Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

Barzaghi 1

pdfOggi, al punto in cui siamo giunti con il disagio pandemico, non c'è solo il problema della salute fisica, ma anche quello della salute psico-fisica e di quella spirituale, o dell’anima. Nella dottrina cristiana c’è una espressione bellissima di san Paolo che dice che i cristiani sono come tristi eppure sempre gioiosi (“Quasi tristes semper autem gaudentens” 2 Cor 6,10). Non vuol dire che uno è esultante, ma insieme macerato nel dolore. Il senso di questa espressione è l'essere sereno. Questa serenità dove la si trova? Io direi che è nella fede!

In questo periodo, c’è un grande recupero del senso della fede, non della religione. La religione è una cosa, la fede è un’altra cosa. La religione non dice affidamento; fiducia, la fides, invece, sì. Oggi avvertiamo questo motivo di compassione universale che è il centro della visione cristiana. È il centro della Rivelazione cristiana, per il quale nasce quella adeguazione che è la fede, l’affidamento, la fiducia, per ciò che potrà accadere ed ha l'aspetto della tragedia. Alla televisione li abbiamo visti i camion dell'esercito che trasportavano le bare. I malati venivano ricoverati e poi non li vedevi più... se non cremati, inceneriti in una cassettina. Cose incredibili! Si diceva: la gente che entra è sola… e muore sola. Questo è il tragico.

Io faccio il filosofo e il teologo, ma mi hanno definito il più filosofo dei teologi e il più teologo dei filosofi. Perché per me è impossibile avere il senso filosofico se non si va a badare a ciò che è indeducibile. Il fascino è nella indeducibilità, che richiama a quella esperienza fondamentale che è la compassione universale e che nel cristianesimo si avverte fondamentalmente e fondativamente nella fede. E quindi non posso non richiamare una frase del vangelo di Luca che è bellissima. È nella parabola del ricco e del povero Lazzaro, al capitolo 16. Il ricco banchettava lautamente e il povero ... niente. Anzi erano i cani che leccavano le piaghe del povero Lazzaro. Lui, che ha fame, con il suo sangue sfama i cani! Vediamo la frase. Morì il ricco e fu sepolto. Morì il povero Lazzaro “e gli angeli di Dio lo portarono nel seno di Abramo”. Se uno lo legge veloce non se ne accorge. Si muovono tutti gli angeli! Se uno vive nell’affidamento generoso, l’universo si muove e gli fa compagnia. San Tommaso si chiede: quanti sono gli angeli? Miriadi di miriadi. Non si può dimostrarlo. Si va con argomenti di convenienza: una realtà, quanto più è piena di vita e di nobiltà: più ce n’è meglio è! Si muovono miriadi di angeli per portare un povero solo. Il ricco morto solo come un cane. Il povero saziava i cani con sé stesso e son venuti tutti gli angeli a portarlo via. Questo è il senso di serenità che sta in queste cose. Non c'è la solitudine dell'isolamento dove c'è la fiducia, l'affidamento.

L'indeducibilità, in qualche modo, fa corpo unico con il rigore assiomatico: l'assioma vale più di un puro principio, perché non subordina a sé nulla e non si subordina a nulla. È un colpo d'occhio totalizzante. È roba da grandi filosofi...

Voglio richiamare un episodio significativo per me, che risale alla mia esperienza di dialogo con Emanuele Severino. Nel 2003, era mancato Italo Valent, grande filosofo della scuola severiniana. Era stato uno dei primi a coinvolgermi per le dispute con Emanuele Severino. Mi sento al telefono con Severino, per quella circostanza, e mi dice: “Guardi padre, per me era come un figlio. Le sarò grato se lo ricorda nella santa messa”. Uno che ti dice così, che sensibilità ha? Questa qui è una cosa da giganti, da giganti!

La struttura di un sillogismo è: A è B, B è C, dunque A è C. Puro formalismo … Rigoroso, ma è lì che sta postulando la carne materiale della dimostrazione. Ma questa carne materiale che diventa dimostrazione non la si deduce. Quindi in questa condizione di indeducibilità c’è la fiducia.

Per un altro aspetto, la dimensione del disagio dovrebbe stimolare l’intelligenza. Riuscire a sfruttare l'occasione di un approfondimento del senso delle cose, che sta nascosto nella compassione. Nelle scuole medie hanno l’ora di Epica. Come si fa a riflettere sull’Eneide on-line? Mettendo una crocetta su una delle 4 risposte chiuse... Follia!Basta un frammento per recuperare il senso di una intelligenza filosofica che c’è in tutti. Anche in questo caso basta una frase: Sunt lacrimae rerum mentemque mortalia tangunt. In italiano fa così: esistono delle lacrime nelle cose, tanto che le cose mortali riescono a colpire anche ciò che è immortale, la mente. Basta questo versetto per portare a riflessione i ragazzi! Questo disagio diventa scaturigine di approfondimento incredibile, occasione incredibile di maturità. Ma bisogna avere questi scatti in avanti che dipendono da questo sentimento fondamentale. Bisogna fare di necessità virtù.

Quando una cosa diventa un bisogno impellente, sicuro come l’oro che l’intelligenza brilla. Ma bisogna saper ascoltare queste condizioni. Non c’è allora un deperimento psicologico, un deperimento dello spirito, perché l’anima nutre sé stessa. Nell'anima, come dice Platone, c'è come un fuoco che alimenta sé stesso. È la filosofa. Ma non deve essere un fuoco che viene appiccato da un altro. È come un fuoco che è lì sotto la brace, che c’è nell’anima: basta un maestro che ci soffi sopra un pochino per rivitalizzarlo. Gli dà aria, gli dà ossigeno, gli dà lo spirito: si chiama ispirazione. Fa fiorire anche l’anima.

Dagli esperti si apprende che la situazione è drammatica soprattutto per i piccoli, i ragazzi e anche per i giovani in generale: c'è un incremento delle patologie psichiatriche in età preadolescenziale, sindromi depressive nei bambini che non possono essere curate con in farmaci evidentemente ecc. Si pensa solo al contagio fisico e si trascura questo livello della angoscia o angustia... Occorre la presenza!

Occorre recuperare il senso, anche precauzionale, della presenza! Ora faccio il filosofo che si ispira alla fede. Quanti erano i discepoli di Gesù? 12! Anche ai miei tempi, alle scuole elementari, eravamo tanti bambini per ogni classe. Ma arrivati in terza liceo classico … una scrematura ci ha ridotti a 15. Tagliati tutti. Una classe funziona quando è costituita intorno alla dozzina, poco più, di alunni. Le classi devono essere fatte di 12 bambini, di 12 ragazzi con più insegnanti che lavorano! Una classe di 30 la dividi per tre, lavorano 3 maestri! E il fatto di avere davanti 12 bambini, 12 ragazzi è una cura ad personam. I professori diventano dei maestri. È il maestro che si accorge: Pierino tu devi mettere gli occhiali, perché non ci vedi! Deve mettere gli occhiali perché non ci vede, non è stupido. Anche l'altro non è stupido, è che non ci sente bene. Come fai ad accorgertene se ne hai davanti 30!

Gli spazi ci sono! Gli oratori e i cinema parrocchiali erano stati offerti dalle parrocchie. Era l'occasione per rinvigorire, salvaguardando il distanziamento, la scuola; per dare il lavoro a chi ha la capacità di insegnare, ma è ancora a spasso, come si dice. Uno si laurea in 5 anni; poi deve studiare a spese proprie altri 3 anni per fare un concorso a cattedre eventualmente disponibili... E cioè, punto e a capo! Non è che se ascolti ancora per 3 anni impari ad insegnare! Bisogna metterlo a fianco di un artigiano della scuola, un maestro, e lì sì, per contagio, impara ad insegnare in poco tempo. Bisogna andare a bottega anche qui. Devi mettergli a fianco un maestro e lui capisce come si fa!

Un po’ di “svegliarina” ci voleva, no? Fare di necessità virtù, è questo. Riuscire a capire che proprio il ridurre per salvaguardare il distanziamento era l’occasione per valorizzare il senso dell’educazione. Sono pochi! Tutti capiscono tutto. E tu capisci chi non può arrivare a quel traguardo, ma non per colpa sua, bensì perché c’è qualche difetto fisico o emotivo da qualche parte.

Se dovessi rinascere e mi si dovesse proporre come unica alternativa la scelta tra il fare il primario in ospedale o il medico condotto in campagna, io sceglierei il medico condotto in campagna. Lui è capace di metterti a posto l'orecchio, il mal di denti, i piedi... escogita, per quanto gli è possibile, i pronti rimedi.

Quanto più una cosa è enorme, tanto meno è attenta, perché per avere attenzione dobbiamo essere messi in tensione. E la tensione ha sempre due poli, uno dalla mia parte e l’altro dall’altra. Se io sto attento, vuol dire che dall’altra parte c’è uno che mi attende e mi mette in tensione e questa tensione è fatta di percezione, di compassione, di affidamento.

Stiamo passando attraverso un disagio che poteva essere sfruttato favorevolmente e invece ci facciamo mangiare dal disagio. Ci facciamo fagocitare dal disagio e questo è davvero poco intelligente. Non si è capaci di fare necessità virtù.

Anche la scienza comincia a prendere nuovamente consapevolezza della propria radice. Abbiamo sempre parlato della rivoluzione scientifica dei tempi moderni. Adesso chi ci crede più? Io dico che adesso siamo nella risoluzione scientifica. L’anima della scienza è la resolutio, non la rivoluzione. Risoluzione scientifica vuol dire due cose. Per un verso c’è il problema, e cerchiamo di risolverlo: quattro occhi son meglio di due, ma non si deduce niente. Ma la resolutio, come veniva intesa dai grandi dialettici, è lo sciogliere: analyo, che è l'equivalente dialettico di antitesi o oppositio. La scienza è nata perché problematizzava, non perché risolveva il problema: lo sollevava. Il primo atto scientifico era l’atto dello scettico: chissà poi se è così? Chi lo dice? Sei certo che sarà sempre così? Che valga per tutti?

Non vale la semplice percentuale? Gli uomini sono individui, indivisibili: ciascuno è l'intero! La integrità dell’individuo è l'integrità dell'universo. L'individuo è l'uno verso cui va tutto indivisibilmente: l'universale concreto(Cf Nota finale). Dunque, la risoluzione scientifica, in questa situazione di disagio, sta nel fatto che si scopre che la scienza non è il progresso. La scienza mostra la propria faccia. La faccia della scienza è quel momento negativo da cui era nata e che la accompagna sempre: una forma scettica. Pirrone, il grande scettico, una grande intelligenza: “Non c’è niente di certo tra gli uomini”. E se si uscisse dall’ordine dell’umano? Si potrebbe trovare la certezza! La certezza è oltre l’umano. Uno sguardo verso l'oltre. La negatività dell'improponibile certezza umana porta allo sforamento verso un positivo oltre l'umano!

Ma quella certezza oltre l'umano io la chiamo sicurezza. Un conto è la certezza un conto è la sicurezza. La certezza ha sempre bisogno di fare battaglia. Ne sei certo cioè hai accertato, hai fatto il certamen, hai combattuto? Sì, li ho sbaragliati tutti! Non c'è più nessuno che io possa temere. Sono certo. Ho fatto la battaglia e li ho sbaragliati tutti. Ma se ci fosse ancora un nemico nascosto da qualche parte? Non si finisce mai di accertare...

Il sicuro, invece, non ha bisogno di fare battaglia. Sine cura, senza preoccupazione. Quando guardi con serenità, che è l’attenzione compassionevole che ha come punto di fuga “l’Agnello immolato nello suo stesso atto creatore” (Ap 13,8), cioè Cristo, centro e fondamento dell'universo e di ogni individuo (è il tutto in tutti di cui velatamente parlavano i filosofi classici).

Andando alle radici della scienza si va nel retroscena dove lo scettico e l’Assoluto vanno di pari passo. Cosa vuol dire che lo scettico e l’Assoluto vanno di pari passo. Quando si dubita radicalmente, questo avviene perché alla radice del dubbio c’è l’Assoluto, che relativizza tutto il resto. Se si dubita di qualcosa, è perché la si considera non assoluta e quindi si sa che cosa è l’Assoluto. Se ne ha almeno il sentore! In questo sentore c’è l’abbandono fiducioso.

Dalla scena, come messa in scena, si passa al retroscena di un intendere assoluto, oltre un comprendere ormai ridicolizzato. Soltanto Dio ci può salvare...

In una società complessa, bisognerebbe trovare una strategia capace di semplificare rasserenando. Il genio semplifica! E invece sembra si trovino solo quelli che complicano anche ciò che è semplice. E questa è la tragedia delle tragedie! Così ridicola, che non l'avrebbe immaginata neppure Euripide...

 

Riassunto

Se la Rivoluzione scientifica ha fatto sognare nel progresso verso il Positivo, la disillusione che il disagio sociale ha fatto maturare circa quel progresso, riporta la scienza al suo proprium Negativo: in logica si chiama Risoluzione, da resolutio, che è l'equivalente dialettico di antitesi o oppositio. La scienza si richiama al proprio radicale scettico (skeptomai): dalla scena, come messa in scena, si passa al retroscena di un intendere assoluto oltre un comprendere ormai ridicolizzato. Soltanto Dio ci può salvare…

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Nota Finale:

Quando noi abbiamo a che fare con la realtà in sé e per sé, noi abbiamo a che fare con l’individualità, con la sostanza prima di cui parla Aristotele. È l’infra-intelligibile. Ma, in qualche modo, quell’individuo che è infra-intelligibile, gode della stessa nobiltà del sovra-intelligibile. Perché? Perché è incomunicabile, assoluto. Se io vado all’individualità, quell’individuo di quella essenza, in quanto individuo, è infra-intelligibile. Rispetto a Dio si parla di sovra-intelligibilità, perché questa essenza, di cui noi abbiamo una intelligenza isolata dalle individualità, nel caso di Dio, è per sé sussistente: è essa stessa individuo! Anziché essere un quadro comprensivo di più individualità, si identifica con l’essere sussistente di Dio e quindi diventa sovra-intelligibile, non perché abbia dismesso l’essenzialità, ma perché lì l’essenzialità non è più quella che noi manovriamo con i nostri concetti astratti, è individuata: è un concreto. Sovra-intelligibile vuol dire che è al di là dell’intelligibile, al di sopra della comprensione. L’intelligibile qual è? L’essenza, la sostanza seconda; e questo che è oltre la sostanza seconda, in che modo è oltre? Ciò che sta sotto alla sostanza seconda -la quale lo accomunerebbe ad altri, perché comunicabile- è l'individualità ed è la stessa che sta sopra alla sostanza seconda, perché la rende per sé incomunicabile: il sovra-intelligibile è la sostanza seconda incomunicabile, perché individuata, cioè identificata con la sostanza prima. È la sostanza seconda per sé sussistente. Se cerco di definire la Sapienza per sé sussistente la definisco, la riduco a sapienza, disattendendone la sussistenza, cioè la individualità o incomunicabilità. La sottraggo alla sussistenza. In qualche modo avviene proprio quanto faccio quando considerando quest'uomo (sostanza prima) tralascio il questo e considero l'uomo (sostanza seconda). Dire sussistente e dire individuo è la stessa cosa. La sapienza divina non appartiene a Dio perché è Dio! Qui la sapienza è individuata. Perché la sapienza individuata è sovra intelligibile? Perché l'intelligibile è sapienza, appena dico che è individuata io non capisco più: la dovrei semplicemente indicare. Con la conoscenza della sostanza seconda, siamo nella dianoia, nella conoscenza media o intermedia tra due conoscenze esperienziali: quella empirica e materiale, e quella mistica e spirituale. Per questo secondo motivo, esiste una grammatica speculativa. Quindi abbiamo un assoluto che è sovra-intelligibile e un assoluto che è infra-intelligibile. Ma l’assoluto non è intelligibile. Perché? Perché l’intelligibile è la sostanza seconda che è in sé come un genere che accomuna tante informazioni. Quando le prendiamo insieme, le con-prendiamo: questa è la comprensione. La sostanza seconda è l’essenza, la quidditas, il che cos’è che logicamente diviene predicabile di più individui. Ma l’individuo non lo comprendiamo, così come il sovra-intelligibile non lo comprendiamo. Altra caratteristica tipica dell’individualità è l'irripetibilità. Per l'esistenzialismo di Kierkegaard, l’individuo è irripetibile. Ma è la stessa metafisica che arriva a dare questa caratterizzazione importante all’individualità. Il discorso metafisico va a cogliere quello che sarebbe l’aspetto più universale. Se è universale, cioè è l'id quod est aptum praedicari de pluribus (ciò che può essere predicato di più soggetti), è comunicabile. E non ci si accorge che, dicendo così, non si fa propriamente metafisica, perché questa definizione è logica. Id quod est aptum praedicari de pluribus è la definizione dell’universale logico. Esiste anche l’universale metafisico, che è quello che cade come sostanza seconda dentro la definizione: non è né singolare né plurale. Per esempio: animale razionale, la definizione di uomo. Quanti? Che sia uno, che siano tanti, animale razionale è e rimane quello che è. Questo è l’universale metafisico ed è appunto la sostanza seconda che torna nel proprio rango. Però rimane il fatto che questo animale razionale è Luigi, Filippo, Federico, Maria, Anna ecc.: è ciascuno di quegli individui lì. Esiste una scienza che sia capace non tanto di giustificare, quanto piuttosto riconoscere il valore dell’individualità, nel suo carattere di infra-intelligibilità? Se ci si pensa bene, l’unica è la metafisica. Quando noi parliamo di scienze - ed è una distinzione che faccio io -, con il termine scienza intendiamo un sapere che in qualche modo gode di un certo controllo metodico e di un certo rigore. E ci sono tanti saperi fatti così, ci sono tante scienze. Però, io distinguo tra scienza generale e scienza universale. Perché devo fare questa distinzione tra scienza generale e scienza universale? Sembrerebbero la stessa cosa no? Perché una scienza universale dice una grande apertura e anche una scienza generale significa una grande apertura. Però le parole hanno il loro valore. E quindi se io cerco di capire che cosa intendo dire con scienza generale e cosa intendo dire con scienza universale, mi accorgo che non è proprio la stessa cosa. Perché generale, lo senti, viene da genere e se viene da genere, genere viene da generare, generazione. Allora cosa vuol indicare una scienza generale? Come scienza vuole inquadrare qualcosa. Però se è generale, vuol dire che inquadra una totalità dal punto di vista della generazione. Ed è possibile. Le cose nascono, dunque posso inquadrarle dal punto di vista della loro genesi. Quando si dice di andare alla genesi delle cose, andare alla genesi di un discorso, si intende dire: facciamo una scienza generale. Questa scienza generale ha come punto di vista la generazione e attraverso questa generazione cerca di capire come comprendere e inquadrare una totalità. Che cosa succede quando noi inquadriamo una totalità dal punto di vista della generazione? Dal punto di vista della generazione, succede questo, che le cose che si generano, per generarsi, implicano una corruzione. Generatio unus est corruptio alterius. La generazione di una cosa va di pari passo con la corruzione di un’altra. E dunque corruptio unius est generatio alterius. Perché si generi la fiamma del fuoco si consuma l’ossigeno. Quindi, nelle scienze cosiddette generali, che io dico riguardano una totalità dal punto di vista della genesi, della generazione, noi abbiamo a che fare sempre con un fatto di corruzione. Il che significa che queste scienze, quanto più sono generali, cioè decisamente legate alla generazione, non son sicure! I loro asserti valgono ut in pluribus, nella maggior parte dei casi. Puoi contestarmi il fatto che un pero che fa mai le ciliegie. Controbatto: che un pero faccia le pere è infallibile; che un pero, tutti gli anni, faccia le pere... non ne sono tanto sicuro. Perché se viene una bella ghiacciata, il pero resta pero, è fatto per fare le pere, ma quell’anno lì le pere non le fa. E siccome esiste anche una pausa generativa... il pero fa le pere, ma non sempre. Quindi le scienze generali, che inquadrano una totalità dal punto di vista della generazione, hanno come prerogativa la certezza ut in pluribus, e non sempre, comunque e per tutti. Queste scienze generali, per restare nella propria generalità, producano una certezza probabile cioè mai esaurita nella sua prova. Queste scienze generali, proprio perché considerano ciò che si realizza nella maggior parte dei casi, sono statistiche, cioè si fondano su percentuali. Questo vale al 50%, al 75,5%, questo al 90%, questo 99%. E l'1%? E se fossi io? Abbiamo finalmente trovato il vaccino. Negli USA un’infermiera ha avuto uno shock anafilattico per via del vaccino anticovid. E uno dice: e se toccasse a me? O a mio figlio? Lo scetticismo si affaccia... Se io guardo la scienza come scienza, prima che sia scienza generale, la scienza non nasce come... il «sicuro come l’oro». La scienza nasce come dubbio metodico perché se uno fa il credulone non è uno scienziato. Non è necessario fare i cartesiani! Basta Aristotele commentato da san Tommaso per capire cosa vuol dire il temperamento filosofico. «Philosophia est universalis dubitatio de veritate» (In 3 Metaph., lect.1). Non è Ponzio Pilato... È san Tommaso che commenta Aristotele. La filosofia è il dubbio universale intorno a ciò che è vero. Quindi l’esordio della scienza è questo dubbio e il dubbio accompagna sempre la scienza come scienza. Anche quando diventa scienza generale. Però, se c'è una scienza generale, ci sarà anche una scienza non generale. Se c'è un uomo alto, ci sarà anche un uomo non alto... altrimenti l'aggettivazione è inutile. L’altra scienza la chiamo universale. Il termine universale può essere usato in modi diversi. È vero che l’uso normale del termine universale è come se fosse equivalente alla totalità. Universale vuol dire tutti, no? «Tutti gli uomini corrono» è una proposizione universale. Dice sempre la totalità. Però perché non l’abbiamo chiamata totalizzante invece di universale? Se prima ci siamo soffermati nel considerare che cosa vuol dire la parola generale, adesso attardiamoci un momento a considerare la parola universale. È aggettivo che deriva dal sostantivo universo, che vuol dire verso uno. Allora si tratterà di vedere qual è questo uno verso il quale tutto è rivolto. È un discorso di pura ontologia. Tutto va verso uno, ma deve essere uno che più reale di così è impossibile che si dia. Uno che per essere uno deve essere quello lì punto e basta! Indivisibile, incomunicabile. È quell’infra-intelligibile di prima? Sì. La sostanza individua è questo uno verso cui va tutto. Ogni individuo è ciò verso cui il tutto va. E chi lo dice? La metafisica che, nell’ontologia, si occupa di quella pienezza, prima ancora dell’esistenza di Dio. Quell’ontologia per cui l’ente, in concreto, è l’individuo sussistente, e che si chiama sostanza prima. La sostanza prima è quell’uno verso cui si rivolge tutto.

Facciamo un esempio moderno. Leibniz: un grandissimo razionalista, ma che recupera Aristotele. Leibniz chiama monade la sostanza prima di Aristotele. Monade da monos, cioè unico. Ed è a tal punto importante la monade, da essere effettivamente l’universo, l’uno verso cui tutto è rivolto e addirittura contenuto. Ma la monade è l’individuo. Individuo vuol dire indiviso in sé stesso e dunque semplicemente uno. L'ente indiviso in sé stesso, che non si appoggia ad altro perché sta: sostanza prima. L'esplorazione che ne fa un razionalista moderno come Leibniz, è una cosa magnifica. Ogni monade è l’universo: chiusa in se stessa, senza porte né finestre. Non ne ha bisogno perché contiene tutto. Contiene tutte le possibili relazioni, non in generale, ma in universale. Ogni singola monade è questo centro universale in cui tutto converge e dal quale tutto in qualche modo si irradia: sempre nella compagnia del tutto. O è tutto, o è niente. C'è poco da fare. In metafisica è così. Altrimenti devi accontentarti di una scienza generale che è la tal percentuale… in fin dei conti. E quindi il discorso della scienza generale è statistico, probabilistico, del quale non possiamo fare a meno. Meno male che ci sono quelli che ci pensano. Però, da un punto di vista del fondamento, l’unica cosa che è sicura non è sulla scena generale. L’unica cosa che è sicura è nel retroscena universale. Ce l’abbiamo sempre alle spalle. E in questo retroscena universale, lì dentro ci sei tu: la tua individualità. Il retroscena non può essere guardato. Non riesci a inquadrarlo, altrimenti sarebbe sostanza seconda. La sostanza seconda può generare la consapevolezza di un certo grado di certezza. Hai combattuto, ti sei certificato, hai fatto il certamen: sì, al 99% puoi essere certo. Ma se tu volessi essere sicuro? Sicuro non vuol dire: ho fatto una battaglia e son pronto a farne un’altra! Se sei pronto a farne un’altra, non sei sicuro: sei preoccupato. Potrebbe essercene un’altra. Per essere sicuro devi essere sine cura, cioè senza preoccupazione. L’assenza di preoccupazione non te la dà la certezza del calcolo statistico o della probabilità. Te la dà quel retroscena dove tu non riesci più a definire e a inquadrare niente. E che caratterizza lo scettico. Quella specie di salvaguardia della scienza che ti dice: ma sei sicuro? Questa dimensione critica della scienza si lega alla dimensione risolutiva della scienza in quanto scienza, che ha sempre un carattere negativo: risolvere (resolutio), che vuol dire, appunto, sciogliere nuovamente. Non si risolve un problema che aprirà un altro problema. Ma si risolve il problema quando ci si scioglie. Sant'Agostino dice questa cosa da metafisico: «Domine, Deus meus… in cuius oculis mihi quaestio factus sum» (Conf.,X,33,50), nel tuo sguardo son diventato un problema a me stesso. Non ho un problemino da risolvere. Sono io che sono diventato un problema. Se io sono diventato un problema, per risolvere questo problema, io mi devo sciogliere. Questo sciogliersi del soggetto problematizzante non consiste nell’inventare un’altra scienza, ma è un andare alle radici della scienza.

 

Giuseppe BARZAGHI

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