Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

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pdfPer quasi metà della mia vita professionale di magistrato, durata quarantaquattro anni, ho esercitato le funzioni prima di giudice e poi di presidente presso il Tribunale per i minori. Per nove anni, tra gli altri incarichi, sono stato il magistrato di sorveglianza delle strutture dedicate alla esecuzione di misure penali nei confronti di minori. Questa lunga esperienza ha comportato un confronto continuo con giovani che hanno scelto o almeno accettato spinti dal loro ambiente di vita, di ricorrere alla violenza. A volte semplicemente per poter sopravvivere in ambienti violenti, altre volte perché motivati dalla volontà di raggiungere o mantenere un ruolo di qualche importanza o magari di leader.

Le mie riflessioni sul tema della violenza nel mondo dei minori sono collegate non solo ai numerosissimi processi che ho avuto modo di celebrare nei confronti di minori che avevano commesso reati con connotazioni violente, ma soprattutto all’esperienza di magistrato di sorveglianza tra le cui funzioni emerge quella di indirizzare, attraverso l’approvazione dei progetti di trattamento e delle loro evoluzioni, l’esecuzione delle condanne e delle misure di sicurezza applicate ai minori. Nella mia prospettiva, l’obiettivo di tale funzione è anche aiutare e stimolare tutti gli operatori professionali o volontari di buona volontà (e ne ho conosciuti davvero molti). Si tratta di fare in modo che il fine educativo, previsto dalla Costituzione e da tutta la legislazione per le misure penali nei confronti di minori, rappresenti il vero filo conduttore delle misure e non rimanga invece un principio astratto, semplicemente scritto nelle leggi, ma dimenticato nella pratica quotidiana.

Il primo aspetto con cui ci si deve misurare è costituito proprio dal clima di violenza che regna negli ambienti nei quali quei ragazzi sono normalmente cresciuti, che tende immediatamente a riprodursi anche nell’ambiente dove la misura penale si svolge.

È infatti un errore di prospettiva pensare che si tratti di ragazzi asociali. In realtà sono normalmente molto ben inseriti e socializzati, ma in sottogruppi emarginati rispetto alla società che oggi si potrebbe definire mainstream. Gruppi nei quali i valori perseguiti sono diversi da quelli della società complessivamente considerata e soprattutto le modalità da utilizzare per il raggiungimento di tali valori sono diverse da quelle riconosciute come valide e accettabili all’esterno dei gruppi stessi. Rimane ovviamente fuori da questo esame, perché ci porterebbe troppo lontano, la riflessione su quanto spesso la società in generale viva in modo del tutto ipocrita l’importanza dei valori in cui afferma formalmente di credere.

Qui interessa rilevare che mentre la violenza, prima di tutto fisica, è formalmente negata come valore e come mezzo valido nella società ufficiale, nei sottoinsiemi costituiti da questi gruppi, la violenza – prima di tutto fisica, ma non solo quella – è ammessa e persino celebrata come strumento valido e primario nelle relazioni umane. È spesso un importante obiettivo in sé stesso, perché rappresenta un aspetto particolarmente apprezzato che caratterizza tutte le persone di maggior successo di quegli ambienti.

C’è da aggiungere che in realtà queste connotazioni si attagliano prima di tutto alla componente maschile di questi gruppi. Per quella femminile, anche se negli anni recenti si può notare una tendenza alla diminuzione delle differenze, come in tutta la società, rimane molto forte l’importanza della componente seduttiva. Quella che tende, per esempio, a far assumere alle ragazze più spesso la figura della ragazza del capo o del pusher e così via, poiché si tratta di un obiettivo per loro immediatamente a portata di mano e più facile da raggiungere, tanto più in quegli ambienti ancora particolarmente intrisi di stereotipi tradizionali. Anche per le ragazze, tuttavia, soprattutto nei rapporti reciproci, il clima di violenza è fortemente presente e rappresentativo e quel che è peggio, sembra aumentare di importanza.

Credo che, alla luce delle esperienze maturate, il migliore contributo che posso dare sul tema che ci occupa non sia una riflessione sulle situazioni di violenza vissute nei loro ambienti d’origine dai giovani da me incontrati. E neppure sulle cause che si può ipotizzare siano all’origine del clima di violenza nel quale sono normalmente cresciuti. Ciò può essere fatto da altri molto meglio di me. La mia riflessione può invece risultare utile – anche perché semplicemente del tutto atipica – in relazione ai tentativi fatti per aiutare quei giovani ad uscire dalla loro ordinaria mentalità. La violenza, nelle sue varie forme, infatti, rappresenta quasi l’unica modalità conosciuta nei rapporti umani e questa loro abitudine paralizza ogni seria prospettiva di cambiamento.

La considerazione di fondo che va sottolineata è che non si tratta di smussare degli angoli caratteriali o addolcire dei comportamenti più o meno abitudinari. Si tratta di stimolare un cambiamento radicale nella visione della vita e una rivoluzione negli atteggiamenti sociali.

Ciò premesso, per chiarire quale sarà il taglio e il presupposto delle mie riflessioni va poi subito aggiunto che, se il fine dei rapporti e delle azioni che si tenta di impostare e realizzare con i giovani di cui parliamo vuole essere veramente di tipo educativo, il primo e fondamentale passo da compiere è quello di costruire progetti che siano fatti propri dal primo interessato: il minore condannato. Senza la sua effettiva partecipazione, infatti, non si può parlare di educazione, ma tutt’al più di buona animazione ricreativa del tempo a disposizione o magari di successo nell’avere ottenuto l’adesione formale alle varie attività. È chiaro, infatti che il primo tentativo di un ragazzo posto in una situazione del genere, sarà sempre quello di accettare esteriormente le regole e le proposte che gli vengono fatte, escludendo però qualsiasi coinvolgimento che possa in qualche modo modificare il suo atteggiamento interiore di vita. L’ipocrisia è la prima difesa cui ricorre qualunque persona quando viene posta in un ambiente che tenta di modificare il suo ordinario modo di vivere, a meno che non si tratti di un ambiente e di percorsi di vita da lui scelti, cosa che non rappresenta certamente la posizione iniziale per minori inseriti contro la loro volontà in strutture penali.

Si deve riuscire in qualche modo a far scattare la molla dell’autoeducazione, perché è in sostanza l’unica forma di vera educazione.

In particolare, la prima attenzione che, a mio avviso, si deve avere nel confrontarsi con ragazzi in una situazione del genere è quella di combattere la loro tendenza all’immobilismo psicologico e motivazionale. È un atteggiamento collegato a meccanismi di superficiale deresponsabilizzazione – favoriti da molta parte della cultura più diffusa – che tende troppo facilmente ad attribuire qualsiasi colpa alla società o alla famiglia o alle compagnie frequentate o comunque ad agenti esterni. Al contrario misurarsi (in modo costruttivo) con le proprie responsabilità può far sentire e diventare più adulti e più elevati nella dignità umana, anche se ovviamente si deve prestare ogni attenzione per riuscire ad evitare qualsiasi forma di depressione come conseguenza di una inutile e anzi dannosa colpevolizzazione.

Si tratta di percorrere una strada molto stretta posta tra due scoscesi burroni cadendo in uno dei quali si paralizza comunque ogni vera spinta al cambiamento.

Proprio alla luce di queste ultime considerazioni il primo passo che personalmente, cercavo di fare era chiarire al ragazzo la mia prospettiva. In sostanza cercavo di spiegargli, in modo per lui comprensibile, che il mio scopo e la mia mission non erano che lui cambiasse all’improvviso e senza coinvolgimento emotivo il suo modo di sentire e i suoi giudizi sulla vita. Cercavo di spiegare che, anche se pensavo che quanto da lui fatto era stato sbagliato, non ero il giudice della sua coscienza. Insistevo invece sul fatto che il mio scopo, seguendo le indicazioni costituzionali e legislative, era quello di aumentare il suo grado di libertà e elevare la sua visione dell’umanità. La via da percorrere era di indirizzarlo e aiutarlo a fare “spontaneamente” esperienze di vita e di modalità di relazioni umane che finora non aveva avuto occasione di fare e che spontaneamente non avrebbe scelto di fare, anche perché sfiduciato rispetto alla sua possibilità di successo in campi diversi da quelli sperimentati della devianza sociale e della violenza. Avrebbe così acquisito, per esempio attraverso la scuola o i corsi e le attività professionali o nella realizzazione di attività teatrali e così via, abilità nuove e vissuto esperienze fino ad allora per lui del tutto impreviste e impensate.

Alla fine del percorso avrebbe potuto perciò scegliere, con molta maggiore libertà, se tornare alle precedenti e ben conosciute modalità di vita, oppure tentare di continuare per la strada nuova intrapresa, probabilmente più faticosa, ma anche di molta maggiore soddisfazione, proprio per la sua novità e per le prospettive ulteriori che apriva. Cercavo di far capire e percepire il meglio possibile, che in entrambi i casi egli avrebbe avuto il rispetto mio e di tutti gli operatori, proprio perché avrebbe fatto una scelta libera o almeno più libera. Sottolineavo che questo era l’obiettivo ultimo della nostra Costituzione e dello spirito che la anima e perciò del mio compito istituzionale: puntare alla crescita di cittadini più felici e più utili per tutti e per il bene comune perché migliori nelle relazioni sociali e comunque più liberi. Successivamente, nel corso del tempo, normalmente piuttosto lungo, in cui ci si vedeva e si aveva occasione di parlare, cercavo di trasmettere, non con discorsi filosofici, ma commentando le varie esperienze che si succedevano, un messaggio di fondo: che i costituenti erano persone diventate sagge perché avevano riflettuto sulle esperienze di vita molto dolorose da loro attraversate. Pur non utilizzando probabilmente mai queste parole, cercavo di far comprendere che i costituenti avevano capito che l’essenza della libertà non era la libertà da una serie di vincoli e controlli e la libertà di scegliere e fare le cose più svariate, ma che queste libertà da e di erano in realtà orientate da e fondate su la libertà per realizzare una vita impegnata e un mondo di relazioni umanizzanti, passando da una visione centrata solo sull’io ad una aperta al noi. Solo puntando alla libertà per e impiegandola per aprirsi a un mondo di relazioni umane positive si può riuscire a dare senso costruttivo alle libertà da e di. Questa prospettiva si comprende da molti spunti della Costituzione e dalla visione complessiva delle sue norme, ma è subito evidente in almeno due articoli nei quali si chiede a tutti “di adempiere i doveri inderogabili di solidarietà” (art. 2) e si prescrive il “dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (art. 4). Cercavo di far comprendere che secondo i costituenti e la Costituzione da loro scritta non esiste una “parte sana della nazione”, chiamata a mandare avanti la società, mentre gli altri possono disinteressarsene, ma che il messaggio è rivolto a tutti perché veramente non si può fare a meno di nessuno. Anzi spesso gli aiuti più importanti e i risultati più interessanti vengono dalle persone da cui meno ce lo si aspetta per il loro passato burrascoso.

Un evidente vero e proprio ribaltamento di prospettiva rispetto alle loro abitudini.

Seguendo questa via l’obiettivo era di dare fiducia in sé stessi a ragazzi (e ragazze) che non credevano di essere chiamati a nulla di bello e interessante nella loro vita e di valorizzare il contributo che potevano dare.

Fondamentale obiettivo era poi scavalcare, senza doverle discutere in dettaglio, la marea di obiezioni – in molta parte ben fondate – che vengono in mente a chiunque quando si considera una visione positiva della società e contemporaneamente si osserva il quotidiano comportamento umano. In sostanza era un invito a immaginare di poter cambiare il campo in cui si decide di combattere la battaglia della vita, che rimane comunque la stessa seria e (molto) difficile partita. E questo cambiamento di prospettiva mi sembrava spesso molto aiutato dal far scoprire ai ragazzi – andando contro la cultura più diffusa, anche da loro comunque respirata e assimilata – che i loro problemi erano assolutamente comuni a tutti e che anzi erano addirittura i problemi permanenti con cui l’umanità da sempre si deve misurare (in questo risultavano molto utili anche le intelligenti insegnanti delle scuole, impegnate a far comprendere il senso permanente delle opere teatrali o di letteratura di cui si parlava a scuola). Questa prospettiva, infatti, li aiutava a uscire da meccanismi di autodifesa fondati sull’autocommiserazione che davano loro la tentazione di rifiutare qualsiasi cambiamento e impegno.

Va ribadito che, mentre si cercava di acquisire una positiva partecipazione dei ragazzi alle esperienze proposte, spiegandone motivi e impostazione alla luce delle cose appena dette, non si parlava di chiedere la loro adesione al percorso in generale, poiché quello, come detto, veniva presentato come occasione di vita e di esperienze divenuta necessaria conseguenza delle loro precedenti scelte che avevano portato a quel punto. Si trattava di imparare a gestire nel modo più intelligente e fruttuoso possibile la situazione venutasi a creare. Si trattava delle conseguenze “oggettive” delle loro azioni precedenti. Conseguenze imposte da Costituzione e sistema legislativo che assegnavano “alla pena” un fine rieducativo. Si poteva imparare come trarre conseguenze e prospettive positive da una situazione negativa venutasi a creare, senza che importasse quanta colpa ci fosse del ragazzo (almeno un po’ sì, considerata la condanna) e quanta della famiglia o della società o delle occasioni e così via.

L’essenziale diveniva saper guardare al futuro, facendo esperienza del fatto che il passato ci condiziona sempre in un qualche modo, ma non ci determina necessariamente a riprodurre le relazioni distorte e ripetere gli errori e i comportamenti (violenti o comunque negativi) in precedenza messi in atto. La proposta portava a sperimentare modalità di relazioni e tipi di impegni veramente diversi da quelli conosciuti e conformi invece al progetto che i costituenti avevano immaginato per aiutare i loro discendenti a costruire e vivere una società umanizzante. Il tentativo era quello di aiutare a comprendere che non bisognava lasciarsi scoraggiare e paralizzare dalle imperfezioni proprie e del mondo – che rappresentavano una problematica permanente della vita – ma lasciarsi spingere a percorrere una via di relazioni positive con gli altri. Il contrario di quanto da loro fino ad allora immaginato.

In questo quadro complessivo, penso utile un’ultima considerazione. Quando a periodi di restrizione in strutture più o meno chiuse subentravano periodi di reinserimento nel mondo ordinario, seguiti e vigilati, in modo da evitare ricadute in comportamenti negativi precedenti e aiutare invece la prosecuzione del percorso positivo iniziato, cercavo normalmente di evitare il rientro nei territori originari degli interessati. Almeno per la prima fase. E questo nonostante la contrarietà spesso manifestata dai servizi sociali.

Era infatti evidente che la conquista di comportamenti e atteggiamenti sociali positivi e non violenti poteva considerarsi effettiva solo se questi riuscivano ad essere vissuti in ambienti di vita ordinaria. Mi sembrava però chiaro che un cammino in tale direzione sarebbe stato estremamente difficile nello stesso ambiente che aveva favorito a suo tempo i comportamenti sbagliati e violenti. Le persone di quell’ambiente avrebbero troppo facilmente aiutato a ripetere gli stereotipi del passato perché quello si aspettavano dal soggetto interessato. Quel che è peggio l’avrebbero facilmente deriso e sminuito in tutti i modi se avesse mostrato tratti di personalità nuovi e diversi. E nulla risulta più demotivante per un adolescente e per un giovane – forse per qualsiasi persona – che la derisione e la svalutazione del gruppo dei pari. Sottolineo questo aspetto perché è stato più volte oggetto di impegnative discussioni con vari operatori dei servizi.

Per concludere direi che sarebbe troppo complesso cercare di verificare quale sia stata l’efficacia del percorso che ho cercato di descrivere e comunque non mi risulta si sia mai tentato di verificarlo in modo sistematico. Tra l’altro l’affidabilità di una ricerca del genere sarebbe effettiva solo se si estendesse a un numero considerevole di anni e per certi versi contraddirebbe i presupposti del dialogo che, come detto, si cercava di instaurare spiegando ai giovani che il vero obiettivo era quello di aumentare il loro grado di libertà e non direttamente la loro positiva risocializzazione, anche se ovviamente questa si auspicava e questo si sperava fosse l’effetto indiretto, ma reale del progetto. Quello che è utile rilevare per il tema che qui ci interessa è che il clima di violenza all’interno delle strutture interessate era sicuramente basso. Non ci sono state per tutti quegli anni denunce per episodi di aggressioni o maltrattamenti o abusi tra i giovani ristretti (e neppure da parte del personale di custodia). Ma soprattutto dall’atteggiamento che i ragazzi manifestavano durante i colloqui e durante le varie attività non emergevano, né tendenze alla prevaricazione o forme di bullismo o simili, né lamentele da parte di eventuali vittime. Questa positiva sensazione era peraltro condivisa da tutti gli operatori, compresi i numerosi volontari e i professori della scuola media e dei corsi professionali, la cui opinione era evidentemente particolarmente importante perché esterni all’istituzione e perciò più oggettivi e affidabili nelle valutazioni.

Sembra quindi possibile concludere che l’esperienza riferita possa avere rappresentato almeno un periodo positivo e costruttivo nelle vite dei giovani interessati, da cui poi essi avranno tratto le loro riflessioni e conclusioni, si spera altrettanto positive, rispetto al loro rapporto con la violenza e alla possibilità di costruzione di rapporti interpersonali umanizzanti, anche se e quando si è chiamati a vivere in un mondo che non sembra affatto favorirli.

 

 Maurizio Millo

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