Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

22boschi
 
 
 
 
pdfLa cura o il “pensiero sulla casa” - dal greco oikologhia – intesa come casa comune del mondo abitato è un aspetto fondamentale del mondo biblico, che spazia dalla creazione divina fino alla salvezza dell’umanità, intesa nel suo complesso di vita e sviluppo.
 
Oggi il problema si è acuito, con il rischio dell’inquinamento e addirittura del disfacimento del cosmo per opera dell’uomo, tanto da fare risuonare la frase inquietante di A. Schweitzer: “Andrà a finire che l’uomo distruggerà la terra”, pronunciata nel 1952.
 
La Bibbia mostra il modo con cui, grazie all’opera divina, si è formato il mondo e come Dio stesso continua a prendersi cura delle proprie creature.
 
Nei due racconti o modi della creazione di Dio in Genesi 1, 1–2, 4a e 2, 4b–3, 241 si possono cogliere le modalità con le quali si è originato il cosmo.
 
Nel racconto più antico di Gen. 2–3, Dio è presentato come un vasaio che plasma l’uomo con la terra e soffia nelle sue narici un alito di vita, così come gli animali sono prodotti dalla terra. Ma la terra era senza vita, poiché Dio non aveva fatto piovere e non c’era ancora l’uomo per lavorare la terra: per essere feconda la terra aveva bisogno dell’azione di Dio e del lavoro dell’uomo. Allora Dio pianta un giardino in Eden2 e pone l’uomo in questo giardino perché lo coltivi e lo custodisca, e quindi l’uomo diventa amministratore dell’opera divina della creazione.
 
Tuttavia è posto da Dio un limite all’azione della coppia umana: possono usufruire di tutti gli agi del giardino, ma non possono nutrirsi dei frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male3. Il fatto che poi Adamo ed Eva - per istigazione del serpente malefico – mangino da tale albero provoca la rivolta umana e la conseguente proliferazione del male sull’umanità4.
 
Il racconto posteriore della creazione non accenna al dramma del male – peccato d’origine, ma parla della creazione come opera mirabile di Dio, che si è svolta in una settimana – tempo liturgico con l’inserimento sacro del riposo sabbatico – con una creazione progressiva che va dalle realtà inferiori, inanimate e animate, fino al culmine5, rappresentato dalla formazione della coppia umana, uomo e donna, i quali poi sono chiamati a prolungare – per così dire – la creazione con la procreazione del genere umano.
 
Il diverso modo di descrivere la creazione si fonda su una prospettiva differente. 
 
Il primo racconto pone l’azione divina dal punto di vista umano, in un mondo che poi cade nel dramma del male, e implica quindi la prospettiva dell’azione umana con il dramma del male.
 
Il secondo è visto in un ambito liturgico, dal punto di vista di Dio che crea solo cose buone6 e meravigliose, senza prendere in considerazione l’azione umana nella sua ambiguità.
 
Per il tema ecologico è interessante il racconto di due fratelli, Caino e Abele, e l’uccisione di Abele da parte del fratello: l’aspetto si presta a varie interpretazioni, tra le quali si proietta il dilagare del male, dopo la colpa dei progenitori, la preferenza divina per il minore, le passioni quindi della gelosia e dell’invidia. Ma noi intendiamo mettere in rilievo un aspetto sociologico, come abbiamo rilevato nel nostro citato Genesi: “E’ indubbio che ci sia un richiamo del poema mesopotamico di Ghilgamesh, l’eroe – tiranno della città di Uruk, e del suo amico Enkidu, il pastore della steppa, attirato dalla vita cittadina, anche per le seduzioni della dea – cortigiana Siduru, ma soprattutto c’è una riflessione d’Israele sulle proprie origini, di origine nomade, poi seminomade ed infine sedentaria e urbana, non distinta da una riflessione critica ed amara sul passaggio di queste fasi di civiltà, generalmente definite come progresso. Caino infatti è il prototipo degli artigiani dei mestieri e dei fondatori di città, mentre Abele rappresenta ancora lo stadio nomade della civiltà israelitica, prima dell’insediamento in Canaan. Nel fondo del racconto riecheggia un richiamo nostalgico alla purezza dello Jahvismo, riflesso variamente nel taglio profetico dei libri biblici dell’Antico Testamento ed alla conseguente purezza incontaminata delle origini mosaiche del deserto. 
 
Come pure si intravede un severo monito al cosiddetto progresso, che, oltre ad aspetti evolutivi di civiltà, è anche portatore di conflitti e misfatti di ogni genere. E tutto questo rientra nello schema generale dello Jahvista, che vi vede non tanto un effetto della creazione o dell’opera divina, quanto piuttosto un frutto dell’intervento malvagio dell’umanità”7.
 
Successivamente nella sequenza del male sulla terra fino alla torre di Babele (Gen 11), c’è l’episodio del diluvio universale, che, mentre la scienza fa risalire a una de glaciazione di 12. 000 anni, che avrebbe scatenato piogge torrenziali e inondazioni catastrofiche, la Bibbia dà una spiegazione morale di corruzione dell’umanità: Jahve vide che sulla terra c’era molto male dell’uomo e che ogni occupazione di pensiero del suo cuore era solo male ogni giorno. E Jahve si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e ne fu afflitto nel suo cuore. Jahve disse: “Distruggerò l’uomo che ho creato sulla faccia del suolo, dall’uomo alla bestia, al rettile, all’uccello del cielo, perché mi sono pentito di averli fatto”. Ma Noè trovò grazia agli occhi di Jahve” (Gen 6, 5 – 8).
 
Con l’ingresso di Abramo nella storia biblica (Gen 12), la narrazione si sposta sui rapporti intensi tra Dio e il suo popolo, mediato dal concetto di “Alleanza”.
 
L’alleanza tra Dio e il suo popolo riguarda anzitutto la “terra”, verso la quale si è progressivamente installato, una terra che tende ad espandersi tra i due grandi fiumi, l’Eufrate e il Nilo (Gen 15, 18; Es 6, 4 – 5; 19, 5), perché “di Jahve è la terra e quanto contiene (Salmo 23, 1), una terra bella e benedetta di Dio (Salmi 88; 103; 134; 148). E sull’onda di questa provvidente benedizione divina tutta la terra addirittura è rivolta al creatore che dona la vita (Daniele 3, 52 – 90).
 
Come appare dalla letteratura profetica il possesso di questa terra è ambivalente: è un dono di Dio che tuttavia è minacciato dalla corruzione umana. L’azione profetica quindi tende a portare il popolo alla “conversione” verso Dio e la giustizia (Isaia 40, 12 – 13; 44, 24 – 25; Amos 4, 13; 5, 8 – 9). 
 
La Bibbia sottolinea soprattutto l’impegno morale, ma questo tuttavia non è disgiunto dall’impegno di coltivare e custodire anche materialmente questa terra, dono di Dio. Come appare sulle leggi sul riposo sabbatico o anche l’anno giubilare, che tende a non sfruttare la terra stessa, della quale peraltro l’uomo non è padrone assoluto.
In due nostri contributi ci siamo occupati della vegetazione e degli animali nelle Bibbia8, in quanto queste forme di vita contribuiscono alla tutela della terra e alla vita agevole o meno dell’uomo.
 
 
1 Nell’Introduzione sulla vegetazione nella Bibbia affermiamo: “La vegetazione – in tutte le sue varie forme - è un’espressione della vita, che deriva a sua volta dal concetto biblico di creazione, proprio alla Bibbia. Le piante infatti sono organiche e viventi e quindi nel testo sacro appaiono come immagini della forza vitale del cosmo. Nel Salmo 1, nella dialettica vita – morte, si scelgono immagini di piante per descrivere la qualità del vivente. Il Salmista dice: l’uomo pio è come un albero che su rivi d’acqua è piantato, che dà i suoi frutti ad ogni stagione, le cui foglie non appassiscono”9. E il profeta Geremia soggiunge: “L’uomo che confida in Jahve” è “come un albero piantato presso l’acqua, verso il ruscello spinge le sue radici; non se ne accorge quando giunge il calore e permane verde il suo fogliame”10.
 
In territori privi d’acqua e aridi, le piante non solo sono immagine di vita, ma anche metafora della crescita, contrapposta alla stagnazione. Il profeta Isaia, per esempio, paragona Jahve, che semina la giustizia e la lode” al modo in cui “la terra produce i suoi germi e il giardino fa germogliare i suoi semi”11.  Il Cantico dei Cantici, inno alla primavera, descrive il quadro di come “riappaiono i fiori sulla terra...il fico emette le sue gemme e le viti in fiore esalano profumo”12. E il profeta Osea parla di piante che sbocciano, germogliano e fioriscono13.
 
Le piante inoltre significano “abbondanza”, è quanto descrive il profeta Ezechiele: “Sul torrente, sulle sue sponde, cresce di qua e di là ogni albero da frutto, le sue foglie non avvizziscono mai né si esauriscano i suoi frutti; essi maturano ogni mese”, in armonia di quanto si afferma in Deuteronomio: “Poiché Jahve, tuo Dio, sta per introdurti in una terra di frumento, orzo, viti, fichi e melograni, terra di oliveti”14.
 
Le metafore delle piante infine si proiettano nelle similitudini della vita umana.
 
Per la prosperità dell’uomo, Salmo 103, 15 dice: “Come il fiore del campo, così egli fiorisce”. La moglie, nella famiglia, è “come vite feconda” e i suoi figli sono “come virgulti d’olivo” (Salmo 128, 3). I figli sono “come piante ben cresciute” (Salmo 144, 12).
 
Le piante, anche se raramente, raffigurano anche l’aspetto caduco della vita, se non la stessa soppressione, come la morte. Si parla allora del “fiore cauco” (Isaia 28, 4), dell’erba che avvizzisce (Salmo 102, 5. 12: I Lettera di Pietro 1, 24). La Lettera di Giacomo (1, 11) esprime un clima di terrore: “Sorge infatti il sole con tutto il suo ardore e fa inaridire l’erba, il suo fiore reclina e la bellezza del suo aspetto perisce.” 
 
Nel Nuovo Testamento, e precisamente nel Vangelo di Matteo (15, 13), Gesù avverte che “tutto ciò che non piantó il Padre mio celeste, sarà sradicato”, alzando il livello della metafora su un piano più alto e spirituale.
 
Tuttavia la vegetazione nella Bibbia si presta anche a descrivere l’aspetto del male nel mondo.
 
Così le erbacce ostacolano la crescita delle messi15. O come il giudizio dei rinnegati “fruttifica come erba velenosa nei solchi dei campi”16. Queste piante sono da bruciare, come gli apostati17 e gli empi18. I rovi sono “sulla strada del perverso”19. “Una spina cresce nella mano dell’ubriacone: il proverbio nella bocca degli stolti”20.
 
Anche se rovi e spine sono segno della devastazione, tuttavia Dio si rivela a Mosè da un roveto ardente che non si consuma (Libro dell’Esodo 3, 2 – 4). E il deserto, nonostante la sua aridità, fornisce anche di vegetazioni utili, compreso l’episodio miracoloso della manna (Libro dei Numeri 11, 7).
 
Infine alcune piante assumono un particolare simbolismo biblico.
 
La vite e la vigna rappresentano il popolo d’Israele21.
 
Geremia vede i nemici come vendemmiatori che spogliano Israele dei suoi beni22.
 
La vite è simbolo di sicurezza (I libro del Re 5, 5) e di visioni (Genesi 40, 9).
 
Lo stesso Gesù ha detto: “Io sono la vera vite” (Vangelo di Giovanni 15, 1).
 
 
2 Dopo l’esame sulla vegetazione, passiamo ora a quello sugli animali.
 
La Bibbia tratta degli animali dal libro della Genesi fino all’Apocalisse, e non hanno certamente un posto marginale nel piano divino della Creazione, ma anzi possono rivestire un ruolo simbolico di una speciale pedagogia di natura positiva e anche negativa.
 
Nei cosiddetti due racconti della creazione emergono tre punti fondamentali:
 
1 L’uomo fa parte del mondo animale;
2 Secondo la parola di Dio l’uomo è comunque del tutto distinto dagli animali;
3 Solo l’uomo e la donna sono un’immagine di Dio.
 
Nella Bibbia esiste un’armonia, ma anche un ordine gerarchico, in quanto tutti gli esseri viventi, animali e uomini23, provengono dall’opera creatrice di Dio, nell’ambito tuttavia di una trilogia ascensionale: animali – uomo – Dio.
 
La classificazione degli animali nell’Antico Testamento prevede quattro categorie, in base al loro modo di “muoversi”: 
 
1 quadrupedi: sono gli animali terrestri, compreso il coccodrillo e la lucertola, che strisciano e non camminano;
2 uccelli: gli animali con ali, compresi gli insetti;
3 pesci: gli animali che nuotano in acqua, compresi i cetacei con pinne e coda;
4 rettili: gli animali che strisciano sulla terra.
 
Nella lingua ebraica esistono 150 termini per gli animali, ai quali si possono aggiungere 2 nell’Antico Testamento in greco e 4 nel Nuovo Testamento. Le specie conosciute dalla Bibbia sono 128, mentre ricorrono 90 termini che si riferiscono a particolari animali, dalle api alle vipere. Ricorrono inoltre particolari animali favolosi o mitologici, immaginari o inesistenti.
 
Una caratteristica dell’Antico Testamento è la distinzione fra animali puri e impuri, con particolari segni esterni, come gli arti e simili: i puri in genere sono commestibili, mentre gli impuri sona da escludere dalla tavola24.
 
Come appare da queste considerazioni, gli animali nella Bibbia ricoprono funzioni multiformi.
 
Possono essere semplici compagni dell’uomo, ricoprire ruoli utilitaristi di aiuto nel lavoro. Essere impiegati come cibo o come protezione da ospiti sgraditi.
 
L’impiego poi può estendersi al campo bellico o all’esercizio della cacciagione.
Infine l’animale ricopre anche un lato “ostile”, in quanto può rappresentare un pericolo, anche mortale, per l’uomo ed anche per i suoi animali domestici: un’aggressività dovuta alla ricerca del cibo o ad una sua difesa istintiva da un vero o presunto pericolo.
 
L’animale è dunque amico dell’uomo?
 
Lo è nella misura con la quale l’uomo si pone nei confronti dello stesso animale. Sta quindi in definitiva alla libertà ed alla responsabilità umana stabilire un rapporto corretto uomo – animale. È quanto, del resto, che propone la Bibbia nel quadro originario della creazione (Gen 1, 28 – 31).
 
In conclusione, il tema dell’ecologia nel mondo biblico si presenta con un ordine distribuito in natura tra i vari ordini vitali e non, come riflesso dell’ordine stabilito da Dio nel formare il cosmo. Sta all’uomo difendere e custodire tale ordine o demolirlo per una sua insipienza o incauta prevaricazione d’ordine egoistico - economico.
 
 
NOTE
 
1 Il modo non contrasta con la teoria dell’evoluzione dell’universo, che è tipicamente scientifica e oggetto di investigazione, ma riguarda l’insieme dell’opera creativa. Dei due racconti della creazione, il secondo è anteriore, e in qualche modo laicale (scritto a Gerusalemme tra il IX e VI sec, a, C,), mentre il primo è posteriore, addirittura del VI – V sec a. C., dopo l’esilio babilonese, e opera dei sacerdoti del II tempio di Gerusalemme, con una nota sacrale più accentuata. Per questi dati rinvio al mio commento a Genesi. Esd, Bologna 2007.
2 Il termine Eden significa delizia, come i giardini mesopotamici, detti Adinu.
3 Conoscere il bene e il male corrisponde alla conoscenza totale, preclusa all’uomo, in quanto appartiene solo a Dio. Nel mito mesopotamico di Ghilganesh si parla solo dell’albero della vita, che peraltro sarà sottratto all’uomo, per intervento di una divinità (Siduru), che pone lo stesso Ghilgamesh nella disperazione, in quanto la vita eterna è riservata così solo alla divinità.
4 È il tema di Gen 3-11. La Bibbia poi intravede con la chiamata di Abramo in Gen 12 la ripresa complessa della salvezza fino alla venua del Messia.
5 Creati addirittura “a immagine di Dio” (Gen 1, 27).
6 Ad ogni elemento creato il testo precisa “era cosa buona” (Gen 1, 4. 9. 12. 18. 20. 24), e addirittura “era cosa molto buona” (Gen 1, 31).
7 B.G. Boschi, Genesi, cit., pp. 91 – 92.
8 In corso di pubblicazione presso Angelicum Press, Roma.
9 Salmo 1, 3.
10 Geremia 17, 7 – 8.
11 Isaia 61, 11.
12 Cantico dei Cantici 2, 12 - 13-
13 Osea 14, 5 – 7.
14 Deuteronomio 8, 7 – 8.
15 Matteo 13, 24 – 30. 36).
16 Osea 10, 4).
17 Lettera agli Ebrei 6, 6 – 8: Isaia 33, 12.
18 II Libro di Samuele 23, 6 – 7.
19 Libro dei Proverbi 22, 5. 
20 Libro dei Proverbi 26, 9.
21 Isaia 5, 7; Osea 10, 1; Salmo 80, 9,
22 Geremia 6, 9.
23 Escludiamo i vegetali.
2424 La distinzione non è di natura scientifica, ma puramente empirica e primitiva; e poi è passata nel linguaggio, per così dire religioso e sacro. Erano tuttavia indicazioni utili per una società ancora in evoluzione. Norme seguite tuttora dagli Ebrei ortodossi.

 

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