Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

 

Nella crescita dei paesi economicamente più avanzati, nello sviluppo dei paesi economicamente arretrati, il commercio internazionale è fattore di forte rilievo.

A prescindere dagli eccessi di strategie di sviluppo fondate esclusivamente sull’export led growth (che possono tradursi in impoverimento delle opportunità di un paese, in particolare della parte meno favorita della popolazione) 1, le vendite sull’estero hanno la caratteristica di promuovere posti di lavoro, avanzamento tecnologico, ricavi in divisa.

Nello scorso decennio il commercio internazionale è cresciuto con tassi più che doppi rispetto al prodotto interno lordo, Pil: contro un tasso annuo medio di crescita del Pil mondiale del 3%, il commercio è lievitato in volume del 6,7% l’anno. Nel rapporto in valore con il Pil mondiale (commercio/Pil), il commercio è passato dal 19% del 1990 al 24% circa del 1999. In termini nominali, con base il dollaro statunitense, la crescita totale nel decennio è stata del 55%, passando da 4.300 a 6.700 miliardi di dollari. In quell’ultimo anno del decennio, dopo la pausa nella crescita derivante dalla crisi asiatica avvenuta subito dopo la metà degli anni ‘90, il commercio di beni e servizi è salito del 4,5% con una netta accelerazione a fine anno. Nell’ultimo trimestre, l’espansione ha superato il 6,5% medio registrato negli anni Novanta. In valore l’export globale è aumentato del 3,5%, raggiungendo i 5460 miliardi di dollari.

 

Alcuni richiami e definizioni

Adam Smith (1723-1790, The Wealth of Nations è del 1776), dimostra che il commercio internazionale conviene a tutti, e che, specializzandosi in un certo prodotto e nel suo commercio, un paese incontra la propria fortuna. Il commercio con partner esteri promuove la specializzazione; la specializzazione a sua volta incrementa le dosi di produttività. Nel lungo periodo l’incremento di commercio e di produttività innalza gli standard di vita di chi è coinvolto nel gioco virtuoso del commercio internazionale.

David Ricardo (1772-1823), maestro nell’utilizzo della teoria dei costi comparati, preciserà che il commercio convince un produttore, quando deve allocare risorse aderire ai risultati offerti dal vantaggio comparato. Ricardo dimostra che ciò finisce per accadere anche nel caso di produttore che voglia mantenere una produzione “non razionale”, che cioè non tenga in conto i vantaggi suggeriti dalle operazioni commerciali con altri paesi basate sulla specializzazione e la teoria del vantaggio comparato.

Si fa commercio internazionale per la diversità tra paesi nelle condizioni di produzione, per i costi decrescenti di produzione, per la differenza di gusti tra le nazioni. Queste sono state le motivazioni del grande impulso al commercio avvenuto ovunque, in forme dapprima primitive poi più avanzate, come ad esempio nel mar Mediterraneo già all’epoca fenicia e greco-antica. In tempi vicini, è stato il commercio a spingere la curva della prosperità nelle nazioni europee a partire dal Cinquecento, in particolare dopo la scoperta del continente americano e l’avvio dell’epoca coloniale. Angus Maddison ha scritto: “Fino al XIX secolo la prosperità crebbe attraverso il commercio ... Ci fu un’intera successione di nazioni ricche che costruirono la propria fortuna a spese dei rivali. Per esempio, Spagna e Portogallo sostituirono Venezia e Genova come principali commercianti con i paesi dell’est, allontanando verso l’Asia dal Mediterraneo le vie del commercio. La prosperità olandese fu raggiunta erodendo gli imperi commerciali portoghesi e spagnoli ed impoverendo le regioni meridionali dei Paesi Bassi (l’attuale Belgio). L’espansione commerciale inglese e francese del XVIII secolo avvenne in larga parte a spese dell’Olanda” 2.

Nell’andamento della storia, il commercio internazionale si è presentato soprattutto come vendita e acquisto di materie prime e commodities, di prodotti agricoli, di manufatti derivati prima dall’artigianato poi dall’industria.

Per quanto riguarda i servizi, questi da sempre risultano commerciati tra le nazioni. Quando egizi, fenici, greci, romani, spedivano le loro navi nel Mediterraneo, utilizzavano modalità arcaiche di noli, servizi portuali, lettere di pagamento. E sempre ci sono stati viaggiatori e turisti che hanno soggiornato in locande, acquistato biglietti, ceduto o rilevato cultura e invenzioni (il moderno copyright). Da sempre monete, servizi di banchi di credito e pegno, hanno sostenuto i rapporti “internazionali” tra popoli e nazioni. Solo nei decenni recenti queste (ed altre) attività di servizio hanno però trovato una crescita quantitativa e una caratterizzazione qualitativa tali da schizzare verso valore aggiunto e cifre complessive di tutto rispetto. I servizi sono così divenuti una voce di primario interesse delle bilance commerciali delle nazioni.

La massa di esportazioni manifatturiere mondiali superò in valore le esportazioni di partite agricole solo nel 1957. Mezzo secolo dopo le esportazioni mondiali di servizi giungeranno a rappresentare quasi un quarto del commercio mondiale.

Per servizi scambiati internazionalmente si intendono qui tutte le transazioni che hanno per oggetto attività terziarie che transitano attraverso le frontiere statali, e come tali sono registrate dalle autorità doganali e/o monetarie.

Sotto il termine “servizi” si ritrovano le attività o i beni immateriali internazionalmente classificati come tali. Trattasi di un settore esteso, tuttora in crescita, che appare spesso di difficile interpretazione. Esso include beni e attività “di confine”, identificabili sia come secondario che terziario, tanto da creare non pochi problemi agli statistici, ai rilevatori, alle autorità fiscali e doganali.

Nessuna attività economica corrisponde come i servizi alla destrutturazione che va assumendo il sistema contemporaneo della produzione e degli scambi. Il de-materializzarsi e il de-territorializzarsi del sistema economico mondiale 3, i due massimi fenomeni dell’economia contemporanea, hanno contribuito alla creazione di una struttura economica-mondo che rende spesso difficile la differenziazione netta tra settori economici, tenuti invece ben distinti dall’economia tradizionale. Il settore servizi è certamente elemento preponderante della cosiddetta economia “intangible” (dei beni in-toccabili), e “immaterial” (dei beni im-materiali).

Per avere un’idea delle dimensioni di un fenomeno che qui si analizza esclusivamente nel rapporto con l’estero, si pensi che nell’Europa comunitaria (Eurostat, ’99) i servizi commerciali (esclusi quindi quelli, vastissimi, pubblici) contano per il 50% del Pil: erano soltanto il 36% del Pil ancora nel 1970. Il commercio interno, la distribuzione commerciale, conta per il 13%. In quanto a contributo all’occupazione la distribuzione interna conta per il 16%: in Italia le cifre sono anche più alte, con quasi il 20% del Pil e circa 5 milioni di occupati.

Ciò premesso, si consideri quali attività economiche sono considerate, dall’Organizzazione mondiale del commercio, Omc, servizi commerciali 4. Ci si riferisce a volumi e valori attinenti esclusivamente servizi che attraversino le frontiere (cross frontier), escludendo non solo il commercio interno di servizi esplicati all’interno di un paese, ma quei servizi che non sono venduti e vendibili. Tali attività economiche comportano attori di paesi diversi, transito attraverso le frontiere di beni registrati, con pagamenti internazionali 5, ovvero con scambio di pagamenti e ricchezza che superino le frontiere tra paesi. Non sono comprese le vendite di servizi interne a un paese, né le vendite cross frontier di servizi pubblici o a utilità pubblica gestiti dallo stato o entità pubbliche, a meno che non siano strettamente commerciali (es: monopolio pubblico delle telecomunicazioni in alcuni paesi, vendita dei servizi collegati).

La classificazione della ricchezza venduta e vendibile, in quest’ambito, viene distinta dall’Omc in due grandi gruppi di beni:

· commercio di merci (agricole, minerarie, industriali)

· commercio di servizi commerciali (trade in commercial services).

Ci si occupa qui esclusivamente della seconda categoria di beni. Le cifre riportate, derivano dalle tabelle del Fondo monetario internazionale, Fmi, basate sul manuale statistico del Fondo. Per i paesi non aderenti al Fmi, i dati sono derivati dalle statistiche nazionali (è il caso della Cina).

I servizi commerciali sono divisi, dal Fmi, in altre subclassificazioni:

· trasporti,

· viaggi,

· altri servizi commerciali.

Sotto la categoria trasporti, si ritrovano tutti i servizi legati al trasporto di persone e/o beni (mare, aria, terra, acque interne, spazio e pipeline) realizzati da residenti di un’economia per residenti di un’altra economia, che comportino trasporto di passeggeri, movimento di beni (freight), noleggi e affitti (charters) di mezzi di trasporto (carriers) con personale/equipaggio (crew) e servizi ausiliari.

Sotto la categoria viaggi, sono compresi beni e servizi acquisiti da viaggiatori singoli, per ragioni di salute, studio, o altri fini, e da viaggiatori d’affari. Il viaggio non appare come servizio singolo, ma come insieme di servizi legati ai consumi effettuati da un viaggiatore durante i suoi trasferimenti. Si pensi all’ospitalità alberghiera, all’assunzione di cibo, ai trasporti o al divertimento, ai presenti e ai souvenir acquistati.

Sotto la categoria altri servizi sono raccolte le seguenti prestazioni:

· servizi di comunicazione (telecomunicazioni, posta e corriere)

· servizi alle costruzioni

· servizi assicurativi

· servizi finanziari

· servizi a computer e informazione (vi sono incluse le agenzie di informazione)

· diritti come royalties e licenze, pagamenti e ricevute dall’uso di attività (assets) intangibili non-finanziarie e di diritti di proprietà intellettuale come patenti, copyright, marchi, processi industriali, franchising

· altri servizi d’affari, come servizi legati al commercio, leasing operativi (come il rent a car), servizi d’affari di calibro minore (traduzioni) e servizi professionali (hostess, accompagnatori, autisti), servizi professionali (avvocati, consulenti finanziari, commercialisti, ricerche di mercato, inchieste d’opinione, progettualità architettonica o di arredamento, agricoltura, miniere, elaborazione dati, ecc.)

· servizi alla persona, culturali, ricreativi, inclusi gli audiovisivi.

Nello scorso decennio i servizi ai trasporti sono cresciuti del 3,5% annuo, quelli collegati ai viaggi del 6%, gli “altri servizi” dell’8,5%. Il totale dei servizi commerciali esportati, nel ’99, è stato di 1350 miliardi di dollari, così suddivisi: 440 viaggi, 310 trasporti, 600 altri servizi.

In valore, ovvero in valore aggiunto, nel decennio, crescono decisamente di più i servizi “altri” che hanno più contenuto innovativo e tecnologico. Stagnanti i valori dei servizi trasporti (che comunque, su base mondo, scendono pesantemente in valori percentuali). In quanto ai servizi legati ai viaggi, diminuiscono in percentuale, si stabilizzano in quanto a valore, con tendenza cauta all’apprezzamento.

Per alcune delle ragioni esposte (immaterialità, intangibilità, ubiquità dei servizi) ed altre che si comprenderanno nel procedere del ragionamento, copertura e comparabilità dei dati riguardanti il commercio dei servizi presentano qualche problema. Ci sono paesi che non raccolgono statistiche per certe categorie di servizi. Ci sono transazioni della categoria servizi che nessuno registra. Si pensi ai servizi trasmessi elettronicamente all’interno di imprese transnazionali tra paese e paese. Si pensi alle transazioni finanziarie che non passano tra intermediari ufficiali. Ci sono poi i pagamenti di servizi su base di compensazione (trasporti ferroviari, servizi di comunicazione). Dubbi non mancano neppure all’interno degli stessi enti internazionali di rilevazione: sono tuttora in corso nei competenti uffici del Fondo monetario, chiarificazioni sulla raccolta dati. Il Bpm, Balance of Payments Manual del Fmi, giunto alla 5a edizione, ha problemi di assimilazione con la sua 4a edizione: i beni procurati nei porti, come il carburante, per Bpm5 sono merci (goods), per Bpm4 sono servizi (trasporto), l’assicurazione per il trasporto è “trasporto” in Bpm4 e servizi di assicurazione in Bpm5.

Si tenga inoltre presente che, a livello di concettualizzazione del commercio internazionale di servizi, il Gats (General Agreement on Trade in Services) ha elaborato 4 categorie di servizi commerciali:

· servizi forniti dal territorio di un paese sul territorio di un altro paese (es. le chiamate telefoniche internazionali), con operazioni ufficialmente conosciute come “forniture cross-border”)

· servizi goduti da consumatori o imprese in paese diverso da quello d’origine (es. il turismo), conosciuti ufficialmente come “consumo all’estero”

· servizi forniti in paese diverso dal proprio, da impresa straniera attraverso filiali o rappresentanze, con una formula ufficialmente detta “presenza commerciale”

· servizi offerti da soggetti che si spostano dal proprio paese per effettuare forniture in paesi terzi (es. modelle di moda o consulenti) realizzando un’operazione classificata come “presenza di persone in natura”.

 

Come cresce il commercio e il commercio di servizi

Nella curva storica dello sviluppo economico, i servizi divengono fenomeno di rilevanza macro nell’ultima parte del secolo ventesimo. Nell’epoca arcaica erano agricoltura e minerario a rappresentare la parte predominante dell’economia. Successivamente l’industria ha assunto il ruolo di motore della produzione e dell’occupazione. Nelle società cosiddette postindustriali, i servizi tendono a costituire, e nelle economie avanzate il fenomeno è già completato, il settore più rilevante del sistema economico, in termini sia di occupazione che di contributo al prodotto interno. Il commercio di servizi sta crescendo e assumendo rilevanza in quest’ambiente di sempre maggiore status del terziario rispetto a industria e agricoltura.

Si è detto di come i servizi da sempre facciano parte degli scambi tra i popoli. Negli scambi terziari odierni s’incontrano molti e diversi prodotti innovati: finanza, accompagnamento e soft dell’innovazione tecnologica, logistica di sistemi avanzati, formazione e istruzione, copyright di invenzioni e stili, ingredienti della cosiddetta nuova economia. La “qualità” e l’“eccellenza” dell’economia contemporanea si combinano in molti dei servizi commerciali scambiati internazionalmente.

Andando al concreto degli scambi, nel ’99, ultimo anno con dati completi disponibili per l’analisi, nonostante il fatturato dei servizi sia cresciuto più di quello dei beni manufatti, il commercio terziario ha manifestato una crescita inferiore a quella del commercio di merci. Un dato che non va ad intaccare la crescita maggiore che, rispetto al commercio di manufatti, i servizi hanno documentato nell’arco dell’intero decennio 1990-’99, e che andrebbe quindi interpretato come congiunturale, risultando influenzato, ad esempio, dai prezzi in crescita del petrolio.

Il commercio di servizi di mercato, nel ‘99, è salito in valore dell’1,5 per cento, contro il 3,5 per cento di crescita del commercio di beni tangibili e merci. E peraltro, nel confronto con il ‘98, nel ‘99 il commercio di servizi ha comportato l’uscita dalla stagnazione certificata nei risultati dell’anno precedente, con una crescita che, seppure bassa in volume e valori, ha toccato tutti indistintamente i maggiori settori del terziario commerciale. Con la minore performance nei servizi legati al trasporto, e la maggiore nei servizi di viaggi/turismo.

Interessante, che il valore aggiunto dei servizi continui a crescere più del valore aggiunto delle merci: mentre, a causa anche della debolezza dell’euro, i prezzi internazionali delle merci sono in genere diminuiti nel corso del ‘99, i prezzi dei servizi hanno dato un leggero aumento, probabilmente anche a causa della forte presenza statunitense (e quindi del dollaro Usa) nel commercio di servizi. Questo però significa che la caduta della crescita del commercio di servizi rispetto al commercio di merci, riguarda pure il volume degli scambi.

Nel complesso, lo sviluppo del confronto tra commercio di merci e di servizi, su base ultimo triennio, può essere riassunto dalla seguente tabella 1 6

Tabella 1

Esportazioni mondiali di merci e di servizi commerciali 1997-’99

  Valore (tril. $) Crescita per anno
  1999 1997 1998 1999
Merci 5,45 3,5 -1,5% 3,5%
Servizi commerciali 1,34 4,0 0,0% 1,5%

Grazie a questo sviluppo complessivo, circa un quinto del commercio internazionale è ora commercio di servizi. Le esportazioni globali di servizi commerciali sono arrivate, nel ‘99, a 1,3 trilioni di dollari, con una crescita dell’1,5 per cento rispetto all’anno precedente.

Guardando alle aree e ai paesi coinvolti negli scambi di servizi commerciali, appare evidente che le economie con più forte crescita dell’ultimo decennio, Stati Uniti e Asia, costituiscono le aree con più accreditato dinamismo nel commercio di servizi anche nel 1999. Tra le due aree si dà una rilevante differenziazione. Mentre per gli Stati Uniti la crescita nelle importazioni di servizi commerciali è inferiore a quella registrata per le esportazioni, esportazioni e importazioni di servizi in Asia si sono mosse alla stessa velocità, tra il 4 e il 5 per cento. A bassa intensità invece, nel ‘99, la crescita degli scambi di servizi in Europa occidentale, addirittura in retrocessione rispetto al ‘98. E’ andata anche peggio la movimentazione internazionale dei servizi commerciali nelle economie europee di transizione.

Il commercio di servizi ha continuato a dare un interessante contributo allo sviluppo: le esportazioni di merci dai paesi economicamente più arretrati, durante il ‘99, hanno coperto il 27,5 per cento delle esportazioni mondiali, ma l’esportazione di servizi commerciali ha fatto registrare un rispettabile 23 per cento, con un incremento di quattro punti rispetto all’inizio del decennio.

La tabella 2 sintetizza lo stato degli scambi di servizi commerciali alla fine del ‘99, e il movimento nel recente triennio. Nella classifica dei più grandi esportatori di servizi, gli Stati Uniti continuano a risultare al primo posto, con una massa di circa 252 miliardi di dollari, pari al 18,8 per cento delle esportazioni totali mondo. Gli Usa sono anche il più grande importatore di servizi, con più di 182 milioni di dollari, e il 13,7 per cento della torta mondo. Il Regno Unito è il secondo classificato in fatto di esportazioni, con 101,4 miliardi di dollari, e il 7,6 per cento delle esportazioni totali mondo. Per ambedue i paesi il surplus nei servizi maschera 

Tabella 2

Crescita nel valore del commercio mondiale dei servizi commerciali per aree, 1997-’99

(in miliardi di dollari e crescita percentuale) 

  Esportazioni Importazioni
  Valore Crescita annua Valore Crescita annua
  1999 1997 1998 1999 1999 1997 1998 1999
Mondo 1340 4 0 2 1335 3 1 3
Usa 252 9 2 5 182 11 8 10
America latina 54 7 9 -2 60 13 4 -9
Europa occidentale 630 2 6 0 600 0 7 1
UE 565 1 5 1 555 0 7 2
Asia 267 5 -15 4 337 2 -11 5
Giappone 60 3 -9 -3 114 -5 -9 3

  

Tabella 3

Scambi internazionali di servizi commerciali, 1999

(in miliardi di dollari, % crescita annua)

  Esportatori   Importatori
  Valore Quota crescita%   Valore Quota crescita%
      ‘98 ‘99       ‘98 ‘99
Usa 251,7 18,8 2 5 Usa 182,3 13,7 8 10
Regno Unito 101,4 7,6 7 2 Germania 127,2 9,5 3 2
Francia 79,3 5,9 5 -6 Giappone 113,9 8,5 -9 3
Germania 76,8 5,7 3 -3 Regno Unito 81,4 6,1 11 4
Italia 64,5 4,8 0 -3 Italia 62,7 4,7 7 0
Giappone 59,8 4,5 -9 -3 Francia 59,2 4,4 5 -9
Spagna 54,1 4,0 12 11 Olanda 46,5 3,5 4 0
Olanda 53,1 4,0 3 3 Canada 37,1 2,8 -4 5
Belgio-Lussemburgo 37,6 2,8 6 4 Belgio-Lussemburgo 35,5 2,6 8 4
Hong Kong, Cina 35,4 2,6 -10 3 Cina 32,1 2,4 -4 ...

il persistente deficit nella bilancia commerciale, al punto da apparire, la penalizzazione degli scambi di beni materiali e il correlato favore dato agli scambi di servizi, come vera e propria scelta di politica economica collegata alle strategie di sviluppo. Nella classifica dei più grandi importatori di servizi, al secondo posto compare la Germania con un valore di 127,2 miliardi di dollari, equivalente al 9,5 per cento del totale. Subito dopo il Giappone (114 miliardi di dollari e 8,5 per cento sul totale mondiale), che precede il Regno Unito, fermo a 81,4 miliardi di dollari e il 6,1% del totale. L’Italia è quinta sia nelle esportazioni che nelle importazioni di servizi.

La tabella 3 documenta le prime dieci posizioni negli scambi internazionali di servizi commerciali. La crescita degli Stati Uniti ha sostenuto, nel ‘99, la curva delle esportazioni mondiali. Un fenomeno riflessosi sulla crescita delle importazioni americane di merci, ma anche di servizi. Le importazioni statunitensi di servizi commerciali sono cresciute nel ‘99 del 10 per cento e due volte più velocemente che le esportazioni. Ciò nonostante, e benché l’aumento delle importazioni di servizi negli Stati Uniti nello scorso triennio abbia fatto sempre registrare valori superiori a quelli dell’aumento delle esportazioni dei servizi commerciali, il saldo attivo statunitense è stato nel ‘99 di 68 miliardi di dollari.

Al polo opposto, tra le potenze commerciali, il Giappone, con le esportazioni di servizi commerciali in caduta e le importazioni solo in parziale ripresa dopo l’accentuato decremento del biennio 1997-’98, come da tabella. In mezzo il non soddisfacente comportamento europeo.

 

Come conta il commercio internazionale di servizi

Grazie ai lavori che il Segretariato e il Consiglio per il Commercio dei servizi cominciano a pubblicare, è possibile effettuare una prima indagine sugli aspetti qualitativi degli scambi internazionali di servizi, e anticipare alcuni effetti della liberalizzazione portata dal Gats.

La prima riflessione riguarda il fatto che, con la caduta del pregiudizio che escludeva i servizi dalle misure di liberalizzazione Gatt-Omc, si è assistito alla liberalizzazione di servizi come quelli legati alle telecomunicazioni, ai trasporti, ai mercati finanziari, con un beneficio diretto sia sullo sviluppo delle tecnologie collegate che su volume e valori degli scambi. Al tempo stesso si constata come, in rapporto al peso che volume e valore dei servizi rivestono nella formazione della ricchezza, nella più parte dei paesi e certamente nelle economie avanzate e nelle potenze commerciali gli scambi dei servizi commerciali siano ancora relativamente bassi e non potranno che crescere ancora nei prossimi anni.

Il Segretariato ha prodotto alcuni studi sulla progressione dei diversi settori di servizi commerciali, delle misure di liberalizzazione e dei loro effetti commerciali. Basti qui richiamare l’elencazione prodotta dall’Omc, e il suo ranking con l’attribuzione di performance. I servizi legati al turismo (hotel e ristoranti innanzi tutto) mostrano il più elevato livello di liberalizzazione, con riflessi immediati anche sul lato degli scambi. Altrettanto può dirsi delle condizioni commerciali dei servizi legati ai processi di informazione via rete, all’elaborazione dati e alla produzione e applicazione di software. Al lato opposto della scala, i servizi collegati a sanità e salute. Tra i due estremi, i servizi collegati alle costruzioni e al trasporto marittimo. Tra le quattro categorie di base dei servizi, proposte dall’Omc, la situazione più arretrata è ancora quella dei servizi forniti da personale che si sposta da un paese all’altro. La “presenza in natura di persone” continua ad essere il capitolo più tormentato della vicenda di liberalizzazione dei servizi.

Andando ai singoli settori, se ne citano tre, di grande interesse strategico per lo sviluppo del commercio dei servizi. Innanzitutto, i servizi alle telecomunicazioni. Dopo l’entrata in vigore, nel febbraio ‘98, degli accordi raggiunti in sede Gats, si è accresciuto notevolmente il numero dei vettori internazionali di telecomunicazioni. Queste, per il Gats, figurano elencate in 15 sotto-settori, che fatturano quasi 800 miliardi di dollari l’anno e producono investimenti superiori a 200 miliardi di dollari, con più di 6 milioni di occupati nel mondo. Le Americhe coprono circa il 40% della torta mondiale telecomunicazioni, con l’Europa vicina al 35% e l’Asia intorno al 25%. A condurre la lista degli investimenti è l’Asia (intorno al 44% del totale) che quindi dovrebbe progressivamente accrescere anche la propria quota di fatturato.

I servizi per computer e operazioni collegate, non erano tra quelli previsti nel corso dell’Uruguay round. Lo sviluppo della tecnologia informatica li ha fatti inserire nel contesto Gats. Si tratta soprattutto di servizi di consulenza e assistenza. In dettaglio appaiono così raggruppati nel Gats: consulenza per l’installazione di hardware per computer, implementazione del software, servizi per l’elaborazione dati, altro. E’ intuitivo il legame di questi servizi con quelli alle telecomunicazioni, ma anche con quelli di televisione ed emittenze in genere: la posta elettronica è, ad esempio, un servizio che lega telecomunicazioni e computer, come pure lo scambio di dati per via elettronica. Il commercio elettronico è probabilmente l’esempio più cospicuo in materia, assemblando servizi dal computer in quanto tale, ma anche da reti, software, servizi connessi. Il mercato dei servizi di software e computer viene calcolato dalla Commissione europea ad un tasso di crescita annua mondiale che si aggira intorno al 10 per cento, con punte maggiori nei paesi in sviluppo e nell’est Europa, ma anche negli Usa; punte inferiori in Europa occidentale e Giappone. Il Giappone, in particolare, mostra negli ultimi anni un andamento di crescita piuttosto basso. In quanto alle esportazioni, gli Stati Uniti esportano servizi collegati alla computeristica per più di 5 miliardi di dollari l’anno. A ciò occorre aggiungere le vendite di servizi delle affiliate Usa registrate all’estero a persone e imprese estere, che portano altri 25 miliardi di dollari circa al fatturato Usa di settore. Vanno inoltre tenuti in conto altri 5 miliardi circa di dollari di vendite di affiliate Usa di imprese estere, che vendono servizi a persone e imprese statunitensi. Come si vede, nel settore la rilevanza delle imprese affiliate è notevole, con vendite superiori a quelle cross-border espresse dal paese sede delle imprese madri.

I servizi alla distribuzione costituiscono un’altra categoria di forte interesse per il Gats. Quattro sono i settori inclusi: servizi degli agenti commissionari, servizi al commercio all’ingrosso, servizi al dettaglio, franchising. I servizi collegati a queste funzioni sono classificati dalla Provisional Central Product Classification delle Nazioni Unite come: cura dell’inventario di merci, sistemazione di merci in grandi spazi e quantità, assestamento in piccoli lotti di grandi quantità di beni, servizi di consegna, refrigerazione, servizi di promozione e vendita, ecc. Il commercio internazionale relazionato al settore distributivo ha grande rilevanza, visto che la distribuzione, nella struttura economica internazionale, è seconda soltanto al manifatturiero, ben avanti a settori come l’agricoltura, il minerario, i trasporti, le telecomunicazioni, i servizi finanziari, con un contributo all’occupazione che si esprime con tassi anche superiori.

In tale contesto vanno letti i dati che affluiscono sul commercio elettronico. Si tratta tuttora di valori relativamente bassi, legati soprattutto al commercio business to business, e ad una precisa serie di articoli per lo più vicini a computer e annessi. E’ inoltre complicato, con le attuali modalità di raccolta dati, separare correttamente quanto, sul totale dei trasferimenti elettronici, costituisca transazione propriamente internazionale, date le molteplici configurazioni proprietarie legate al commercio elettronico.

Sino a pochi anni fa soltanto gli Stati Uniti, attraverso le imprese affiliate, facevano rilevazioni regolari sul commercio dei servizi alla distribuzione. Di recente anche la Commissione europea ha iniziato a raccogliere statistiche sul tema. I dati statunitensi affermano che il commercio all’ingrosso è la parte più consistente del commercio di servizi distributivi; una proporzione significativa viene dai servizi alla distribuzione forniti attraverso le affiliate. I servizi al dettaglio dovrebbero contare per circa un decimo dell’ingrosso, e costituire una fetta irrisoria del commercio di servizi in genere. In quanto ai dati Eurostat, quelli che qui interessano passano attraverso Fats, le Foreign affiliates trade statistics. Appare un panorama europeo in cui i servizi alla distribuzione sono fortemente internazionalizzati, con un grande incrocio intra-europeo della proprietà. A livello mondiale, tra i primi venti nomi della grande distribuzione al dettaglio, elencati per valore delle vendite, compaiono cinque tedesche, sette statunitensi, due giapponesi, quattro francesi, un’olandese, una britannica. Per la gran parte dei dettaglianti europei, il mercato interno conta per più di due terzi del fatturato totale.

 

L’Italia e il commercio internazionale di servizi

L’Italia è attore non secondario di questa complessa vicenda, nonostante la penalizzazione strutturale di cui soffre il suo terziario a causa della scarsa competitività paese in fatto di qualità e innovazione tecnologica. I dati la danno presente soprattutto nelle prime due tipologie di servizi, e le attribuiscono una certa capacità di tenuta, anche se con bassa propensione al miglioramento quantitativo e qualitativo, e segnali di cedimenti negli ultimi anni.

Al di là dei dati congiunturali del 2000 (non sorprende che il turismo e i trasporti abbiano fatto registrare nell’anno santo cattolico 2000 un trend ascensionale; né che il boom dei prezzi petroliferi e la crescita delle importazioni Usa abbiano sopravvalutato la voce trasporti all’interno della categoria servizi), in Italia le tendenze strutturali sono piuttosto chiare. L’esportazione di servizi per il trasporto è in caduta, e nell’ultimo anno, questa si è tradotta in circa -2,5%. Il fatturato dei viaggi registra una stagnazione, gli “altri servizi commerciali” sono in crescita modesta se non in stagnazione. Alle importazioni abbiamo più o meno la stessa situazione. A livello strutturale, in Italia, come in genere nell’Ue, comincia ad apparire uno spettro: la debolezza di voci strategiche del commercio internazionale di servizi, in particolare di quelle della classificazione Bpm “altri servizi commerciali”.

La tabella 4 ci dà il collegamento tra Pil, commercio in genere, commercio in servizi, per quanto riguarda l’Europa occidentale, nell’arco del decennio 1990-’99. 

Tabella 4

Pil e sviluppi commerciali nell’Europa occidentale, 1990-99

(cambio annuo, %) 

     Europa occident.    Eu (15)    Eu 15 extra-trade
   ’90-’99  ’98  ’99  ’90-’99  ’98  ’99  ’90-’99  ’98  ’99
 Pil 1,8 2,6  2,0  1,8  2,6  2,3       
Merci                  
Esport. (nominale) 4,1 3,5 -0,4 4,1 4,0 -0,6 4,6 -0,3 -1,8
Import. (nominale) 4,0 5,5 0,6 4,0 5,9 1,1 4,3 4,6 2,9
Esport. (reale) 6,0 6,0 4,0 6,0 6,5 3,5 3,5 0,5 3,5
Import. (reale) 5,5 8,0 4,0 5,5 8,5 4,0 4,0 7,0 5,0
Servizi commerciali                  
Esport. (nominale) 4,9 7,2 -0,7 5,0 7,1 0,2
Import. (nominale) 5,0 9,3 0,8 5,4 9,5 0,4

Il discorso sul commercio di servizi dell’Italia va collocato necessariamente in tale contesto. Nel ’99 il mondo ha esportato un valore totale di servizi commerciali pari a 1.350 miliardi di dollari e ne ha importati per 1.345 miliardi. La crescita media annua nel decennio è stata del 6%, con punte di 4% nel 1997 alle esportazioni.

Il Nord America ha esportato nel ’99 per 288 miliardi di dollari (253, Usa) e importato per 219 miliardi di dollari. L’Europa occidentale ha esportato per 640 miliardi di dollari e importato per 609 (Ue 574 e 561). Fatto pari a 100 il commercio mondiale di servizi, gli Usa coprono nel ‘99 una percentuale del 18,8 alle esportazioni e del 13,4 alle importazioni; l’Ue del 42,6 alle esportazioni e del 41,7 alle importazioni. Su base decennio gli Usa documentano una crescita alle esportazioni dal 16,9% al 18,8%; l’Ue per la stessa voce scende dal 47,3 al 42,6%. In quanto alle importazioni, gli Usa crescono dal 12,1 al 13,4%, l’Ue scende dal 43 al 41,7%. L’incremento medio annuo di crescita dei valori assoluti nel decennio è di 2 punti più elevato negli Usa rispetto all’Ue (7 contro 5) sia nelle esportazioni che nelle importazioni.

Sul totale l’Italia rappresenta nel ’99 il 4,5% delle esportazioni di servizi, e il 4,7% delle importazioni, con un discreto calo percentuale nel decennio (nel ’90 si era al 6,2% del totale nelle esportazioni e al 5,7% nelle importazioni) che riflette il trend discensionale europeo. Lo sviluppo medio italiano è stato del 3% sia all’import che all’export. L’anno peggiore è risultato il 1999 (-8% export, -7% import).

In valore l’Italia occupa stabilmente le posizioni di punta, in linea con la performance del suo Pil (quinto tra i paesi industrializzati): è quinta tra gli esportatori con 61,2 miliardi di dollari (dopo USA 253 miliardi di dollari, Regno Unito 102, Francia e Rft), appena prima del Giappone (61 contro 60 miliardi di dollari). E’ sesta all’import (58,4 miliardi di dollari), dopo Usa (180), Rft (133), Giappone (114), Regno Unito (81), Francia (63).

La tabella 5 informa con più dettaglio sullo stato dell’arte del commercio di servizi italiani. I dati, per responsabilità del nostro sistema statistico, sono ancora riferiti al 1998, quando i dati di tutti gli altri paesi industrializzati coprono il ‘99. Tant’è che per la comparabilità tra paesi, l’Omc ha operato in proprio come segretariato, in accordo con Banca mondiale. 

Tabella 5

Italia, commercio di servizi commerciali, 1998

(miliardi dollari e %) 

  Esportazioni Importazioni
  Valore Percentuale Valore Percentuale
  ’98 ’95 ’98 ’98 ’95 ’98
Totale servizi commerciali 66,6 100,0 100,0 62,9 100,0 100,0
Trasporti 10,6 17,7 16,0 13,6 24,5 21,7
Trasporto marittimo 4,7 7,5 7,0 6,0 11,9 9,5
Trasporto aereo 3,6 6,1 5,3 4,8 7,2 7,6
Altri trasporti 2,4 4,1 3,6 2,8 5,4 4,5
Viaggi 29,8 47,0 44,7 17,6 27,2 28,0
Altri servizi commerciali 26,2 35,3 39,3 31,7 48,4 50,4
Servizi di comunicazione 0,7 0,5 1,0 1,4 1,1 2,3
Servizi all’edilizia 4,5 5,2 6,7 1,4 2,8 2,2
Servizi di assicurazione 1,3 2,3 1,9 1,8 1,6 2,9
Servizi finanziari 2,3 4,3 3,4 3,1 8,2 4,9
Servizi per computer/informazione 0,3 0,3 0,4 0,8 0,8 1,2
Diritti per royalties e licenze 0,5 0,8 0,7 1,2 2,1 1,8
Servizi per altri affari 16,2 21,5 24,4 20,7 29,7 33,0
Servizi personali culturali ricreativi 0,4 0,4 0,6 1,3 2,0 2,0

Nel ’99 (primi dati disponibili) il dato Italia è inferiore a quello registrato nell’anno precedente, sia all’export (61,2 miliardi di dollari contro 66,6) che all’import (58,4 miliardi di dollari contro 62,9). Per quanto riguarda il contributo dei diversi settori al complesso dei movimenti in importazione ed esportazione, si evidenzia quanto segue:

· i trasporti contano per il 16% all’export e il 21,7% all’import

· i viaggi contano per il 44,7% all’export e il 28% all’import

· gli altri servizi commerciali contano per il 39,3% all’export e per il 50,4% all’import.

Il ragionamento su questi dati potrebbe portarci lontano, perché evidenzierebbe la povertà della nostra offerta tecnologica:

· servizi di comunicazione, in vendita rappresentano 1%, in acquisto il 2,3

· servizi assicurativi, in vendita rappresentano l’1,9%, in acquisto il 2,9%

· i servizi finanziari, in vendita rappresentano il 3,4%, in acquisto il 4,9

· i servizi legati a computer e informazione, in vendita 0,4, in acquisto 1,2%

· royalties e licenze, in vendita 0,7, in acquisto 1,8

· altri servizi d’affari, in vendita 24,4%, in acquisto 33%.

· servizi personali e ricreativo-culturali, in vendita 0,6%, in acquisto 2%.

Gli unici servizi dove lo sbilancio ci è favorevole sono quelli legati alle costruzioni: qui la crescita delle vendite è costante (siamo nel ’98 al 6,7% contro il 5,2% del ‘95) mentre calano gli acquisti (siamo al 2,2% contro il 2,8 del ‘95).

Il quadro mostra una continua perdita di posizioni all’offerta, e un’altrettanto continua crescita al lato degli acquisti.

In termini assoluti siamo ancora (1998) attivi, perché disponiamo tuttora di qualità da offrire e valore aggiunto. Ma possiamo presto aspettarci uno sbilancio passivo, se non investiremo in settori nuovi dei servizi e daremo valore aggiunto anche a settori che vanno oltre il viaggio e i trasporti, dove continuiamo a concentrare lo sforzo della nostra impresa.

Si ricordi quanto notato in apertura. Il valore di mercato (costo per chi compra) nei servizi trasporti è in discesa. Il valore dei servizi per viaggi stagna anche se si apprezza leggermente: comunque cala come significatività percentuale sul totale. Ad apprezzarsi decisamente è il settore “altri servizi”: è lì che il piatto succulento, e l’Italia a quel piatto mostra d’interessarsi troppo poco.

Un esempio su tutti, quello dei trasporti. Il deficit dei noli di trasporto nel 2000 è a 10 mila miliardi contro i 5 mila del ’99 e i 1.000 del ’90. La crescita del traffico portuale e il fatto che le compagnie di navigazione con origine italiana mostrino sempre più spesso bandiera non italiana conduce a una forte crescita del disavanzo: il 70% del disavanzo arriva dai noli marittimi e aerei. Ma qui c’è anche perdita di competizione da parte de nostri vettori, vecchia ormai di oltre un decennio. Anche l’autotrasporto nel 2000, per la prima volta, appare in rosso. Vettori stranieri (aerei, navi, camion) vengono sempre più spesso in Italia per trasportare merce estera o per caricare nostre merci. Nel 1990 l’autotrasporto italiano aveva una quota dei flussi di trasporto merci attraverso i nostri confini del 54%: nel ’98 eravamo al 48%. Il trasporto marittimo sta anche peggio: stesso periodo, passaggio dal 39 al 23%. Trasporto aereo, grazie anche alla crisi da harakiri dell’Alitalia, nel decennio scende dal 66 al 44%.

Bene le compagnie da crociera, leader mondiali: la quota del trasporto marittimo passeggeri italiani sul totale del traffico che investe il paese è cresciuto dal 15 al 26% nello scorso decennio. Voglia di divertirsi e di far vacanze, niente di male, ma non basta a salvare il settore. Nella classifica delle prime venti imprese di trasporto europee non se ne vede una italiana. Intanto dal 1988 al 1998, si sono avute 78 operazioni di acquisizione di imprese italiane del settore da parte di attori esteri.

Engineering e progettazione nelle costruzioni, come si è detto, non vanno male; nelle comunicazioni (neppure l’1% del totale “crediti”) non si arriva a 1.000 miliardi di crediti. I viaggi all’estero rappresentano intorno al 40% dei crediti: se aggiungiamo i trasporti-estero collegati, si va alla metà del totale.

In quanto a servizi avanzati, Spagna e Svezia fanno regolarmente meglio di noi, e India e Brasile non sono tanto lontani dalle nostre posizioni, anzi per certi prodotti stanno avanti.

 

L’attuale dibattito sui servizi

La crescita del settore servizi e del commercio dei servizi ha condotto, in sede Gatt, al varo del Gats, General Agreement on Trade in Services, negoziato dentro l’Uruguay Round e portato successivamente a realizzazione. Il Gats è il primo accordo multilaterale riguardante il settore. I suoi 29 articoli fissano, in materia di commercio di servizi, regole universali legalmente opponibili.

Come effetto anche di quell’accordo, presso l’Omc lavora in via permanente un Consiglio del commercio di servizi. Quel Consiglio sta varando, con i governi membri, il prossimo negoziato sui servizi che, insieme a quello agricolo, costituisce il nucleo centrale dell’agenda della Quarta conferenza ministeriale Omc, prevista a Doha, Qatar, dal 9 al 13 novembre 2001.

Apparentemente, il negoziato sui servizi sarà quasi del tutto tecnico. Nelle previsioni, si tende a sottolineare come la “politicità” e “sensibilità” del negoziato dell’incontro di Doha andrà a concentrarsi tutto nel dossier agricolo, che vede l’un contro l’altro armati Ue e Usa, con le multinazionali schierate a difesa dei diritti acquisiti contro il vociare del cosiddetto “popolo di Seattle” e dei paesi in sviluppo.

Eppure, si ha l’impressione che lo scontro culturale e di interessi tra europei e statunitensi in materia di commercio internazionale riguarderà anche i servizi. È vero che l’agricoltura è da sempre l’argomento più spinoso delle trattative commerciali internazionali: protezionismi e tariffe su commodities e beni dell’agro-alimentare hanno occupato con continuità, negli ultimi quarant’anni, le agende delle trattative multilaterali. Recentemente, dossier come le sementi transgeniche e la salute degli animali d’allevamento hanno ulteriormente appesantito le trattative multi-bilaterali in materia, accrescendo la “sensibilità” di un dossier che ha, per molti paesi, contenuti tradizionalmente politico-elettorali oltre che economici. È però anche vero che i servizi costituiscono una parte sempre più strategica, in termini quantitativi e qualitativi, della struttura economica globale 7.

Per quanto riguarda i paesi Ocse, si è già fatto notare come il distacco europeo in taluni settori, quelli identificati come “altri servizi”, possa pregiudicare il livello della competitività, socio-politica oltre che commerciale, del vecchio continente con gli Stati Uniti.

Complesso il ragionamento proponibile con riguardo ai paesi in sviluppo. Alcuni esempi (si prendano per tutti Singapore e Hong Kong, divenuti in trent’anni primi porti mondiali e rilevanti piazze finanziarie) hanno mostrato come l’apertura delle frontiere e l’intensificazione del ruolo del terziario possano costituire una buona ricetta per le politiche di crescita. Al tempo stesso, è ormai generalmente condivisa la convinzione che l’abbattimento delle barriere tariffarie e l’accettazione del libero commercio non costituiscano, da soli, per i paesi più poveri, garanzia di sviluppo sociale ed economico: e che siano anzi in grado di costituire un rischio, perché distolgono risorse interne dalle priorità strutturali dello sviluppo. I servizi, in particolare quelli innovativi, vengono a proporsi come un fattore strategico di cui i paesi arretrati dovrebbero assumere maggiore consapevolezza, ad esempio perché compatibili con il concetto di “sviluppo sostenibile” e perché non rientrano nei presupposti ideologici delle politiche di crescita basate esclusivamente sull’export led growth.

Risultano interessanti alcune osservazioni proposte dallo Undp, il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo 8. La pervasività delle nuove tecnologie, che ne fa elemento qualificante di ogni innovazione di prodotto e di processo, rende necessario che i paesi in sviluppo si dotino e sul piano dell’istruzione di massa, e sul piano dell’economia materiale (telecomunicazioni e computer) di un’adeguata massa di disponibilità informatiche. Il rapporto Undp evidenzia come l’innalzamento di produttività e ricchezza promesso dalla cosiddetta e-conomy resti tuttora di difficile accesso per i paesi più arretrati, come d’altronde per i ceti non colti e non tecnologizzati dei paesi sviluppati. Il rapporto sottolinea che gli Usa, con il 5 per cento della popolazione mondiale, ospitano, all’inizio del 2000, un numero di computer che supera il numero di tutti gli altri computer esistenti al mondo; e che risiedono negli Usa più di un quarto degli utilizzatori mondiali di internet. Africa e Medio Oriente registrano, nello stesso momento, soltanto l’1% di tutti gli utenti internet.

L’Asia meridionale, con un quinto della popolazione mondiale, ospita non più dell’uno per cento degli utilizzatori di internet. Nelle tecnologie appena più mature, come tv, radio, telefoni, le distanze tra paesi industrializzati e in sviluppo sono ancora rilevanti. Nell’Asia orientale ci sono 250 televisori per 1000 abitanti, in America latina poco più di 200, nell’Africa sub sahariana si arriva a mala pena a 50. Le linee telefoniche per 1000 abitanti sono a quota 90 nell’Asia orientale, ma sotto le 50 in tutte le altre zone in sviluppo, con un valore intorno a 10 nell’Africa sub sahariana. L’Undp afferma che i paesi in sviluppo soffrono il fatto che l’economia mondiale sia sempre più dominata dall’accesso al sapere e allo scambio di informazioni, e sempre meno dal possesso di materie prime: “L’abolizione dello spazio, del tempo e delle frontiere crea certo un villaggio mondiale, ma non possono farne parte tutti gli individui... per miliardi di esseri umani, le frontiere sono sempre egualmente invalicabili”. E dà un’esemplificazione: “Nel 1996, si contava meno di un telefono per cento abitanti in Cambogia. A Monaco, al contrario, vi erano 99 telefoni ogni 100 abitanti”. Aggiungendo che nel punto più avanzato del continente nero, in Sud Africa, molti ospedali e il 75 per cento degli edifici scolastici non hanno linea telefonica. Se si guarda al sistema internet, i numeri sono anche più eloquenti: il 91% degli utilizzatori di internet si trova nei paesi Ocse, la cui popolazione non supera il 19% della popolazione mondiale 9.

Gli elementi di discriminazione, in tale contesto, sono notevoli. L’Undp rileva, ad esempio, come “il costo di acquisto di un computer equivalga in media a più di otto anni di salari in Bangladesh, contro appena un mese negli Usa”, e denuncia come “l’80 per cento dei siti web non riconosca che l’inglese, quando meno di una persona su dieci padroneggia questa lingua nel mondo”.

Nonostante le voci critiche che si alzano da alcuni settori verso il rapporto tra nuova economia e sviluppo, occorre prendere consapevolezza che le nuove tecnologie informatiche e della comunicazione offrono ai settori arretrati dei paesi sviluppati e ai paesi in sviluppo, opportunità di grande interesse. Opportunità che vanno a premiare, in particolare, le attività terziarie, che spesso hanno bisogno di bassa capitalizzazione iniziale e vaste risorse umane: proprio gli elementi indispensabili a un progetto di sviluppo centrato sui bisogni della più parte dei paesi economicamente arretrati. Occorre non respingere in blocco quanto viene offerto dalla realtà tecnologica e commerciale, e dialogare con essa.

Si parta da un semplice calcolo 10: costa 75 dollari e prende cinque giorni spedire un documento di quaranta pagine dal Madagascar alla Costa d’Avorio. Mandare lo stesso testo via fax prende mezz’ora e costa 45 dollari. Utilizzando la posta elettronica il costo scende a 20 centesimi di dollaro e il tempo di spedizione a non più di due minuti. Quest’ultimo tipo di invio, inoltre, consente al documento di arrivare, con costi e tempi identici, ad una moltitudine di soggetti e dà un forte risparmio di carta e inchiostro. Occorre, però, richiamare come il 74% degli stati sia tuttora dotato di telefonia in monopolio, il che incide sui costi. E che inoltre, per restare al continente nero, metà della popolazione africana ha un reddito inferiore a 1 dollaro giornaliero, equivalente a un minuto di connessione a internet. Continuando con i costi, si guardi, per fare un altro esempio, al potenziale di cultura e sapere reso disponibile, a costo contenuto, dalle reti informative. A fronte di università dei paesi avanzati colme di libri e riviste scientifiche, le università dei paesi in sviluppo denunciano, a causa degli alti costi di abbonamenti 11 e acquisti, carenze strutturali di documentazione scientifica. Internet consente, a costi notevolmente inferiori, di rifornire a getto continuo ricercatori e studenti, con riviste specialistiche e materiali scientifici: il che riveste un’influenza benefica sulla qualità di settori come la medicina, l’igiene pubblica, l’ingegneria, vitali per il futuro di quei paesi.

Certo, come detto, vi sono anche limiti in quest’approccio. Di quelli materiali, legati alle telecomunicazioni e al reddito medio locale, si è fatto cenno. Va aggiunto che la scarsa partecipazione della cultura non americana allo sviluppo dei soft dei sistemi informatici e comunicazionali, menoma le potenzialità/necessità di pluralismo culturale in rete. Le tecnologie, le forme e i contenuti dei messaggi, la lingua, i tre elementi su cui si fonda il messaggio nella comunicazione basata sul connubio computer-telecomunicazioni, esprimono un eccesso di cultura industriale e valori propri della società statunitense.

Ma, quando si ragiona sulle opportunità dello sviluppo nella nostra epoca, occorre rendersi conto che la prima esigenza è quella di consentire un reddito degno ad ogni famiglia e ad ogni essere umano che possa impegnarsi in un lavoro. Imprese di qualunque dimensione e condizione, in qualunque punto del mondo, purché dispongano di un progetto “vendibile” e di un minimo di vocazione commerciale, sono messe in grado, da internet, di offrire all’attenzione della domanda internazionale beni e servizi. Per le imprese situate in territori periferici e arretrati, si tratta di un fattore competitivo di ragguardevole rilevanza. Grazie alle prerogative del commercio elettronico, Internet fa giungere l’offerta su mercati lontani dal luogo di produzione, senza gravanti costi aggiuntivi. La collocazione geografica periferica, storico fattore strutturale di arretratezza, cessa di essere un handicap. Una buona politica di distribuzione e consegna può battere la tradizionale difficoltà dell’impresa decentrata a collocarsi nel mezzo degli scambi internazionali di beni e servizi.

Resta la questione di come superare ritardi che, soprattutto a causa di deficit di telecomunicazioni e servizi avanzati, penalizzano i paesi economicamente arretrati. Per tornare all’esempio di Università e scuole, le istituzioni educative che sottoscrivono uno scarso numero di abbonamenti a riviste scientifiche potrebbero mancare anche l’accesso alle reti, perché situate in paesi senza disponibilità di linee telefoniche o con linee ad alto costo, o senza provider che li connettano alle grandi autostrade della comunicazione internazionale. Il rischio della polarizzazione tra paesi, classi sociali, ambienti che possono, e paesi, classi sociali, ambienti che non possono navigare in rete, appare elevato. Il citato rapporto delle Nazioni Unite ha così riassunto il rischio: “La società delle reti sta creando sistemi paralleli di comunicazione: uno per coloro con reddito ed istruzione; l’altro per coloro senza connessioni, bloccati da grandi barriere di tempo, costi e incertezza e dipendenti da informazione invecchiata”.

Dalle cifre e dalle riflessioni proposte, si possono trarre conclusioni diverse. Due scuole di pensiero si confrontano da anni sul bene e il male della cosiddetta globalizzazione, e il dibattito tocca in modo drammatico il futuro dei paesi in sviluppo. Occorre semplicemente non “gettare il bambino con l’acqua sporca”. Si parta da una constatazione: tra il 1975 e il 1997 la gran parte dei paesi ha fatto progressi interessanti sul piano dello sviluppo umano. Dal 1996, al contrario, nonostante evidenti miglioramenti in Asia, il numero dei poveri ha ripreso a crescere. Visto che la seconda metà dell’ultimo decennio del XX secolo ha coinciso con un fortissimo incremento nell’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, la crescita di produttività da queste consentita, ha certamente qualcosa a che vedere con la ripresa della povertà mondiale. Detto in altro modo, il gap tra chi detiene tecnologie e sapere, e “coloro che non sanno e non hanno”, ha inciso negativamente sulla curva dello sviluppo economico e umano nelle periferie delle metropoli e nella periferia del mondo. Risulta evidente che il detenere o meno le tecnologie dell’informazione costituisce, nella società dell’informazione, un fattore strategico ai fini della competizione economica e politica, anche per le innegabili conseguenze sul controllo politico-economico dell’informazione e sulla diffusione dei modelli culturali dominanti. Il ritardo in tecnologie e contenuti della comunicazione e dell’informazione, il cosiddetto digital divide o fossato digitale, influenza anche l’organizzazione del nuovo ordine internazionale.

I servizi commerciali, e il loro scambio internazionale possono, per le ragioni illustrate, fornire risposte interessanti a questa serie di questioni. Anche perché appare chiara una certa divaricazione di intenzioni e pratiche tra europei e statunitensi, che presto potrebbe portare a interessanti conclusioni nel commercio internazionale, ma anche a novità nei contenuti politici e socio-culturali che in questo si riversano. Un segnale in questa direzione viene dalla proposta della Commissione europea Everything but Arms, approvata come regolamento del Consiglio affari generali lo scorso 26 febbraio, in funzione dal 5 marzo. Il regolamento riguarda l’importazione senza dazi o quote di tutti i prodotti, tranne armamenti, provenienti dai 48 paesi meno avanzati (Pma). L’applicazione delle facilitazioni subirà qualche ritardo per alcuni prodotti sensibili come riso, zucchero e banane, per i quali è stato stabilito un calendario applicativo rallentato. Un altro segnale è venuto dal Consiglio europeo di Stoccolma del 23, 24 marzo: è stata ripresa la cosiddetta Strategia di Lisbona, dandole una “visione” sulla dimensione esterna, commercio incluso: nella proposta della Commissione, insieme alle facilitazioni al commercio, ampio spazio hanno trovato questioni come il commercio di servizi e il commercio elettronico.

Due appuntamenti nell’agenda internazionale del 2001 dovrebbero dire qualche parola rilevante in materia: l’incontro di luglio del G7 a Genova, e quello Omc di novembre in Qatar. L’Italia, che presiede nel 2001 il G7-G8, sarà in condizione di influenzare le decisioni che saranno assunte in quelle sedi.

 


NOTE

1 Il caso più clamoroso resta quello della Romania di Ceausescu che, per pagare il debito estero, impegnò tutte le risorse provenienti dalle esportazioni, impoverendo in modo strutturale la popolazione. In generale, occorre tener presente che le esportazioni in determinate situazioni possono costituire un elemento di impoverimento di un paese, quando comportino effettiva sottrazione di risorse alla popolazione a vantaggio di un gruppo di potere economico o politico: tipico il caso della esportazione di alimentari in un quadro di estrema povertà e fame. Tra le voci più recenti di critica agli eccessi delle politiche economiche fondate sulle esportazioni e/o sulla liberalizzazione doganale, v. Rodrik D., “Trading in Illusions”, Foreign Policy, March/April 2001, pp. 55-74.

2 Maddison A., Le fasi di sviluppo del capitalismo, Giuffré editore, 1987, p. 73

3 Per dematerializzazione si intende la continua diminuzione relativa della rilevanza dei beni materiali e manufatti nella formazione della ricchezza mondiale e, al contrario, il crescere del ruolo dei fenomeni “immateriali” dell’economia. Per deterritorializzazione, la diminuzione di rilevanza assunta dal territorio rispetto ad altre epoche: la net economy ad esempio, prescinde in gran misura da conformazione e localizzazione territoriale. Un esempio su tutti, i call center. La disponibilità di telecomunicazioni satellitari, di comunicazioni sempre più veloci, di spedizioni di molti beni (denaro incluso) con modalità virtuali, ecc. rende il territorio elemento meno rilevante che in passato nel flusso della ricchezza. Sul piano politico la democratizzazione dei rapporti internazionali, sul piano economico l’evoluzione tecnologica, sono insieme causa ed effetto dei fenomeni di deterritorializzazione e dematerializzazione sistemica.

4 È sembrato corretto utilizzare dati e definizioni tratte dai manuali dell’Omc. Dati e definizioni che non differiscono sostanzialmente da quelle adottate dallo United Nations International Trade Statistics, Concepts and Definitions (Series M. N° 52, Revision 2). I valori riferiti alle esportazioni sono indicati fob (costo+trasporto e assicurazione sino alla frontiera del paese esportatore). Le importazioni sono cif (costo+trasporto+assicurazione sino alla frontiera del paese importatore).

5 E per questo, per l’Italia, il servizio fornitore di dati sul commercio di servizi è l’Ufficio italiano cambi, Uic.

6 Questa e le altre tabelle qui riportate, sono di fonte Omc, o elaborazioni da quella fonte.

7 Una conferma di questa affermazione viene dal rapporto 2001 del Rappresentante degli Stati Uniti per il commercio (Ustr). Esaminando 80 paesi e gli ostacoli che essi frappongono al commercio statunitense, le Services barriers si classificano al primo posto risultando presenti in una settantina di paesi.

8 V. The Human Development Report, pubblicato dalla Oxford Univ. Press for UNDP, 1999, dal quale si traggono molte delle citazioni.

9 In Islanda si hanno 5.200 collegamenti internet per 10.000 abitanti, in Norvegia 4.200, negli Usa 4.000, nelle Bermuda 3.900, in Canada 3.850. In Birmania 0,18, in Somalia 0,2, in Etiopia 1,1, in Eritrea e Ciad 1,21, dati Onu, pubblicati dal Corriere della Sera il 7 settembre 2000, p. 5.

10 A proporlo è il Financial Times, in un articolo di Balls A., del 12 luglio 1999, “Information revolution risks further dividing rich and poor.”

11 La scuola di medicina dell’Università di Nairobi, ad esempio, che passa come il centro più avanzato di studi medici dell’Africa orientale, è abbonata ad appena venti riviste. 

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