Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

salvati

 

Vorrei prendere in esame due prospettive, riguardanti il rapporto tra violenza, violenze e Dio. la prima si ispira alla cultura biblica in generale; la seconda, invece, è tipica del pensiero cristiano.

Quanto alla prima prospettiva, possiamo distinguere due aspetti.

pdfIl primo: sembra che il Dio adorato da Ebrei e Cristiani, testimoniato dal complesso dei libri biblici, sia un Dio violento o generatore di violenza. A riprova di questa opinione, si potrebbero citare quelle pagine della Bibbia nelle quali si dice che Dio compie oppure autorizza stermini, guerre, sacrifici umani, discriminazioni, punizioni, vendette, distruzioni. Oppure quelle nelle quali sembra profilarsi una certa propensione di Dio ad esercitare sugli uomini una potestà autoritaria, di fatto non rispettosa della dignità e della libertà della creatura umana.

Per valutare con equilibrio e correttezza questi dati, si deve tenere presente che essi risentono inevitabilmente della cultura e dei contesti nei quali sono stati elaborati tutti i libri della Bibbia, da quello della Genesi fino a quello dell’Apocalisse, nonché dei generi letterari utilizzati per la loro redazione. Da ciò discende, da una parte, che in essi troviamo «cose imperfette e caduche», come afferma la Costituzione dogmatica sulla Rivelazione del Concilio Vaticano II, la Dei Verbum, al n. 15; dall’altra, che sarebbe sbagliato fermarsi a una lettura semplicistica dei testi, ossia senza un adeguato utilizzo di rigorosi criteri interpretativi. Il medesimo documento conciliare richiama anche la «pedagogia di Dio» che emerge dai testi biblici, per sottolineare che il Dio di Israele e di Gesù Cristo ha condotto in maniera graduale coloro che credono in Lui verso una maniera più ‘raffinata’ di intendere sia Lui stesso, sia il suo agire, sia la sua relazione con l’umanità, sia la sua presenza ed attività nella storia, nonché il senso più autentico e profondo dell’esperienza religiosa che nasce dall’incontro con Lui. Se non si tenesse conto di tutto questo, si finirebbe per distorcere in modo grave l’identità dell’ebraismo e del cristianesimo.

Oggi più che mai, dopo gli importanti sviluppi degli studi biblici, si impone una lettura matura, critica, non avulsa dal complesso della rivelazione ebraico-cristiana di alcuni dati problematici e giustamente insopportabili per la nostra sensibilità. Non si tratta di ignorarli o di edulcorarne artificiosamente il senso, ma di valutarli all’interno di un quadro complesso, articolato, completo. Solo per fare qualche esempio, si pensi al concetto di misericordia di Dio, insegnato dai profeti di Israele e da Gesù di Nazaret; oppure alla straordinaria ricchezza e valenza salvifica del nome di Dio indicato nel libro dell’Esodo (3,14), ereditato e proposto dallo stesso Gesù di Nazaret e dai suoi discepoli; oppure alla testimonianza costante della vicinanza e premura di Dio nei confronti di qualsivoglia creatura; o alla bellezza della teologia della creazione dell’uno e dell’altro Testamento; o ancora: al dovere della ‘fraternità’ universale che deriva dal ritenere che tutte le creature siano espressione della gloria e della bontà di Dio.

In breve: la ricostruzione fedele della teo-logia, ossia di quanto viene detto da Dio oppure si dice su Dio nel complesso dei libri biblici, se viene operata con intelligenza e rigore, fornisce un quadro di pensiero nel quale non c’è spazio per interpretazioni giustizialiste di Dio stesso, né per la giustificazione di atteggiamenti discriminatori o violenti nei rapporti fra le persone umane e tra queste e qualunque altra creatura.

A quest’ultima considerazione è strettamente legato un secondo aspetto dell’identità di Dio professata dall’Ebraismo e dal Cristianesimo (e anche dall’Islam), che viene talvolta indicato quale matrice di atteggiamenti violenti e intolleranti: si tratta del monoteismo, inteso quale affermazione dell’unità/unicità di Dio. Su questo specifico tema, come anche sul precedente, si è soffermato in tempi recenti (2014) la Commissione Teologica Internazionale (CTI), nel testo Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza. Ai nn. 3-7 del documento viene presa in considerazione l’opinione secondo la quale tra il monoteismo e la violenza esisterebbe un legame necessario, per diverse ragioni. Anzitutto perché l’idea del Dio unico viene talvolta utilizzata per giustificare forme monarchiche di potere; inoltre perché il monoteismo sembra una sorta di barriera concettuale che impedisce qualsiasi forma di relativismo e pluralismo; e poi perché si ha l’impressione che esso generi necessariamente una mentalità fondamentalista, che comporta inevitabilmente sia il rifiuto delle posizioni religiose differenti dalla propria, sia un atteggiamento tendenzialmente aggressivo, che – nel passato e ai nostri giorni – ha dato vita a gravi forme di violenza perpetrata ‘in nome di Dio’. Dopo aver messo in discussione l’opinione secondo cui il politeismo si accompagni necessariamente alla tolleranza e costituisca un vero e proprio «antidoto alla violenza»1, la CTI richiama alcuni elementi della cultura biblica che, invece, possono fare da terreno di coltura di atteggiamenti pacifici, nei rapporti fra gli uomini e i popoli. Ne riprendo solamente due: il tema della destinazione universale dell’alleanza e l’invito a praticare la giustizia.

Dire che tutto e tutti sono o possono essere coinvolti nell’alleanza di Dio è affermare una sostanziale e pari dignità fra le creature. Uscite tutte ‘dalle mani e dal cuore’ di Dio, le creature sono tutte amabili perché amate da Dio; precedute dall’amore del Creatore, sono costitutivamente segnate dall’amore, nel senso che portano in sé stesse un’attitudine a comunicarsi, all’accogliere l’altro da sé, a costruire legami con l’altro da sé. Si potrebbe anche dire che sono state costituite come ‘realtà in relazione’, sia con il loro Principio, sia le une in rapporto alle altre. Non è difficile vedere come in un quadro del genere, la violenza si configuri necessariamente quale elemento spurio, tossico, deviante.

Anche l’invito a praticare la giustizia2, costantemente presente nei libri biblici, rappresenta un potente ‘antidoto’ alla violenza, soprattutto a quella che nasce dalle differenze sociali, economiche, religiose. Nell’agire di Dio, la giustizia, declinata sempre con l’amore, è produttrice di vita, è rispettosa, costruisce uguaglianza, riscatta i deboli, restituisce la dignità, schiude un futuro di bene. Se vissuta e rispettata anche nei rapporti fra gli uomini, la giustizia è terreno fecondo per la costruzione di rapporti pacifici, fraterni, non violenti, trasparenti, leali. Un Dio giusto, che ama la giustizia e tutti chiama ad esercitarla, ripudia e fa ripudiare la violenza – in qualsiasi forma essa si realizzi – perché estranea al progetto di bene che lo ha portato a dare l’esistenza agli esseri non-necessari (le creature) e disegno di amore che vuole realizzare impegnandosi senza risparmio, «fino alla morte e alla morte di croce»3.

Vorrei aggiungere un altro elemento di teologia biblica che, a mio giudizio, costituisce un potente ‘antidoto alla violenza’ offerto dalla cultura biblica: il tema del sabato/domenica. Come è risaputo, il sabato per il giudaismo e la domenica per il cristianesimo, costituiscono – nella loro ricorrenza settimanale – una sorta di anticipo di quella che sarà rispettivamente l’esperienza del sabato eterno o della domenica senza fine: incontro nella pace, nella festa, nel riposo, tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e le altre creature umane, tra l’uomo e la ‘terra’. La storia cammina, faticosamente, verso questa mèta, che già assaporiamo, pregustiamo, anche se nella incertezza e in modo incostante, nelle celebrazioni settimanali del sabato/domenica. Questo splendido futuro illumina e riscalda il presente, lo orienta e ne segna lo stile. Tommaso d’Aquino direbbe che il Fine ultimo (il Dio trino e la comunione con Lui) è decisivo o orientativo, rispetto all’esercizio della responsabilità nella storia. Analogamente, la fede in questo futuro garantito da Dio infonde speranza e forgia la carità. Se la violenza e le violenze, con le lacrime che esse comportano, non avranno posto, quando arriverà il ‘giorno dei giorni’, ossia quello ultimo4, ciò significa che ogni impegno ad eliminarle dal presente costituisce un contributo ad anticipare il futuro. Lottare contro la violenza e le violenze è spargere un seme di eternità nel terreno del tempo, è contribuire efficacemente all’avvento del Regno di Dio.

La seconda prospettiva che vado a prendere in considerazione, a proposito del rapporto fra violenza, violenze e Dio, è di capitale importanza per la fede dei cristiani: mi riferisco al dato secondo cui Dio ha voluto che il Figlio morisse in modo violento (la croce), per redimere gli uomini dal peccato e garantire loro la possibilità di salvarsi, ossia di essere liberati dal peccato e partecipare alla vita di grazia, che consiste nella comunione reale e personale con Dio Trinità. Tale affermazione si accompagna a un’altra, ad essa strettamente collegata: quando il credente partecipa alla croce, ossia sperimenta la sofferenza, contribuisce in modo misterioso ma efficace alla storia umana; vivere la croce (in qualsiasi forma) fa sì che la vita e la storia abbiano una valenza positiva. Dietro queste affermazioni c’è lo stesso insegnamento di Cristo5 oppure di Paolo6. E il pensiero cristiano, dalle origini ad oggi, ha sottolineato costantemente questo legame tra vita cristiana, croce, dolore, sacrificio.

Come valutare tutto ciò? Con tali affermazioni o convinzioni non si finisce per alimentare una concezione di Dio, dell’uomo e del loro rapporto assolutamente insopportabile e inconciliabile con una visione positiva, ottimistica, costruttiva, adulta, non-violenta della realtà e della storia umana?

Si deve anzitutto riconoscere che, purtroppo, non sono rare nella letteratura cristiana interpretazioni discutibili e inaccettabili delle tematiche relative alla croce e alla sofferenza. Tante volte ci si trova davanti a concezioni ‘doloristiche’ della vita del credente, che giungono ad esaltare la sofferenza con considerazioni che denotano gravi patologie psicologiche. Oppure si leggono affermazioni su Dio e sul suo agire semplicemente esecrabili, lontane anni luce dalla freschezza e bellezza del Vangelo.

Ed è anche legittima e comprensibile la protesta di chi giudica e condanna alcuni luoghi comuni circolanti fra i credenti (talvolta anche fra i teologi), che finiscono per accondiscendere alla violenza, per sacralizzarla oppure per giustificarla, usando come schermo motivazioni pseudoreligiose. Qualche anno fa, una teologa tedesca7 protestò vibratamente contro l’affermazione della ‘sofferenza di Dio’, di cui la teologia contemporanea parla con una certa frequenza, proprio perché parlare di un ‘Dio che soffre’, affermava, significa ‘divinizzare’ la sofferenza. E ciò è inaccettabile.

In verità, c’è un elemento di base, fondamentale che deve essere tenuto presente, se si vuole capire il significato autentico della croce e del soffrire patito da Cristo, nonché dell’invito rivolto da Gesù stesso a seguirlo ‘sulla via dolorosa che conduce al Calvario’. Si tratta dell’amore inteso come attitudine a donarsi senza riserve per colui/colei che è oggetto del proprio amore, nonché della disponibilità a prendere su di sé e vivere senza risparmio, condividendola, la situazione dell’amato/a, anche se per questo dovesse essere necessario un ‘prezzo’ oneroso. I profeti, per indicare questa capacità di Dio di amare senza risparmio, hanno fatto ricorso alle esperienze antropologiche più rilevanti: Egli ama come un padre, una madre, un fidanzato, uno sposo, un amico… L’avverbio come va valutato con attenzione: esso non indica uguaglianza, ma rinvia a una somiglianza che esprime solo parzialmente la qualità e la quantità di ciò che Dio vive nei confronti delle proprie creature. Quello di Dio è un amore che va infinitamente oltre i limiti dell’amore umano ed è amore che non teme di ‘sporcarsi le mani’, «fino alla morte e alla morte di croce». Esso comporta solidarietà, passione per il bene dell’amato/a, dedizione senza limiti, dolore nei confronti del male commesso dall’amato/a, gioia per la sua conversione. Gesù di Nazaret non è maestro di sofferenza e/o di violenza, ma testimone di come e quanto l’amore sia ciò che più conta nella vita e per l’eternità. «Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore», scriveva san Giovanni della Croce8, facendo a suo modo eco alle limpide parole testimoniate dal Vangelo di Matteo: «… ho avuto fame e mi avete dato da mangiare … ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto…nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi…»9. I gesti dell’amore sono la più limpida negazione di ogni forma di violenza. Una religione dove l’amore è assente e la violenza è presente, voluta, permessa, tollerata è destinata alla condanna, di Dio e degli uomini.

 

 Giuseppe Marco Salvati

 

 

NOTE:

1 Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza, 8. A questo proposito, si pensi a quanto accaduto nella storia romana; tante volte il politeismo imperiale fu fonte di intolleranza e di violenza, ad esempio nei confronti del cristianesimo nascente, mentre quest’ultimo praticava una resistenza non violenta e respingeva con coraggio l’uso della forza.
2 Quello della giustizia è un tema biblico complesso, dalle molteplici prospettive. Di grande utilità la riflessione di P. BOVATI, Ristabilire la giustizia. Procedure, vocabolario, orientamenti, Editrice Pontificio Istituto Biblico, Roma 2005.
3 Filippesi 2,8.
4 Cf Apocalisse 7, 16-17; 21,4.
5 Cf., ad es., Matteo 10,38: «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me».
6 «Sono stato crocifisso con Cristo» (Lettera ai Galati, 2,19); «io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne» (Lettera ai Colossesi 1,24).
7 Si tratta di D. Sölle.
8 Parole di luce e di amore, 57.
9 Vangelo di Matteo, 25,31 ss.

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