of these nationalist elites. As a result, all African researchers had no choice other than to reject everything about the Christianity of the colonizers if they wanted to be on the safeside when practicing their professions. In other words, if African researchers want to argue positively for any action of the early missionaries who came to Africa during the time of the scramble for, partition of, and establishment of colonial rule in Africa, then they must first eliminate the risks of being seen to support the mentality of colonizers and white supremacists. To be historically correct in the eyes of nationalist elites in Africa is to denounce explicitly everything that led to colonialization, together with denouncing all forms of justification of the establishment of colonial systems.

05 image 1The above explained position of the nationalist elites of Africa on the Christianization and colonization of Africa did not mature by happenstance. It was a planned position, based on particular reasons. Two of the main reasons should be remembered here:3 1) the nationalist elites embraced the anti-thesis of imperialism by making sure that the new independent African countries did not slide back into colonialism, and, 2) they also made Africans feel united through pan-Africanism, against their common enemy — the white supremacists. To a certain extent these two reasons have been successful in many sub-Saharan countries, despite the fact that domestic wars continued for years. However, as time since independence passes, we see the re-emergence of certain explanations that, in one way or another, do debate the conclusions of nationalist elites. For example, as Tanzania celebrated the Jubilee of 150 years of the Catholic Faith in 2018, the Catholic Bishops of Tanzania came out in defense of European missionaries who came to Africa before and during colonialism. The Archbishop Emeritus of Arusha, Josaphat Louis Lebulu, has been quoted by Vatican News saying, «We celebrate the great work done by missionaries who came to Tanzania at Bagamoyo in 1868.4 They installed the Holy Cross (at Bagamoyo), a symbol of redemption from slavery, a symbol of faith to us».5 The case of Bagamoyo can be seen as one of the arguments with which the African nationalist elites will not want to agree: that early missionaries had a profound positive effect on Africa, and they should not be ignored or be completely reduced solely to being seen as agents of colonialization.

The courageous explanation of the Archbishop Emeritus of Arusha, Lebulu, stimulates the need for deeper research and new presentations of the situation that the early European missionaries encountered in Africa and that led the nationalist elites to consider them the agents of colonialization. At the same time, the explanations also reveal a lot about the missionaries’ passion for Africa as they tried to bring not only Christianity but also justice and respect to humanity. But as I have written in the past, a particular approach is still needed to be used to represent events that happened during the era of early Christianization and colonization of Africa in a way that the presentation will not upset the nationalist elites who are still a powerful and influential group in Africa. This is the reason why I propose animated films as a tool for the representation of Christianization and colonization in Africa, capable of eliminating the risks of being seen to support the mentality of colonizers and white supremacists, while presenting the work of early missionaries in Africa in a very objective way.

05 image 2Together with other researchers from St. Augustine University of Tanzania – AMUCTA, I am in the process of introducing a project on ‘Animation and African Narrations’. In addition to written research, I believe good animated films can explain better the colonial situations without escalating an ideological war with the historians and nationalist elites because, thanks to creative visual and sound effects, scenarios and imitations, animations can describe historical facts beyond writing, in a soft way — in what has been called «edutainment». For example, certain facial expressions on the part of characters may mean more than words when presented in an historical narration, easing the work of re-examining and presenting of the missionaries’ activities during the time of the Christianization of sub-Saharan Africa, while at the same time rejecting all the forms of vices that were brought by the colonizers.

As a starting point for the project, I have created the film called Babamalundi.6 This is an anticipated 3D film of a Sumuka icon Mwanamalundi. It is designed to portray the 1882 historical environment of Mwanza, Tanzania, when Mwanamalundi was born. This was just a few years before the colonialization of that part of sub-Saharan Africa. It is my belief that animated films of this type have the power to represent the Christianization and colonization of Africa in a very objective way today. Through similar projects we may be able to explain why Christianity has expanded rapidly in Africa today to the extent that Africa is now exporting clergy to Europe, a remarkable reversal from colonial times. I would like to conclude this article by this beautiful quotation from Pope Francis:

[…] human self-understanding changes with time and so also human consciousness deepens. Let us think of when slavery was accepted or the death penalty was allowed without any problem. So we grow in the understanding of the truth. Exegetes and theologians help the church to mature in her own judgment. Even the other sciences and their development help the church in its growth in understanding. There are ecclesiastical rules and precepts that were once effective, but now they have lost value or meaning. The view of the church’s teaching as a monolith to defend without nuance or different understandings is wrong. […] After all, in every age of history, humans try to understand and express themselves better.7

 

Boniface Joseph Mhella

 

 

References

Donald Denoon and Adam Kuper, Nationalist Historians in Search of a Nation: The “New Historiography” in Dar es Salaam, «African Affairs», 69/277 (Oct., 1970), pp. 329–349.
Fanon, Frantz, A Dying Colonialism, trans. by Haakon Chevalier, Grove Press, New York (1959) 1965.
—, The Wretched of the Earth, trans. by Constance Farrington, Grove Weidenfeld, New York (1961) 1963.
Shivji, Issa G., Nationalism and pan-Africanism: decisive moments in Nyerere's intellectual and political thought, «Review of African Political Economy», 39/131 (March 2012), pp. 103–116.
—, Pan-Africanism or Imperialism? Unity and Struggle towards a New Democratic Africa, 2008 (1) «Law, Social Justice & Global Development Journal (LGD)». https://warwick.ac.uk/

 

NOTE

1 The term refers to African political scientists and historians who studied African independence by exclusively focusing on national boundaries and by emphasizing the roots of nationalism as the main cause of the struggle for African liberation. For more description see: Donald Denoon and Adam Kuper (1970).
2 See for example: Fanon (1959), (1961).
3 The argument is well explained by Shivji (2012), (2008).
4 Bagamoyo was the first place where the Holy Ghost missionaries landed in mainland Tanzania. It was a port where slaves captured from the mainland were sold and exported to other parts of the world. With the arrival of the missionaries, Bagamoyo started to be transformed into a place of redemption where slaves were released and allowed to settle to form a small community of Christians. Bagamoyo is remembered as the entry point of Catholic missionaries to the Tanzanian mainland.
5  https://www.vaticannews.va/
6 The trailer can be seen at: https://www.youtube.com/
7 http://www.vatican.va/

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L’Introduzione, la Conclusione e l’Indice Generale che presentiamo sono tratti dalla Tesi del Dottorato di Ricerca presentata in novembre 2020 presso la Facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum, Roma.


Introduzione Generale


Analisi del contesto

pdfIl contributo teorico offerto da questo lavoro si colloca nell’ambito della ricerca riguardante il rapporto tra economia ed etica. In particolare, di quel filone di studio relativo propriamente all’etica economica. In ragione di ciò si assume una prospettiva, che definisce a priori non solo possibile ma anche necessario un riferimento etico per l’economia. La ricerca scientifica in ambito economico è ancora oggi dominata purtroppo da visioni unilaterali dell’agire umano (paradigma dell’homo oeconomicus) che restano ancora molto distanti dall’offrire approcci integrati tra scienza e valutazione etica dei fini; si resta così da una parte confinati all’esterno del metodo scientifico, dall’altra si è incapaci di superare ancora uno stato di separazione (Zamagni, 2007).

La situazione attuale della ricerca scientifica evidenzia in merito — soprattutto dopo la pesante crisi del 2008 - la necessità e l’urgenza di assumere uno sguardo etico nei processi economici e sociali del nostro tempo. In merito un grande contributo proviene dal tentativo di allargare il paradigma epistemologico includendo la prospettiva che l’agire umano non sempre è mosso dal criterio di massimizzare la propria utilità, il principio che muove l’agente razionale non sempre sembra essere ispirato dalla necessità di pervenire alla massimizzazione dei propri obiettivi, ma agisce perché ispirato da determinati valori, o talvolta da semplici abitudini. Il premio Nobel del 2017 è stato riconosciuto a Richard H. Thaler1 in forza del carattere interdisciplinare del suo lavoro che interconnette la disciplina economica con quella della psicologia comportamentale, nel tentativo di approfondire il comportamento umano, e una migliore elaborazione delle preferenze in ambito economico. La ricerca confluisce comunque all’interno di uno sforzo di ricomprendere in modo critico il paradigma dominante, ritenuto inadeguato e incapace — opinione non condivisa da tutti — di fornire alcuna utile indicazione a supporto di coloro che devono adottare politiche per il benessere collettivo. La crisi finanziaria del 2008 ha riaperto un dibattito ampio sull’efficacia di determinati modelli economici, e allo stesso tempo ha dischiuso le porte a una riconsiderazione degli aspetti etici. In merito l’attuale ricerca teoretica tende a rifarsi normalmente a concezioni morali deontologiche, dove ci si accorda in linea generale e assoluta sui diritti, o sulle regole da seguire, ma si evita di definire cosa sia in fondo la sostanza di quel bene sia individuale, sia collettivo, che costituisce appunto il bene comune. L’approccio può restare così circoscritto nella sfera di un possibile contrattualismo, per cui ci si accorda sulle regole, ma poi spetta a ciascuno la definizione di ciò che considera come bene per sé. Il problema di fondo è così riconducibile al diniego diffuso della dottrina classica del bene comune, nel timore che la definizione di un tale bene potrebbe comportare conseguentemente un pesante impedimento alla sfera dell’individualità (Crespo 2016). La riflessione economica sul benessere della società, matura infatti, proprio all’interno di una concezione illuministica, che attraverso il contrattualismo arriva a definire una modalità per cui la società stessa è al servizio degli obiettivi individuali dei suoi componenti, ma non si chiede da dove vengano questi obiettivi, né come si formino gli individui per arrivare ad esprimere tali fini. In sostanza si resta prigionieri di una sorta di autoreferenzialità che sembra pregiudicare il criterio economico di valutazione nel momento che si deve definire ciò che è bene comune. L’approccio dell’individualismo metodologico, proprio per le sue impostazioni di base, non sembra capace di superare questa impasse, per cui considerando come date le preferenze dei singoli individui, aggrega per arrivare a definire un benessere della collettività, ma trascurando completamente le ragioni che sono alla base della formazione delle preferenze negli individui, e gli effetti della socialità sui singoli e sui gruppi sociali. Ne deriva quindi che non è sufficiente comprendere come delle preferenze di singoli individui messe insieme arrivino a costituire una determinata e buona società, ma anche come una determinata società possa formare il suo popolo alla vita buona, e questo è proprio del bene sociale, più che dei soli beni individuali. In questo senso il contesto della ricerca internazionale sul tema, e sui rapporti tra economia e bene comune, sembra in parte condizionato da approcci che di fatto non riescono ad esprimere la ricchezza e la complessità del concetto. In sostanza come ben evidenziato da Yuengert:

Economics can provide an answer to the question ‘why society?’ By answering this question, they give evidence of a notion of the common good which is rooted in methodological and philosophical individualism. The Economic conception of the common good is so different from the traditional conception that it appears that the common good has been abandoned by economics (Yuengert, 2001:8).

Volendo restare all’interno della concezione classica del bene comune, radicato nel pensiero greco (Aristotele) e ripreso dalla tradizione del pensiero sociale cristiano (San Tommaso d’Aquino) possiamo articolare lo stesso, sempre seguendo Yuengert, in tre considerazioni generalmente poche esaminate dagli economisti: 1) l’uomo ha bisogno di socialità, a prescindere dalle conseguenze degli scambi materiali; 2) l’uomo si costituisce nel suo vivere comunitario, per cui l’educazione e la virtù sono elementi propri del bene comune; 3) il pieno sviluppo della persona umana, non può non tener conto del desiderio e dell’amore per tutto ciò che è bene comune. In questo senso il recupero dell’interdisciplinarietà è proprio del contributo specifico delle scienze sociali che tentano di correlare sfere del sapere limitrofe, proprio in ragione della centralità della persona umana, e dell’interesse per le condizioni che ne permettono la crescita e lo sviluppo.

 

Definizione del problema

Allo stato attuale, al di là della confusione sulla semantica del bene comune - che resta comunque un concetto complesso e multidimensionale, condizionato dalla posizione soggettiva del ricercatore, spesso non dichiarata a monte - si avverte, in senso più generale, la difficoltà a definire di fondo cosa sia l’etica economica, e come l’etica, se crediamo possibile una connessione con gli aspetti economici, debba entrare in giusta relazione con la scienza economica.

In questo lavoro si è mossi così dall’esigenza d’interconnettere il concetto di bene comune con la scienza economica. Al riguardo l’approccio della ricerca segue la struttura interpretativa di Utz (1999) che si definisce a partire da un primo livello — considerato immutabile ed universale — perché direttamente correlato alla natura e alla dignità della persona umana; un sistema che si organizza in senso economico per perseguire alcuni obiettivi deve sempre tener conto dell’assoluta dignità della persona umana, e che questa è perseguibile non contro la socialità, ma nella socialità e per la convivenza comune. In questo senso non si può separare il bene comune dal bene della singola persona umana, anche se in alcuni casi il bene comune dovrà essere preferito al bene privato dell’individuo. Questo primo livello definisce anche la modalità etica con cui si struttura una realtà in senso economico (nostro campo d’interesse), ma anche al livello politico e sociale. Il secondo livello esprime la direzione e il senso di un ordinamento economico che nella sua organizzazione fattuale, nel suo funzionamento procedurale, deve orientarsi sempre al rispetto del bene comune e della piena dignità umana. Si dispone così per favorire processi dove l’interazione tra mercato, settore sociale e settore pubblico produce lavoro diffuso, concorrenza leale e regolamentata, inclusione sociale, stabilità dei prezzi, e tutto nel rispetto della proprietà privata produttiva e consumativa, che dovrebbe essere considerata sempre in senso diffusivo, insieme a quel tempo necessario per vivere le relazioni sociali, soprattutto nella famiglia, e poter godere così anche del bene sociale e relazionale che ne scaturisce. Il terzo livello è quello che entra nel rapporto delle problematiche specifiche tipiche della business ethics (Utz 1999:76), che riguardano nello specifico aspetti connessi al comportamento dei singoli agenti economici, e che possono essere riscontrati nella trattazione, soprattutto nell’ambito che è implicito alle scelte di efficienza.

In linea generale la ricerca ha comunque l’obiettivo di approfondire e comprendere le interconnessioni esistenti tra la sfera macroeconomica ed il bene comune. In merito si avverte una carenza di riflessione proprio in questo ambito, in parte spiegabile dall’esigenza di recuperare e approfondire proprio il vivere comune e la sua socialità, in rapporto sia al settore privato (mercato), che al settore pubblico (Stato); del resto parlare di bene comune a prescindere dalla socialità, dal tempo e dai beni relazionali, come sopra detto, è ragionare un po’ a metà. Lo sforzo attuale della ricerca si è, infatti, incentrato molto sui nuovi aspetti fondativi di microeconomia, necessari a rimettere in discussione i presupposti propri del marginalismo, e del paradigma dell’homo oeconomicus, mentre dal punto di vista macroeconomico, la ricerca delle interconnessioni sembra essere stata più di taglio divulgativo che teoretico. Il lavoro mira quindi a delineare i presupposti all’interno di quella che si potrebbe chiamare una “macroeconomia del bene comune”, o meglio una “macroeconomia orientata al bene comune”, dal momento che il concetto di bene comune è un concetto poliedrico, multidimensionale, caratterizzato sempre da una sua dinamicità storica, che si declina nei rapporti concreti di forza, tensione, scambi, ma che in sé resta comunque proteso sempre verso la pace, la giustizia e la libertà. Il momento economico del bene comune, è quindi un aspetto importante, ma non è esclusivo, una macroeconomia etica dovrebbe così fornire un substrato necessario, ma certamente non sufficiente2 a garantire tutte le condizioni proprie affinché il bene comune possa accrescersi nel tempo. In sé essendo un concetto dinamico può evolvere, cambiare, subire trasformazioni. Del resto il bene comune e la dignità della persona umana risentono sempre dei movimenti di contrapposizione e integrazione, nelle tre sfere definite dagli ambiti della società politica, del mercato, e della società civile. Le prime due come evidenziato da Polanyi sono frutto di un processo derivato e non originario, al servizio di un vivere comunitario che si organizza nelle società primitive appunto intorno ai principi di reciprocità e di redistribuzione. Soprattutto la dimensione economica è incorporata all’interno dei processi sociali caratterizzati non dalla razionalità assoluta, e considerati tecnicamente come embedded economy, dove non è necessaria né la moneta, né altri strumenti di misura. Con l’avvento dell’economia dei comuni, e successivamente della rivoluzione industriale, il mercato ha sempre più assunto una dimensione che ha trasformato la società civile in una società propriamente di mercato, dove la maggior parte delle interdipendenze sono condizionate dall’atto dello scambio. La tesi dell’autore è che il mercato deve essere regolamentato e confinato, dal momento che tende ad estendere la logica dello scambio in tutti i settori del vivere civile (Polanyi 2000: 92), e a mercificare dimensioni proprie della vita umana. Per Zamagni, la posizione di Polanyi, è tuttavia incapace di cogliere all’interno dell’economia di mercato elementi positivi, che non necessariamente vanno a intaccare le sfere dei legami e delle relazioni sociali: un mercato cosiddetto “civile” da contrapporre a quello “incivile” (Zamagni 2007:187). In linea di principio questo è possibile anche per il settore pubblico, laddove un’estensione, oltre i limiti del bene comune, può comportare inefficienze dovute allo scambio di potere economico con potere politico, con il conseguente emergere di aree di clientelismo, corruzione, e di scarsa produttività. Tra il potere economico e quello politico esiste, e sembra resistere, la società civile, costituita da famiglie, individui, associazioni, e imprese sociali, espressione di bisogni di relazionalità e di reciprocità, propri, appunto, del vivere umano, che non possono trovare soddisfazione e pienezza né nella dimensione politica, né in quella economica. Il bene comune si colloca così in un interstizio3 esistente tra queste tre sfere, al punto che se una cede posizioni a vantaggio di un'altra, avremo società più povere (se indietreggia il mercato), oppure più tristi (se cede la società civile), oppure più insicure (se viene meno lo Stato). La ricerca macroeconomica dovrebbe così aiutare a individuare un possibile sentiero per un cammino verso la finalità etica del bene comune, almeno per ciò che attiene alla dimensione materiale, e a creare presupposti conciliabili e favorevoli con la dimensione intellettuale e morale.

 

Lo stato della ricerca

Da una rapida disamina della ricerca scientifica nell’ambito delle connessioni esistenti tra campo semantico dell’economia e quello dell’etica, o meglio, della filosofia morale propria del bene comune, si rilevano diversi contributi. Tra i più rilevanti si possono ricordare l’ambito degli studi che va sotto il nome di “economia civile” (Bruni e Zamagni 2004), ricerca che rivaluta la posizione istituzionale della società - quella costituita da famiglie, associazioni, cooperative e imprese sociali — come luogo da cui scaturisce il principio di gratuità, e conseguentemente anche quello della fiducia, che è alla base di ogni scambio, anche di quello equivalente. Lo studio si orienta così a comprendere l’agire umano in un contesto cooperativo e di reciprocità, senza trascurare lo scambio del mercato e i meccanismi di redistribuzione propri dell’autorità pubblica, introducendo nell’ambito della ricerca economica del bene comune anche i cosiddetti beni relazionali, considerati basilari per il funzionamento del mercato stesso.

Altro importante contributo sul rapporto tra economia e bene comune, è quello di Jean Tirole, che affronta il tema a partire da alcuni dilemmi e problematiche attuali, con utili ed attente valutazioni, che restano però confinate soprattutto nella dicotomia mercato-Stato, e sui limiti morali del mercato stesso. La ricerca si sofferma in generale su alcuni argomenti molto attuali, come il clima, il lavoro, l’economia digitale, la finanza, la proprietà intellettuale, valutandone le conseguenze nello specifico sull’uomo e sulla sua dignità. I riferimenti al concetto di bene comune sono così rapportati alla bilateralità del rapporto Stato – mercato, mentre rimane poco evidenziato l’aspetto del vivere sociale e il ruolo fondamentale della comunità umana (Tirole 2017).

Importante anche l’apporto di Mariana Mazzucato che, sempre nell’ambito della bilateralità Stato - mercato, intravede come fattore di crescita del bene comune, inteso come valore collettivo, un diverso e più incisivo ruolo dello Stato nell’assumere rischi collettivi attraverso un’azione più marcata, non solo di regolamentazione, ma soprattutto di sostegno all’innovazione e agli investimenti produttivi nei settori più rischiosi e incerti, in modo da creare valore, e quindi bene comune per tutta la collettività. Valore che dovrà essere redistribuito evitando la creazione di posizioni monopolistiche e la generazione di rendite a danno dell’economia produttiva (Mazzucato 2018).

Altro interessante contributo in materia è di Christian Felber, iniziatore di un movimento internazionale sul bene comune a base partecipativa. Le considerazioni sul rapporto tra economia e bene comune partono dall’integrazione di alcune dimensioni valoriali come la dignità umana, la solidarietà, l’ecosostenibilità, l’equità sociale, la cogestione democratica, poste alla base di processi attivabili sia al livello politico, che al livello di singole imprese, ma risulta poco chiaro nell’approccio il fondamento teoretico, e la sua concreta applicabilità in rapporto all’economia attuale (Felber 2010).

Entrando nello specifico etico, dal punto di vista della filosofia morale, per quanto attiene al concetto di bene comune, si resta in questa ricerca nell’ambito del solco classico della tradizione cristiana, assumendo il concetto di bene comune come espressione del“l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente” (Gaudium et Spes 1965: 26)4. Una definizione utile, anche se ritenuta troppo strumentale, dal momento che posiziona la ricerca verso lo studio di “quelle condizioni” che favoriscono non solo i singoli, ma anche i gruppi a poter giungere alla propria perfezione, personale e sociale, in un modo - per quanto possibile - che risulti sia integrale, che celere, e quindi veloce nel tempo. La definizione quindi rileva e ricentra il concetto di ciò che corrisponde allo sviluppo della persona umana nella sua pienezza. Il perseguimento della pienezza, in altre parole, e ciò che è in relazione al bene sostanziale della persona umana, e viene rintracciato, in questo lavoro, attraverso un’analisi di corrispondenza sinottica tra l’antropologia biblica, e altre similarità teoriche connesse alla filosofia, alle scienze umane e sociali. L’indagine sulla ricerca dei bisogni della natura umana ha così fatto riferimento a diversi approcci teorici e prospettive filosofiche: Heller, Maslow, McClelland, Nussbaum, Sen; autori diversi da cui si è cercato di cogliere la descrizione degli aspetti concreti e propri di “quelle condizioni della vita sociale” costituite da diversi beni sostanziali, riconducibili a bisogni di tipo materiale, di sicurezza, di socialità, e correlati ai relativi settori dell’economia privata, del settore statale e della società civile.

Per quanto attiene all’ambito economico, e in particolare delle teorie macroeconomiche, non sembra particolarmente utile in questa ricerca fare riferimento a teorie economiche di tipo chiuso5 come quelle neoclassiche-monetariste, dal momento che l’attenzione in questo lavoro è posta sul processo storico, sulle strutture e forze sociali, politiche ed economiche dalla cui interazione scaturisce il bene comune e la sua dinamica storica. Lo sguardo d’insieme non è tanto sull’individuo, ma sulle classi sociali, non sulla sola economia di mercato, ma sull’interazione dell’economia di mercato (imprese private e processi di scambio), con l’economia del settore pubblico (imprese pubbliche e processi di redistribuzione), e quella del settore sociale o terzo settore (famiglie, imprese sociali, consumi ed economia della reciprocità e della gratuità). In ragione di ciò, sembra più utile ricorrere a teorie aperte (Marzano 2006b) nell’ambito delle scuole di pensiero di tipo keynesiano, oggi definite “eterodosse”6 che hanno il vantaggio di assumere al livello teorico la possibilità dello squilibrio, delle differenze nella struttura sociale, dove è possibile cogliere le dinamiche economiche e sociali, e quindi nel nostro caso, il dispiegarsi dei loro effetti sul bene comune.

Nell’ambito degli approcci “eterodossi”, il riferimento è ai post-keynesiani, che hanno continuato ad approfondire dopo l’insegnamento di Keynes la ricerca nell’ambito macroeconomico, e tenendo in considerazione anche i contributi teorici di Kalecki, e di Sraffa. In merito, il paradigma post-keynesiano sembra essere più confacente con lo sviluppo di questo progetto di ricerca, almeno in ragione di quelle caratteristiche fondamentali e proprie di questo ramo della scienza economica. L’approccio realista dell’economia post-keynesiana rende ragione di un’analisi, che dovendo partire dalla realtà per come si presenza e si lascia osservare, è quanto mai utile per cogliere la dimensione del bene comune economico all’interno di un concreto e determinato modo di funzionamento di un sistema economico. Se esiste un bene comune attinente alla sfera dell’economico, ed è questo il punto di partenza di questa ricerca, deve allora essere reso conoscibile, attraverso un metodo che abbia come suo fondamento teorico la ricerca dell’aderenza alla realtà economico-sociale per come si mostra. Un secondo aspetto fondamentale è connesso al fatto che il riferimento teorico oggetto di osservazione nel reale, non è primariamente l’individuo, quanto piuttosto l’insieme sociale, nelle sue strutture e classi, definite in ragione di scopi propri connessi appunto ad appartenenze di natura sociale. La visione dell’economia post-keynesiana si presenta così capace di cogliere la dimensione organica e sistemica della realtà sociale ed economica, per quella che è, senza dover ricorrere a metodi aggregativi dei singoli individui per ottenere la dimensione collettiva. Del resto il metodo aggregativo proprio dell’individualismo metodologico può evidenziare la sfera del bene comune, solo come aggregazione dei beni dei singoli individui, riuscendo a rappresentare così solo un bene collettivo, che poco o niente potrebbe dire in merito al bene comune (Zamagni 2007); questo infatti è la risultante di un processo sicuramente aggregativo degli individui, ma tiene conto anche del fatto che il bene, nella visione personalista (Marzano 2006b:93), è anche relazione, socialità, legame, interconnessione, da cui discende che il collettivo, l’insieme sociale, costituendo un sistema che è sempre qualcosa di più, della semplice somma delle singole parti individuali. Un terzo riferimento è connesso al principio della domanda effettiva (Lavoie 2006: 12), per cui il livello di produzione delle imprese si adeguerà sempre al livello di domanda aggregata7 proveniente dalle famiglie, dalle imprese e dallo Stato. Questa impostazione offre un quadro teorico, dove è centrale la domanda piuttosto che l’offerta, e si presta bene a sottolineare un contesto dove, pur in presenza di piena disponibilità dei fattori e di risorse necessarie alla produzione, il bisogno di lavorare potrebbe restare insoddisfatto anche in una condizione di equilibrio sul mercato dei beni8. Altro riferimento è l’importanza del tempo storico, più di quello logico. Il tempo logico è un tempo astratto utile al confronto intertemporale tra diverse posizioni di equilibrio, proprio delle impostazioni neoclassiche, mentre il tempo storico si presenta come tempo legato a processi e dinamiche lineari, dove divengono rilevanti le condizioni di stabilità-instabilità attinenti alle grandezze stock connesse sia a determinati flussi economici, che finanziari (Lavoie 2006). Infine le considerazioni sul ruolo della moneta e della finanza, che in generale rivestono una funzione fondamentale nelle economie moderne, e nei processi di decisione che hanno conseguenze anche sull’economia reale, e quindi sul bene comune.

Il bene comune è, così sostanzialmente, un concetto da comprendere all’interno di un processo storico, ha dunque una sua evoluzione e dinamicità, dovuta a innumerevoli fattori, e non necessariamente si associa a una nozione di equilibrio statico. Inoltre è propria di questa scuola di pensiero l’assunzione che la realtà è caratterizzata da incertezza, per cui nessuno conosce il futuro, e in generale i processi si presentano non ergodici, e dove diventa difficile assumere come credibili i postulati dell’impostazione mainstream di agenti perfettamente razionali, e pienamente informati sulle condizioni presenti e sulle tendenze future. Anche questi elementi sono importanti per una corretta analisi macroeconomica del bene comune.

In generale dunque, per quanto sopra esposto, il paradigma post-keynesiano sembra comunque offrire principi e metodi più adeguati per una ricerca che ha l’obiettivo di individuare strumenti e metodi per osservare e monitorare l’andamento del bene comune in un determinato sistema economico.

In merito allo sviluppo di un modello macroeconomico che possa teoricamente esprimere in modo semplice le variabili in gioco rispetto al riferimento del bene comune, cogliendo così la dinamica di quelle prime condizioni che assicurano almeno nella dimensione materiale il perseguimento del bene comune, e per quanto prima esposto, sembra utile e necessario rifarsi a una modellazione del tipo Stock-Flow Consistent (SFC). Questo approccio teorico fu sviluppato dall’economista britannico Wynne Godley, e consente di tener conto di diversi aspetti che risultano appropriati alla ricerca in esame. Infatti, i modelli SFC lavorano sulla dinamica temporale per cogliere tendenze e rapporti in gioco tra le diverse grandezze reali e monetarie, e studiarne l’andamento di lungo periodo. L’aver considerato la moneta e la finanza in generale come pienamente inserite nel circuito di consumo, produzione, e distribuzione ci permette di considerare l’effetto di queste grandezze in ambito sociale. Ad esempio per comprendere al meglio gli effetti della disuguaglianza è necessario esplicitare, nel modello di riferimento, le diverse tipologie di classi sociali, a cui sono associate variabili flusso e stock di natura reale e finanziaria, in modo da coglierne nel lungo periodo l’andamento temporale e le sue ripercussioni sul bene comune. Il modello SFC inoltre può essere articolato con riferimento a macro settori dell’economia tradizionale: settore privato, pubblico, e nell’ambito di questa nostra ricerca anche del settore sociale. Ulteriore e non trascurabile aspetto è la possibilità di agganciare ai modelli SFC la contabilità nazionale, e quindi si presentano per loro natura predisposti alla verifica empirica (Godley e Lavoie, 2006).

Dichiarazioni d’intenti, e Obiettivi

Alla luce di quanto esposto la ricerca vuole favorire un maggiore contatto tra la dimensione etica (quella riconducibile al concetto classico di bene comune) e la macroeconomia. L’obiettivo non è principalmente un fine politico, o meglio di politica economica, ma verificare quanto un determinato ordinamento economico sia compatibile nei suoi processi di sviluppo e cambiamento, al perseguimento della dimensione materiale del bene comune stesso. Il bene comune è influenzato da molteplici aspetti ovviamente legati anche alle politiche economiche, ma è influenzato, ad esempio, anche dalla struttura demografica, dalla struttura delle classi sociali, dall’organizzazione della produzione, dalla configurazione del mercato del lavoro, dallo stato di sicurezza/insicurezza interna/esterna, dal modello dei consumi, dall’intensità dei legami sociali, dalle posizioni finanziarie di debito/credito tra settori, e ovviamente da tanto altro che attiene anche alla dimensione intellettuale e morale dello stesso — aspetti che dovranno però essere considerati come variabili esogene, per le ragioni sopra descritte.

Le domande che sottostanno alla ricerca conducono dunque a chiedersi: come tenere traccia di tutto ciò? È possibile correlare la macroeconomia al bene comune? Quali criteri utilizzare per definire un’etica nell’economia del bene comune e della dignità della persona umana? Esistono dimensioni etiche, e quindi variabili, indicatori, che possono essere correlate alle grandezze macroeconomiche, e quindi aiutarci a comprendere se ci si sta allontanando o avvicinando da un sentiero di bene comune. Se non possiamo misurarlo in senso cardinale, è possibile sapere almeno se si sta deteriorando, o è in miglioramento? Esiste la possibilità di un percorso di equilibrio, o almeno di un trend relativamente stabile? E quali sono le determinanti macroeconomiche e sociali per una sua eventuale o relativa stabilità in senso dinamico? Come valutare l’impatto sul bene comune connesso a shock esogeni di vario tipo? È possibile un’applicazione empirica del modello su una concreta comunità civile? Queste sono le principali domande che orientano lo scopo di questa ricerca, domande aperte che possono aiutare a tracciare le principali tappe di questo percorso di ricerca, e che possono essere sintetizzate in questa: È possibile sviluppare un modello rappresentativo di un sistema economico in grado di comprendere se la sua dinamica si orienta, o meno, verso il bene comune?

In sintesi lo scopo della ricerca è pervenire così a un sistema teorico di riferimento per l’integrazione dell’etica nell’economia in modo da rendere possibile lo studio delle relazioni tra le grandezze poste a sistema e la misurazione eventuale d’impatti correlati sul bene comune, almeno nelle loro dimensioni materiali. Per tale ragione è necessario procedere alla definizione di una modellistica di base (per ciò che attiene alle sole condizioni materiali), che associata a determinati indicatori dimensionali, possa aiutare a comprendere se nel lungo periodo esistono condizioni almeno compatibili al concetto di bene comune. Se tali condizioni sono associabili ad alcune variabili significative, e quali effetti e ripercussioni sono possibili in presenza di shock esterni. Interessante potrebbe essere una stima empirica a partire dai dati della contabilità nazionale, in riferimento ad un determinato paese. L’utilizzo della metodologia SFC può favorire la comprensione dello stato di rapporto/relazioni tra settore privato, settore sociale e settore pubblico, relativamente ai processi d’interscambio settoriale e ai loro effetti sul bene comune.

 

Ipotesi e metodologia

In senso classico, come anticipato, il bene comune si presenta come un concetto complesso poiché interagiscono nella sua determinazione fattori culturali, sociali, politici ed economici. Per tale ragione è un principio che chiama a una partecipazione corresponsabile tutti i membri di un’organizzazione umana, ognuno per la sua parte: le famiglie, le imprese, le associazioni, lo Stato. Le esigenze associate al conseguimento di questo bene sono correlate così a diverse dimensioni, alcune di queste hanno chiaramente risvolti economici, dal momento che rimane centrale il perseguimento del bene comune attraverso la promozione integrale della persona umana, sia come singolo, sia nel suo vivere sociale:

Tali esigenze riguardano anzitutto l’impegno per la pace, l’organizzazione dei poteri dello Stato, un solido ordinamento giuridico, la salvaguardia dell’ambiente, la prestazione di quei servizi essenziali delle persone, alcuni dei quali sono al tempo stesso diritti dell’uomo: alimentazione, abitazione, lavoro, educazione e accesso alla cultura, trasporti, salute, libera circolazione delle informazioni e tutela della libertà religiosa. (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica 2004: 166).

Per cogliere la dimensione concreta del concetto, ovvero l’aspetto materiale del bene sociale e della persona umana, è necessario sviluppare un sistema che integri la riflessione etica nell’economia, tenendo conto sia dei livelli fondativi del discorso etico in economia e nel rispetto della consequenzialità logico-scientifico (Utz 1999: 33-35). In questo modo a partire da fini universali riconducibili primariamente alla natura umana (primo livello), ai suoi bisogni fondamentali, e alle modalità con cui si ordinano, anche economicamente, i rapporti tra le persone umane, nel rispetto della loro pari dignità, e tenendo conto anche del fatto che il modo con cui si organizza e si struttura l’economia (secondo livello) va poi ad incidere sulle scelte e sui comportamenti economici dei singoli operatori (terzo livello). Questo ha permesso di articolare il concetto di bene comune in alcuni aspetti prioritari, nel loro riferimento etico, che si ispirano e si ordinano secondo tali livelli e tale e consequenzialità, e che sono stati poi esplicitati in queste dimensioni: efficacia, equità, sostenibilità, efficienza. Accanto a queste potrebbero essercene altre, come quelle della resilienza e della celerità, poiché, ad esempio, è rilevante eticamente per il bene comune, che la struttura economica sia capace di assorbire shock, ritrovando rapidamente il suo trend (resilienza), o riesca, ad esempio, ad ottenere gli stessi livelli di benessere ottenendoli, però, nel modo più rapido possibile (celerità), a conferma ulteriore che la variabile tempo gioca un ruolo cruciale in questa analisi.

Sulle ragioni che portano a correlare, il concetto materiale del bene comune in ambito economico, alle variabili latenti o dimensioni espresse, si può addurre la necessità di operativizzare il concetto stesso per portarlo nell’ambito della conoscibilità, e individuare così degli indicatori - nel nostro caso grandezze della realtà macroeconomica - che possono poi essere associate concettualmente alle dimensioni correlate alla nozione stessa di bene comune. Un indicatore sarà così più valido, tanto più sarà ben sovrapposto alla dimensione che intende misurare (Garbarino e Palumbo 2006:82-85). In sostanza la ricerca tenta di esprimere una misura ragionevole di un concetto espresso come quello di “economia orientata al bene comune”, articolandolo nelle quattro traiettorie etiche citate: efficacia, equità, sostenibilità, efficienza. Per semplicità non considerando le dimensioni della resilienza e della celerità, pur avendo queste, come detto, una loro consistenza etica.

L’impostazione etica dovrà necessariamente partire così dal livello primario, quello dei bisogni connessi alla natura della persona umana, alla sua dignità e al suo essere sociale; questa dimensione è quella che è denominata come “efficacia”; un sistema è efficace se è in grado di offrire ciò che veramente corrisponde alla persona umana. In tal senso l’attenzione non è soltanto sui beni materiali, ma anche sul lavoro, sui servizi di cura e di formazione, e soprattutto sulla possibilità di fruire del bene sociale, e di quello relazionale; in tal senso è importante la variabile associata al tempo residuo ancora disponibile una volta esplicati i processi lavorativi e consumativi, tempo che può essere impiegato per la creazione e conservazione di beni relazionali.

Accanto alla dimensione etica dell’“efficacia” è presente l’“equità”. Per equità s’intende la capacità del sistema di offrire beni, procedure, regole, in modo sostanzialmente equo alle persone. Non si tratta di semplice uguaglianza - poiché non è una forma di comunitarismo - ma di poter offrire i requisiti base affinché ciascuno possa essere messo nella condizione di poter raggiungere i suoi obiettivi. In tal senso la macroeconomia può offrire molto dal punto di vista delle libertà strumentali (Sen 2000:42-43), mentre la politica molto dal punto di vista delle libertà sostanziali. L’equità dovrebbe misurare, in rapporto al bene comune, come la ricchezza, il tempo, le forme di lavoro, si distribuiscono tra le diverse classi sociali. Il riferimento alle classi sociali è importante, dal momento che ogni classe si qualifica in ragione di appartenenze culturali e scelte sociali, influenzate appunto dal reddito, dalle condizioni di proprietà, dal lavoro svolto, dal tempo libero a disposizione. La misura dell’equità è correlata quindi a una visione stratificata della popolazione in classi. In base alla struttura della proprietà, alla tipologia di lavoro, e al patrimonio a disposizione si sono ipotizzate le seguenti tre classi: gli uppers ovvero la classe di coloro che risultano proprietari di un patrimonio finanziario ed immobiliare, e vivono grazie ai redditi generati dalla ricchezza posseduta, dalle proprietà e relative attività finanziarie ed imprenditoriali, una middle class che si sostiene prestando un lavoro di tipo subordinato ma stabile nella durata; infine la underclass in cui si trovano coloro che per diverse ragioni non riescono a trovare un lavoro stabile, e non hanno mezzi di sussistenza e vivono comunque in un condizione di precarietà e povertà. La suddivisione adottata è una semplificazione, funzionale al lavoro, basata sulla ricerca di Mike Savage, sociologo, che ha proposto un modello strutturale a sette classi, per l’economia del Regno Unito, imperniate su educazione, cultura, tipologia di reddito e di occupazione (Savage et al. 2015)9.

Si conferma anche in questo la possibilità di fare riferimento alla scuola post-keynesiana in particolare per il contributo di pensiero offerto da Kalecki, proprio in ragione della sua visione dinamica di una economia che trova le determinanti fondamentali nelle decisioni associate alle strutture di classe (1954).

La terza dimensione etica è quella della “sostenibilità”, che misura la capacità del sistema di rigenerarsi nel tempo; questo concetto correlato al bene comune potrebbe integrare, accanto ai tipici aspetti ambientali (quelli propri dello sviluppo sostenibile), anche la sostenibilità finanziaria e demografica. Per tale ragione e per ciò che attiene alle condizioni che misurano l’impatto ambientale, potrebbe essere importante tener conto ad esempio delle risorse naturali non rinnovabili, dell’effetto dell’inquinamento ambientale, o del problema legato alla generazione di rifiuti come risultato dei processi di produzione e di consumo. In tal senso il modello macroeconomico dovrebbe contemplare alcuni riferimenti di sintesi, connessi alla possibilità di realizzare investimenti green che riducono il tasso di consumo delle risorse naturali non rinnovabili, introducendo nel processo di produzione un capitale produttivo ecologico, o tener conto di effetti indiretti sulla produttività, o sulla salute connessi alla produzione generica di rifiuti. In sostanza tener conto della green transformation che si focalizza su investimenti che possono in alternativa ridurre i costi di produzione e migliorare l’efficienza del processo produttivo, oppure investimenti che sostituiscono le tecnologie tradizionali e riducono le emissioni inquinanti, o in alternativa investimenti che valorizzano l’ecosistema, ad esempio attraverso il rimboschimento (Jackson 2009:139). Per quanto è relativo invece alla sostenibilità demografica è importante tener conto della distribuzione per età della popolazione: in tal senso può essere rilevante considerare in un contesto di lungo periodo il ruolo e la distinzione tra forza lavoro e popolazione non attiva; in merito non può non essere presa in considerazione questa distinzione quando si affronta il problema della tenuta dei conti pubblici per ciò che attiene alla spesa previdenziale - in tal senso l’indice di dipendenza potrebbe rappresentare una misura importante per gli effetti collaterali sulla dimensione e sulla tenuta temporale del sistema contributivo, oppure per gli effetti complessivi sul sistema della produttività media del lavoro. Ad esempio un basso tasso di fecondità può portare la struttura demografica del paese verso configurazioni che possono generare squilibri nel lungo periodo e avere inevitabili conseguenze sul bene comune. Altro aspetto di cui è importante tener conto in questo ambito dimensionale, è quello della sostenibilità finanziaria, in altre parole, l’andamento delle posizioni debitorie/creditorie tra i vari settori: a tal riguardo il modello SFC - integrando la componente patrimoniale - consente di misurare le posizioni stock e di valutare in senso dinamico gli effetti e gli squilibri tra i settori, che ovviamente avranno anch’essi un loro impatto sul bene comune.

La quarta e ultima dimensione è quella dell’“efficienza”, anche l’efficienza è una delle misure dell’etica economica, ma come visto non è la sola. L’efficienza misura sostanzialmente la ricchezza prodotta in un determinato periodo, ed esprime, di fatto, la capacità di un sistema di allocare, nello scambio, nel consumo, e nella produzione in modo efficiente le sue risorse. Si tratta di un riferimento etico che risponde alla domanda sul quantum da produrre e da allocare in prima istanza, in rapporto ad un determinato ammontare di risorse. Riferimento relativo soprattutto al settore del mercato privato. Spetta, infatti, al mercato produrre beni e servizi, ma questo deve essere fatto con efficienza, cioè nel migliore dei modi possibili, affinché le risorse possano essere sempre destinate in modo adeguato. Questa dimensione etica è quella che normalmente può essere ricondotta alle posizioni teoriche di tipo liberista, e oggetto spesso di confusione, quando si fa riferimento a una probabile economia del bene comune. La soluzione comune è quella di spingere la produzione, la crescita, tentando di “aumentare la torta” per quanto possibile, in modo tale che gli effetti favorevoli ricadano anche a beneficio delle persone più povere10. Il discorso sull’efficienza riguarda anche il settore pubblico, infatti, lo Stato e tutto il suo apparato amministrativo è chiamato a gestire il bene pubblico, evitando sprechi e corruzione. Anche qui si dovranno individuare grandezze macroeconomiche capaci di esprimere e misurare l’efficienza della produzione, attraverso indicatori di produttività del capitale, del lavoro, di redditività delle imprese, interni al sistema.

Ovviamente esiste un giusto dimensionamento ed equilibrio del mercato, rispetto allo Stato e alla società civile che realizza una qualità migliore di bene comune; infatti un mercato sottodimensionato, non competitivo, porterà presto o tardi una determinata collettiva verso l’impoverimento. Un mercato molto efficiente, e troppo presente nei settori del vivere sociale, può spingere una collettività a essere molto ricca, ma probabilmente con livelli bassi nella dimensione definita in questo lavoro come efficacia, giacché il tempo da destinare alle risorse sociali e alla generazione di beni relazionali, potrebbe essere invece sacrificato alla produzione.

In sostanza le quattro dimensioni etiche (efficacia, equità, sostenibilità, efficienza) dovrebbero offrire una rete di protezione e sostegno per la conservazione e il miglioramento del bene comune, all’interno di una qualunque comunità organizzata. La griglia è applicabile a valutazioni di etica economica nell’ambito di sistemi di riferimento in cui interagiscono processi economici, sociali e di autorità. Il passo ulteriore sarà quello di associare alle dimensioni etiche, di cui sopra, degli indicatori che ci permettono di comprendere l’impatto relativo sul bene comune.

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- fig. i.1 - le quattro dimensioni etiche


L’idea di una rete di protezione e sostegno per il bene comune, riprende l’intuizione di Kate Raworth sulla necessità di uscire fuori dalla visione dell’economia della sola crescita, per ricomprendere il benessere di una collettività umana, tra un limite inferiore di un’immaginaria “ciambella”, definito da una base sociale di sussistenza (efficacia), e un limite superiore che è definito in rapporto alla sostenibilità ambientale (sostenibilità). L’economia si dovrebbe esprimere all’interno di questi due limiti, come “spazio equo e sicuro per l’umanità” (Raworth 2017: 65). Il lavoro presente tenta così d’integrare in senso sistemico e dinamico questa visione con altri due aspetti etici: l’efficienza e l’equità, per inserire il tutto all’interno di un modello di etica economica di base.

Le dimensioni etiche si devono poi agganciare alle variabili endogene ed esogene del modello SFC. In particolare l’interazione dei tre settori avviene attraverso la rappresentazione di classi e categorie d’impresa. Per il settore sociale, cioè quello concernente le famiglie è importante considerare sia la distinzione in classi (underclass, middle, upper) sia la struttura demografica, che in questo lavoro è per semplicità considerata come esogena. Per il settore delle imprese si considera la distinzione tra le imprese sociali per la produzione di beni sociali (formazione, cura, assistenza), e imprese per la produzione di beni finali e intermedi. Il settore statale si compone in senso generale dei seguenti compartimenti: uno che si riferisce al governo, l’altro è relativo settore bancario, costituito dalla banca centrale e dalle banche commerciali per le attività istituzionali d’intermediazione finanziaria di prestito e raccolta. Si riporta a seguire una rappresentazione schematica dei flussi reali e monetari che avvengono tra i settori, mentre non sono riportate per semplicità le posizioni di debito/credito tra i comparti e le loro relative variazioni. Il modello rappresenta un’economia chiusa — ipotesi di semplificazione — con un generico settore ambiente che resta comunque relegato all’esterno e quindi trattato anch’esso in modo esogeno.

 

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fig. i.2 - visione sintetica del modello SFC

Lo sviluppo del modello SFC si struttura a partire dalla definizione dei settori coinvolti negli scambi reali e monetari, definisce le principali relazioni riconducibili alle identità di contabilità nazionale, e tiene conto dei flussi esistenti tra i settori, e dei relativi stock patrimoniali; l’andamento dei flussi implica sempre una variazione degli stock, e necessariamente anche consequenziali comportamenti diversi da parte degli operatori in caso di processi irreversibili. Le equazioni che si definiscono dalle identità contabili sono così integrate da diverse equazioni comportamentali. Definiti i parametri esogeni, i risultati del modello SFC vanno ad alimentare la griglia degli indicatori associati alle dimensioni, fornendo così una prima indicazione sul possibile andamento del bene comune.

 

fig3 bongiani 

- fig. i.3 - interazione tra modello e dimensioni etiche.


In merito agli aspetti riconducibili alle osservazioni sul bene comune, è giusto rilevare che non s’intende con questo misurare il bene comune economico (anche per le sue sole dimensioni materiali) semplicemente perché non è quantificabile, ma il lavoro mira a fornire tutti gli elementi per una sua osservazione indiretta, di tipo qualitativo e quantitativo, attraverso lo studio di tendenze e parametri di controllo, al fine di poter fornire almeno alcune indicazioni utili ad evidenziare sentieri di peggioramento o miglioramento rispetto ad un determinato punto di partenza.

 

Limitazioni e vincoli

La difficoltà principale della ricerca è nell’individuazione delle grandezze macroeconomiche e sociali capaci di rendere esplicativo attraverso le dimensioni prescelte il concetto di “economia orientata al bene comune”. Dietro questa difficoltà, c’è ovviamente e onestamente, anche l’aver considerato in senso classico il concetto di bene comune, e quindi, l’essere guidati nella ricerca proprio da una determinata idea, in ragione della quale il bene comune è sempre qualcosa che ha a che fare con la natura della persona umana, e con i suoi bisogni costitutivi e fondamentali. Il sistema nel suo ambito sociale, politico ed economico è al servizio della persona umana. Si è consapevoli che l’indagine non può prendere in esame che la sola dimensione materiale del bene comune, trascurando di conseguenza aspetti riconducibili ai livelli morali e culturali di una determinata società. Aspetti che possono essere trattati solo come variabili esterne e quindi esogene al modello. Alla difficoltà d’integrare l’etica nell’economia, e di renderla per una certa misura osservabile, si aggiunge la necessità di descrivere il sistema teorico dei tre settori (sociale, politico, ed economico) nel modo più semplificato possibile, trascurando elementi che potrebbero essere importanti per il bene comune, essendo il concetto stesso onnicomprensivo. Per tale ragione si utilizzano generalmente dei modelli con cui si rappresenta e si descrive il funzionamento dell’economia. Un determinato modello è sempre caratterizzato da una visione teorica da cui scaturisce la descrizione della struttura fondativa delle relazioni che sussistono tra le diverse variabili che sono oggetto di osservazione. L’uso di modelli economici è oggi estremamente diffuso presso istituzioni internazionali, centri studi, e nella prassi sono utilizzati a fini interpretativi, ma soprattutto predittivi. Le stime ottenute sugli andamenti delle principali grandezze macroeconomiche, influenzano ordinariamente i policy-makers, i mercati finanziari, le scelte d’investimento di imprese pubbliche e private; normalmente queste previsioni sono riprese dai quotidiani, mass media, social media e sono oggetto di riflessioni da parte di think tank specializzati.

Attualmente i modelli macroeconomici più in uso sono del tipo DSGE (Dynamic Stochastic General Equilibrium) contraddistinti alla base da una impostazione teorica che considera la realtà economica come caratterizzata da condizioni di equilibrio stabile nel tempo, dalla presenza di agenti razionali, con buone capacità predittive, in presenza di mercati finanziari efficienti; in generale è dominante la visione di un contesto dove il mercato si autoregola, dove risulta importante limitare, per quanto possibile, l’intervento dello Stato nell’economia, dal momento che famiglie e imprese si comportano in modo ottimale massimizzando la propria utilità. Le previsioni ottenute attraverso questi modelli, proprio per la struttura teorica di base su cui sono fondati, non possono ovviamente prevedere la crisi, perché non ne hanno concezione: “naturalmente, tali modelli non possono servire quando il sistema venga disturbato da una crisi, specie se di grandi dimensioni, che non può da essi essere prevista.” (Cozzi 2011:32). In sostanza modelli che sembrano di fatto costruiti per descrivere un mondo ideale, dove il bene è ampiamente diffuso, e dove l’unica preoccupazione sembra essere quella di continuare a garantire per quanto possibile un certo status quo. Per tale ragione se i modelli costruiti su impianti teorici non descrivono la realtà, ma sono derivati da visioni artificiali, non solo risultano inutili, ma potrebbero essere anche dannosi11. Per tale ragione l’utilizzo di una modellazione SFC consente di tener conto in modo più conveniente delle variabili reali, ma anche di quelle monetarie e finanziarie, come nella realtà avviene. L’approccio è rigoroso e matematicamente laborioso, può fornire una misura delle grandezze macroeconomiche, e soprattutto dei rapporti di forza in gioco al livello sociale, senza trascurare l’impatto della disuguaglianza, e delle dinamiche finanziarie, in un contesto caratterizzato comunque da incertezza: aspetti che possono essere considerati un punto di sostegno per un’analisi che deve poi desumere possibili impatti sul bene comune. L’integrazione con aspetti sociali e demografici si attua nella misura di quanto è strettamente necessario a cogliere altri impatti correlati, soprattutto negli andamenti di lungo periodo. La semplicità ha sempre il vantaggio di rendere più chiara l’esplicitazione di alcuni nessi causali, che possono essere utili, per la ricerca e l’approfondimento di quelle dimensioni ritenute portanti nel rapporto tra etica ed economia.

 

Conclusione Generale

Lo sviluppo del lavoro è stato fondato sulla possibilità d’interconnettere il concetto di bene comune, proprio della filosofia morale, con quello di economia proprio della scienza sociale. Dopo aver esaminato e approfondito la dimensione del concetto di bene comune, si è cercato di definire al livello teorico un metodo in grado di relazionare i due ambiti. Per le ragioni, argomentate nel lavoro, si sono individuate quattro dimensioni di natura etica (efficacia, equità, sostenibilità, efficienza) che possono essere associate a grandezze economiche, al fine di tentare una risposta agli interrogativi che hanno guidato il progetto di ricerca. La domanda che in sintesi ha accompagnato questo lavoro può essere così espressa: è possibile individuare una metodologia e sviluppare un modello di valutazione etica in grado di comprendere se una realtà economica nella sua dinamica si orienta o no, verso il bene comune?

Dopo aver enucleato e circoscritto il significato dei concetti fondamentali; infatti per il bene comune, ci si è limitati al bene comune economico, ritenendo questa dimensione essere più appropriata, se riferita ai soli requisiti di base, evitando di prendere in considerazione aspetti connessi, ad esempio, alla presenza dei beni morali che sappiamo essere elementi indispensabili e costitutivi del bene comune, ma che possono essere trattati come dati a priori, se ci si limita agli aspetti e alle condizioni più tangibili; sia con riferimento all’economia, delimitando la ricerca e le analisi alle dimensioni proprie della teoria macroeconomica. Il passo successivo è stato quello di valutare il grado di conoscibilità del bene comune economico, ritenendo questo certamente conoscibile, ma ragionevolmente non misurabile (cap. I). Non essendo misurabile (non esiste, infatti, un’unità di misura dello stesso), si è proceduto in modo indiretto, applicando alla realtà economica quattro dimensioni di natura etica, in grado di esprimere valutazioni su ambiti che hanno spessore e rilevanza etica differente, ma che, se organizzati a sistema, possono offrire un quadro abbastanza omogeneo, e suscettibile anche di varie applicazioni.

Le quattro dimensioni morali sono state osservate a partire da considerazioni e problematiche etiche che scaturiscono dall’analisi delle principali teorie economiche. La prima dimensione, quell’“efficacia” esprime il grado e la capacità del sistema di creare le condizioni per la soddisfazione dei bisogni fondamentali della persona umana (cap. II), la dimensione dell’“equità” per esprimere il livello di uguaglianza tra le persone che vivono all’interno del sistema economico (cap. III), la dimensione della “sostenibilità” in riferimento alla capacità del sistema di autorigenerarsi per le generazioni future (cap. IV), ed infine anche la dimensione dell’“efficienza” come capacità del sistema di produrre e allocare le proprie risorse in modo razionale (cap. V). Queste dimensioni etiche non hanno la pretesa di offrire una misurazione del bene comune, ma possono dirci qualcosa in relazione ad una determinata posizione di partenza, di base, se il sistema in linea generale si sta orientando o no al bene comune, o se una determinata politica, che certamente potrebbe far crescere il reddito, produca anche risultati positivi in termini di scostamenti favorevoli verso il bene comune (cap. VII).

La rappresentazione formale dell’economia è stata costruita a partire dal paradigma post-keynesiano, definito all’interno di un approccio di realismo sistemico, a cui non sfugge il ruolo delle istituzioni, le strutture delle classi, i rapporti di forza e di potere, il ruolo della finanza; in questo modo il modello si adatta alla lettura della realtà, colta nel suo dinamismo storico, e letta per come si presenta, e non come risposta a un ideale astratto. Questo del resto era già stato individuato da Utz12 nel suo insuperato lavoro “Etica Economica” quando in merito scriveva: “Le teorie post-keynesiane tentano di rimediare alle carenze della teoria keynesiana. Esposizioni sistematiche complete sono finora assenti. Comunque è chiaramente visibile un riorientamento della scienza dell’economia alle implicazioni etico-sociali di tutti i problemi economici.” (1999:207). Dalla corrente di pensiero post-keynesiano e all’interno della ricerca macroeconomica sui modelli della crescita e lo studio delle interconnessioni tra economia reale e finanziaria nascono i modelli macroeconomici Stock-Flow Consistent (SFC) che uniscono al rigore della logica di contabilità nazionale, una adeguata flessibilità e una particolare versatilità, in modo da poter essere adattati alle finalità proprie della ricerca, ed in questo specifico caso adeguati e utili, per comprendere attraverso l’analisi etica, gli impatti che l’economia può avere sul bene comune. Nel corso di questo lavoro partendo da alcuni modelli già esistenti (Zezza 2008) si è tentata un’estensione utile, e necessaria, per comprendere aspetti fondamentali per il bene comune. Nella definizione formale di un modello artificiale (cap. VI), accanto alla classica interconnessione tra grandezze finanziarie ed economiche, tipica dei modelli SFC, si è prevista una struttura caratterizzata da classi sociali differenti, la presenza del terzo settore e delle imprese sociali, il ruolo chiave del settore ambiente con risorse naturali, beni comuni da tutelare, e rifiuti da gestire, il tutto agganciato a una determinata dimensione demografica; il modello è stato inoltre adattato per cogliere un'importante dinamica per il bene comune che si pone, soprattutto oggi, nella differenza tra occupati stabili e precari, e nella variabile del tempo libero cruciale per il ruolo specifico della famiglia. Nella sostanza un modello che si presta a esprimere quel paniere di beni privati, beni pubblici, beni sociali, e beni comuni la cui presenza caratterizza proprio un’economia per il bene comune. Definito così il modello di riferimento e valutata la consistenza attraverso l’impostazione di valori e parametri iniziali, calibrati su livelli verosimili per un’economia avanzata, si è tentato l’esercizio teorico di stimare l’impatto etico sul bene comune variando di volta in volta parametri ritenuti rilevanti in relazione ad una determinata politica, o per la presenza di eventuali shock esterni (cap. VII).

I risultati ottenuti sono stati analizzati attraverso un’osservazione sia quantitativa dei diversi indici connessi alle dimensioni, ma soprattutto qualitativa, attraverso la comprensione dei meccanismi di trasmissione che da un input iniziale di natura economica, finanziaria, o di altro tipo, si comunicano attraverso le interconnessioni del modello, per produrre impatti su molte variabili di rilievo per il bene comune; l’indice di sintesi cosiddetto proxy del bene comune, ottenuto attraverso l’aggregazione delle quattro dimensioni etiche, non ha la pretesa di essere una misura del bene comune, perché come espresso sopra questo non può essere determinato, ma deve essere letto come un tentativo di cogliere il movimento del sistema economico verso un path più o meno orientato verso il bene comune.

Dal punto di vista teorico, il contributo più importante sta nell’individuazione di una struttura logica coerente per la valutazione etica di un sistema, processo, o ordinamento economico. Le quattro dimensioni etiche definiscono, infatti, da un punto di vista formale, quei punti nodali per intraprendere un’analisi etica in ambito economico; un sistema di analisi che può essere considerato in sé abbastanza completo e generalizzabile. Senza queste dimensioni si possono rischiare conclusioni parziali e talvolta fuorvianti, e tale aspetto continua ad affliggere purtroppo ogni approccio che si fonda sul solo principio di massimizzazione dell’utilità dei singoli agenti, restando relegato all’eticità della sola efficienza. Daly stesso aveva già posto in evidenza, tempo fa, che oltre alla presenza del dilemma classico tra distribuzione e allocazione, esiste l’altro problema legato al fatto che il mercato può solo risolvere attraverso i prezzi il problema dell’efficienza, ma non può assicurare né una distribuzione equa, e neanche una scala ottimale in termini di sostenibilità ambientale: “Quello che ancora deve essere riconosciuto è che non ci sono due, ma tre valori in conflitto: l’allocazione (efficienza), la distribuzione (equità), e la scala (sostenibilità).” (Daly 2001:69). In teoria quello che deve essere riconosciuto è che i termini in questione, per una completezza dell’analisi etica in ambito economico, in realtà non sono soltanto tre ma quattro, ai tre sopra indicati, infatti, è necessario aggiungere un quarto elemento, che è appunto nell’ordine dell’adeguatezza, della convenienza, e dell’opportunità, in merito al fatto che il sistema economico sia per l’uomo e non contro l’uomo, e quindi in grado di fornire beni, e assicurare tutte quelle condizioni più compatibili con la natura della persona umana e del suo pieno sviluppo (efficacia).

Le quattro dimensioni etiche, che costituiscono un sistema di valutazione generale per l’etica nell’economia, non possono essere considerate della stessa importanza; si è visto che è necessario attribuire loro un peso, un grado di priorità e di importanza. L’attribuzione di un peso, per esprimere un più o meno importante rispetto ad altro, è questione connessa alla sensibilità ed onestà del valutatore etico, che in base alle circostanze storiche, o fattuali del momento, può ritenere ad esempio l’equità più importante della sostenibilità o viceversa. In linea generale tuttavia l’ordine di preferenza è definito dalla priorità dell’efficacia (beni e condizioni in rapporto alla natura propria dell’uomo), sull’equità (l’uomo in rapporto ai propri simili), e di questa sulla sostenibilità (l’uomo di oggi in rapporto all’uomo di domani), e di questa ultima sull’efficienza (il modo con cui l’uomo usa ed entra in rapporto con le cose). Ribaltare questo significa, per dirla alla Utz, rompere la consequenzialità logica-scientifica per un ordinato ragionamento etico.

I tentativi formali e sostanziali che hanno portato alla separazione tra etica ed economia, cercando di fare dell’economia una scienza esatta, sono purtroppo incapaci di cogliere le conseguenze e gli esiti generati da una presunta idea di neutralità rispetto ai fini (Vito 1967), prospettiva questa che sembra ancora oggi presente, e che continua tuttavia a causare sofferenza e disagi. L’idea che perseguire l’efficienza comunque comporterà alla fine sempre una crescita in termini di efficacia - pensiero rivestito spesso di verità scientifica (esempio tipico del trickle down effect) - non solo non è vera, ma spesso è anche pericolosa, rispetto ad esempio approcci alternativi che puntando direttamente sull’efficacia, tendono poi a conseguire nel tempo una maggiore efficienza, da cui dinamicamente nel tempo si può generare nuova efficacia, permettendo così l’avvio di circolarità etiche positive13. Il poter cogliere le relazioni tra le quattro grandezze etiche, applicate a un sistema economico modellizzato, consente di esplicitare rispetto ad un determinato fenomeno economico non solo gli impatti diretti, ma anche azioni e retroazioni eventuali sulle dimensioni etiche, evidenziandone anche gli effetti correlati. Tali conseguenze correlate, sono sempre difficili da cogliere in modo teorico e astratto, essendo anche conseguenza di specifiche condizioni storiche e istituzionali, proprie delle strutture sociali presenti nell’economia; per tale ragione i risultati sono valutati, non tanto all’interno di una prospettiva di massimizzazione degli indicatori etici, ma osservando i risultati migliorativi in termini di etica sistemica e dinamica; questo aspetto è di particolare importanza e sembra essere in linea con l’esigenza di convergere nella ricerca ad una giustizia più concreta e meno astratta:

“Nella sua critica radicale a j. Rawls, Sen spiega - a mio giudizio convincentemente - perché è giunto il tempo di parlare di iustitium - il giudizio pratico su situazioni concrete - piuttosto che iustitia, la quale presuppone la ricerca della teoria perfetta, universalmente valida. Nel linguaggio dell’economista, ciò significa che è preferibile porsi alla ricerca di miglioramenti paretiani (iustitium) che non di ottimi paretiani (iustitia).” (Zamagni 2016:171).
I risultati ottenuti, da alcune simulazioni, sono riportati in sintesi nelle conclusioni del capitolo concernente la valutazione degli impatti in termini di orientamento al bene comune (cap. VII): questi risultati tuttavia - relativi anche a questioni molto dibattute al livello scientifico, e oggetto spesso di letteratura immensa - non hanno la pretesa di offrire una conoscenza scientifica, anche se possono dare una buona base per approfondimenti empirici, poiché sono stati ottenuti attraverso un’inizializzazione delle grandezze stock e dei parametri esogeni, determinati per ottenere andamenti nelle grandezze economiche e finanziarie non reali, ma verosimili. L’interesse del lavoro proposto, infatti, sta nell’aver individuato una metodologia che consente di comprendere se una determinata realtà economica, rappresentata attraverso una modellistica14 rigorosa e versatile allo stesso tempo, nel suo sviluppo dinamico, si orienti o meno verso il bene comune economico.

In sintesi, e per quanto sopra espresso, un possibile tentativo di esprimere una definizione astratta e formale di una “economia orientata al bene comune” o “economia per il bene comune” potrebbe essere:

Ogni sistema economico che si orienti al bene comune si presenta “efficace” poiché consente la piena soddisfazione delle condizioni per lo sviluppo integrale della persona umana, si presenta “equo” perché offre a tutti pari condizioni di trattamento, di opportunità per tale sviluppo, e “sostenibile” in quanto attento che l’esigenza dello sviluppo umano non sia compromessa per le future generazioni. Infine è anche “efficiente” perché orientato a una crescita tale da garantire a tutti una partecipazione, piena e dignitosa15, al processo produttivo e consumativo.

In merito ai limiti del lavoro è necessario precisare che i risultati ottenuti riguardano il solo aspetto connesso a condizioni materiali e tangibili del bene comune; in tal senso la rilevanza che le virtù morali hanno nei confronti del bene comune può essere considerata eventualmente solo come dato esogeno (fiducia, solidarietà, onestà, reciprocità, ecc.); si è preferito così monitorare quelle variabili che sono un pre-requisito necessario, anche se non sufficiente, alla loro generazione, come ad esempio il considerare nella famiglia la disponibilità di risorse private e sociali adeguate, la stabilità del lavoro, lo spazio abitativo, ed il tempo libero per le relazioni; aspetti che dovrebbero essere sempre assicurati a tutti gli esseri umani, per ragioni di giustizia sociale, senza per questo perdere mai di vista che “non di solo pane vivrà l’uomo” (Mt 4,4). Altri aspetti come il riferimento agli impatti ambientali sono stati espressi attraverso una formalizzazione che esprime una prima approssimazione rispetto alla complessità del sistema ambiente; in questo caso si sono evidenziati gli assorbimenti di materia rinnovabile associati al processo produttivo, gli effetti connessi alla rigenerazione dei materiali riciclabili, e l’impatto dei rifiuti non biodegradabili. Stesso discorso per ciò che concerne la dinamica demografica agganciata alla struttura delle classi sociali, con tassi di natalità e mortalità che restano indipendenti dal sistema economico. Questi aspetti potevano essere integrati in modo più raffinato ma non si è voluto appesantire eccessivamente la trattazione lasciando a eventuali approfondimenti successivi la possibilità di considerare una formalizzazione migliore nel modello. Le interconnessioni almeno al livello teorico tra dimensioni etiche e variabili economiche e finanziarie sono state esplicitate invece nello sviluppo della parte teorica del lavoro. In ultimo, come per le virtù, anche i beni relazionali (primari e secondari) sono considerati come dati esogeni al modello (vedi fig. I.1, fig. V.1). Sarebbe possibile in base alle indicazioni espresse nel capitolo sull’efficienza (cfr. p. 268) inserire gli effetti della presenza del bene relazionale (secondario) nello scambio, e valutare come questo possa influire sulla modalità d’interazione prezzo-quantità e analizzare gli impatti correlati sulle dimensioni etiche, ma anche in questo caso si è preferito non appesantire troppo la parte formale del lavoro.

Oltre a quanto già espresso, ulteriori sviluppi potrebbero riguardare le interdipendenze esistenti nel bene comune tra punti di osservazione differenti. Il riferimento è sempre al paradigma realista, che non parte dall’individuo, ma dall’osservazione della realtà, delle interazioni che esistono tra le parti e con l’ambiente esterno, parti che esistono in una definita e riconoscibile struttura (famiglie, imprese, classi sociali), con propri e specifici comportamenti economici. In tal senso soprattutto con riferimento al bene comune sarebbe allora necessario approfondire il legame che esiste tra il bene comune nei suoi diversi livelli; in altre parole il bene comune al livello macro è necessariamente interdipendente - se si resta nell’ambito di un pensiero sistemico - con il bene comune dei livelli inferiori e superiori. Ad esempio il degradarsi del bene comune nella famiglia ha ripercussioni inevitabili sul bene comune che si colloca nello strato superiore, così come il dissesto del bene comune al livello di una comunità civile comporta un’influenza negativa sul bene comune di prossimità, espresso nell’aggregato immediatamente superiore, o inferiore. Queste interdipendenze, tra i livelli diversi, dovrebbero essere oggetto di studio e di approfondimento, per poter conoscere e collocare in modo adeguato eventuali criticità etiche e relative responsabilità, e poter individuare soluzioni politiche e sociali più adatte. In questo senso potrebbe essere utile sviluppare modelli di analisi etica per il bene comune ad esempio della famiglia, o dell’impresa, o degli enti pubblici, e cogliere nelle eventuali interdipendenze, minacce e opportunità.

È fuor di dubbio comunque che il passaggio dal lavoro teorico alla verifica empirica dello strumento è un punto essenziale per coglierne la piena funzionalità; questo aspetto rimanda anche all’urgenza di approfondire e comprendere il funzionamento dei sistemi e poter trovare così le giuste risposte; se soluzioni ci sono, queste scaturiscono sempre di più da approcci integrali, così come ci è stato ultimamente ricordato:

“Data l’ampiezza dei cambiamenti, non è più possibile trovare una risposta specifica e indipendente per ogni singola parte del problema. È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura.” (Laudato Sì 139).

 

Roberto Bongianni

 

 

Indice Generale


Introduzione Generale .....1

Analisi del contesto .....1
Definizione del problema .....3
Lo stato della ricerca .....5
Dichiarazioni di intenti, e Obiettivi .....10
Ipotesi e metodologia .....12
Limitazioni e vincoli .....19

Sigle e abbreviazioni .....21

I. Sul rapporto tra etica ed economia .....22

Introduzione .....22
1. Cenni storici sul rapporto tra etica ed economia .....22
2. Aspetti formali e definizioni relative al bene comune .....36
3. Economia e bene comune nel contributo di A. F. Utz .....42
4. Considerazioni teoriche sulla ricerca metodologica del rapporto tra economia e bene comune .....50
5. L’approccio del realismo post-keynesiano e i modelli Stock-Flow Consistent .....57
6. Dalla metodologia sistemica (modello Stock-Flow Consistent) alle dimensioni etiche del bene comune .....62
Conclusioni .....76

II. Il principio di efficacia in un’economia orientata al bene comune .....78

Introduzione .....78
1. La categoria concettuale di “bene” nella scienza economica .....79
2. Alla ricerca del bene sostanziale: prospettive filosofiche .....80
3. Alla ricerca del bene sostanziale: prospettive di antropologia biblica .....83

1. Il bene del lavoro .....83
2. Il bene della relazione .....84
3. Le risorse, lo spazio vitale e la necessità di difendersi .....85

4. Alla ricerca del bene sostanziale: cenni alle teorie sul bisogno umano .....87
5. Una teoria dei bisogni: la prospettiva marxiana di Agnes Heller .....90
6. Teorie dei bisogni con approccio motivazionale: Maslow e McClelland .....93
7. L’approccio delle capacità per lo sviluppo umano di Amartya Sen .....95
8. L’approccio delle capacità secondo Martha Nussbaum .....97
9. Analisi comparativa ed individuazione delle principali categorie di valori, beni sostanziali indispensabili allo sviluppo umano e al bene comune .....99
10. Il ruolo della famiglia nell’economia del bene comune .....103
11. La conciliazione tra lavoro, tempo libero e risorse disponibili per la vita famigliare .....115
Conclusioni .....126

III. L’equità in un’economia orientata al bene comune .....128

Introduzione .....128
1. La dimensione dell’equità attraverso le principali teorie di giustizia sociale .....131
2. La disuguaglianza economica e le differenti posizioni teoriche sulla distribuzione del reddito .....142
3. Il capitalismo e gli effetti sulla disuguaglianza patrimoniale .....157
4. Gli effetti sociali della mancanza di equità nell’economia .....168
Conclusioni .....171

IV. La sostenibilità in un’economia orientata al bene comune .....173

Introduzione .....173
1. La sostenibilità ambientale e le teorie economiche .....175
2. La sostenibilità economica del settore produttivo privato .....189
3 La sostenibilità finanziaria del settore pubblico .....198
4. Sostenibilità del welfare e aspetti demografici .....213
Conclusioni .....229

V. La produzione efficiente in un’economia orientata al bene comune .....231

Introduzione .....231
1. L’efficienza nella produzione di beni privati .....235
2. L’efficienza nella produzione di beni pubblici .....246
3. La ricerca di efficienza per i beni comuni .....253
4. L’efficienza nella produzione di beni sociali .....255
5. L’importanza dei beni relazionali in un’economia per il bene comune .....265
Conclusioni .....276

VI. La modellazione Stock-Flow Consistent per l’analisi etica di una economia del bene comune .....278

Introduzione .....278
1. Aspetti descrittivi e struttura delle relazioni fondamentali .....279
2. Sviluppo e descrizione delle equazioni del modello .....285
3. Lo sviluppo del modello e le principali tendenze macroeconomiche .....307
Conclusioni .....312

VII. La valutazione teorica degli impatti in termini di orientamento al bene comune

Introduzione .....314
1. Una metodologia per la valutazione d’impatto: osservazione qualitativa delle dimensioni etiche .....315
2. Il confronto tra scenari in condizioni sistemiche differenti .....322

1.Scenari con differenti tassi di natalità .....323
2. Scenario con classe upper più ampia .....326
3. Scenario con differenze nelle preferenze di portafoglio della classe upper .....330
4. Scenari con differenti livelli di progresso tecnico .....337
5. Scenario con classe upper propensa al dono .....341
6. Effetti di una speculazione sul mercato immobiliare .....345
7. Effetti di una speculazione sui titoli del debito pubblico .....348
8. Effetti di una speculazione sui titoli azionari .....352

3. Gli effetti sul bene comune dovuti a variazioni in alcune politiche o variabili esogene .....354

1. Effetti di una politica fiscale restrittiva per aumento della pressione fiscale sul reddito .....354
2. Effetti di una politica fiscale espansiva per riduzione della pressione fiscale sul reddito .....356
3. Effetti di una politica di trasferimento di reddito dalla classe upper alla classe under .....357
4. Effetti di una politica monetaria per l’aumento del tasso d’interesse della banca centrale .....365
5. Effetti di una politica monetaria per diminuzione del tasso d’interesse della banca centrale .....367
6. Effetti connessi all’aumento della propensione marginale al consumo della classe middle .....369
7. Effetto della diminuzione della propensione marginale al consumo della classe middle .....372
8. Effetti di un incremento del potere di mercato delle imprese .....374
9. Effetti di una riduzione del potere di mercato delle imprese .....376
10. Effetti di una riduzione generale dell’orario di lavoro .....378

Conclusioni .....382

Conclusione generale .....385

 

NOTE:


1 In particolare il contributo di Richard Thaler in “Nudge: Improving Decisions about Health, Wealth, and Happiness” è nell’ambito di una teoria detta della “spinta gentile”, considerata sostanzialmente come un rinforzo indiretto che può stimolare la persona ad un comportamento che favorisce il benessere personale o collettivo.
2 Importante non cadere in approcci che hanno più il sapore dell’“imperialismo economico”, come sottolineato da Ferruccio Marzano in un intervento presso l’Università di Milano-Bicocca nel 2003, dove si afferma la necessità di tenere distinti i beni morali dai beni economici, ed evitare d’inglobarli nel discorso proprio dell’economia (Marzano 2003:41).
3 L’immagine dell’interstizio come tessuto connettivo – oggi tra l’altro riconosciuto dalla medicina come un organo a sé stante e diffuso in tutto il corpo umano – può ben rappresentare il bene comune e l’interconnessione tra questo e i relativi beni sociali e individuali propri di ciascuno settore.
4 La definizione è stata integrata e approfondita successivamente dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa al n. 164.
5 Le teorie chiuse che si rifanno in generale al liberismo economico sono dette tali dal momento che non hanno necessità di un completamento esterno alla rappresentazione formale dell’economia perché idealmente sono rappresentative dell’intera realtà economica, in questo senso presentano aspetti di autoreferenzialità e circolarità (Marzano 2012).
6 Per scuole eterodosse, in contrapposizione alla scuola ortodossa s’intendono generalmente tutti i filoni di pensiero economico che per le ipotesi di base assunte si collocano fuori dall’economia mainstream; il riferimento oggi è soprattutto alla sintesi neoclassica, approccio che oggi sembra aver esaurito la capacità di cogliere e interpretare in modo corretto i fatti economici, e quindi anche di prevederli. In generale gli approcci eterodossi si fondano su aspetti che ad esempio rivalutano l’attenzione ai gruppi sociali, ai loro ruoli nella società e nell’economia, tenendo in conto il fatto che gli operatori economici si muovono in un contesto di sostanziale incertezza, dove le fluttuazioni possono generale crisi e squilibri permanenti, e dove anche la moneta e la finanza in generale non può essere considerata neutrale, ma comporta effetti e conseguenze sull’economia reale. Normalmente questa situazione offre lo spazio per un legittimo e duraturo intervento dello Stato nell’economia.
7 Per i post-keynesiani il riferimento è vero sia nel breve, che nel lungo periodo, mentre per la scuola neo-keynesiana questo aspetto si può confermare solo nel breve periodo, mentre nel lungo periodo prevalgono le condizioni/vincoli posti dall’offerta.
8 L’approccio alternativo di tipo neoclassico esclude dall’impianto teorico la possibilità di una disoccupazione involontaria, e se esiste è solo attribuibile ad inefficienze connesse ad un non perfetto funzionamento dei mercati o all’ingerenza dello Stato e delle rappresentanze di categoria.
9 La ricerca condotta nel 2013 è stata enorme, e a coinvolto circa 161 mila persone, ridefinendo la mappatura delle classi sociali nel Regno Unito. L’elemento fondamentale scaturisce da una maggiore attenzione alle tipologie di occupazione, e soprattutto alle disponibilità di capitale economico, sociale e culturale. L’intreccio di queste variabili ridisegna una mappa che dall’élite arriva fino alla classe più bassa costituita da coloro che vivono di lavoro precario (Savage et al. 2015).
10 La considerazione è riferita alla teoria del trickle-down, secondo la quale gli effetti derivanti da interventi di riduzione delle tasse sulle imprese, e maggiori profitti ricadranno nel lungo periodo a beneficio della collettività tutta. È solitamente associata alla corrente di liberismo economico che va sotto il nome di Supply Side Economics.
11 In realtà l’uso di questi modelli DSGE, in un approccio di nuova sintesi neoclassica, tenta di recepire alcuni aspetti connessi alla presenza nella realtà di mercati non concorrenziali, rigidità nei prezzi, inefficienza dei mercati finanziari, generalmente considerati però come aspetti incidenti nel breve periodo. In sostanza ogni volta che i modelli falliscono perché non prevedono la crisi, sono aggiustati per recepire fattori non presi in sufficiente considerazione, senza tuttavia che sia mai messo in discussione l’impianto teorico di base. (Caballero 2010).
12 In merito Utz scrive: “I Keynesiani e soprattutto i post-keynesiani possono rivendicare per sé il vantaggio di aver tenuto presenti le limitazioni dell’economia di concorrenza necessarie nella realtà e ignorate dai sostenitori dell’economia nazionale classica: vengono messe in conto le effettive costellazioni di potere nella società e nell’economia, strutture sociali imprescindibili come la famiglia, le unità e le istituzioni regionali, sociali e culturali.” (1999:207).
13 Un esempio sono i processi di sviluppo support-led rispetto al growth-mediated (Sen 2000).
14 In questo non si offre in questo lavoro un contributo epistemologico sulla conoscenza scientifica in economia attraverso l’uso di modelli matematici in economia.
15 Il riferimento è al significato di lavoro decente: “un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa.” (Caritas in Veritate 2009:63).

02

pdfL’enciclica «Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amore sociale» di papa Francesco non è un documento di facile lettura. Si tratta di un testo complesso il cui impianto non appare, ad un primo accostamento, del tutto organico. La riflessione che il pontefice offre all’attenzione non solo di «tutti i fratelli e le sorelle» ma anche di «tutte le persone di buona volontà, al di là delle loro convinzioni religiose», si sviluppa attraverso un percorso non lineare ma circolare — non è questo del resto il significato etimologico di «enciclica»? — anzi più propriamente «a spirale», nel senso che le tematiche esposte vengono di continuo riprese — il che comporta necessariamente qualche inevitabile ripetizione — dando vita a progressivi approfondimenti che mettono a fuoco sempre nuove prospettive.

Il tema dominante dell’enciclica, che si inscrive all’interno dell’attuale contesto sociale contrassegnato da processi di interconnessione e di interdipendenza dovuti allo sviluppo della globalizzazione — la pandemia ha reso trasparente in maniera efficace questa situazione — è il tema della fraternità universale e dell’amicizia sociale, due modalità diverse e complementari di vivere la carità. La prima — la fraternità universale — riguarda il vincolo che ci unisce come fratelli all’intera umanità e ci rende responsabili del destino di tutti gli uomini; la seconda — l’amicizia sociale — ha come oggetto le persone con cui si è direttamente in contatto e con le quali si sviluppano relazioni immediate nei vari ambiti della vita associata.

Queste rapide note si propongono di far emergere le strutture portanti dell’enciclica papale, percorrendone alcune fasi salienti. Si partirà dall’analisi socioculturale della situazione (1), per cogliere gli aspetti antropologico-etici e l’orizzonte teologico (2), fermando successivamente l’attenzione sulla questione politica (3), per concludere con alcune rapide osservazioni sul ruolo delle religioni, e in particolare della chiesa cattolica (4).

 

1. Gli ostacoli odierni ai valori in gioco

Papa Francesco introduce la riflessione con una serie di spunti di analisi sulla situazione attuale, denunciando gli ostacoli che si oppongono al riconoscimento della fraternità universale e dell’amicizia sociale. Si tratta di una lunga rassegna di fenomeni che — come l’enciclica afferma — costituiscono veri segni di un «ritorno all’indietro» (n. 11): dai nazionalismi chiusi ed esasperati ai populismi demagogici e di pura propaganda (su questi si tornerà nel capitolo dedicato alla politica); dalle nuove forme di xenofobia e di razzismo al mancato riconoscimento dei diritti umani; dalle crescenti diseguaglianze sociali tra i popoli e le classi sociali alle derive della comunicazione digitale che provocano dipendenza e isolamento; e, infine, dalla presenza di conflitti anacronistici — lo scenario delle guerre tende ogni giorno a dilatarsi — alla colonizzazione culturale delle aree geografiche più povere (nn. 11–14).

Ma, al di là dei gravi fenomeni denunciati, l’enciclica risale soprattutto alle radici culturali e socio-politiche, che sono alla base dell’affermarsi dei nuovi egoismi di massa e della perdita del senso sociale, mettendo l’accento su alcuni processi che hanno inciso (e incidono) sulle coscienze modificandole nel profondo. Sul primo versante — quello culturale — particolare attenzione è riservata alla perdita della coscienza storica (n. 13) da cui scaturisce una forma di decostruzionismo caratterizzato dall’assenza di riferimenti stabili ereditati dal passato; assenza che conduce allo svuotamento dei valori e all’impossibilità di elaborare progetti per il futuro (n. 15). E questo in un momento nel quale la stessa percezione del presente appare largamente illusoria, in quanto, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, siamo spinti a sostituire il «reale» con il «virtuale», perdendo il gusto e il sapore della realtà (nn. 42–43).

Sul secondo versante — quello socio-politico — la critica dell’enciclica si appunta anzitutto sull’incapacità del sistema economico capitalista di far fronte ai bisogni delle persone, soprattutto a quelli delle classi più povere, e sulla debolezza della politica asservita in larga misura ai poteri oggi egemoni, quelli dell’economia e dell’informazione. Il che alimenta, da un lato, pesanti forme di ingiustizia (n. 22); e trasforma, dall’altro, la politica da luogo di elaborazione di progetti a lungo termine in rincorsa dei bisogni immediati con l’attenzione privilegiata a quelli dei più forti e la mancata considerazione di quelli dei più deboli.

Le conseguenze di questi processi e di queste scelte sono ben note: si va dall’ampliamento dei confini della povertà — aumenta la ricchezza ma senza una vera equità distributiva — alla distruzione dell’ambiente, fino alla riduzione della persona umana ad oggetto. Ad avere, in definitiva, il sopravvento è una cultura dell’immediatezza e della ricerca degli interessi individuali che conduce a l'affievolirsi della tensione etica o al suo «deterioramento», la cui «cifra» più immediatamente trasparente è il rifiuto dei migranti (n. 29).

Papa Francesco non si limita tuttavia a denunciare gli ostacoli alla fraternità universale e all’amicizia sociale. Non manca di segnalare anche alcuni segni positivi. La pandemia in corso ha reso infatti evidente l’esigenza di un nuovo modo di vivere, improntato alla riscoperta del legame che abbiamo con gli altri. Il Covid-19 non ha smascherato soltanto le nostre false sicurezze denunciando la nostra vulnerabilità, ma ha messo anche in luce la nostra comune appartenenza, la consapevolezza che tutto è nel nostro mondo connesso e che nessuno si salva da solo (n. 32).

Si fa strada così il dovere dell’esercizio di una forma di corresponsabilità nei confronti dell’intera famiglia umana; mentre l’esperienza negativa del dolore, dell’incertezza e del timore «fa risuonare l’appello a ripensare i nostri stati di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza» (n. 33). E fa rinascere, anche nel cuore di una situazione difficile, la speranza, la quale — è papa Francesco a ricordarlo — «è audace, sa guardare oltre la comodità personale, le piccole sicurezze e compensazioni che restringono l’orizzonte, per aprirsi ai grandi ideali che rendono la vita più bella e più dignitosa» (n. 55).

 

2. Le categorie antropologiche e l’orizzonte teologico

La prospettiva della proposta di papa Francesco è di carattere antropologico, con riferimento diretto al personalismo di matrice cristiana. La persona umana è un essere relazionale, il quale «non giunge a riconoscere a fondo la propria verità se non nell’incontro con gli altri» (n. 87 ed è chiamata a trascendere sé stessa aprendosi agli altri.

02 image 1Tale apertura si fonda sul riconoscimento della dignità umana, la quale affonda le sue radici nel valore del proprio essere. «Il mondo esiste per tutti — rileva l’enciclica — perché tutti noi esseri umani nasciamo su questa terra con la stessa dignità. Le differenze di colore, religione, capacità, luogo di origine, luogo di residenza e tante altre non si possono anteporre o utilizzare per giustificare i privilegi di alcuni a scapito dei diritti di tutti» (n. 118).

Fraternità universale e amicizia sociale hanno pertanto le loro basi in questo essenziale dato costitutivo. Da esso trae origine l’esigenza — affiora qui la dimensione etica — dell’esercizio della solidarietà, la quale non si riduce al compimento di alcuni atti di generosità sporadici, ma implica la lotta costante contro i meccanismi socio-economici ispirati ai soli criteri della libertà di mercato e l’impegno a valutare il proprio agire in rapporto al criterio del bene comune (n. 108).

La dimensione sociale — aggiunge poi giustamente l’enciclica — ha oggi una valenza universalistica. Ma l’universalità non deve essere interpretata come una omogeneizzazione che elimina le differenze e distrugge le peculiarità di ogni persona e di ogni popolo; va invece concepita come un’unità nella e della differenza. «La vera qualità dei diversi Paesi del mondo – scrive papa Francesco – si misura da questa capacità di pensare non solo come Paese, ma anche come famiglia umana, e questo si dimostra specialmente nei periodi di crisi» (n. 141).

Conseguenza di questi presupposti è, da un lato, il diritto di tutti a fruire dei beni della terra per la soddisfazione dei propri bisogni e, dall’altro, l’importanza della promozione dei diritti sociali oggi in particolare di quelli delle culture. Sul primo versante l’enciclica riprende gli insegnamenti dei papi precedenti, in particolare di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, mettendo l’accento sul principio della destinazione universale dei beni come principio dell’ordinamento etico-sociale e subordinando ad esso il diritto di proprietà, che va gestito con attenzione alla sua funzione sociale (nn. 118–120). Sul secondo il documento papale assegna ampio spazio ai diritti dei popoli e delle culture e sollecita la creazione di una nuova rete di relazioni internazionali (n. 126).

Il nodo critico che in proposito si propone come una vera sfida è la questione già accennata dell’accoglienza dei migranti che il papa affronta suggerendo l’adozione di alcuni atteggiamenti riconducibili a quattro verbi: «accogliere, proteggere, promuovere e integrare» (n. 129). Condizione per la messa in atto di questi orientamenti non è la rinuncia alla propria identità culturale e religiosa, ma il riconoscimento dell’importanza delle differenze che vanno valorizzate come espressione della ricchezza dello spirito umano, creando le premesse per l’attuazione di una «cittadinanza» basata sull’uguaglianza dei diritti e dando vita a politiche solidali con progetti capaci di favorire l’integrazione (nn. 130–131).

A complemento di queste motivazioni e come risposta alla domanda di senso ultimo, che non ci si può non porre, papa Francesco rinvia — facendo riferimento al carattere trascendente dell’esperienza umana nel mondo — alla parabola del buon samaritano, la quale conferisce ai concetti di fraternità e amicizia una effettiva concretezza. A venire contrapposti sono qui due comportamenti che riflettono due stili di vita: da un lato, l’indifferenza — quella del levita e del sacerdote — dall’altro, la prossimità — quella del samaritano.

L’etica del samaritano è l’etica della fraternità che crea le basi di una civiltà della prossimità, incentrata sulla «vittima» — come ricorda Luigino Bruni (cfr. Sempre dalla parte della vittima amando le umane diversità, «Avvenire», 6 ottobre 2020) — il cui contenuto fondamentale è la carità. Essa coincide con la ricerca senza condizioni del bene dell’altro, superando pregiudizi, interessi, barriere storiche e culturali. La vera fraternità va perciò oltre la vicinanza; comporta che ci facciamo vicini a coloro che sono in stato di difficoltà senza domandarci se fanno parte della nostra cerchia di appartenenza (capitolo secondo).

 

3. La politica come via privilegiata

Il terreno privilegiato per dare attuazione alla fraternità universale e all’amicizia sociale è per l’enciclica quello della politica. Il ricupero della centralità che va ad essa riconosciuta è legato al superamento di tre scogli: l’economia neocapitalista, il populismo e la tecnocrazia. Il primo — l’economia neoliberista — è dall’enciclica fatta oggetto di critiche severe. Il papa denuncia con forza i rischi dell’ideologia neoliberista: «Il mercato da solo — scrive — non risolve tutto, benché a volte vogliono farci credere questo dogma di fede neoliberale» (n. 168). Il pericolo (non puramente ipotetico) è che la politica si trasformi in variabile dipendente dell’economia, anziché conservare la funzione di perno di conduzione della vita associata.

Il secondo scoglio è rappresentato dal populismo, una vera degenerazione della politica, dove ad avere il predominio è la ricerca del consenso a tutti i costi in vista della permanenza al potere. L’enciclica non manca di distinguere il populismo dal popolarismo, rilevando come quest’ultimo implichi la consapevolezza di essere parte del popolo condividendo i legami sociali e culturali comuni e sviluppando azioni che esigono il coinvolgimento di tutti attorno ad obiettivi condivisi. Quando la capacità di interpretare il sentire di un popolo si muta nella ricerca dell’interesse immediato — osserva papa Francesco — si cade inevitabilmente in una forma di clientelismo che fa passare la politica da ambito di promozione del bene comune a luogo della tutela e della promozione di interessi particolaristici.

Infine, il terzo (e ultimo) scoglio è legato all’assunzione del paradigma efficientista della tecnocrazia. L’enciclica ritorna con frequenza anche in altri documenti (si veda in particolare la Laudato sì) sulla rilevanza assunta da questa visione della realtà che permea di sé le coscienze e che si sviluppa nei vari campi in cui si svolge la vita sociale. L’enorme successo acquisito dalla tecnica nella società attuale, mentre alimenta una sorta di prometeismo che si traduce nell’esercizio di un dominio incondizionato sulla realtà, conferisce alla politica un carattere del tutto pragmatico e contingente, impedendole di proiettarsi con progetti a lunga scadenza nel futuro (n. 177).

02 image 2Le tre tentazioni segnalate esigono, per essere superate, — sottolinea il documento papale — l’acquisizione dei valori della carità e della verità nelle loro reciproche implicazioni. La carità, di cui la politica è l’espressione più alta, si esercita con l’assunzione di un atteggiamento di piena disponibilità verso i bisogni delle persone, soprattutto di quelle — individui e categorie sociali — che vivono in situazioni di ingiustizia: si va dai piccoli gesti all’impegno a cambiare le strutture che creano condizioni di diseguaglianza. Ma l’esercizio della carità – osserva papa Francesco — non può avvenire senza che essa si lasci guidare dalla verità, evitando di cadere nella tentazione di opinioni contingenti o di stati emozionali: «Senza la verità — si legge nell’enciclica — l’emotività si vuota di contenuti relazionali e sociali. Perciò l’apertura alla verità protegge la carità da una falsa fede che resta “priva di respiro umano universale”» (n. 184).

L’insistenza sulla «verità» — termine che ricorre ben 69 volte — è dovuta in particolare al fatto che essa costituisce l’antidoto a una forma di relativismo imperante che, negando l’esistenza di principi universali, riduce le leggi a mere «imposizioni arbitrarie e ad ostacoli da evitare» (n. 206). L’attuale crisi della politica — l’enciclica lo ribadisce con frequenza — non può trovare soluzione mediante il semplice ricorso a procedure formali; ha bisogno come presupposto imprescindibile di un ethos culturale condiviso.

In questo contesto papa Francesco inserisce la questione della pace cui sono dedicate pagine tra le più belle dell’enciclica. La sua promozione è un compito laborioso, frutto di un patto sociale teso a bandire ogni forma di ostilità preconcetta e di violenza: «Ogni violenza commessa contro un essere umano — si legge nel documento papale — è una ferita nella carne dell’umanità; ogni morte violenta ci ‘diminuisce’ come persone […]. La violenza genera violenza, l’odio genera altro odio, e la morte, altra morte. Dobbiamo spezzare questa catena che appare ineluttabile» (n. 227).

La condizione perché la pace si renda efficacemente presente, tanto nell’ambito delle relazioni interpersonali quanto di quelle sociali, è lo sviluppo di una «cultura del dialogo» (o del «confronto»). Una cultura, che concorra a sviluppare il senso della tolleranza e della collaborazione reciproca, favorendo forme di convivenza ordinata. Ora il dialogo si costruisce con la pazienza e con la gentilezza (n. 222), legando tra loro istanze diverse, cercando punti di contatto, gettando ponti e progettando soluzioni in comune. A renderlo possibile è la pratica di due virtù: la riconciliazione e il perdono. Se la prima — la riconciliazione — è frutto di un intenso lavoro di mediazione con il ricorso al negoziato e all’arbitrato; il secondo — il perdono — implica l’irruzione della gratuità, la quale infrange la spirale della vendetta. Non si tratta di assentire a una forma di «riconciliazione generale», che pretende di chiudere le ferite per decreto o di coprire le ingiustizie con un manto di oblio, ma di cercare la giustizia e il diritto, evitando la ritorsione che alimenta l’odio e la violenza. «Quando i conflitti non si risolvono ma si nascondono o si seppelliscono nel passato — scrive papa Francesco — ci sono silenzi che possono significare il rendersi complici di gravi errori e peccati. Invece la vera riconciliazione non rifugge dal conflitto bensì si ottiene nel conflitto, superandolo attraverso il dialogo e la trattativa trasparente, sincera e paziente» (n. 144).

L’enunciazione dei valori tuttavia non basta. Occorre dare vita a scelte concrete, volte ad affrontare alcune grandi emergenze — dalla fame e dalla mancanza di una terra in cui versano milioni di persone al riconoscimento dei diritti di tutti a partire da quelli delle categorie più povere — e aprirsi a forme sempre più ampie di collaborazione internazionale (n. 172). La constatazione che al produrre la violenza è spesso la presenza — come si è ricordato — di strutture ingiuste, rende evidente la necessità di un impegno costante a dare vita a una società che superi le inequità esistenti, a partire dalla mancata inclusione dei poveri, che rifiuti per principio che si possa parlare di «guerra giusta», e che bandisca decisamente la pena di morte come misura del tutto anacronistica.

 

4. Il contributo delle religioni

In questo itinerario di costruzione della fraternità universale e dell’amicizia sociale, l’enciclica assegna un ruolo importante alle religioni. Lo stimolo alla stesura del testo dell’enciclica è venuto del resto a papa Francesco dall’incontro nel febbraio 2019 ad Abu Dhabi con il grande imam Ahmad Al-Tayyeb per ricordare che Dio «ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità e li ha chiamati a convivere come fratelli tra loro» (n. 5). La consapevolezza che la fraternità si fonda sulla coscienza di essere figli dello stesso Padre, le conferisce un carattere trascendente che ne avvalora la portata e fa delle religioni un bene per la intera società.

Per questo l’enciclica insiste nel sottolineare la necessità che esse vengano riconosciute come una componente essenziale della realtà sociale e, pur affermando il rispetto che devono avere per l’autonomia della politica, non manca di rivendicare il diritto a una loro presenza nel dibattito pubblico, difendendo la loro libertà di espressione (nn. 272–275). Fondamentale, anche in vista dell’esercizio di questa funzione è il dialogo e la collaborazione tra di esse: un dialogo che deve condurre a una reciproca conoscenza e al rifiuto di ogni forma di fondamentalismo. Un dialogo che non esclude certo per i cristiani un’attenzione specifica alla peculiarità del vangelo in quanto sorgente della dignità di ogni essere umano e come stimolo a vivere nel segno dell’amore universale. L’incontro e lo scambio interreligioso suppongono, perché si pervenga a un reciproco arricchimento, una solida acquisizione della propria identità e insieme la convinzione di essere posseduti da una parte limitata di verità e di poterne, conseguentemente, ricevere preziosi segmenti dal confronto con gli altri (nn. 277–280).

 

Conclusione

Il tracciato percorso dall’enciclica ci riporta a considerare, in una prospettiva più completa, il significato dei due termini ricorrenti ed intrecciati — qualche volta sovrapposti — che costituiscono il tessuto connettivo delle diverse proposte offerte dal documento papale. Fraternità universale e amicizia sociale sono due poli, dialetticamente compresenti, che rinviano alle due dimensioni dell’amore, il quale implica nello stesso tempo profondità (intensità) ed estensione (dilatazione). La carità va infatti esercitata nei confronti di ciascuno e nei confronti di tutti.

Queste due dimensioni interdipendenti e reciprocamente interagenti ritornano di fatto con insistenza nel testo dell’enciclica, dove «universale» e «particolare» sono concepiti come realtà co-necessarie: il vero universale — non l’universalismo astratto e omologante cui si è accennato — è quello che fa spazio al particolare che, anzi, lo assume e lo valorizza, mentre, a sua volta, il vero particolare è quello che, riconoscendo la propria parzialità, si apre all’universale. A questo ci si riferisce quando si parla di «glocale», il quale non comporta rinuncia a una precisa collocazione spaziale, ma, partendo da questa collocazione che definisce la propria appartenenza (e dunque in parte anche la propria identità), si dispone ad accogliere ciò che trascende i propri confini, fino al perseguimento dell’universalità.

Questo significa che la «prossimità» non esaurisce la «fraternità», la quale ha un orizzonte molto più ampio, in quanto si estende all’intera umanità; occorre allora trovare il giusto equilibrio tra i due livelli. È quanto ha messo in evidenza con grande lucidità Paul Ricoeur, il quale, andando oltre il personalismo classico, introduce, accanto al rapporto io-tu, il «terzo», colui con cui non si è in contatto diretto (e presumibilmente non lo si sarà mai), ma che non è per questo un anonimo, bensì un soggetto con un nome e un volto precisi, che reclama l’assunzione di una precisa responsabilità. È questo il compito fondamentale della politica, la quale proprio per questa ragione diviene — come già si è ricordato — il modo più alto di vivere la carità.

L’enciclica si muove in questa direzione, non accontentandosi di fornire degli orientamenti teorici, ma misurandosi concretamente con le questioni oggi sul tappeto e offrendo indicazioni operative di grande interesse. Redatta con un linguaggio evocativo e immaginifico, che non disdegna il ricorso alla narrazione poetica e alla metafora del sogno, con l’intento di sollecitare accanto alla ragione il cuore e i sentimenti, essa costituisce, in un momento difficile come l’attuale, un importante messaggio di speranza.

 

Giannino Piana

 

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pdfMentre scrivo questo Editoriale, sta per iniziare in Europa la somministrazione del vaccino contro il Covid 19. Quando il testo sarà in linea, spero che avremo notizie dell’ampio impiego e dei suoi buoni risultati.

I testi che presentiamo in questo fascicolo possono sembrare fuori dal tempo, ma non lo sono se non per quegli aspetti teoretici che lo devono essere.

Infatti, nonostante le restrizioni sanitarie e sociali, la vita della comunità continua, e deve continuare perché si possa uscire dall’emergenza. Mi sembra questo un evidente segno dell’evoluzione positiva della nostra società, mentre nel passato le società organizzate durante le epidemie restavano paralizzate in importanti settori pubblici. Questa volta, invece, è stato possibile mantenere efficienti strutture produttive, commerciali, sociali ed assistenziali di indubbio valore, soprattutto per i vari ceti marginali.

Ma nel frattempo noi, oggi, siamo anche diventati coscienti che non possiamo perdere l’occasione di correggere quanto prima non andava a livello macrosociale.

01 image 2Iniziamo dunque con un testo di presentazione dell’enciclica papale Fratelli tutti firmato da Giannino Piana. Docente emerito di teologia morale e di etica politica, Piana esprime implicitamente qualche riserva sulla struttura del testo papale, ma in un senso ben preciso. Non sembra che esso segua una struttura teoretica ben chiara del discorso: è come se papa Francesco fosse sommerso dalle infinite emergenze materiali e morali di cui è testimone privilegiato. Questo non toglie nulla all’attualità dello scritto, al contrario! Papa Bergoglio vede scorrergli davanti, dal suo ufficio in S. Marta, i mali di tanti e vorrebbe intervenire, vorrebbe che la chiesa cattolica e gli uomini onesti condividessero la sua presa di visione e la sua disponibilità operativa. Non è che lui possa direttamente intervenire, ma la sua parola esortativa ha un peso indubbio nella nostra società super-mediatizzata. E sarà importante vederne tutto il peso reale quando, si spera tra breve, potremo fare la storia di questo periodo nero.

Forse sullo sfondo nero vedremo delinearsi in bianco, accanto ad altri uomini e donne di buona volontà, anche la figura di papa Francesco.

Il secondo studio è opera di Roberto Bongianni, francescano ed economista. Si tratta di alcune parti essenziali del suo recente Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali. È un lavoro esplicitamente teoretico: creare un modello macroeconomico (ce ne sono di vari tipi — Bongianni ha utilizzato «Stock Flow Consistent») che recepisca dei principi etici e di vedere quali sono gli effetti di certi cambiamenti sull’andamento dell’economia. Ad esempio, in occasione di uno shock. Non rappresenta nessuna economia reale; e necessita di essere sviluppato ulteriormente prima di poterlo utilizzare per modellare un’economia reale. Dato il periodo che viviamo può dunque rappresentare un aiuto per realizzare quel rinnovamento dell’economia che tanti attendono, affinché non tutto «torni come prima». È la teoria che, stimolata dalla prassi, avrà la sua ricaduto razionale ed auspicabile.

Il terzo ed ultimo studio ci viene proposto da Lorenzo Gallo, già docente di sociologia del lavoro presso la Facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum e da sempre operatore sociale a New York: «American exceptionalism in crisis». Partendo dall’enorme espansione del virus in USA e dai continui scontri tra polizia e dimostranti di colore, Gallo analizza due sistemi chiave di quel paese: quello sanitario e quello giudiziario. I risultati sono documentati e catastrofici. Il sistema sanitario, anche dopo la riforma Obama, è in mano di fatto alle imprese assicurative e farmaceutiche, è enormemente costoso e lascia decine di milioni di cittadini scoperti. Quello giudiziario è talmente complesso (decine di sistemi giudiziari e legislativi si intersecano e interagiscono) che ha condotto di fatto ad avere oggi 2 milioni di americani costantemente in carcere e 5 milioni sotto diversi tipi di controllo giudiziario. Una assurdità: il paese più libertario del mondo ha il maggior numero di carcerati di ogni paese del mondo in senso relativo ed assoluto. Gallo crede di trovare la radice di tutto questo nella perdita negli USA attuali della base comune dei valori giudeo-cristiani, prima di tutti quello della famiglia. In tal modo la legge positiva invade profondamente la vita pubblica e privata e non trova una moralità condivisa che la sostenga e che la renda inopportuna. Gallo non è un estremista cristiano, perciò indica anche che per uscire da questa strada verso il basso, gli USA potrebbero anche trovare una altra base di valori comuni diversi da quelli giudeo-cristiani. Ma questo è un altro discorso. Per adesso tutti noi vediamo che gli USA sono su una falsa strada e che stanno perdendo la loro leadership morale mondiale che per decenni dopo la Seconda guerra mondiale è stata indiscussa e condivisa da tanti nel mondo.

Sotto la rubrica Pagine Aperte troviamo per primo il contributo di Boniface Joseph Mhella: Animated Films as the Powerful Tool for the Presentation of Christianization and Colonization of Africa. Esso ci presenta le ragioni per le quali è stato lanciato il progetto «Animation and African Narrations» presso l’Università di Tabora in Tanzania. Egli ritiene di poter contribuire a presentare la cristianizzazione in Africa distinta dal colonialismo che la seguiva. È un progetto intelligente, promettente soprattutto per operare nel senso di una pacificazione intrafricana e tra l’Africa e le vecchie potenze coloniali. Nella speranza di non lasciarci tutti coinvolgere da nuove forme di colonizzazione o di nuove potenze colonizzatrici.

Sotto la medesima rubrica presentiamo una pubblicazione preziosa. Si tratta del voluminoso Enchiridion di Bioetica edito dalle Edizioni dello Studio Domenicano di Bologna, ESD, a cura di Giorgio Carbone. Contiene tutti i documenti del Magistero Centrale della Chiesa Cattolica praticamente degli ultimi 100 anni. È prezioso per la comodità di trovare tutti insieme l’ampia produzione, che potrà interessare sia dal punto di vista confessionale che da quello storico e sociologico. I documenti non solo sono stati accuratamente collezionati ma anche tradotti in italiano.

Le Recensioni che seguono sono significative proprio in questa prospettiva di come «approfittare» del Covid.

01 image 1Marina Russo presenta un libro serio, poco pretenzioso e molto utile: Edoardo Mattei, Cristiani nel digitale. In pratica Mattei ci disvela tutte le possibilità positive che il digitale offre oggi ai gruppi organizzati e, nel fare questo, ci presenta chiaramente cos’è il digitale. Non è poco, e soprattutto è detto senza enfasi pseudo-poetiche e pseudo-profetiche che rendono altre presentazioni utopistiche.

Lorenzo Gallo presenta anche il volume del Vescovo statunitense Charles Chaput il quale sviluppa la propria critica alla perdita dei valori religiosi tradizionali nel proprio paese. Chaput non è un «progressista» ma neppure un «tradizionalista», è tradizionale. Ma nel senso che se egli avesse dette queste cose nel contesto americano di 30 anni fa, nessuno si sarebbe meravigliato. Ma attualmente in quel paese le divisioni di prospettiva sociale, comprese all’interno delle chiese, sono molto forti, qualche volta ridicole. Come: «chi porta la mascherina è democratico» e «chi la rifiuta repubblicano». Chaput è un uomo intelligente e comunque Gallo fa risaltare anche qualche ulteriore prospettiva di sviluppo verso il ritrovamento di valori comuni.

Giovanni Bertuzzi ci presenta invece l’ultimo libro di Remo Bodei (mancato a novembre 2019) filosofo italiano, noto anche fuori degli ambienti specialistici, Dominio e sottomissione. Bodei sul piano pubblico è stato un liberal, quindi questo tema rappresenta, socialmente, il coronamento della sua vita di studioso. Bertuzzi mette in rilievo tre temi all’interno di questo volume: la schiavitù antica e moderna, le macchine e il loro rapporto con l’uomo, il lavoro e l’uso del tempo della vita. Bodei ha scritto prima del Covid, ma quanto ci ha lasciato in questo suo lavoro è prezioso per «il dopo». Come, ad esempio, la sua idea di una società dove tutti sono contemporaneamente, e in sensi diversi, schiavi e padroni reciproci nella «società civile». Oppure l’idea che l’uomo non deve farsi prendere dai tempi frenetici delle macchine, ma ha necessità di rientrare in se stesso, di fermarsi nella meditazione e nel lasciare scorrere la vita, per recuperare autenticamente le trame della propria esistenza, collegando armonicamente il presente con il passato e il futuro.

La Pagina Classica è una finestra di speranza. Il romanziere Alessandro Manzoni descrive la gioia che il suo eroe Renzo prova dopo che ha ritrovata viva la sua promessa sposa durante la peste del 1630. Anche il morbo sta lentamente scomparendo. Noi riproduciamo questo testo come augurio che anche per noi tutto finisca bene e presto.

 

Francesco Compagnoni

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