Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

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pdfQuando nella vita individuale o sociale si attraversa una grande crisi, quando certi avvenimenti sono riconosciuti come rotture profonde di un equilibrio esistenziale, si cerca di analizzare cosa sta accadendo, perché sta accadendo, e soprattutto come fare a rimettersi in carreggiata.

Allora parliamo di Covid? No!

Parliamo di un’altra crisi, meno mortale nell’immediato, ma non meno letale nel medio termine.

Parliamo di disastro ecologico e dei possibili mezzi per superarlo.

Nei paesi in via di sviluppo (ai più diversi livelli, da quelli africani alla Cina stessa) questa catastrofe è socialmente meno sentita perché ci sono altre priorità, sociali ed individuali, sentite come più immediate. In alcuni paesi si è concentrati sullo start up del benessere collettivo, in altri sul mantenimento dei livelli di benessere raggiunti. Ma in entrambi i casi, lo sappiamo, tutti i paesi in via di sviluppo sono toccati, sia per la mortalità elevata e la relativa bassa attesa di vita (in Africa), che per la qualità di vita della prossima generazione cinese.

Ma anche per l’Europa, preoccupata solo di mantenere l’alto livello di qualità della vita, le cose non si mettono bene, soprattutto a causa del legame acclarato tra problema ecologico e problema energetico.

Quello che unisce tutti - pare chiaro - non sono le modalità di percepire il problema ecologico, quanto piuttosto l’evidenza che si tratta di un problema politico, cioè che dipende dalle comunità umane e dai dirigenti di tali comunità. Non è un problema “tecnico”, come guarire il Covid per es., ma dipendente dalla volontà collettiva di accettare politiche adeguate e i sacrifici relativi.
E - si badi bene – questo non è dipendente dai capi soltanto, perché oggi praticamente in tutti i paesi, anche se ad a livello diverso, i capi devono tener conto della volontà dei loro governati. Siano essi democraticamente partecipi al governo, come nell’Unione Europea, sia meno democraticamente come per Putin e Xi Jinping. Anche i regimi autoritari non possono ridurre il livello di benessere collettivo impunemente. Almeno sul medio periodo. Le rivolte si possono domare con i soldati, ma i soldati non obbediscono all’infinito…

Nel caso della crisi ecologica è stato raggiunto dal punto di vista tecnico, un consenso mondiale nel COP26 del 2021 che va dall’esclusione dei combustibili fossili, all’economia circolare… Ma quali e quando i governi potranno mettere in atto le relative misure realistiche?

Questo fascicolo di OIKONOMIA vuole contribuire al cosiddetto “cambiamenti radicale di mentalità”, basandosi anche sui risultati di un corso “Etica dell’ambiente” tenuto (in presenza ed in streaming) nel primo semestre 2021/2022 dallo Studio filosofico domenicano di Bologna e dalla Facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum di Roma.
Diversi studiosi impegnati nelle lezioni del corso hanno contribuito anche al fascicolo.
Nel corso di questa ricerca è risultato chiaro che diversi modelli per il superamento della crisi ecologica sono ben strutturali, ma che siamo bloccati davanti al nucleo del problema: come rendere coscienti (e consenzienti) le popolazioni del fatto assodato che siamo sull’orlo dell’abisso collettivo?

Questi è il filo rosso che unisce gli studi presentati. Essi vanno da quelli storici, concetto di Natura in Spinoza (XVII sec.) e la presentazione dello studioso Antonio Stoppani (XIX sec.) a quelli filosofico-propositivi (C. Boschetti e G. Piana). Da quello politico di Šiaudvytienė a quello globale del neurologo Pomati.

Il testo di Boschi sulla Bibbia e quello del filosofo-teologo Tommaso d’Aquino presentano a loro volta un orizzonte di valori che dovrebbero aiutarci alla comprensione e all’azione del problema. Appunto, al cambiamento culturale collettivo.

Contributi, i nostri, modesti nella loro estensione, ma le idee – si sa – cominciano sempre da una persona e poi si diffondono, si diffondono… fino ad influenzare la realtà umana.

 

 

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