Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

kibangu

pdfQuesta è la domanda che possiamo porci a seguito della tesi di dottorato discussa recentemente presso la Facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum, da padre Damas Kibangu sotto la direzione del professor Innocenzo Maria Vladimir Szaniszlô. Il titolo:

La protection des minorités forestières: cas du peuple pygmée dans la province de Bandundu en République Démocratique du Congo. Analyses et propositions pour une protection durable. Una indagine che si inserisce nella prospettiva della conservazione della natura come dovere sociale.

Lo studio si propone di evidenziare, di fronte alla crisi ecologica, e soprattutto dopo la pandemia di Covid-19, il contributo delle minoranze forestali, purtroppo in via di estinzione a causa dello sfruttamento inadeguato delle foreste (loro habitat principale e loro farmacopea) da parte delle multinazionali (Sodefor ed Era per quello che riguarda i Pigmei di Bandundu), unito ad una certa acculturazione dovuta alla mescolanza del popolo Pigmeo con altre tribù. Infatti, avendo perso il loro habitat, questo popolo disperso sperimenta una certa acculturazione che si traduce nella morte lenta della propria identità culturale tradizionale.

Ecco, ad esempio, secondo Jos Borlow (Lancaster University e Sustainable Amazon Network) cosa perde il mondo, ogni minuto, in termini di specie animali e vegetali, per un ettaro di deforestazione:

Al di là della questione della protezione di un popolo in pericolo - di cui molte organizzazioni a livello mondiale si prendono cura con grande attenzione - questo studio si è interessato del contributo della tradizione alla modernità. Mette in dialogo culture e questioni ecologiche, e soprattutto vuole richiamare l'attenzione sulla globalizzazione dell'indifferenza.

Infatti, lo suggerisce Papa Francesco nella “Laudato Si” (2015, 63), di fronte a questa crisi: “Dovremo riconoscere che le soluzioni non possono venire da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà. Occorre anche ricorrere alle diverse ricche culture dei popoli, dell'arte e della poesia, alla vita interiore e alla spiritualità”.

Ricorriamo qui alla ricchezza culturale di queste minoranze e alla loro spiritualità per spezzare l'indifferenza. Inoltre, l’esperienza di Covid-19 ci insegna che il pianeta terra è la nostra casa comune (LS, 3). Condividiamo la stessa condizione di vita e siamo nella stessa barca con questi popoli in pericolo. Questo ci chiama ad una “prossimità responsabile”. L’indifferenza alla situazione sociale dell’altro è molto pericolosa.

La pandemia Covid-19 stessa è una sfida etica alla cultura dell'indifferenza: d'ora in poi, ogni abitante del pianeta terra deve avere uno sguardo aperto sulle "abitudini sanitarie" dell'altro. L'indifferenza può costituire motivo di morte collettiva.
Ma chi sono queste minoranze forestali e cosa possiamo imparare da loro?

 

1. Minoranze forestali

Sono le numerose tribù classificate tra i popoli raccoglitori-cacciatori il cui habitat principale è la foresta. È impossibile immaginare la loro vita al di fuori delle foreste. “La vulnerabilità di queste categorie è dovuta al fatto che sono anche meno numerose delle maggioranze, quelle in una situazione di “normalità”, ha scritto José Woehrling nel 2002.

Queste tribù sono sparse in tutto il mondo, ma le più conosciute si trovano nel Bacino del Congo (Pigmeo, Batwa, Bambuti, Baka) e in Amazzonia (Piripkuna, Kawahiva, Korubos, Nahua, Nukak….) a causa dell'importanza planetaria rappresentata da questi due polmoni del pianeta (LS, 38).

L'enorme posta in gioco economica contenuta nelle foreste, e gli eccessivi appetiti dell'attuale cultura tecnocratica, trasformano questi “polmoni verdi” in “un inferno verde”. Si vive, in questi spazi, un terricidio, un etnocidio e un ecocidio, che può essere descritto come un crimine di genocidio. In Amazzonia, ad esempio, negli ultimi decenni sono scomparsi più di 1.300 gruppi etnici per gli interessi economici dei forti1.

Organizzazioni internazionali e scientifiche come IPCC (International Expert Group on Climate Change) o IPBES (Piattaforma Intergovernativa di Politica scientifica sulla Biodiversità e sui Servizi Ecosistemici) riconoscono “il ruolo che le popolazioni indigene svolgono oggi sia nel campo della conservazione delle foreste che della vita che in quello del clima” (D. Bourg 2020)2.

“Questi naturalisti della conservazione della natura”, trascurati e cacciati dalle loro terre, rischiano di scomparire con le loro culture “tecniche” di conservazione della natura, che tuttavia sono benefiche per tutti. Quale ingiustizia! Che perdita per il nostro pianeta, e come rimanere indifferenti?

 

2. Cosa possono insegnarci queste minoranze forestali

Se oggi, di fronte all'inquinamento e al bisogno di ossigeno per tutti, possiamo ricordare a queste minoranze forestali che le foreste non costituiscono esclusivamente una res alii (qualcosa appartenete ad un altro), ma una res communis (un bene comune, un bene per tutti), avremmo molto da imparare da loro. Le tecniche per la conservazione dell'ambiente, il senso di vicinanza responsabile, la natura del dare, e soprattutto il senso di economia della sobrietà. Infatti, le economie verdi, le economie circolari, l'economia francescana, in breve le cosiddette economie sostenibili, si ispirano al principio del prendere dalla natura ciò che è necessario, evitare gli sprechi, utilizzare il presente in natura, tenere conto delle generazioni future.
Papa Francesco scrive nella Querida Amazonia:

«I popoli aborigeni potrebbero aiutarci a scoprire che cos’è una felice sobrietà e in questo senso, hanno molto da insegnarci. Sanno essere felici con poco, godono dei piccoli doni di Dio senza accumulare tante cose, non distruggono senza necessità custodiscono gli ecosistemi e riconoscono che terra, mentre si offre per sostenere la loro vita, come una fonte generosa, ha un senso materno che suscita rispettosa tenerezza» (QA 2020, 71).

Ad esempio, la pratica dell'isolamento, che consiste nell'evitare il contatto diretto al fine di proteggersi dal pericolo, è una pratica millenaria tra le minoranze forestali. La lontananza in mezzo alla foresta serviva come metodo di protezione contro l'invasore e/o per evitare malattie contagiose. L'istituzione di divieti e tabù ha consentito di proteggere le foreste e le persone dallo sfruttamento abusivo, realizzando così dei santuari forestali.

Oggi la pratica del distanziamento è molto utilizzata dalle istituzioni sanitarie in caso di epidemia, questo non è altro che il look down utilizzato durante il Covid 19 per arginare la malattia, prima di trovare un vaccino.

F. Compagnoni sostiene che, proprio quando nella vita individuale o sociale si attraversa una grande crisi e quando certi avvenimenti sono riconosciuti come rotture profonde di un equilibrio esistenziale, si cerca di analizzare cosa sta accadendo, perché sta accadendo, e soprattutto come fare a rimettersi in carreggiata (Compagnoni, 2022)3.

Questa dissertazione voleva essere un momento di sosta, riflessione, analisi e proposta su cosa sta succedendo alle minoranze forestali rispetto ai Pigmei a Bandundu. Ci siamo chiesti se le pratiche di conservazione di queste minoranze oggi trascurate, emarginate, non possano fungere da misure precauzionali del pianeta contro gli effetti climatici? E se i modelli di vita di queste minoranze forestali potessero salvare il nostro pianeta?

Per questo, nel nostro studio, abbiamo coniato il neologismo “humuscologia” da “humus”, fragile, nulla, trascurabile, e logos, principio, discorso. Un principio che parte dal trascurabile per salvare l'intero sistema.

L'Humuscologia sarebbe, a nostro avviso, un principio etico-economico-ambientale basato sul postulato della fragilità dell'uomo, soggetto dell'etica, e sul fatto che l'economia utilizza materiali provenienti dalla natura. Infatti, partendo dal principio che “tutto è legato in natura” (LS, 16) e da quello della “limitazione delle energie, delle risorse e della loro spontanea non rigenerazione”, l'humuscologia ricorderebbe che in ogni rapporto economico tra uomo e natura entrambi sono fragili e limitati, e che "l'essere umano e le cose devono tendere una mano amica e mai più entrare in conflitto" (LS,106).

In nome di questo principio, durante ogni operazione economica, vorremmo impegnare un "humus", un valore economico simbolico, gestito da una "autorità statale nazionale" per la promozione o la protezione del patrimonio universale, come le foreste dell'Amazzonia e del bacino del Congo.

Questa teoria si ispira alla pratica di piantare patate dolci naturali, l'alimento base della maggior parte delle comunità indigene.

E quindi, “l’humus”, il trascurato, i piccoli gesti ecologici di ogni giorno, tutto sommato, possono salvare il nostro pianeta dall'attuale crisi ecologica.

Infine, affinché la nostra generazione possa sfruttare al meglio i sistemi e le tattiche di conservazione della natura di queste minoranze forestali e garantire alle generazioni future un mondo in cui è bello vivere, abbiamo proposto un sistema per la protezione di queste minoranze forestali e formulato le raccomandazioni per la loro sostenibilità:

Proposta della protezione sostenibile mediante creazione di APAC (in francese, Aires de Patrimoine Autochtone et communautaire) sul modello della Commissione delle Politiche Ambientali, Economiche e sociali dell’IUCN (Unione Internazionale della conservazione della natura). Le APAC costituiscono una politica di gestione partecipativa delle foreste tra lo stato congolese e le minoranze forestali Pigmei. E più che un luogo di politica, vogliamo fare di APAC una scuola dove si insegna la cittadinanza ecologica e mettere in dialogo le culture tradizionali africane e l’ecologia.

 

Raccomandazioni:

Al popolo Pigmeo:

  • Di continuare a sfruttare le foreste in modo sobrio perché sono un bene comune e non una proprietà privata;
  • Considerarsi come persone che hanno diritto all'autodeterminazione del proprio futuro, perché lo sviluppo non va disegnato dall'esterno e regalato.

Allo stato congolese dove vivono le minoranze forestali:

  • Il rispetto dei documenti e delle convenzioni internazionali sulla tutela dei diritti delle minoranze;
  • Il fermo impegno per le riforme sociali e la lotta alla corruzione;
  • Che si creino le condizioni generali di sicurezza per la popolazione, ma soprattutto le condizioni di sicurezza delle aree protette contro il bracconaggio.
  • La promozione e l'incoraggiamento di iniziative locali per lo sviluppo e la lotta alla deforestazione, simili al modello dell’Amazon Sacred Headwaters” (Sacre Sorgenti dell'Amazzonia). Questa iniziativa, presentata dai popoli indigeni del Perù e dell'Ecuador, mira a ridurre la deforestazione in Amazzonia dell'80% entro il 2025 e alla cancellazione del debito internazionale di questi paesi in relazione dello sfruttamento e della deforestazione della foresta amazzonica per l’estrazione del petrolio.

Alla comunità internazionale

  • La creazione di una rete globale di monitoraggio sugli sviluppi del clima;
  • La realizzazione di infrastrutture verdi come promesso da USA, Francia e Russia alla COP 26 in Scozia;
  • La decolonizzazione dell'ambiente dell'economia: le economie devono essere al servizio dell'ambiente e non il contrario. Quindi rinuncia al sussidio del carbone e dei combustibili fossili e al contenimento delle perdite e dei danni ambientali.
  • Rispetto degli impegni presi durante l'ultima COP. Troppi gli impegni presi, mentre una reazione debole ritarda la "conversione ecologica".

 

Damas Kibangu

 

 

NOTE:

1 Conselho Indigenista Missionário-CIMI. Outros 500: construindo uma Nova Historia. Sâo Paulo, Editora Salesiana, 2001.
2 Bourg, Dominique.2020. «Brésil : Une tragédie peut en cacher une autre » Le Monde en Commun (Mars 2020).
3 Compagnoni Francesco. 2022. «Ecologia ed etica?», OIKONOMIA.IT, Rivista di Etica e Scienze Sociale (Anno XXI- N.1 Febbraio 2022):2

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