Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfUn grande impegno umano e sociale ha da sempre caratterizzato la vita della donna, coinvolgendola in numerosi ruoli: figlia, moglie, madre e lavoratrice. Il riconoscimento dei compiti che la donna assolve nella vita familiare e sociale è ormai comunemente accettato ed è divenuto una ripetitiva e banale constatazione, ma non si afferma ancora come “fatto sociale totale.  1 In realtà le donne rappresentano la forza della società e mantengono vivi due valori fondamentali: la maternità ed il lavoro. È proprio sul concetto di valore che vorrei soffermare l’attenzione. La parola valore non ha solo un significato economico ma anche etico perché i valori rispondono ai bisogni e si mantengono nel tempo. Nonostante si sia acceso nel corso degli anni un intenso dibattito teorico sui valori, sulla loro determinazione e resistenza, sulla innovazione e sulla relazionalità, sul relativismo e sulla universalità di questi, tuttavia non si può disconoscere che i valori siano per ogni società un necessario e costante riferimento. Oggi i valori hanno perduto il loro primato sulla superficialità ed il pensiero di valori assoluti rispecchiati nella religione, nella famiglia, nelle tradizioni pare a volte anacronisticamente superato dalla innovazione, dallo sviluppo, dalla tecnologia che caratterizzano la tarda modernità.
Ma il valore relativo alla maternità non è discutibile né annullabile. Essere madri è un compito non facile al quale si adempie più generalmente seguendo un primario istinto, che nel tempo si trasforma in amore. Questo istinto primario si ritrova anche nelle specie animali che curano i loro piccoli e li guidano verso la loro strada di animali adulti, riaffermando così

il miracolo della natura quotidianamente sotto i nostri occhi.
Così come per ogni altra specie vivente, per la donna il sacrificio di avere un figlio non è misurabile né quantificabile: fino dall’antichità sono state le donne a gestire la nascita, la crescita, lo sviluppo dei propri figli e, anche se accompagnate da uomini, padri capaci – e non sempre questo accade – i compiti legati alla maternità ricadono su di loro. Essere madri significa rivestirsi di un ruolo pesante, ma anche dare il valore alla vita umana con la consapevolezza che contribuire a creare una nuova generazione significa aiutare il mondo a crescere.
Il valore della maternità si accompagna ad un altro valore al quale la donna non si è mai sottratta: il lavoro. Il lavoro, nel corso dei millenni, ha visto la donna dapprima esclusivamente legata alla casa: era colei che teneva acceso il focolare, colei che ha raccolto e lavorato i prodotti della terra, che ha cotto le carni ottenute dalla caccia degli uomini; in seguito le è stata riconosciuta la capacità di organizzare la vita familiare domestica, la vita sociale e, ogniqualvolta è stato necessario, la donna ha sostituito il compagno nei tempi della caccia, durante le guerre e le spedizioni, nelle catastrofi naturali e lo ha comunque sempre supportato. La donna ha sempre saputo “inventare il tempo” per adempiere ai suoi tanti compiti. È comprensibile dunque che la donna abbia anche lottato per godere degli stessi diritti degli uomini e che abbia rivendicato, dalla lotta per l’istruzione comune al diritto di voto, la possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro e di uscire di casa mostrando le proprie capacità, per il riconoscimento, almeno sulla carta, della parità.

I valori sopraindicati maternità e lavoro si fondono nella figura femminile e diventano la realtà quotidiana delle donne madri e lavoratrici che, dimenticando la fatica, vivono in una dimensione sempre più dinamica la loro esistenza.
La madre di oggi, e vogliamo considerare in particolare quella che vive nelle società complesse, ad alto sviluppo economico e tecnologico, è una donna cresciuta nella certezza che il lavoro è necessario e fa parte della propria vita, rendendo così spesso la cultura del lavoro sostitutiva del valore della famiglia e relegando la cultura domestica ad altri tempi, ad altri modelli sociali. È difficile infatti la fusione fra due realtà così differenti; difficile cancellare l’istinto naturale che vuole la donna madre e cancellare al tempo stesso la forma culturale che mostra nel lavoro il pieno adempimento di un compito doveroso nei confronti di tutte le donne che hanno lottato per raggiungere la parità dei diritti.
Il mondo è sempre stato abitato da popoli diversi che in territori e in ambienti differenti, appartenendo a religioni differenti hanno formato società. Come dice Durkheim, la religione rappresenta la coesione sociale e se “il Dio del clan è il clan stesso” allora la religione è la società. E le appartenenze religiose sono componenti essenziali della cultura di ogni paese diventando così la base costitutiva dell’organizzazione e della struttura sociale, e anche il principale riferimento valoriale. Per questo, in paesi diversi, le donne sono protagoniste di realtà diverse che rispecchiano invece una realtà comune: quella della procreazione. Questo evento che sul piano individuale è unico, se inserito in contesti differenti assume caratteristiche e componenti strutturalmente diverse sul piano organizzativo e assistenziale. Sono i modelli sociali a guidare i comportamenti delle famiglie e a garantire alla donna possibilità più o meno dignitose di accudire i propri figli. Anche in questo caso società diverse indicano soluzioni diverse per garantire alla donna la maternità. Non entriamo nel merito delle leggi in materia di procreazione, ma riteniamo che se la procreazione non avviene in forma naturale, ciò non implica che la maternità sia sempre un valore irrinunciabile, che si può esplicare in tanti modi e in tante forme, e che sia opportuno intenderlo come cura, come assistenza, come guida allo sviluppo e alla crescita. Se la maternità rappresenta un fatto universale ciò non implica che sia uniforme la cultura di società diverse, da queste rappresentata e posta in atto tramite normative, leggi e modelli comportamentali. Nello stesso modo non è implicito che tutte le società prevedano la parità di genere ed è per questo che il tema del lavoro al femminile, costituito da realtà differenti, si compone, non solo sul piano giuridico, ma anche seguendo abitudini e tradizioni. Dall’estremo della interdizione al lavoro, all’accettazione di un lavoro part time svolto possibilmente in ambito domestico, fino al pieno riconoscimento del lavoro femminile, dal lavoro nero al lavoro ufficiale numerose sono le sfaccettature che regolano un mondo variegato nel quale il multiculturalismo e la globalizzazione dettano regole non omologabili per quanto riguarda la donna ed il suo ruolo nell’ambito domestico e sociale.
Come già indicato il lavoro delle donne è un valore che pone un problema relativo al riconoscimento che questo assume nelle diverse parti del mondo. Il caso italiano rispecchia solo in parte la realtà occidentale perché la varietà culturale che ancora caratterizza le regioni italiane già di per se stessa implica differenze locali. Anche secondo recenti dati Istat (2012), poco meno del 50% degli occupati totali, la percentuale scende al centro e nel mezzogiorno si attesta a meno del 30%. 

La nostra Carta Costituzionale riconosce già nei principi fondamentali parità di diritti senza distinzione di sesso e nell’art. 31 nell’agevolare la formazione della famiglia dichiara che la Repubblica “………. protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù favorendo gli istituti necessari a tale scopo”. E nell’art. 37 recita: “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e , a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione…….”. Cosa di più chiaro e evidente che lavoro e maternità siano per la donna non solo diritti irrinunciabili, ma diventino anche doveri sociali? Ma ci si può chiedere allora perché nella nostra società ancora le donne debbano faticare tanto per ottenere quello che le donne lavoratrici, riconosciute come tali a pieno titolo, nel nord d’Italia rappresentano dichiara la Costituzione, massima espressione della libertà raggiunta dal nostro Paese?

Ancora oggi la donna italiana combatte per ottenere tempo per il proprio figlio, per avere un posto all’asilo e per godere di strutture assistenziali. La burocrazia impone liste di attesa, pagamenti e difficoltà tali che fanno si che la donna spesso rinunci al lavoro, certamente alla carriera per adempiere il compito di madre. La dimostrazione di questo è che la natalità tende a diminuire e che sempre più avanzata sia l’età delle donne che mettono al mondo figli.
In generale si può pensare che una società avanzata che ancora non sia in grado di rispondere alle esigenze sopra indicate, garantendo i diritti naturali e quelli riconosciuti come principi fondamentali, rischia di limitare la donna nei pdfpropri compiti facendo perdere quella ricchezza che i due valori indicati, maternità e lavoro, offrono non solo a lei personalmente ma anche alla struttura familiare, e soprattutto allo sviluppo della società stessa.

 

NOTE 

 1. Il noto antropologo francese, Marcel Mauss individua in questa categoria fenomeni complessi legati agli aspetti della vita che rappresentano la base teorica di un’antropologia sociale ed economica.

 

 

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