Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfChe senso ha iniziare a trattare oggi di questo tema con una presentazione di un pensatore arabo del sud della Spagna vissuto nel XII secolo ?

Senza troppo retorica, che sarebbe fin troppo facile, possiamo dire che lo sguardo storico di un problema sociale aiuta a mettere in prospettiva lo stato attuale della nostra civiltà. Molte culture si sono sentite uniche, all’apice o alla fine  della storia umana, hanno ritenuto di avere problemi unici da affrontare ed hanno trascurato di tener conto delle radici profonde delle proprie difficoltà.

D’altra parte Ibn Rušd riflette su Platone che scriveva quindici secoli prima di lui - quasi quanto noi siamo separati dal dotto mussulmano – e comparava la propria cultura con un modello anche per lui già antico.

Questo ci conferma  che il nostro problema – la posizione della donna nella società - è sempre esistito nella società civile, cioè da quando l’uomo vive in società urbane. Le condizioni sono certo diverse, come le soluzioni proponibili, ma i problemi sono legati a quello generale del ruolo dei sessi nell’organizzazione sociale.

Per questo le nostre soluzioni per il nostro problema non possono non avere un po’ di radicamento storico. Come dice l’Autore arabo: “the nature of men and women is of one kind”.  Si tratta  di volta in volta di far valere questa costatazione - che è anche un principio morale –  nella situazione considerata.

Ibn Rušd finì male, le sue opere vennero bruciate – cioè rigettate dal main stream della sua comunità. I suoi ragionamenti sono però di una attualità filosofica unica.

Personalmente penso che l’aggressività innata (darwiniana) del genere umano esplode periodicamente in guerre tra società, ma anche dentro ad ogni società su gruppi come ‘le donne’; con la raffinatezza di impedire loro di mostrare le proprie qualità, in modo che sia facile escluderle da funzioni sociali importanti.

I numeri del lavoro femminile in Italia sono chiaramente esposti da Vera Negri Zamagni, mentre Marco Foschini ci mostra come il lavoro femminile è stato vissuto all’interno della Coldiretti. Questa organizzazione ha messo in rete il lavoro agricolo dei contadini italiani nel dopoguerra e rivela nel suo sviluppo tutto il travaglio della piccola proprietà contadina esattamente nel momento della sua scomparsa come attività lavorativa principale del Paese.

La Francia ha realizzato molto prima dell’Italia l’industrializzazione del lavoro, ma la testimonianza di Simone Weil mostra tutta la tragicità della situazione operaia in Francia nel periodo tra le due guerre.

Il contributo invece di Maria Ruini, sociologa ed antropologa, ci riporta al problema morale di fondo: il valore relativo alla maternità non è discutibile né annullabile, come non lo è il lavoro che è sempre stato legato nella storia delle donne alla maternità. Se una società moderna non riuscirà a trovare un nuovo equilibrio tra questi due poli della vita femminile, perderemo un fondamentale contributo al proprio sviluppo globale.

Le due poesie di Álvaro Santo, cittadino italiano di origine angolana, ci rivelano in forma artistica la difficoltà umana che qualsiasi lavoratore trova nell’emigrazione lavorativa. Egli fa ormai parte della letteratura  
italiana prodotta da persone provenienti da altre culture linguistiche ma sente nel fondo dell’animo la propria doppia appartenenza.

Le due recensioni di questo fascicolo sono particolarmente significative. Quella sull’economia sociale di mercato, perché tocca una corrente ideale molto vicina a quella della Facoltà di Scienze Sociali che edita la rivista, e quella sull’educazione etica ugualmente perché noi – come istituzione educativa - siamo sensibili alla problematica della trasmissione intergenerazionale dei valori etici.

Infine la Pagina Classica che riprende un testo di Edith Stein del 1930  mi sembra è altamente significativo. Sia perché rappresenta un periodo di intensa riflessione sul lavoro femminile all’interno della filosofia e dell’associazionismo europea in genere, sia perché – si noterà immediatamente – gli accenti messa dalla Stein non sono coincidenti con quelli comune oggi. Non significa che siano superati, ma piuttosto che possono servire a noi per giudicare l’indirizzo attuale  sia della ricerca femminista che delle sue ricadute sociali e mediatiche.  L’idea degli stereotipi maschili e femminili ben distinti oggi viene interpretata da lei piuttosto come la presenza in ogni persona di un mix di entrambi i gruppi di caratteristiche. L’idea poi dell’umiltà  di Maria Madre di Dio come  modello femminile è ancor più controverso nella società attuale. L’umiltà stessa –come virtù - d’altronde lo è.

Personalmente credo che nel caso dell’umiltà si tratti di un ‘atto super-rogatorio’ ispirato tipicamente dalle religioni monoteiste e che riceve il suo senso da un universo di riferimento molto diverso da quello corrente nel mondo globalizzato.

Ciò non toglie che tale atteggiamento interiore venga spesso apprezzato nel nostro prossimo. Forse perché ci toglie la paura dell’altro, anche se noi non siamo disposti ad adottarlo per noi stessi.pdf

D’altronde Erich Fromm definisce l’umiltà un’attitudine emozionale, rispondente alla ragione e all’oggettività, che è premessa per il superamento del proprio narcisismo.

 

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