Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

Si è già scritto molto sulla rilevanza del ruolo svolto dagli organismi del Terzo settore nei sistemi di welfarepdf (Borzaga, etc), già fin dalla crisi fiscale degli anni ’90, che ha avviato i tagli delle spese statali in materia di sanità, assistenza e istruzione e che ha raggiunto i livelli estremamente critici di questi ultimi anni. L’intervento delle realtà del terzo settore è dettato sempre più dalla pressione esercitate delle nuove emergenze e non solo dall’applicazione del principio di sussidarietà, sancito dalla nostra Costituzione. Per mettere a fuoco l’impatto di questi organismi nella società italiana, basterà citare quanto riportato dal Rapporto CNEL/ISTAT (2008), che raccoglie i dati più recenti sul Terzo settore: nel 2003 il numero delle istituzioni non profit superava le 235 mila realtà, pari al 5,4% di tutte le unità istituzionali; offrivano lavoro a circa 488 mila lavoratori (tra dipendenti e indipendenti), pari al 2,5% del totale degli addetti ai servizi;coinvolgevano oltre 4 milioni di volontari; sviluppavano 38 miliardi di euro di entrate (oltre il 3,3% del Pil); 35 miliardi di uscite, con un surplus di 3 miliardi reinvestiti nelle attività svolte.

            Tuttavia esistono profondi cambiamenti che stanno attraversando questo settore: il numero delle realtà non profit è da anni in crescita, mentre diminuiscono i fondi pubblici a cui queste realtà possono affidarsi per sostenere le proprie attività. In seconda battuta, va sottolineato anche ormai anche i volontari, i donatori e quanti sostengono o partecipano alla vita delle organizzazioni del Terzo settore non costituiscono più un patrimonio illimitato.

            Ciò significa che le organizzazioni del terzo settore operano in un contesto sempre più affollato e dunque competitivo, anche perchè contemporaneamente cresce le richiesta di servizi,  nascono nuove esigenze a cui far fronte e i bisogni degli utenti si differenziano: basti pensare alle situazioni di rischio sociale determinato dall’abbassamento del reddito delle famiglie, dalla mancanza di lavoro,  dalle malattie che prevedono interventi di sostegno non solo al malato ma  a tutta la sua famiglia (come l’Alzheimer) e l’immigrazione di prima e seconda generazione, solo per citare solo alcuni degli ambiti di intervento.

            Le organizzazioni del terzo settore sono dunque in una fase in cui non solo devono utilizzare al meglio le risorse esistenti ma devono anche saper generare nuove risorse a partire da quelle già presenti. E’ una scommessa su cui si gioca non solo la crescita organizzativa, ma anche la stessa sopravvivenza di molte realtà non profit.

            Il contesto esterno appena delineato genera nuove esigenze di formazione e di organizzazione: sono in crescita i corsi e gli interventi rivolti alla raccolta di fondi e alla comunicazione esterna, alla progettazione; allo stesso tempo la gestione di queste realtà oggi si sta avvicinando sempre più  consapevolmente verso forme e modalità più vicini alla realtà profit, dove l’attenzione all’efficienza economica è alta.

            In altre parole, il terzo settore si sta spostando sempre più verso forme di imprenditoria sociale, in mancanza di un mercato protetto e della riduzione di fondi pubblici su cui poter fare affidamento. Si tratta di passaggio interessante perché, le imprese sociali coniugano appunto un approccio imprenditoriale alla produzione di beni relazionali e servizi dedicati alla qualità vita nella società e nelle comunità specifiche.

            L’impresa sociale si distacca dal modello della impresa profit perché, pur essendo entrambe vincolate alla necessità di produrre profitto,  la prima si pone come ultimo obiettivo il conseguimento di innalzare la qualità della convivenza sociale; al contrario, l’impresa profit ha come ultimo obiettivo la massimizzazione del profitto.

            In Italia l’impresa sociale è regolamentata dalla Legge  118/05 e dal Decreto Legislativo 155/06. In base all’art. 1 del decreto legislativo 24 marzo 2006 n. 155 possono acquisire la qualifica di impresa sociale  “tutte le organizzazioni private, ivi compresi gli enti di cui al libro V del codice civile, che esercitano in via stabile e principale un'attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi di utilità sociale, diretta a realizzare finalità di interesse generale, e che hanno i requisiti di cui agli articoli 2 [produzione di beni di utilità sociale], 3 [assenza di scopo di lucro] e 4 [struttura proprietaria]”.

 

Ai sensi dell’art.2 sono considerati “beni e servizi di utilità sociale quelli prodotti o scambiati nei seguenti settori:

  • assistenza sociale;
  • assistenza sanitaria;
  • assistenza socio-sanitaria;
  • educazione, istruzione e formazione;
  • tutela dell'ambiente e dell'ecosistema,
  • valorizzazione del patrimonio culturale;
  • turismo sociale;
  • formazione universitaria e post-universitaria;
  • ricerca ed erogazione di servizi culturali;
  • formazione extra-scolastica, finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica ed al successo scolastico e formativo;
  • servizi strumentali alle imprese sociali, resi da enti composti in misura superiore al settanta per cento da organizzazioni che esercitano un'impresa sociale”.


Inoltre,  possono acquisire la qualifica di impresa sociale  “le organizzazioni che esercitano attività di impresa, al fine dell'inserimento lavorativo di soggetti che siano:

  • lavoratori svantaggiati;
  • lavoratori disabili”.

            Più in generale, Demozzi e Zandonai (2007) sintetizzano come segue la definizione di impresa sociale messa a punto dal network internazionale Emes (dedicato appunto alle imprese sociali), specificando che tale definizione si sviluppa lungo due dimensioni: quella economico-imprenditoriale e quella sociale. La dimensione economico-imprenditoriale, prevede la presenza di quattro requisiti:

  •     produzione di beni e/o servizi in forma continuativa;
  •     elevato grado di autonomia politica e gestionale;
  •     livello significativo di rischio economico;
  •     presenza, accanto a volontari o consumatori, di un certo numero di lavoratori retribuiti.

 

La dimensione sociale presenta invece le seguenti caratteristiche:

  •     avere come esplicito obiettivo quello di produrre benefici a favore della comunità e quindi occuparsi della produzione di beni o servizi coerenti con l'obiettivo;
  •     essere un'iniziativa collettiva, cioè promossa da un gruppo di cittadini;
  •     avere un governo non basato sulla proprietà del capitale;
  •     garantire una partecipazione ai processi decisionali allargata, che coinvolga, almeno in parte, le persone o i gruppi interessati all'attività (quindi non solo i lavoratori o non solo gli utenti, come nel caso delle cooperative tradizionali);
  •     prevedere una distribuzione limitata degli utili.

            E’ bene specificare, infatti, che esistono organizzazioni iscritte al registro delle imprese sociali e dunque ufficialmente classificate come tali, accanto ad un numero (di gran lunga superiore) di organizzazioni che operano di fatto come imprese sociali senza averne la veste giuridica.

            I dati relativi all’anno 2011, presentati dal secondo Rapporto IRIS (Istituto di Ricerca sull’Impresa Sociale) Network ci dicono che in Italia le imprese sociali in senso stretto, ossia le realtà costituite ai sensi della l. n. 118/05 e iscritte alla sezione L sono 365 unità. Sembrerebbe un numero decisamente basso, ma a queste vanno aggiunte le 404 imprese che riportano la dicitura imprese sociale nella loro ragione sociale e, soprattutto, le 11.808 cooperative sociali costituite ai sensi delle legge 381/91. Accanto queste realtà, L’IRIS identifica un alto potenziale di imprenditorialità sociale, costituito da  22.468 organizzazioni non profit diverse dalla cooperativa sociale  e 85.445 imprese for profit operative nei settori previsti dalla legge 118/05.

            Sulla base delle indicazioni dell’indagine Excelsior della Unioncamere, le imprese sociali italiane movimentano un giro d’affari stimabile intorno ai 10 miliardi di euro e gli utenti che nel 2010 hanno usufruito dei loro servizi sono stati circa cinque milioni.

            Alcuni dati sono particolarmente interessanti, perché indici della vitalità e della rilevanza di queste organizzazioni. La loro distribuzione territoriale mostra che il numero delle imprese sociali  è maggiormente concentrato nelle aree meno economicamente sviluppate: infatti, il 33% è presente nel sud e nelle isole;  il 29% nel nord-ovest; il 20% nel centro e 19 % nel nord-est.
            Inoltre, per quanto riguarda l’occupazione, nel 2010 il numero dei dipendenti nelle imprese sociali erano circa 383mila, mostrando un incremento medio annuo del 5,0% rispetto al 2008. Ancora di più: tra il 2003 e il 2010, l’andamento dell’occupazione dipendente ha mostrato un netta crescita, pari al +70%; tale incremento supera nettamente quello complessivo delle imprese italiane e relativo allo stesso lasso di tempo, pari a +10%; nel 2011 il 54% delle imprese sociali ha dichiarato di prevedere ulteriori assunzioni, sono la media complessiva di tutte le imprese si attesta appena al 23%. Tutti i dati esposti fanno emergere quindi una realtà in evoluzione positiva, paragonabile ad un laboratorio importante per la creazione di un nuovopdf modello di welfare, che integri meglio il pubblico e il privato, il profit  e il non profit. E’ interessante notare, tuttavia, che queste sperimentazioni, queste innovazioni stanno nascendo non tanto a seguito di una scelta consapevole e orientata da parte dei governi centrali e periferici (se non per alcuni casi, decisamente limitati), quando, piuttosto, non ostante l’assenza e il limitato sostegno delle forze politiche e dalle amministrazioni, a testimonianza della vitalità che il mondo non profit sa esprimere.

 

Riferimenti bibliografici:

Cnel-Istat (2008) Primo Rapporto Cnel Istat sull' Economia Sociale. Dimensioni e caratteristiche strutturali delle istituzioni nonprofit in Italia, Roma.
Demozzi M., Zandonai F., “L’impresa sociale di comunità: processi di sviluppo e modelli organizzativi”, in Scaratti G., Zandonai F. (a cura di) (2007), I territori dell’invisibile. Culture e pratiche di impresa sociale, Bari-Roma, Editori Laterza, pp. 251-273.
Unioncamere (2012), I fabbisogni professionali e formativi delle imprese sociali per il 2011http://excelsior.unioncamere.net/
Venturi P., Zandonai F. ( a cura di) (2012). L'impresa sociale in Italia di Pluralità dei modelli e contributo alla ripresa,  Milano Altraeconomia Edizioni.

 

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