Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

Collaboratori / Contributors

 

 

Mateusz Basiejko
SJ, from Poland, Master in Theology at Pontifical University Collegium Bobolanum, Warsaw, Bachelor in Philosophy at Academy Ignatianum, Cracow.

Gabriele Bertani
Italiano, ha lavorato per 20 anni tra America Latina, Medio Oriente, Asia, Africa ed Est Europa occupandosi di programmi di aiuto umanitario e di sviluppo. Ha conseguito una laurea in Scienze politiche presso l'Università Cattolica di Milano e un Master in Economia politica internazionale presso l’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI). Dal 2014 è responsabile degli interventi in Mozambico per l’Agenzia della Conferenza Episcopale inglese (CAFOD).

Bruno Bignami
Sacerdote italiano, Presidente della Fondazione «Don Primo Mazzolari» (Bozzolo, Mantova), Direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e del lavoro della Conferenza Episcopale Italiana.

Sanja Bobaš-Pupić
from Croatia, Bachelor in Religious Pedagogy and Catechetic at the Faculty of theology of Zagreb University.

Francesco Compagnoni
Domenicano, italiano, docente emerito di Teologia Morale, Angelicum, Roma.

Olha Kostyuk
Cittadina ucraina, Dottore in Scienze Sociali, Angelicum, Roma.

Adam Koziolek
from Poland, grew up on a farm and knows the industries from the lining. A graduate of the Agricultural Technical College, the Wrocław University of Agriculture and the University of Göttingen, where he studied economics of the food industry. At the Faculty of Agricultural Sciences at the University of Hohenheim he received his doctorate in the economics of the sugar industry. He took the position of the President of the Polish Agricultural Publishing House in 2010.

Reka Mohay
from Hungary, Master in Theology from the Theological College of Pécs, Bachelor in Economics at the University of Pécs; member of CST-CEE Initiative Task Force in Rome.

Iuliu Marius Morariu
from Romania, Hieromonk from the Romanian Orthodox Patriarchate, PhD in Orthodox Theology, Master in Pastoral Counselling and Psycho-social assistance, Master in History of South-Eastern Europe, at Babes Bolyai University, cluj-Napoca; member of CST-CEE Initiative Task Force in Rome.

Ivana Zavcar
from Croatia, Bachelor in Philosophy and Theology at Catholic Faculty of Theology in Đakovo.

 

   

Il Vangelo del contadino 

The Peasant’s Gospel

Da Primo Mazzolari (1890–1959)

 

 

Il Vangelo del contadino

pdfSono un prete: ma sotto, senza sforzo, potete scorgervi il contadino.

Da quando i signori si vergognano di dare alla chiesa i propri figliuoli, la provvidenza, che ha le sue radici per ogni ora e i suoi rimedi per ogni malattia, viene a cercare vocazioni tra i campi.

Il gruppo degli apostoli si ricostituisce tal quale era intorno a Gesù: fisionomie marcate e bruciate, andature pesanti e sbandate per stanchezza accumulata da secoli, braccia rotte ad ogni fatica, mani dure e nodose, gesti pochi e incisivi, fronti che si piegano senza fatica davanti al mistero, già intravisto sotto il sole in un campo di spighe.

La grazia ha un bel compito. Certe zolle, rivoltate sgarbatamente dall’aratro, non si lasciano facilmente sbriciolare; ci vuole il gelo o il sole di agosto. C’è questo però di buono, che voi gente dei campi ci capite meglio di ognuno. Almeno ci dovreste capire, senza diffidenze né timori. Io sono più vostro che degli altri. Se mi guardate in faccia, mi riconoscete subito per uno dei vostri; se mi stringete la mano, non v’ingannate; se mi siedo al vostro focolare, non sono a prestito; se cammino per i campi, capite che ho l’odore della terra come voi, lo stesso occhio che accarezza un prato, un campo di grano, un filare, e fissa scorato un cielo che piove senza tregua o incendia le campagne, implacabile.

Voi non ridete se il mio parlare sa d’agreste ed ha una cadenza simile alla vostra quando vi provate a discorrere in lingua; voi non ridete della mia sagoma che sbanda come un carro usato troppo, perché siamo della stessa terra, perché veniamo dalla stessa fatica; contadini sempre, anche se il terreno su cui adesso lavoro è di parecchio diverso dal vostro.

(Da Primo Mazzolari, Cara terra, EDB, Bologna 1987, pp. 46-47)

 

The Peasant’s Gospel

I am a priest: but underneath, without making any effort, you can see the peasant.

From the time that the upper classes became ashamed to give their children to the Church, Providence, that has her reasons in every moment and her remedies for every illness, has come to search for vocations in the fields.

The group of apostles is reconstituted as it was around Jesus: marked and burnt faces, heavy gaits, lurching with centuries of accumulated tiredness, arms worn out by every kind of effort, rough and knobbled hands, few, incisive gestures, foreheads that furrow easy before the mystery, already glimpsed under the sun in a field of wheat.

Grace has a good job. Some clods of earth, roughly overturned by the plough, are not easily broken up; they need the frost or the August sun. But one good thing is that you, people of the fields, you understand us better than the others. At least, you should understand, without suspicions or fears. I belong more to you than to any other. If you look me in the face, you will recognize me immediately as one of your own, if you shake my hand, you will not be taken in; if I sit by your hearth, I am not, like a tool, borrowed from elsewhere; if I walk in the fields, you understand that I bear the smell of the earth as you do, the same eye that caresses grassland, a field of wheat, a row of vines, and stares at the implacable sky that pours down rain without mercy, or burns up the land.

You do not laugh if I sound rustic and my voice has a cadence similar to yours when you try to speak; you do not laugh at my form when it swerves around like a cart that has been used too much, because we are from the same earth, we come from the same effort; always peasants, even if the land I now work is quite a bit different from yours.

 

Da Primo Mazzolari

 

Il Sinodo Pan-ortodosso di Creta (2016)

e la dottrina sociale della Chiesa Ortodossa

Iuliu-Marius Morariu

 Intensamente preparato e atteso (Viscuso 2006:5), il sinodo pan-ortodosso che si è svolto a Creta in occasione della festa di Pentecoste dell’anno 2016, ha rappresentato, nonostante le grandi assenze della Chiesa Ortodossa Russa, Georgiana, Bulgara e Alessandrina, uno dei momenti importanti della storia dell'ortodossia a livello globale (Makrides 2017:7; Ioniţă 2013:9). I sei pdfdocumenti rilasciati dai vescovi partecipanti (https://www.holycouncil.org/), insieme al messaggio ufficiale dell'incontro e all'enciclica, sono stati ampiamente discussi sia da autori di altre confessioni cristiane (vedi, ad esempio: Farell 2017: 87-98; Metso 2017: 450-464; Heller 2017:288-300; D'Aloisio 2016:3-10) sia da ortodossi di diverse chiese autocefale (vedi: Jovic 2017:103-114; Perşa 2018: 131-157; Ioja 2016: 7-8; Morariu 2015: 247-254; Getcha 2017: 274-287; Morariu 2017: 1-5), fatto che mostra l'importanza dell'evento e del suo messaggio.

Tra le questioni dibattute di fondamentale importanza, anche se purtroppo valorizzate con insufficienza, ci sono anche quelle riguardanti la dottrina sociale della Chiesa. Un documento sul tema era necessario poiché, mentre la Chiesa Cattolica ha una lunga tradizione in questo campo, che inizia con l'enciclica Rerum novarum, e alcune denominazioni nello spazio protestante hanno un'attività basata principalmente su questi aspetti, nel mondo ortodosso esiste un unico documento ufficiale, quello del Sinodo di una chiesa autocefala, la Chiesa ortodossa russa; scritto nel 2000 e aggiornato nel 2002 (Ică Jr., Marani 2002; Preda 2010: 151-160; Morariu 2015: 37). Le Chiese locali, agiscono prive di un consenso unanime ed in alcuni casi vi sono persino opinioni divergenti e contraddizioni tra i teologi più rappresentativi. Tuttavia, con ogni probabilità, a causa dei grandi assenti sopra menzionati, gli aspetti della teologia e della dottrina sociale non sono stati discussi in un documento separato, evitando così l'articolazione di una dottrina chiara, coerente e con valore normativo nello spazio ortodosso, ma si è preferito l’inserimento di alcuni elementi convergenti sull'argomento tratti delle pagine degli altri documenti.

Uno di questi è l’aspetto dedicato al digiuno (https://www.holycouncil.org/ post), che avendo valenze multiple (Jovic 2017: 103-114) ed essendo in relazione alla continuità con le idee precedentemente espresse dal patriarca ecumenico Bartolomeo (Costantinopoli 2016: 301), deve essere compreso nel contesto consumistico che definisce la società contemporanea. Dopo aver presentato gli aspetti riguardanti la percezione della posizione della Chiesa ortodossa in merito al digiuno e la sua rilevanza nell’ "affinare i sensi", i vescovi partecipanti hanno sottolineato anche il ruolo dell'iconografia nella sua comprensione e parlato dell'esistenza di modi alternativi, estremamente attuali, di digiunare.

L'attenzione si concentra, nella loro visione, su come il digiuno possa influenzare la vita interiore di coloro che lo praticano e di coloro che entrino in contatto con questa pratica. Allo stesso tempo, inoltre, gli autori fanno riferimento alla dimensione sociale del digiuno, alla crisi del cibo in alcune parti del mondo, al fatto che le risorse della terra non sono inesauribili ed altri aspetti simili, chiedendo a coloro i quali sono indirizzati, di considerare anche questi aspetti nel momento in cui si avvicinano al digiuno e al suo valore spirituale.

Infine, non è da tralasciare nemmeno il documento dedicato al rapporto dell'Ortodossia con il mondo contemporaneo (https://www.holycouncil.org/). Qui, accanto ad aspetti come quelli di natura bioetica (Morariu 2016:246-254), l'opinione della Chiesa sulla tecnologia (Toma, Morariu, Hădadea, Echim 2017: 162), o su come i cristiani dovrebbero relazionarsi con gli altri in diverse situazioni sociali, gli autori illustrano degli aspetti che sono classificati come risultato dell'opera del male. Riproduciamo qui il passaggio in questione:

"Le conseguenze del male sono le imperfezioni e i difetti così comuni oggi, come ad esempio: il secolarismo, la violenza, il lassismo morale, fenomeni secondari come l'uso di sostanze che creano dipendenza ed altre dipendenze, specialmente quelle che dilagano nella vita di alcuni giovani; il razzismo, l'odio razziale e le guerre, ma anche i risultati di catastrofi; l'oppressione di alcuni gruppi sociali, di comunità religiose e di interi popoli ... la crisi dei rifugiati; la distruzione dell'ambiente e l'uso illimitato della biotecnologia genetica ora all'inizio, la fine della vita umana". (https://www.holycouncil.org/).

Sebbene la formulazione sia un po' generale e tocchi una vasta serie di argomenti, che varrebbe sicuramente la pena analizzare ciascuno separatamente, magari nelle pagine di un documento apposito, è importante menzionarli qui e identificare questioni come ad es. la crisi dei migranti, la violenza e la crisi ecologica (argomento su cui, come già accennato, il Patriarca Bartolomeo (Morariu 2019: 19-25), si è soffermato, offrendo analisi interessanti e preziose), ma anche gli altri dalla lista dei problemi fondamentali della società in cui viviamo. Inoltre, mostra come la Chiesa ortodossa sia consapevole dei pericoli di oggi e preoccupata di trovare soluzioni, che potrebbero creare non solo ponti, ma anche opportunità per poter agire in comune con altre tradizioni cristiane.

Un altro aspetto interessante, certamente influenzato da documenti come Nostra aetate del Concilio Vaticano II, è l'indirizzo rivolto al mondo intero, non solo ai propri fedeli, dove è sottolineato, nelle pagine del nostro documento di riferimento, che:

La chiesa non vive per se stessa. Essa si offre all'umanità intera allo scopo di sollevarla e rinnovare il mondo e aiutare a creare un nuovo paradiso e una terra nuova (Apocalisse 21,1). In questo modo, essa offre la testimonianza del Vangelo e diffonde i doni di Dio nel mondo: il Suo amore, la pace, la giustizia, la riconciliazione, il potere della salvezza e la speranza della vita eterna. (Costantinopoli 2016: 438).

La formulazione è nuova, coraggiosa e benvenuta. Sebbene le Chiese ortodosse abbiano fatto parte del Movimento ecumenico negli ultimi decenni (ed alcune lo siano ancora oggi) e siano state coinvolte nel dialogo con quasi tutte le altre tradizioni cristiane, non si sono mai rivolte in modo così chiaro all'intera umanità e non hanno mai usato l'idea di sacrificio di sé come mezzo di comunicazione con l'umanità e le persone vicine.

Ulteriori aspetti della teologia sociale sono altresì sviluppati nel documento dedicato alle chiese ortodosse della diaspora, in cui gli autori mostrano come «oggi siano chiamate a promuovere una nuova e costruttiva sinergia con lo stato secolare, nel contesto delle relazioni nazionali, e secondo il precetto biblico, che dice: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”». (Matteo 22:21) (Costantinopoli 2016: 300). La cooperazione con lo stato e l'ordine secolare è quindi importante per ottenere il rispetto dei principi fondamentali dell'etica sociale e il rispetto dei diritti fondamentali come la libertà umana, come anche la condanna della violenza in nome di Dio (Costantinopoli 2016: 301) e del fondamentalismo religioso, che deriva da una scarsa comprensione della fede e costituiscono anch’essi un segnale di allarme, con forti echi nello spazio sociale.

 

Conclusioni

Così come abbiamo cercato di evidenziare nelle pagine del nostro articolo, nonostante l’assenza di un documento speciale in merito alle questioni riguardanti la dottrina sociale della Chiesa ortodossa, il Sinodo pan-ortodosso di Creta ha fornito importanti parametri di riferimento per comprendere le questioni fondamentali in questo ambito. Il fatto stesso che per la prima volta ed in modo così chiaro la Chiesa ortodossa abbia espressa la sua preoccupazione per il mondo intero e proposto il sacrificio di sé come tema fondamentale per il dialogo, rappresenta certamente un aspetto inedito. L'identificazione di problemi, dunque, che non sono stati portati finora alla nostra attenzione oppure sono restati nascosti, è anche un segno di seria preoccupazione e del desiderio di trovare soluzioni. Resta da vedere se queste emergeranno o meno e se l'esistenza di un fronte comune con le altre tradizioni cristiane porterà con sé una proficua collaborazione, destinata a superare gli ostacoli. Per il momento, tuttavia, restano degni di apprezzamento i passi compiuti sin qui, sia a livello del discorso generale dello spazio ortodosso sia per quanto riguarda la maturità e la serietà nell'affrontare alcune questioni.

 

Iuliu-Marius Morariu

 

Riferimenti bibliografici

Constantinople, B., 2016, "Encyclical of the Holy and Great Council of the Orthodox Church, Crete 2016," Ecumenical Review 68(2-3), 291-304.
D’Aloisio, C., 2016, ‘En attendant les fruits du Concile du Crète’, Le Messager Orthodoxe 2(161), 3–10.
Farell, B., 2017, ‘Report on the activities of the pontifical council for promoting Christian unity during 2016’, Catholica 71(2), 87–98.
Getcha of Telmessos, Job, 2017, ‘The ecumenical significance of the Holy and Great Council of the Orthodox Church’, The Ecumenical Review 69(2), 274–287. https://doi.org/
Heller, D., 2017, ‘The (Holy and Great) Council of the Orthodox churches: An ecumenical perspective’, The Ecumenical Review 69(2), 288–300. https://doi.org/
Ică jr, I. & Marani, G., 2002, Gândirea socială a Bisericii. Fundamente- documente- analize- perspective, [Social taught of the Church. Fondements – documents – analyses – perspectives], Deisis Press, Sibiu.
Ioja, C., 2016, ‘The Holy and Great Synod – Sinodality and co-responsibility in the current world’, Teologia 68(3), 7–8.
Ioniţă, V., 2013, Hotărârile întrunirilor panortodoxe din 1923 până în 2009 – spre Sfântul şi Marele Sinod al Bisericii Ortodoxe, [The decisions of pan-orthodox meetings from 1923 until 2009 – through the Saint and Great Council of Orthodox Church], Basilica Publishing House of Romanian Patriarchate, Bucharest.
Jovic, R., 2017, ‘The importance of fasting and its observance for tomorrow’, Studia Universitatis Babeş-Bolyai – Series Theologia Orthodoxa 1(62), 103–114. https://doi.org/
Makrides, V.N., 2017, ‘Le concile panorthodoxe de 2016. Quelques réflexions sur les défis auxquels le monde orthodoxe doit faire face’, Istina 72(1), 5–26.
Metso, P., 2017, "Ecclesial self-understanding and relationships of local churches in the documents of the Pan-Orthodox Council of Crete [Kirkollinen itseymmärrys ja paikalliskirkkojen yhteydet Kreetan yleisortodoksisen synodin asiakirjoissa]," Teologinen Aikakauskirja, 12(5-7), 450-464.
Morariu, M. 2015, "Fundamentele concepţiei sociale a Bisericii Ortodoxe Ruse reflectate în documentul sinodal din anul 2000 [The fondements of social conception of Russian Orthodox Church reflected in the conciliar document from 2000]”, Tabor, 9 (4), 37-41.
Morariu, I.-M., 2016, ‘Bioethics in the discussions of the pan-Orthodox synod from Crete (2016)’, Astra Salvensis 4(7), 247–254.
Morariu, I. –M., 2018, ‘Eastern Orthodox Churches and Ecumenism according to the Holy Pan-Orthodox Council of Crete (2016)’, HTS Teologiese Studies / Theological Studies, 74 (4), a 4954, 1-5. https://doi.org/ 10.4102/hts.v74i4.4954.
Morariu, I-M., 2019, ‘Sociological Relevance of the Ecological Thought of Ecumenical Patriarch Bartholomew’, European Journal of Science and Theology, 15 (5) 19-25.
Perşa, R., 2017, ‘A canonical analysis of the most controversial phrase of the Holy and Great Council: “The Orthodox Church accepts the historical name of other non-Orthodox Christian churches and confessions that are not in communion with her”’, Studia Universitatis Babeş-Bolyai – Series Theologia Orthodoxa 1(62), 131–157. https://doi.org/
Preda, R. 2010. Ortodoxia & ortodoxiile. Studii social teologice [Orthodoxy and the orthodoxies. Social-theological studies], Eikon Press, Cluj-Napoca.
Toma, V. A., Morariu, I.-M., Hădadea, C., Echim, D., 2017, "Theology and Biology. Aneducational dimensions of the transdisciplinary approach regarding Genesis and biological evolution", in Ion Albulescu, Adriana-Denisa Manea, Iuliu-Marius Morariu (eds.), Education, Religion, Family in Contemporary Society - Proceedings of the Conference, pp. 159-165, Lambert Academic Publishing, Saarbrucken.
Viscuso, P., 2016, Quest for reform of the Orthodox Church. The 1923 Pan-Orthodox Congress. AN Analysis and Translation of its Acts and decisions, Inte Orthodox Press, Berkeley, California.
https://www.holycouncil.org/, accessed 10. 01. 2019.

The Catholic Movement in Croatia

during the 20th Century

Ivana Zavcar

In this short article, I would like to present my interest in the Catholic movements in Europe. Since it is a wide area of interest, I will make some open comments on Catholic movements in general, but then I will focus on movements in Croatia.pdf

Christianity as a religion cannot be based only on theoretical beliefs. Since the beginning of both Judaism and Christianity, emphasis is placed on the activity of believers. In the Epistle of James, we find a section on the relationship between faith and works (James 2, 14-26) in which faith is called “dead” without deeds. From this, we can conclude that our specific work in life will also include deeds in the social sphere.

First, we need to define the term “Catholic Movement”: a set of organized Catholic lay associations and initiatives that emerge and operate in the first half of the 20th century, with the aim of spiritual and intellectual youth education, the spread of education in the population, the struggle for social justice and a just society pervaded by Christian values. It was the response of Catholics to the ever-greater liberalization of society and to public change. The foundation of the Catholic movement in Europe had its causes in earlier events and movements of society. Feudal organization had disappeared in the French Revolution, and further development of technology changed the working and economic system. During the restructuring of the social order, the Church lost its function of determining social norms. An interesting paradox in the Church is that, while in this period it was attacked and persecuted from outside, from within it was lively, missionary, and attracted opponents and unbelievers.

The pontificate of Pope Leo XIII brought a great change in the relationship between the world and the Church. By issuing his actions and encyclicals, he greatly contributed to the dialogue between the world and the Church, which was then reflected in the area of social action.

The third part of the 1891 encyclical “Rerum Novarum” is one of the main sources for stimulating the creation of Catholic movements, although we know that Catholic movements themselves emerged much earlier.

It is important to observe the Catholic movements in Croatia from the perspective of the political situation in which the Croatian people find themselves in the 19th and 20th centuries. At the beginning of the 20th century, the area of Slavonia was governed by Budapest, while Istria and Dalmatia were governed by Vienna. Among the first important members of the Catholic movement were Josip Juraj Strossmayer and Franjo Rački. The first stimulus for Catholic activity was given by Pope Leo XIII in proclaiming the anniversary of 1900 (nineteen hundred), and the Croatian Catholics organized pilgrimages to Rome and dedicated the Croatian youth to the Heart of Jesus.

During the first Croatian Catholic meeting, held in September 1900 in Zagreb, the theme of Christianity was emphasized. Some of the main topics of this meeting were: Catholic life, charitable societies, the relationship between the state and the Church, Catholic press, social issues, ecclesiastical art.

In 1904, the Catholic newspaper Hrvatstvo was launched, and the Cultural Political Club Immaculata was established, which was later linked to Bishop Mahnić; together they founded the Croatian Catholic Press Society. At this time there are other newspapers such as the Croatian Guard, the Catholic newspaper and Vrhbosnia (in Bosnia and Hercegovina). There are generally two groups of Catholics: the moderates (the followers of Strossmayer gathered around the newspaper Obzor) and the more radical (under the leadership of Bishop Mahnić and Stadler and gathered around the Hrvatstvo newspaper).

The next important person, one of the founders of the Croatian Catholic movement, is Antun Mahnić, the bishop of Krk. He emphasizes the role of lay people in society, especially in politics. In 1903 he launched the Croatian Guard newspaper. Bishop Mahnić and the priest Ivan Butković established in 1903 in Vienna a society called Croatia, which was the Croatian Catholic Academic Society. In 1905, the newspaper Luč was published, first in Vienna, then in Zagreb. The three fundamental motives of the movement were: religious (Catholic), national (Croatian) and democratic.

Now it was necessary to set up a company in Zagreb, and on November 10th, 1906, the Croatian Catholic Academic Society Domagoj was founded; over subsequent years, it had a leading role in expanding the Catholic movement in Croatia. The movement continued to evolve in all parts of Croatia among high school students. In 1908, the Pius society was set up and had the goal of spreading and promoting Christian ideas through the press. It established a newspaper “Morning”, which led to divisions within the Catholic community. The problem was that all the societies of the Catholic movement were linked to political positions. During the same year, Leo's society and Croatian Catholic student alliance were established.

An important magazine that emerges in 1910 is the Bogoslovska smotra, which is still active today. At the end of 1913, there were several Catholic organizations: Croatia in Vienna, Domagoj in Zagreb, Kacic in Innsbruck, Preporod in Graz and Antunovic in Budapest.

The Eagle organization is a Catholic reaction to the Falcon movement (the influence of the Hus descendants). On 23 October 1921, the Yugoslavian Eagles organization was founded in Ljubljana, and in Zagreb during 1923 the Croatian Eagles organization was established. The state forbade all gatherings related to Catholic doctrine and the Catholic Church, which made the work of societies more difficult.

It is also interesting to note the Catholic movements among women. Although the church has recognized The Eagle women organization in 1925 as the first female association of Catholic action, earlier women acted in the Catholic movement through journals: For Religion and Home, Women's Thought, Spring Flowers and Honor. The main motives of the action of the women's Catholic movement are social motives (exploitation in the industry), a movement organization that would differ from feminist secular movements, the return of women's identity and ideals, the defense of Catholicism from liberalism and from feminist fluctuations.

After the introduction of the personal rule (dictatorships) of King Alexander I. Karadjordjevic and the bans on all Catholic cultural organizations, the Eagle alliance founded the Organisation of Crusaders in 1930 (which was modeled on the French Crusaders with the encouragement of Blessed John Merz) as exclusively a religious organization. It began to publish the weekly “Sunday”, the journal “Crusade Guard” and the monthly “Social Work”.

In December 1932, Domagoj held the First Croatian Social Week, focusing on social issues. As the conflict between the Catholic Church and state was still active, the leadership of the Catholic organizations turned to more radical solutions, including the idea of a sovereign Croatian state. The Catholic movement started to ask itself: for whom and for what is the movement? The tensions between the Domagoj and the Crusaders still existed. During the Independent State of Croatia, the Domagoj was dissolved, while the Crusaders continued to operate, but with the arrival of the Communists in power, all organizations of the Croatian Catholic Movement disappeared in 1945.

In conclusion, I consider it important to recognise these efforts, by both clergy and laypeople. Their contribution to society is certainly immeasurable, either in the social realm or in the field of spirituality. I find that too little is said about these activities and that they are under-researched. Catholic movements in the countries of Europe are indicators of the activities of the spirit and faith in spreading Catholic thought and directing the development of society according to Catholic principles.

The effort invested in the creation and functioning of the Catholic Movement is difficult to recognize without being aware of the difficulty of doing so for a certain period of time in a particular place. The creators and supporters of the Catholic movements, the editors and readers of the Catholic press, distinguished members as well as members of the lower classes, should be recognized as true listeners of the word of the Father, the doers of His will and potential life models.

 

Ivana Zavcar

 

The Main Sources

ANIĆ, Rebeka, Ženski katolički pokret od 1907. do 1925. godine, zbornik radova s Međunarodnog skupa održanog u Zagrebu i Krku od 29. do 31. ožujka 2001., KS, 2002., str. 331-346.
KRIŠTO, Jure, Hrvatski katolički pokret, Glas Koncila, Zagreb, 2004.
MARKEŠIĆ, Ivan, Katolički pokreti- europski kontekst, u: Hrvatski katolički pokret, zbornik radova s Međunarodnog skupa održanog u Zagrebu i Krku od 29. do 31. ožujka 2001., KS, 2002.
ZNIDARČIĆ, Lav, Hrvatski katolički pokret i hrvatska Katolička akcija, zbornik radova s Međunarodnog skupa održanog u Zagrebu i Krku od 29. do 31. ožujka 2001., KS, 2002., str. 629-638.
ZUBAC, Ivan, Hrvatski katolički pokret na početku 20. stoljeća, u: Obnovljeni život, Vol. 73, No. 3, str. 329-342.

The Position of the Social Encyclicals on State Dirigisme

in the Economy, Before and After 1989/90

Roman Sokolov

 

To present the topic the author goes through five historical periods, drawing conclusions after each one. These periods create conditions for the emergence of modern Catholic social teaching, its initial development (first two social encyclicals), its further development, its development in the second half of the 20th century until 1989/90, and the main provisions of the teaching after 1989/90.pdf

Firstly, modern Catholic social teaching began as a reaction to the plight of the worker and a revolutionary situation in the 19th century. It did not come suddenly. Before the first social encyclical letter of 1891, discussions in the Catholic environment on possible ways to improve the situation were carried out by representatives of higher clergy, academic scholars, and public figures. The discussions started with a desire to return to the social structure of the Middle Ages. Then the accent shifted towards preservation of the existing system and activation of the state authority. Although the role of the state in the economy during the 19th century was debated, some social proposals were put into practice. Labor associations and state social benefits emerged. The ideas of German Social Catholicism, with limited government intervention in the functioning of the market mechanism, as well as mutual cooperation in the work process, were taken as a basis for the first social encyclical.

Secondly, the first two social encyclicals (Rerum Novarum and Quadragesimo Anno) laid the main principles of modern social teaching. The principles of solidarity, subsidiarity and the concept of the common good were formulated. These principles strengthened the institution of private ownership and the state authority as a guarantor for a stable functioning of the economic system in the country. This system implied a mutual cooperation among economic entities namely labor and capital, as well as a specifically ordered structure of society. At each level of such a system the economic entities should independently perform their tasks. The role of the state was limited to lawmaking. Furthermore, the state could and should intervene in the operation of associated subsystems, if those systems could not cope with their tasks, and then terminate the intervention as soon as they could operate on their own normally. The Papacy also saw another aim for the state in the redistribution of income in favor of the poor. However, such redistribution should not threaten the existence of private ownership nor deprive people of their economic initiative. Moreover, government redistribution of income should be considered as a last resort. Pope Pius XI stressed the importance of charity and mutual assistance on the basis of bringing people together in voluntary associations on a professional basis. The idea of restoring the medieval guilds for mutual support of the workers was expressed by Pope Leo XIII as well. Ideas both from liberal capitalism and Marxist socialism were in conflict with the Church’s social teaching. The Vatican regarded both systems as inadequate, pointing both to the positive and negative aspects of them.

Thirdly, international practice in the second half of the 20th century showed that the world still decided to try both systems in the form of socialism and capitalism. However, these systems proved to be ineffective. Capitalistic countries were unable to achieve sustainable development without a strong regulatory state resisting various crises, while the countries of socialism began to show a lag in economic development compared to the countries with developed market economies, especially since the mid-1970s. By the end of the 20th century, two competing systems transformed themselves into the model of a mixed economy or the “third way” with a social-economic structure more or less corresponding to the Catholic social teaching. The degree of state control increased significantly in the former states of the market economy. In the former countries of socialism the market mechanism was allowed to operate. Supranational authorities have shown their presence. The beginning of the 21st century witnessed a growth of private charity as an implementation of the solidarity principle, as well as a clear manifestation of the subsidiarity principle in the economy and the social sphere, through the initiation of private and voluntary-corporative social responsibility.

Fourthly, during the second half of the 20th century the Vatican developed further the principles of solidarity and subsidiarity. The principle of personality with an emphasis on human dignity was formulated. Private ownership had a key focus and was perceived in the light of service to the common good. Private property and an active, but not intrusive, state were two foundations of the economy laying the groundwork for both peaceful sustainable development of the society and its spiritual and physical prosperity. On a par with that, the Holy See expressed concern that people have increasingly neglected private property. Since 1961, the Catholic social teaching proclaimed a strong state and market mechanism as the basic conditions that could guarantee the stable development of the economy and preserve private ownership. The Vatican urged the state to intervene in the market economy more actively to maintain stability, and price stability in particular. The state had to provide benefits for sickness, old-age, disability, as well as to promote charity and the establishment of self-help associations. On the one hand, the Second Vatican Council criticized sharp differences in wealth. On the other, it spoke out against high taxes, which, from its view point, reduced the capacity for charity. In addition, a concern for the rise of dependence on public benefits and reduction of initiatives was expressed. However, the state support of education for low-income citizens with the purpose of raising the moral level in the society and maintaining human dignity was considered to be very important. The issues of ecology were addressed. Since the 1980s, John Paul II drew attention to an overgrown bureaucracy articulating the need for honest work from staff and support for a high state authority. Along with that, the Second Vatican Council had indicated earlier possible ways to protest against the activities of the government, if it misused its power.

Fifthly, it is possible to highlight some innovations that have appeared in the Catholic social teaching since the transformation of the world economy in 1989/90. John Paul II gave a detailed overview of that, regarding what the Church cannot agree with and how the social teaching differs from both socialism and capitalism. The Church could not accept liberalism or socialism in its pure form, since each system had elements that were contrary to the Christian tradition, for example a brazen exploitation of resources with abuse of an economic power in the first case, and an inefficient economy with suppression of creativity and personality in the second. Both, John Paul II and Benedict XVI indicated the danger of an overly strong state, particularly in the area of redistribution and charity, as well as an excessive regulation of economic entities. The Vatican described the modern state bureaucracy as an obstacle for the individual, which cared more about its welfare than about the common good. But at the same time, the papacy supported keeping the state at the top of the social hierarchy as the controller of social development. A detailed discussion concerning the role of the state in protecting the environment took place. Due to the rights of private property, the Vatican suggested introducing taxes on pollutants. People were encouraged to adopt a responsible approach to nature and its resources. The idea of the further development of education as a tool for correcting public morality along with the law was emphasized. As a separate aspect of solidarity, there appeared a theme of preserving culture, including care for migrants and refugees supported first of all by Pope Francis. Catholic social thought continued to be concerned with economic and social development based on solidarity, personality, subsidiarity and the concept of the common good laid down by Catholic social teaching during the 20th century.

Now we can return to the question as to where the Vatican has placed new accents or strengthened the old ones concerning state regulation of the economy after the great transformation of 1989/90. It is not really possible to say that Catholic social teaching concerning state dirigisme regarding the economy has undergone significant changes. We can claim that the attention of the Holy See to the role of the state has grown alongside the development of the social teaching itself. The emphasis upon respect for the principle of subsidiarity has been definitely strengthened. Although, the state, with all its power, is vested with a role of the keeper and maintainer of the order in the country, it should not deprive the individual of her or his initiative and responsibility. Alongside this, one can note some new accents within the principles of subsidiarity and solidarity. These are issues of ecology, bureaucracy, charity and migration. The principle of personality and the concept of common good evolved in the direction specified after the Second World War. Private ownership as the foundation of Catholic social teaching still remains relevant. That is why the author would say that the Catholic social teaching preserves its basic positions even after the world transformation at the end of the 20th century. But this preservation is not conservation. The teaching, the same as the Church, progresses with the progress of people trying to find answers to new challenges, which indeed are the old ones. Therefore, the Church as the mother and guardian of homo, homo-christianus, is continually modifying the answer of Christ to seek first the kingdom of God.

 

Roman Sokolov

Restoring People's Humanity

Mateusz Basiejko

 

Introduction

pdfIn this paper I will briefly describe a particular dimension of serving the poor: helping them to reconcile with themselves, with the world, and with God, through restoring their lost sense of humanity.

Firstly, I will explain what I mean by restoring one’s humanity and what are the ways one can lose it. Then I will shortly outline the main points regarding serving the poor from a Jesuit perspective, which helped me to develop my reflections on this issue. And finally, I give two condensed examples of practical applications based on my own experience in working with the poor.


1. Restoring people’s humanity

Through the experience of being and working with the poor, homeless, lonely and excluded one can discover an unacceptable process of dehumanization. Somewhere along the way through life’s struggles, trials, pains and lost battles the poor, by having been excluded, get their heads and hearts around this very counterfactual message: they are not equal as humans to other people. They are humans of second category, or even worse, that they are not humans at all. They start to think and believe they are just human trash. It is not because of their difficult life situation but because of what they hear about themselves from other people and how they are treated by different groups, organizations or even governments. From all over, they can hear that their life doesn’t mean anything to anyone, that it’s unnecessary and altogether rubbish – not only figuratively but literally as well.

Taking care of the poor is not a recent discovery of Pope Francis’ preaching. It was always present in the Church. We read in the Bible in the Letter of Saint James that “pure, unspoilt religion, in the eyes of God our Father, is this: coming to the help of orphans and widows in their hardships, and keeping oneself uncontaminated by the world” (New Jerusalem Bible, James 1:27). According to this definition it is clear that the pious and religious person is not the one who prays a lot, but the one who takes care of ‘orphans and widows’ i.e. all who can be described as ‘poor’ and/or ‘excluded’ in a broad understanding. We see the same in Matthew 25:31-46, when Jesus gives a sermon on the Last Judgement. “In truth I tell you, in so far as you did this to one of the least of these brothers of mine, you did it to me” (Matthew 25:40). Important here is that all those deeds are done not because of Christ himself, as He is not recognized in the poor, nor because of the fear of the Last Judgement, nor by the fruitless effort to earn God’s grace, but are done out of pure Christian love.

Christian love is an essential part of any good work that aims to help the disadvantaged. It’s the source of Christian service and a channel through which God’s grace can work within a person to change his heart and restore life and humanity. “The thief comes only to steal and kill and destroy. I have come so that they may have life and have it to the full” (John 10:10). There are many ‘thieves’ who try to destroy humanity in the poor. The work done by God’s people, along with physical and material support, should help to bring back the fullness of life, restore the damaged sense of one’s own humanity and rebuild the image of God (Genesis 1:26-27). It happens not by preaching with words but by a gentle presence, human relationships, and bringing the hope and joy of the Gospel in simple actions and in a tender friendly attitude.

The most meaningful and necessary work which can be done for the poor is to reconcile them with themselves, with the world and with God. It is to show them their real identity as children of God and rehabilitate them from their state of dehumanization. To bring the outcasts back into the society as Jesus did when He healed the leper (Mark 1:40-45). And one of the types of ‘leprosy’ is the ostracism of the old and sick, the poor, homeless, addicts and migrants.


2. Jesuit paradigm

For Jesuits taking care of the poor is one of their own important characteristics. It is not only emphasized in the recent documents of the Society, but goes all the way back to the beginnings of the Order, to the First Fathers and, even more deeply, to the experience of the monthly silent Spiritual Exercises. Pope Francis has reminded us that, as Jesuits, “we are called to find Christ in the poor, to lend our voice to their causes, but also to be their friends, to listen to them, to understand them, and to embrace the mysterious wisdom which God wishes to share with us through them” (Address of Pope Francis to GC 36, 24 October 2016). The first decree of the 36th General Congregation entitled “Companions in a mission of reconciliation and justice” lists three calls of Christ the Eternal King to Jesuits. One of those calls is ‘Reconciliation within humanity’ (36th General Congregation Documents, page 21). It says that “we hear Christ summon us anew to a ministry of justice and peace, serving the poor and the excluded and helping build peace” (36th General Congregation Documents, page 21); and in another place: “The letter of Father General Adolfo Nicolás on reconciliation and the teaching of Pope Francis have given this vision greater depth, placing faith, justice, and solidarity with the poor and the excluded as central elements of the mission of reconciliation.” (36th General Congregation Documents, page 19).

For Jesuits being with and working for the poor grows out naturally from the experience of the Spiritual Exercises. There are two big moments especially. The first one is contemplation of the incarnation during the First Week of the Spiritual Exercises in which one should “see and consider the Three Divine Persons, as on their royal throne or seat of Their Divine Majesty, how They look on all the surface and circuit of the earth, and all the people in such blindness, and how they are dying and going down to Hell.” (SE 106) and then one is invited “to hear what the persons on the face of the earth are saying, that is, how they are talking with one another, how they swear and blaspheme, etc.; and likewise what the Divine Persons are saying, that is: «Let Us work the redemption of the Human race»” (SE 107). The second one is the final exercise called “Contemplation to gain love” in which one is to “consider how God works and labors for me in all things created on the face of the earth – that is, behaves like one who labors – as in the heavens, elements, plants, fruits, cattle, etc., giving them being, preserving them, giving them vegetation and sensation, etc” (SE 236). By this practice one sees one’s own being ‘poor’ and God who nevertheless works for him. This gives birth to the wanting to imitate God which starts to allow God’s love to grow within the person, so that that person too can work for the poor.

This second call which is an answer to the crises of dehumanization, in the Jesuit view, is connected with the third call which is ‘Reconciliation with creation’ (36th General Congregation Documents, page 22). It says: “Pope Francis has emphasized the fundamental connection between the environmental crisis and the social crisis in which we live today. Poverty, social exclusion, and marginalization are linked with environmental degradation. These are not separate crises but one crisis that is a symptom of something much deeper: the flawed way societies and economies are organized.” (36th General Congregation Documents, page 22). It allows us to see all those issues as part of one world and one service. Work for the environment is connected by this point of view to being part of our work for the poor.


3. Examples of practical application

A. Homeless people

I have worked for and with homeless people in different settings in Dublin (Ireland) as well as Cracow (Poland) and Warsaw (Poland). Except for material support, the greater part of the work was spending time with them. In those simple conversations on everyday things like weather, sports and sometimes the Gospel, a lot more happened than one could see or expect. On some occasions they would express their gratitude for those small talks as they could feel like normal people, accepted, and not excluded. One of them admitted once that he remembers nothing from the main chaplainìs sermons, but he does remember when he was told to refer to the priest by his first name and not by the usual ‘reverend father’. This simple human relationship helped him bring back some humanity, which had been lost a long time ago.

B. Old, sick and lonely

I have set up a group of young adult volunteers who on a regular basis visit the old, sick and lonely in our parish in Warsaw. Due to their poverty, old age and often sickness, those people become socially excluded and extremely lonely, often feeling unnecessary for anyone and even meaningless to themselves. By the regular visits of volunteers, they become cheered up, and some of them decide to go out of their flats for the first time in years. They’ve gained not only support in small house tasks but, even more importantly, human relations and new friends.

What is more, it turned out that the program is very beneficial for the volunteers who, by the work they do and people they encounter, grow immensely as people for others. Volunteers learn from their own experience what unconditional love means. Furthermore, by leaving their comfort zones they very often change and broaden their worldview. While they help to reconcile and rehumanize the poor with the world, they gain a similar increase of humanization in their own hearts.


Conclusion

Human relationships are the most important part of our life. We cannot live without them and without them we lose all hope, life energy, and our humanity. The poor of the modern world are not only lacking material goods, but are often poor as well in the spiritual and relational dimension.

Our service to God’s people should thus be composed of both of those aspects. It’s not only the need that is out there, but it’s a call of God the Father of Mercy who reconciled the world with Himself through the death and resurrection of his Son and now wants to continue this work though our hands.

 

Mateusz Basiejko

New Media in the Service of the Gospel

and the Common Good

Réka Mohay

 

Introduction

We surely all have expdfperienced the side-effects of the digital world, especially of social media with which we can waste quite a lot of time and even forget to live our everyday lives scrolling through feeds of barely known people. But it is important to hear the words of the Gospel that exhort us to be “as cunning as serpents” (Matt 10:16), and not to ignore the tools of today’s world, but to use them wisely for good purposes. “Test them all; hold on to what is good,” Paul reminds us in the very first New Testament book (1 Thess. 5:21). The potential of the tools of New Media are talents that are not only worthwhile but necessary to be explored and utilized for the mission - if we fail to do so, we become like the servant who has buried his treasure.1 The need for this has already been pointed out by several popes and theologians. Moreover, the use of modern communication channels is fully in line with our Church's self-definition regarding its mission of evangelization and the service of the common good. The last hundred years have brought many new impulses and a definite openness to the world around us - so it is worth taking a brief look at the most prominent examples of the Church-related use of New Media.


New Media

There is no possibility to fully discuss the concept of New Media in this article, but the most important thing to note here is that while Old Media tools (television, newspaper, radio, books) did not allow its target audience to comment and react, New Media is based on user-made content and also supports online commenting and communication which makes it very vivid and dynamic. New Media involves blogs, video sharing sites like YouTube, online podcasts, streaming possibilities, and Social Media, such as Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat, LinkedIn, etc. According to 2019 statistics, we can see the inevitable role of New Media. The study reports that there were 3.48 billion social media users in 2019, with 9% total worldwide growth (288 million) since last year.2

 

New Media in Evangelization: spreading the Gospel and nurturing spiritual life

Word on Fire

Word on Fire is more of a global "media chaplaincy" than an ordinary website.3 Its simple but revolutionary purpose is to evangelize culture. It is lead by a well-known bishop, Robert Barron, making high-quality videos4 on a wide range of topics: Christianity, sacraments, theology, spirituality, philosophy, movies, literary works and social issues on YouTube, which are gripping and informative summaries of the current topics. Their purpose is also to call out to non-believers and sceptics. Barron describes how he encounters a number of negative comments on the videos.5 However, because he can respond to such reactions, it offers a unique opportunity to engage in dialogue with those who have never set foot in any Church institutions. Many of them are in search of true values and meaning, and this way, to their great surprise, they find themselves discussing life and faith with a Catholic priest from the comfort of their own home.6 Many other forms of content are available on the site: homilies, blog posts, articles, professional and educational materials that can help the formation of parish and other groups. Word on Fire also aims to strengthen a positive Church image. Father Steve Grunow, a co-worker, says that if the Church does not present itself authentically and bravely in the context of New Media, others will do it, and there will certainly be hostile and false approaches.7

Word on Fire is not only present on the website and on YouTube, but also on Facebook, Twitter and, more recently, Instagram, along with Barron’s own accounts, making their activities even more widespread and interactive. Barron has been present on Instagram for a while now, which is one of the New Media tools that is increasing rapidly. In 2015, 300 million active users were reported, sharing an average of 70 million photos per day, and its importance is still growing.8

 

Catholics Come Home

The Catholics Come Home initiative originates from Tom Peterson, a Catholic media professional who aims to re-evangelize by modern means of communication, primarily targeting Catholics who are far from the Church and their faith. It uses two basic tools: video ads and a website.9 The ads draw attention to the website where all the videos can be watched. From time to time, new short films are released; in 2016, for example, the Millennium Generation was specifically addressed. Some videos show the beauty of Church life, others focus on the lives of young Catholics, and others briefly point out that life has much more to offer than everyday chores if we listen to God's call. We can also encounter advertisements in which public figures talk about their faith or their conversion. Many videos focus on the personal stories of converted former atheists and agnostics. In addition to these, many questions and answers can be read, presenting the Church's teaching in a clear, understandable way. There is a section which offers help regarding confession, and another that redirects us to other websites to find the churches and Masses that are closest to us. According to a previous survey, more than 53% of non-practicing Catholics who saw at least one of the advertisements produced were at least thinking about returning to the church or getting more information.10


Pray as You Go

Invented to support and enrich the spiritual growth of religious practitioners, Pray as You Go, a British-developed Jesuit program, is available on their website and in the form of a mobile app.11 Its purpose is very simple: to help with daily prayer. The editors have three main aspirations for their users: to become more aware of God's presence in their lives, to listen to God's word, and to grow in their relationship with Him. New audio material is available every day on the website and in the app, which includes a scripture passage, related reflections, prayer, personal questions, and usually two kinds of sacred or classical musical pieces to help one focus and “tune in”. In Lent and Advent, online retreats are also uploaded. All their materials are sophisticated and of high value, serving as a true spiritual resource, and are completely free. The website also has an editors' e-mail address where anyone can send comments and questions.

 


@Pontifex

Twitter is a social media interface for sharing and connecting information across the Internet, allowing users to communicate via short tweets. At the end of 2012, Benedict XVI entered Twitter with huge success. After just signing up, even before writing his first tweet, he had already gained thousands of followers.12 Since then, Pope Francis has taken over this communication platform from his predecessor, sending new messages every day to his millions of followers, such as social justice issues and spiritual questions. Regarding Pope Francis’s online presence, it is worth mentioning his video message sent to a Pentecostal meeting of American Pentecostal Protestants in 2014. The recording was made with the help of a friend and participant of the meeting, Tony Palmer, a Protestant bishop who recorded the words of the Holy Father with his iPhone.13 As Zsupan-Jerome states, though the message is mediated, this kind of communication still creates a very personal and direct atmosphere.14 Videos like this one also show that, ultimately, online communication points towards real, personal human relationships.15


New Media in service of the common good: Social movements

Online Protest against Anti-Catholic Commercials: Kayak, Hyundai


Thomas Peters, the founder of the “American Papist” blog16 reports that he used the opportunity to reach out to a large number of Catholic readers to initiate online movements, such as raising their voices against anti-Catholic commercials. One example was the Kayak travel website’s commercial that presented Catholic nuns as being “repressed” – in an unfair way.17 He blogged about the offensive character of the video and created an online protest against it via Facebook and Twitter where many Catholics expressed their concerns, adding that they were not willing to use the services of this site in future. The movement succeeded: Kayak withdrew the commercial and the company’s chief marketing officer even made a public apology. The same happened to Hyundai’s commercial that made fun of the Holy Mass, presenting a slightly sacrilegious “soccer Mass”. This advertisement was also pulled and apologies were sent out to everyone who personally contacted the company through digital space.18

 

Supporting Persecuted Christians

It was also the “American Papist” blog, and other online petitions too, that played a great role in the support of Asia Bibi, a woman whose story went worldwide after being sentenced to death in Pakistan due to her Catholicism.19 Of course, many other factors played a role in freeing Bibi, but the online space functioned as a platform for expressing solidarity and calling for justice and prayers. This example shows us how important it can be to give a voice to our opinions via social media. The more of us who do it, the more we can be heard. This is something, even if we can do no more in a difficult situation but stand up for truth and for those who need protection with the help of online tools.
Catholic Relief Services – Online Fundraising for Charity

Other important examples of using the digital world and New Media for the service of the common good are the online charity-fundraising possibilities. These options not only raise awareness of a good cause but let us help materially. One website of this kind is called Catholic Relief Services (CRS.org) where people can easily contribute with micro donations via text messages. Thanks to these donations CRS supports refugees, local farmers, survivors of natural disasters and various kinds of people in need. Another current example is the enormous joint effort that we could see in Hungary when more than 2.1 million Euros were raised in less than a week for the expensive medical care of a toddler, Zente, suffering from a rare condition called spinal muscular atrophy.20 The call for help was shared by thousands of Hungarians on social media, especially on Facebook and Instagram.


Pro-Life Movements

Online cooperation can also play an important role in the efforts of the pro-life movement. It can help to encourage pro-family legislation and voting for candidates that are committed to Catholic values.21 But the New Media can also build a “digital movement” such as the “40 days for Life” campaigns that are worldwide peaceful prayer movements organized to pray for the end of abortion. The founders hold online webcasts to communicate and coordinate the volunteers around the world who join the movement and start prayer vigils in their local cities.22 All this could not have been accomplished without the use of New Media tools. In similar ways, online podcasts, Instagram stories and video-conferences can all be valuable when it comes to spreading the gospel or to standing up for important issues.


Conclusion


The examples presented here show the need for creativity, prudence, faith, commitment and courage while working in this field. As Pope Francis repeatedly encourages us to do, we should indeed step out of our comfort zones and ask the Spirit of wisdom and understanding for inspiration.23 We also need proper formation and knowledge for those who work for the Church using New Media. Excellent professionalism is also required to handle the challenges of the digital world as we are responsible for how we use the “talents” given to us in the modern era. Nevertheless, it is crucial to add one more argument. Without there being community, personal commitment to our faith, and being real witnesses to the Gospel, online communication, mass media or any kind of programs lose their worth. We need persons and communities who listen to each other, have compassion and care, and who show love towards each other and towards the whole creation that is entrusted to us. This always has to be the first step. New Media usage must always remain a tool, not a goal. It too should be a form of service to the Kingdom of God, in which there is no place for any kind of self-centeredness or vanity, while there is a huge need for authenticity, solidarity and community – facilitating offline relationships when possible. Online space presence is a necessity, but it only makes sense if we use it to listen, to accompany, and to help others get closer to their Creator on their journey towards Him.

 Réka Mohay

 

RESOURCES:

Gould, Meredith: The Social Media Gospel, Sharing the Good News in New Ways, Liturgical Press, Collegeville, 2015
Kaszás, Fanni: 700 million Raised in Less Than a Week for Hungarian Toddler’s Medicine, Hungary Today, https://hungarytoday.hu/
Pope Francis: Evangelii Gaudium, Rome, 2013, http://w2.vatican.va/
Vogt, Brandon: The Church and New Media, Blogging converts, online activists and bishops who tweet, Our Sunday Visitor, 2011
WeAreSocial.com, https://wearesocial.com/
Zsupan-Jerome, Daniella: Connected Toward Communion, The Church and Social Communication in the Digital Age, Liturgical Press, Collegeville, 2014

 

NOTE:

1 Matt 25:14-30
2 WeAreSocial.com, https://wearesocial.com/
3 https://www.wordonfire.org
4 https://www.youtube.com/
5 It is no coincidence that in his speech at the Synod on Young People in 2018 he also outlined his strategic principles for youth evangelization through his video experience.
6 Vogt, Brandon: The Church and New Media, Blogging converts, online activists and bishops who tweet, Our Sunday Visitor, 2011, 29-30.
7 Ibid. 32.
8 Gould, Meredith: The Social Media Gospel, Sharing the Good News in New Ways, Liturgical Press, Collegeville, 2015, 86.
9 https://www.catholicscomehome.org/
10 Vogt, 38.
11 Pray as You Go, https://www.pray-as-you-go.org/
12 Pope Benedict XVI opens Twitter account, has thousands of followers without a tweet, Deseret News, https://www.deseretnews.com/
13 Zsupan-Jerome, Daniella: Connected Toward Communion, The Church and Social Communication in the Digital Age, Liturgical Press, Collegeville, 2014, 126.
14 Ibid.
15 The video can be watched here: https://youtu.be/ The Pope here tells us that the divisions between Christians are the fault of all of us, but also expresses hope for unity and draws attention to each other as brothers and sisters, regardless of denomination.
16 American Papist blog was one of the most read Catholic blogs in 2011. Nowadays, Peters’ posts can be read at the following link: https://catholicvote.org/
17 Vogt, 168-9.
18 Ibid.
19 Ibid. 171.
20 Kaszás, Fanni: 700 million Raised in Less Than a Week for Hungarian Toddler’s Medicine, Hungary Today, https://hungarytoday.hu/
21 Vogt, 171-172.
22 Ibid 177-188.
23 Pope Francis: Evangelii Gaudium, Rome, 2013, http://w2.vatican.va/content/, 20; 280.

The Importance of the Social Teaching

of the Church for the Catholic Religious Education

Sanja Bobaš – Pupić

 

Introduction

pdfI am a graduate student of Religious Education and Catechetics. At the undergraduate level of study, I attended a compulsory course on Social Teaching of the Church and elective courses under the titles: “Christian Caritas and Social Advocacy” and “Human rights and the Social Teaching of the Church”. Attending these courses helped me acquire an interest in the presentation of the Church's social themes in Catholic religious education. My wish is to point out how the Church’s social teaching can be interesting in religious education and in the service as a teacher of religion for which I am preparing.

Catholic religious education in Croatian public schools is a compulsory-elective subject. Under the influence of radical secularist currents, discussions about Catholic religious education often take place in the public space, and the main question is whether this education should be held in public schools. However, it is an undeniable fact that religious education gives a young person both knowledge and guidance for life, more than any other subject. Likewise, it is irrefutable that in the whole teaching process the most important role is that of the religion teacher, and the way he or she teaches, as well as the ease of access to religious education classes.

I see the relevance of Catholic religious education in its social themes. Key questions are: how explicitly and how implicitly is the Church's social teaching present in religious education programs, and how to teach religious education properly while giving the lead to the social teaching of the Church and its contents?

 

1. Social teaching of the Church is „a valid instrument of evangelization“

It is in the essence of the social teaching of the Church to interpret human life in society in accordance with the Gospel teachings on man himself, his social nature, and the social reality that surrounds him.

Social teaching is important for the complete development and formation of every human person. Its goal is also to accompany and assist the full development of the human person in society. Thus, the social teaching of the Church becomes an essential element of education and formation in faith. When we ask ourselves as believers on what grounds to build our life, society, and relationships in it, the Catholic Church offers us, and reveals, the treasures of the social teaching of the Church, which serve us as a guiding light and inspiration for action.

In 1987, Pope John Paul II in the social encyclical Sollicitudo rei socialis writes: „The teaching and spreading of her social doctrine are part of the Church's evangelizing mission. And since it is a doctrine aimed at guiding people's behavior, it consequently gives rise to a ‘commitment to justice,’ according to each individual's role, vocation and circumstances“.1 John Paul II already stresses here, though he will only use this term later, that the Church's social teaching is actually an instrument of evangelization: „This is why the Church has something to say today, just as twenty years ago, and also in the future, about the nature, conditions, requirements and aims of authentic development, and also about the obstacles which stand in its way. In doing so the Church fulfills her mission to evangelize, for she offers her first contribution to the solution of the urgent problem of development when she proclaims the truth about Christ, about herself and about man, applying this truth to a concrete situation“ (SRS 41). Likewise in the encyclical Centesimus annus of 1991, when he also proclaimed the Year of the Social Teaching of the Church, and used the expression that the social teaching of the Church is „a valid instrument of evangelization“,2 Saint Pope John Paul II holds that the social teaching of the Church cannot be only theoretical; its gospel mission should also be seen as an impulse to act in the direction of changing harmful lifestyles, production and consumption models, and those structures of power that prevent or hinder the integral development of the human person and of society (cf. CA 53; 54).

In this perspective – „that the Church's social teaching is at the heart of the Church’s mission“3 – the Pontifical Council for Justice and Peace put together and published in 2004 the Compendium of the Social Doctrine of the Church in which, in the third part Social doctrine and ecclesial action it indicates a strong link between the social teaching of the Church and religious formation: „The Church's social doctrine is an indispensable reference point for a totally integrated Christian formation”.4

 

2. Catholic religious education in the service of the New Evangelization

To talk about Catholic religious education means to talk about the individual and social dimensions of a faith that needs to grow and develop. It opens a space of opportunity for the permanent and intensive formation of the lay faithful, i.e. the space for formation and training of young people for true freedom, with a sense of accountability and cooperation with others for the humanization of temporal realities. It is therefore an important task to promote and strengthen the formative value of the Church's social teaching in Catholic religious education. With its transposition into religious education, the social teaching of the Church becomes a form of theoretical-practical knowledge, not limited to the contemplation of social reality. It is the fruit of evangelization in the social field. It is the proclamation of the work of salvation of Jesus Christ.5

What is praiseworthy and important is that the study program to become a teacher of religion that I attend pays special attention to the Church's social teaching. During my first six semesters, I listened to and studied the theoretical part of education and catechesis. In the sixth semester, I had a course in the Social Teaching of the Church, as well as elective courses in that area. Now, in the seventh and eighth semesters of my studies, I have the opportunity to acquire practical knowledge. Through the prism of teaching practice in school, I have gained practical insight into the possibilities of working with children, as well as a deeper insight into the essence of Catholic Religious Teaching.

The Catholic Curriculum for primary and secondary schools in the Republic of Croatia is rich in a variety of subjects, from mandatory to elective. Though largely implicitly, the contents of the Church's social teaching are also present. During my teaching practice I had the opportunity to talk to the students about the dignity of the human person, the virtues, human rights and caritas, even though at that time it was not teaching any topic of with these names. In the fourth grade of the elementary school I treated the subject of Jesus' temptation in the desert; we know how much this implies questions of relationship and social status.

I would particularly point out a teaching unit that at first glance has no connection with the Church's social teaching. It is called Jesus Christ – the greatest of all prophets, assigned to the seventh grade of elementary school. I talked with the students as to why Jesus is the greatest prophet and what his actions were like. The answers were as follows: Jesus healed the sick, He met with customs officers and sinners, with the poor and rejected, with those who were on the brink of society; Jesus ‘saw’ the man; He saw the human need for love and mercy. I had not been quite aware of how much one religious lesson can direct young people to social topics. Thus I agree with the attitude that our professors Baloban and Migles enthusiastically conveyed to us students, which is that the future of religious education depends on the implementation of the social teaching of the Church.

Furthermore, an important part of the class lesson is the “actualization” that comes at the very end. Actualization in the methodological and pedagogical way of helping the students is to bring what he or she has learnt in class into his or her personal and social life. Again, the importance of the social teaching of the Church is revealed. We observe life-time activity, evangelization, reflection on one’s own life as well as the lives of other people; on how to make it better, higher in quality and more purposeful.

 

3. The Social Teaching of the Church makes Catholic religious education relevant


In the vision of the Church’s social teaching, Catholic religious education has the task to educate for „an integral and solidary humanism.“6 Pope Francis keeps repeating that good education „is the backbone of humanism”.7 In the document Educating to fraternal humanism (2017), the Congregation for Catholic Education defines the fundamental lines of education that are entirely directed towards humanized, healthy and open education.8 To achieve this, Pope Francis points out: „we need to realize that certain mindsets really do influence our behavior. Our efforts at education will be inadequate and ineffectual unless we strive to promote a new way of thinking about human beings, life, society and our relationship with nature“.9 Humanized education is not limited to providing and receiving lessons; it is rather about education that is thorough and open, which links and promotes the wealth of human potential. The very presence of the Catholic Church's social teaching in Catholic religious education provides a harmonious development of moral and intellectual abilities, growth in freedom, as well as positive and wise sexual education. The culture of dialogue is also vitally important, and it can be fostered by young people through the education of a humanism built on solidarity.10

Finally, social spirituality is an integral part of a religion teacher’s identity. The religion teacher is the person who is sent to testify in the name of the Church through his or her knowledge and by example. To be a teacher is first of all a life calling. It is a path that, especially today, is not at all easy. Religion teachers are faced with the various tasks that are placed before them in the upbringing of children. To carry out these tasks it is necessary to know how to approach the pupil; indeed, to see, listen, talk to, and dedicate oneself to him or her. In order to do so, teachers should continually work on their growth and development in a professional, spiritual and social sense. Hence, authentic spirituality cannot be observed outside one’s competence in the Church's social teaching. In the words of John Paul II, „Thus for the lay faithful, to be present and active in the world is not only an anthropological and sociological reality, but in a specific way, a theological and ecclesiological reality as well”.11

 

Final thought

Thinking about this subject I have become aware that the social teaching of the Church represents has powerful potential for evangelization. It is for the religion teachers, and tomorrow for me as well, to try gradually to uncover the 'hidden wealth' of the social teaching of the Church through the testimony of their life and then through the instruction they give in the Catholic faith. Guided by that vision, I also want to succeed one day!

 

Sanja Bobaš – Pupić

 

NOTE:

1 JOHN PAUL II, Sollicitudo rei socialis, 30-XII-1987, no. 41. (Further: SRS).
2 JOHN PAUL II, Centesimus annus, 1-V-1991, no. 54 (Further: CA); PONTIFICAL COUNCIL FOR JUSTICE AND PEACE, Compendium of the Social Doctrine of the Church, 2-IV-2004, no. 2; 67. (Further: Compendium).
3 Renato Raffaele kard. MARTINO, Kompendij socijalnog nauka Crkve, in: Stjepan BALOBAN – Gordan ČRPIĆ (eds.), Socijalni kompendij: izazov i nadahnuće, Zagreb, 2007, 15.
4 Compendium, no. 528.
5 Cf. Alojzije HOBLAJ, Socijalna dimenzija kršćana u župnoj katehezi i u školskom vjeronauku, in: Stjepan BALOBAN (ed.), Kršćanin u javnom životu, Centar za promicanje socijalnog nauka Crkve – Glas Koncila, Zagreb, 1999, 120.
6 Compendium, no. 327.
7 CONGREGATION FOR CATHOLIC EDUCATION, Educating to fraternal humanism. Building a “civilization of love” 50 years after Populorum progressio, 16-IV-2017, no. 9.
8 Cf. Educating to fraternal humanism. Building a “civilization of love” 50 years after Populorum progressio, no. 11.
9 Pope FRANCIS, Laudato si, 24-V-2015, no. 215.
10 Cf. Educating to fraternal humanism. Building a “civilization of love” 50 years after Populorum progressio, no. 120.
11 JOHN PAUL II, Christifideles laici, 30-XII-1988, no. 15.

L’imprenditoria Immigrata In Italia

Olha Kostyuk

 

Introduzione

pdfL’imprenditoria immigrata è ormai un elemento strutturale dell’economia italiana e rappresenta sicuramente uno degli aspetti più interessanti del fenomeno migratorio.

In questo capitolo si analizzano gli aspetti salienti dell’imprenditoria immigrata dei nostri giorni in Italia, rileggendo le teorie enarrate nel capitolo precedente alla luce dei più recenti dati diffusi dalle fonti statistiche ufficiali.

Si partirà dall’analisi della formulazione giuridica italiana dei concetti di “imprenditore” e “imprenditore immigrato” evidenziando la differenza tra imprenditore e lavoratore autonomo.

Si proseguirà esaminando gli aspetti socio-economici che più direttamente incidono sull’iniziativa imprenditoriale immigrata, favorevolmente o no, declinando nel contesto italiano le teorie già presentate nel primo capitolo.

Per finire, si proverà a estrapolare dai dati statistici quelli che più mettono in luce gli effetti dell’imprenditoria straniera nel sistema produttivo italiano, sia a livello nazionale che nella città di Roma.

 

1. Contesto giuridico italiano

Negli studi dell’ “imprenditorialità etnica” emerge la distinzione tra tre termini: “lavoratore in proprio”, “lavoratore autonomo” o “imprenditore”. Sebbene ad un primo approccio sembrino locuzioni simili, esse indicano situazioni sostanzialmente diverse.

“Lavoratore in proprio” è un’espressione che richiama il “mettersi in proprio” che si riferisce a tutte le attività di lavoro non dipendente. Le altre due locuzioni invece creano una classificazione più di dettaglio del lavoro non dipendente. Per approfondire la differenza è utile partire da alcune definizioni.


1.1. Imprenditori e lavoratori autonomi

Il Codice Civile italiano non fornisce la definizione di “impresa”, ma quella di “imprenditore”. In particolare, a norma dell’articolo 2082 del Codice Civile, è definito imprenditore: “chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”.

Quindi l’attività imprenditoriale deve necessariamente possedere le seguenti tre caratteristiche: l’esercizio di un’attività economica diretta alla produzione o allo scambio di beni e servizi; l’organizzazione, in termini di mezzi e di lavoro dell’attività; la professionalità, termine che sottende i concetti di sistematicità, continuità dell’attività esercitata (Unioncamere 2014:19-20).

Accanto a quella dell’imprenditore, l’ordinamento giuridico italiano riconosce la figura del lavoratore autonomo: “quando una persona si obbliga a compiere dietro un corrispettivo un’opera o un servizio, con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente” (Codice Civile: art. 2222).

Quindi, il lavoro autonomo è un’attività che ha le seguenti tre caratteristiche: prevede l’esecuzione di un’opera o di un servizio a fronte di un corrispettivo; si avvale di lavoro prevalentemente proprio; non presenta vincolo di subordinazione nei confronti del committente.1

Alla luce di queste definizioni il lavoratore autonomo e l’imprenditore possono sembrare figure simili, poiché entrambi sono impegnati in forme di lavoro che forniscono un reddito di natura indipendente, ma l’elemento centrale che distingue il lavoro autonomo dall’impresa è principalmente l’assenza di un’organizzazione, cioè di un’azienda.2

D’ora in poi in questo lavoro, per semplicità, l’espressione “lavoro autonomo” sarà utilizzata con lo stesso significato di “imprenditoria”, salvo diversamente esplicitato.

 

1.2. L’imprenditore immigrato

Per circoscrivere e caratterizzare completamente la classe degli imprenditori immigrati occorre, prima ancora di definire la componente immigrata, considerare due dimensioni dell’aspetto imprenditoriale: quella individuale dell’imprenditore (titolare di una ditta individuale oppure ricoprente una certa carica in un’impresa) e quella organizzativa che tiene conto della forma giuridica e dell’orientamento dell’impresa.

Con questa premessa, si considerano imprese a conduzione immigrata (o per semplicità di esposizione “imprese immigrate”) quelle in cui il titolare, nel caso delle ditte individuali, o la maggioranza dei soci, degli amministratori e dei detentori delle quote di proprietà, nel caso delle altre forme di impresa, sono nati all’estero3 (cfr. figura 2.1).

figura1.2

Figura 2.1. – Definizioni di impresa straniera per ciascuna forma societaria

Fonte: Centro Studi e Ricerche IDOS 2017: 11.

È evidente però che, affinché questa definizione possa assumere una valenza oggettiva, sia necessario disambiguare il concetto di “prevalenza” nella gestione di un’impresa insito nell’espressione “maggioranza dei soci, degli amministratori e dei detentori delle quote di proprietà”. Proprio per questo scopo si misura il grado di partecipazione degli stranieri in un’impresa che può essere maggioritario, forte o esclusivo. Il grado di partecipazione straniera dipende da due dimensioni dell’impresa: la natura giuridica e la percentuale di stranieri che vi ricoprono cariche di rilievo.

La conduzione straniera esclusiva si verifica quando tutte le cariche e tutte le quote sono di proprietà di stranieri, per le società di capitale, oppure quando la totalità dei soci e degli amministratori è straniero, per le società di persone, cooperative e altre forme giuridiche, oppure, in ultimo, se il titolare di un’azienda individuale è straniero.

Si ha invece conduzione straniera maggioritaria quando più del 50% dei soci o degli amministratori sono nati all’estero per le società di persone, le cooperative e altre forme giuridiche.

La conduzione straniera forte si configura se questa stessa percentuale sale almeno al 60%.

Le cariche imprenditoriali, invece, sono i titoli registrati negli elenchi delle Camere di Commercio (titolari, soci, amministratori ecc.) che sono attribuite a stranieri o italiani in base alla nazione di nascita dell’intestatario. Si può facilmente intuire come il valore percentuale di presenza straniera non sempre corrisponda al numero dei “gestori” stranieri, poiché una singola persona può avere in capo anche più cariche.

Per superare questa limitazione le diverse ricerche hanno adottato meccanismi correttivi, limitando ad esempio l’analisi ai soli titolari di impresa, o ai soli imprenditori individuali per cui si dispone di dati più oggettivi. Questa scelta però porta con sé la necessità di distinguere il lavoro autonomo dall’imprenditoria.

 

2. Aspetti socio-economici favorevoli all’iniziativa imprenditoriale degli stranieri

L’imprenditorialità immigrata si è sviluppata nel contesto economico-produttivo italiano a partire dagli anni ’90 con un certo ritardo rispetto ad altri paesi europei dove il fenomeno era chiaramente percepibile sin dagli albori degli anni ’80.4 Le cause del ritardo sono attribuibili a fattori economici, storici e geografici, ma anche alla lentezza dell’iter legislativo di apertura al lavoro autonomo agli immigrati in Italia.

Attualmente, dopo un tortuoso percorso, gli immigrati finalmente incontrano in Italia un ambiente economico-produttivo, politico-istituzionale, e socio-culturale abbastanza fertile per il lavoro autonomo, per le ragioni di seguito approfondite.
Il contesto economico-produttivo

Riguardo al contesto economico-produttivo, l’Italia è un paese favorevole allo sviluppo delle attività imprenditoriali (piccola e media impresa). Secondo le statistiche rilevate dall’Istat nel 2018 il lavoro autonomo incide in Italia per circa un quarto sull’occupazione complessiva (23,2%), un valore molto più alto delle medie europee (15,7%).
Il contesto politico-istituzionale

Anche il contesto politico-istituzionale italiano si è recentemente aperto allo sviluppo dell’attività imprenditoriale degli immigrati. Il percorso normativo che ha reso possibile in Italia l’accesso al lavoro autonomo per i cittadini stranieri è stato piuttosto lento. È però anche da precisare che l’Italia solo recentemente è entrata nel gruppo dei grandi Paesi di immigrazione, e per conseguenza, finora, in assenza di un fenomeno quantitativamente significativo, non era stata percepita l’esigenza di legiferare sul tema del lavoro autonomo degli stranieri. Fino all’entrata in vigore della legge 40 del 1998, cosiddetta “Legge Turco-Napolitano”, l’accesso al lavoro autonomo era consentito, tramite una serie di accordi internazionali, solo ai cittadini provenienti dai Paesi verso i quali si dirigeva in passato l’emigrazione italiana, o era condizionata dall’acquisizione della cittadinanza italiana.

Questa clausola di reciprocità ha impedito per anni ai cittadini dei paesi da cui proviene la maggioranza degli immigrati di intraprendere in Italia il percorso imprenditoriale. La “Legge Turco-Napolitano” ha parzialmente rimosso questi vincoli consentendo agli immigrati in possesso di un regolare permesso di soggiorno di creare aziende individuali e di diventare soci di imprese cooperative, lasciando inibito solo l’accesso alle società di capitali (Martinelli 2003:28-29).5

Una volta aperte le vie della legalità, come era prevedibile, le attività autonome guidate da stranieri si sono diffuse rapidamente: in pochi anni le imprese “etniche” sono triplicate, passando dalle 67.000 dell’anno 2000 alle 181.000 del primo trimestre 2005 con un incremento del 170% (Micheli et al. 2006). È empiricamente dimostrata, quindi, nel contesto italiano, la rilevanza della liberalizzazione del commercio e dell’accesso al lavoro autonomo degli stranieri sulla crescita dell’imprenditoria immigrata.

Non sempre, però, la presenza di una regolamentazione completa crea condizioni favorevoli agli immigrati, anche in assenza di clausole discriminatorie. Proprio in Italia si riscontrano casi evidentissimi di incidenza in negativo in questo senso. È da dire che, proprio nel contesto italiano, l’alto tasso di imprenditorialità autoctona lascia già di per sé poche opportunità all’iniziativa da parte degli immigrati. Questa barriera è ancora più invalicabile nelle attività la cui diffusione è quantitativamente controllata e limitata dalle istituzioni. È qui che la penetrazione di nuovi attori, in particolare degli stranieri, si presenta problematica. Per esempio, il settore dei taxi in molte metropoli occidentali è appannaggio prevalentemente del lavoro indipendente degli immigrati; in Italia questo non avviene, perché la rigida regolamentazione disciplina in modo molto restrittivo la concessione di nuove licenze.

Alle difficoltà intrinseche del contesto normativo locale si stanno recentemente aggiungendo nuove misure ad hoc volute dall’ultimo governo italiano. Nel luglio 2018, infatti, nonostante la Costituzione della Repubblica italiana vieti le discriminazioni delle persone in base alla loro etnia, il Governo italiano ha introdotto la “vigilanza etnica” che obbliga l’Ispettorato del Lavoro a svolgere maggiori controlli sulle imprese gestite dagli stranieri. Le cosiddette “ordinanze anti-kebab” e i provvedimenti contro gli Internet Point e i Phone Center dell’ultimo decennio sono altri esempi di misure con forti ripercussioni sugli imprenditori stranieri.

L’atteggiamento meno incline agli immigrati dell’ultima legislatura italiana si percepisce non solo dalle normative e regolamentazioni dell’imprenditoria, ma anche dalle politiche generali. La più recente normativa in materia di immigrazione (decreto-legge n. 13/2018) mina la possibilità di regolarizzare la presenza sul territorio, riducendo l’applicabilità della clausola della protezione umanitaria, chiude le vie di ingresso legali (chiusura dei porti e procedure accelerate per l’esame delle domande di protezione internazionale) e riduce i casi di riconoscibilità dei permessi di lavoro. Il decreto sicurezza-bis dell’agosto 2019, mese in cui si completa la redazione di questo lavoro di ricerca, inasprisce le misure contro l’immigrazione clandestina.

Nel complesso, in Italia, mentre da un lato il contesto economico-sociale incline alla piccola impresa ed al lavoro autonomo si presta bene all’iniziativa imprenditoriale straniera (come mostra il gran numero di micro-imprese e il tasso elevato di lavoro autonomo), dall’altro alcune regolamentazioni limitano considerevolmente le opportunità per gli immigrati.

Contesto socio-culturale

In Italia, con le trasformazioni della vita sociale degli ultimi decenni, si è notevolmente accresciuto il fabbisogno di fornitori indipendenti di beni e servizi. Le nuove esigenze hanno indirettamente favorito la nascita di imprese, soprattutto straniere, labour intensive.

Come nota Ferrario (2016), la partecipazione delle donne al mercato di lavoro, l’aumento dei divorzi e, di conseguenza, l’occupazione femminile hanno determinato un incremento della domanda di personale domestico, che è stato coperto dagli immigrati, sia in qualità di piccoli imprenditori che di dipendenti, sopperendo a necessità che non vengono più soddisfatte autonomamente dal contesto famigliare.

Anche il mutamento dei gusti dei consumatori, la richiesta di beni, prestazioni e servizi personalizzati, continuano ad alimentare una domanda di operatori economici indipendenti. Secondo la ricerca condotta dalla Fondazione Moressa (2010), l’influenza della cucina etnica sulle abitudini alimentari degli italiani è in crescita, soprattutto tra i giovani che, oltre a dare un segnale forte di apprezzamento della commistione tra culture, nella cucina etnica trovano novità ed economicità (Ferrario 2016:20). In sintesi, i mutamenti del tessuto sociale italiano creano domanda di nuovi beni e servizi che incontrano l’offerta degli imprenditori immigrati.

Provando a valutare nell’insieme i diversi fattori fin qui esaminati, in Italia le normative di apertura all’imprenditoria immigrata si sono incrociate con l’evoluzione del fenomeno migratorio, con una nuova domanda del mercato e con una struttura economica che ha aperto spazio al lavoro autonomo di piccole dimensioni. Sono questi i fattori chiave che spiegano l’evoluzione dell’imprenditoria immigrata in Italia degli ultimi decenni.

 

3. Dimensione del fenomeno immigratorio e imprenditoriale

In questa sezione si prova a mettere in luce gli effetti dell’imprenditoria immigrata sul territorio italiano, in termini di contributo all’economia ed all’evoluzione. Per una trattazione più oggettiva, la disanima sarà accompagnata da un costante confronto con le fonti statistiche ritenute più attendibili.

Per “misurare” la presenza e l’evoluzione storica dell’imprenditoria immigrata in Italia si seguirà un approccio conforme a quello proprio dell’orientamento giuridico italiano, considerando due dimensioni: quella degli imprenditori immigrati (socio, titolare o amministratore) presenti nelle imprese attive registrate preso le Camere di Commercio e quella delle imprese gestite da stranieri.

Nel primo caso si analizzano i dati relativi agli imprenditori stranieri per nazionalità; nel secondo caso il focus sarà l’impresa immigrata, analizzandone la concentrazione territoriale e settoriale ed il loro impatto in termini di valore aggiunto.

La principale fonte statistica a cui si attingerà sarà il registro delle Camere di Commercio ed il sistema informativo di Infocamere, che raccoglie, elabora e divulga i dati delle aziende di immigrati. Si farà anche riferimento, in questo lavoro, ai risultati della ricerca condotta dalla Fondazione Leone Moressa e dal Centro Studi e Ricerche IDOS.6

 

3.1. L’immigrazione negli ultimi decenni

Oggi l’Italia è vista come paese d’immigrazione, ma gli italiani per lungo tempo sono stati un popolo di emigranti alla ricerca di lavoro e di migliori condizioni di vita verso i paesi soprattutto non europei, come gli Stati Uniti ed i paesi dell’America Latina, fino ad oltre la metà del secolo scorso. Nel corso degli anni Settanta l’Italia si è trasformata da paese di emigrazione a paese di immigrazione anche a causa del passaggio da un’economia industriale fordista ad un’economia post-fordista in cui lo sviluppo si è spostato soprattutto nel settore terziario e dei servizi.

Attualmente la popolazione immigrata è una componente non più considerabile transitoria della società italiana sia a livello sociale (residenti, nascite, alunni) che economico (lavoratori occupati ed imprenditori). Si conferma nel 2017 per il quarto anno una consistenza numerica stabile, intorno ai 5 milioni, e un’incidenza di circa l’8% sulla popolazione totale.7

Il grafico successivo illustra la dinamica della popolazione immigrata presente in Italia negli anni 2009 – 2017.

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Figura 2.2. – La popolazione immigrata in Italia negli anni 2009 – 2017 (valori assoluti)
Fonti: I dati degli anni 2009-2016 sono tratti da Fondazione Leone Moressa 2017: 72; i dati dell’anno 2017 sono un’elaborazione tratta da Centro Studi e Ricerche IDOS (2018: 9; 431).

Tra le prime cinque comunità straniere più presenti sul territorio italiano distinguiamo la comunità rumena, albanese, marocchina, cinese e ucraina (cfr. figura 2.3).

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Figura 2.3. – Dinamica delle prime cinque comunità residenti in Italia. Seria storica, (2008 – 2017)
Fonte: Elaborazione propria su dati di Centro Studi e Ricerche IDOS 2018: 13.

Gli occupati immigrati sono principalmente collocati al nord-ovest, anche se l’incidenza maggiore viene riscontrata nelle regioni del centro. Solo una minima parte lavora nel mezzogiorno (cfr. tabella 2.1).

Tabella 2.1. – Distribuzione territoriale della popolazione immigrata in Italia, 2017

Aree territoriali   Numero degli immigrati  %  % su totale residenti Soggiornati non comunitari 
 Nord-Ovest  1.727.178  33,6  10,7  1.331.352
 Nord-Est  1.225.466  23,8  10,5  963.913
 Centro  1.319.692  25,7  11  889.531
 Sud  624.866  12,1  4,5  389.788
 Isole  247.238  4,8  3,7  140.350
 Italia  5.144.440  100  8,5  3.714.934

Fonte: Centro Studi e Ricerche IDOS 2018: 431.

È opportuno evidenziare, a conferma di quanto detto, anche l’aumento, in percentuale, dei permessi di soggiorno concessi per motivi famigliari (39,3% nel 2017) coerente al forte incremento di presenza femminile e di giovani nei flussi migratori.

Questi dati, che descrivono il cambiamento della composizione demografica delle comunità straniere in Italia, spiegano perché la struttura immigratoria italiana non sia più considerata principalmente economica. L’istanziarsi definitivo di interi nuclei familiari di immigrati va a modificare anche il sistema sociale italiano, influendo sui consumi e sulle attività. Si registra, ad esempio, l’apertura di molte attività commerciali che forniscono prodotti definiti “etnici”. Gli immigrati, in definitiva, assumono una rilevanza sempre maggiore dal punto di vista demografico, occupazionale e socio-culturale. La conoscenza approfondita di tale evoluzione può spingere a rivalutare il fenomeno dell’immigrazione, promuovendo orientamenti meno ostili e più inclusivi.

 

3.2. Dati sulle imprese a conduzione straniera

Il quadro della piccola imprenditoria italiana è già, per tutta una serie di caratteristiche, un fenomeno peculiare nel panorama delle imprese in Europa.

L’Italia è il primo paese in Europa per numero di imprese, arrivando a contarne oltre 6 milioni se si includono quelle del settore agricolo. Di queste il 99,9% è costituito da PMI (piccole e medie imprese), di cui quasi il 95% sono micro-imprese sotto i 10 dipendenti. Andando ad esaminare più approfonditamente i dati, emerge che oltre il 65% delle imprese sono costituite come ditte individuali (Fondazione Leone Moressa 2016:83-84). Proprio questo panorama così frammentato, con forte protagonismo della piccola imprenditoria, facilita l’attecchimento dell’iniziativa immigrata, per varie ragioni, non ultima quella di presentare una concorrenza autoctona più alla portata, per lo meno dal punto di vista dimensionale.

 

3.2.1. Dinamiche e distribuzione territoriale

Negli ultimi anni l’avvio di attività imprenditoriali da parte degli stranieri sul territorio italiano è in forte crescita. A livello nazionale, già nel 2018 oltre 600 mila imprese delle oltre 6 milioni operanti in Italia sono condotte da soggetti nati all’estero (si veda al riguardo la figura 2.4). In altre parole il 9,9%, cioè un’impresa su dieci, è stata creata da immigrati, ed il trend in costante crescita rafforza il valore del dato, confermando l’incidenza degli immigrati sul tessuto di impresa nazionale.

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Figura 2.4. – Imprese totali, condotte da nati all’estero e da nati in Italia, valori assoluti (2011-2018).8
Note: (*) Rientrano nella definizione di imprese condotte da immigrati quelle in cui il titolare, nel caso delle imprese individuali, o la maggioranza dei soci e degli amministratori sono nati all’estero.
Fonti: I dati degli anni 2011-2017 sono tratti da Centro Studi e Ricerche IDOS 2018: 299; i dati dell’anno 2018 sono un’elaborazione tratta da Talamas (2018).

La grande maggioranza delle imprese gestite da immigrati (94,2%) è di esclusiva conduzione immigrata, a conferma della preferenza, da parte degli immigrati, a fare impresa quasi esclusivamente con connazionali oppure a creare imprese individuali piuttosto che mettersi in società con autoctoni.

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Figura 2.5. – La struttura imprenditoriale in Italia, 2018
Fonte: Elaborazione propria su dati Centro Studi e Ricerche IDOS 2018: 299; Talamas 2019.

Questo quadro conferma la configurazione di un’economia di enclave degli immigrati, cioè la costituzione di un secondo ecosistema che si affianca a quello autoctono, con cui però risulta scarsamente integrato. Dall’altro lato, la stragrande prevalenza delle ditte individuali è un dato in linea con le presunte maggiori complessità burocratiche e difficoltà di accesso al credito per gli stranieri rispetto agli autoctoni. Queste barriere limitano fortemente la diffusione di attività imprenditoriali più complesse e strutturate.

Osservando la distribuzione territoriale dell’iniziativa imprenditoriale degli immigrati si osserva il dualismo che tradizionalmente caratterizza l’andamento economico-produttivo del Paese. Infatti le imprese degli imprenditori immigrati si concentrano nelle regioni settentrionali, maggiormente industrializzate e che usualmente permettono una maggiore marginalità (cfr. figura 2.6).

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Figura 2.6. – Imprenditoria degli immigrati per aree territoriali, 2017, valori percentuali
Fonte: Propria elaborazione su dati Centro Studi e Ricerche IDOS 2018: 302.

A livello regionale, un quinto delle imprese condotte da immigrati si concentra in Lombardia (114.027 mila imprese registrate). L’alta concentrazione conferma il dinamismo del tessuto economico-produttivo della zona. Seguono il Lazio (77.125), la Toscana (54.852) e l’Emilia-Romagna (51.621). Emerge, quindi, che in sole quattro regioni si raccoglie più della metà degli imprenditori stranieri. La maggiore ricchezza di queste regioni sembra offrire anche spazi di sviluppo più ampi a conferma del rapporto tra sviluppo economico del territorio e presenza di immigrati che in tali regioni registra i tassi più alti; mentre le regioni meridionali, meno produttive, esercitano un minore richiamo (cfr. tabella 2.2).


Tabella 2.2. – Analisi comparativa delle attività imprenditoria degli immigrati e autoctoni per provincia in Italia nel 2017, valori assoluti e percentuali (2012 – 2017)

        Imprese immigrate Imprese italiane
Provincia Numero imprese di immigrati Distr. % Incidenza % su totale imprese Var. % 2016-17 Var. % 2012-17 Var. % 2016-17 Var. % 2012-17
 Piemonte  42.667  7,3  9,8  2,9  9,1  -1,0  -6,2
 Valle d’Aosta  669  0,1  5,3  -0,7  -2,6  -2,9  -7,7
 Liguria  20.564  3,5  12,6  3,7  17,2  -0,3  -4,9
 Lombardia  114.027  19,4  11,9  3,4  21,7  -0,1  -1,6
 Nord-Ovest  177.927  30,3  11,3  3,3  17,8  -0,4  -3,3
 Trentino Alto Adige  7.398  1,3  6,8  -0,6  11,1  -0,5  -0,4
 Veneto  48.818  8,3  10,0  2,5  15,4  -0,4  -3,8
 Friuli-Venezia Gulia  11.864  2,0  11,5  1,6  9,3  -0,7  -6,0
 Emilia Romagna  51.621  8,8  11,3  2,7  13,2  -1,1  -4,3
 Nord-Est  119.701  20,4  10,3  2,3  13,6  -0,7  -3,9
 Toscana  54.852  9,3  13,2  2,4  13,9  -0,5  -2,1
 Umbria  8.249  1,4  8,7  -0,3  14,6  -1,1  -1,8
 Marche  16.067  2,7  9,3  3,8  9,3  -0,4  -3,4
 Lazio  77.125  13,1  11,9  4,1  33,0  0,7  1,7
 Centro  156.293  26,6  11,7  3,2  22,0  0,1  -0,4
 Abruzzo  13.782  2,3  9,3  1,5  9,8  0,0  -2,6
 Molise  2.146  0,4  6,1  2,2  9,8  0,2  -0,4
 Campania  44.022  7,5  7,5  6,2  51,2  1,0  0,7
 Puglia  18.762  3,2  4,9  -0,1  17,8  -0,1  -1,4
 Basilicata  2.128  0,4  3,5  2,6  11,4  0,8  -2,3
 Calabria  14.760  2,5  7,9  2,7  23,6  0,9  1,4
 Sud  95.600  16,3  6,8  3,5  29,9  0,5  -0,3
 Sicilia  27.641  4,7  6,0  -0,8  15,4  1,6  -2,5
 Sardegna  10.337  1,8  6,1  -1,2  16,6  0,6  -3,7%
 Isole  37.978  6,5  6,0  -0,9  15,7  1,3  -2,2
 Totale  587.499  100,0  9,6  2,8  19,6  0,0  -2,0

Fonte: Centro Studi e Ricerche IDOS 2018: 302.

I valori della quarta colonna della tabella 2.2., che indicano l’incidenza delle imprese degli immigrati sul totale delle imprese italiane e straniere, confermano la maggiore attrattiva esercitata sugli stranieri dalle zone a maggiore produttività, evidenziando tassi al di sopra della media nazionale del 9,6%. L’incidenza più bassa si registra proprio nelle regioni meridionali e insulari, quelle, cioè, con minore reddito medio pro capite.

L’aumento del 19,6% delle imprese di immigrati nel quinquennio 2012-2017, osservabile nella stessa tabella, in contrapposizione al calo del 2,0% fatto registrare dalle imprese italiane nello stesso periodo, evidenzia anche un aspetto di compensazione dell’imprenditoria immigrata sul tessuto economico locale. L’area a maggior tasso di crescita è stata la Campania (+51,2%) seguita da Lazio (+33,0%) e Calabria (+23,6%).

È interessante notare che le regioni che si distinguono per maggior incremento del numero delle imprese gestite da stranieri si trovano al Sud. Il dato potrebbe essere interpretato a riprova della teoria dello svantaggio, secondo cui gli stranieri si lanciano in iniziative autonome per fronteggiare la scarsa possibilità di inserimento nel lavoro dipendente.

Concludendo, la tendenza dimostra quanto il contributo degli immigrati al tessuto economico italiano si sia rilevato determinante per mantenere in positivo il trend dell’intero sistema imprenditoriale del Paese.

 

3.2.2. Distribuzione per forma giuridica e settore di attività

Le imprese condotte dagli imprenditori stranieri regolarmente iscritte alle Camere di Commercio nel 2017 sono 587.499. Ben il 79,3% di esse (circa 462mila) operano nella forma di impresa individuale, con un’incidenza nettamente superiore a quella degli autoctoni (52,7%). Il dato si spiega attraverso le già citate complessità burocratiche di accesso al credito e la limitata disponibilità di capitale degli imprenditori immigrati.

È però interessante notare la presenza, seppure con valori numerici ancora non molto elevati, delle forme giuridiche più strutturate come società di capitale (13,1%, con circa 77 mila imprese), società di persone (6,6%, con circa 38 mila imprese), cooperative e altre forme societarie (1,7%, circa 10 mila). È in aumento anche la partecipazione dei migranti alle start-up innovative (Centro Studi e Ricerche IDOS 2018:299).

Per valutare in profondità la capacità degli stranieri di inserirsi e di incidere nelle economie locali è significativo osservarne la distribuzione settoriale.

L’imprenditorialità degli stranieri è tradizionalmente caratterizzata da una forte concentrazione in tre comparti di attività. Commercio, servizi e costruzioni, infatti, raccolgono da soli 434.226 delle imprese condotte da immigrati, toccando la percentuale del 76,0% sul totale (cfr. tabella 2.3).

Tabella 2.3. – Imprese di stranieri e italiani per principali attività economiche, 2016 (Valori assoluti e incidenza percentuale)

        Straniere Italiane
Settore Imprese straniere Distr. % % str/tot Var. % 2015/2016 Var. % 2011/2016 Var. % 2015/2016 Var. % 2011/2016
Commercio 207.032 38,50 13,40 3,3 32,40 -0,60 -3,70
Costruzioni 130.771 24,30 15,50 1,4 4,8 -1,4 -8,8
Servizi 96.423 17,90 6,40 5,6 39,60 1,2 4,1
Manifattura 44.612 8,30 7,70 2,7 12,80 -1,4 -8,1
Alberghi/rist. 44.101 8,20 10,10 6,5 46,00 1,8 8,4
Agricoltura 15.347 2,90 2,0 5,2 14,90 -0,4 -10,1
Totale (1) 571.255 100,0 9,40 3,7 25,80 -0,1 -2,7


Note: (1) Nel totale sono incluse anche 32.958 imprese non classificate
Fonte: elaborazioni Centro Studi e Ricerche IDOS 2017: 21.

Dalla tabella 3.2 si evince che il settore ampliamente preferito dagli immigrati sia quello del commercio che impegna il 38,5% delle imprese straniere, seguito da quello delle costruzioni con il 24,3% e da quello dei servizi con il 17,9%.

Proprio l’edilizia è il comparto con la più alta presenza percentuale di immigrati sul totale (15,5%). È ipotizzabile che in tale percentuale sia compresa un’ampia fascia di lavoratori ex dipendenti. La maggiore incidenza rispetto alla media è riscontrabile anche nella ristorazione (bar, alberghi, ristoranti), mentre si nota una presenza particolarmente bassa di imprenditori immigrati nel settore agricolo, con appena il 2%.

Rispetto al 2011, nel 2016 le imprese straniere sono aumentate di oltre il 25%, contro una diminuzione di quelle italiane del 2,7%; gli aumenti più rilevanti si sono registrati nella ristorazione (+46%) e nei servizi (+39,6%).

Una riflessione a parte merita il settore delle costruzioni dove, dal 2011 al 2016, le imprese italiane hanno avuto un calo dell’8,8%, a livello settoriale secondo solo a quello dell’agricoltura (-10.1%). Proprio nel settore delle costruzioni si osserva la più alta percentuale di incidenza di imprese immigrate, pari al 15,5%. Questi dati, letti nel loro insieme, confermano l’ipotesi della successione ecologica, secondo cui i dipendenti immigrati di aziende autoctone sostituiscono, col tempo, gli imprenditori italiani.

La preferenza accordata dagli stranieri alle attività commerciali è confermata da un più recente studio presentato al Convegno “Migrazione, Accoglienza, Inclusione, Co-sviluppo. Il ruolo delle Diaspore Med-Africane” tenutosi a Roma il 14 marzo 2019, che fotografa la distribuzione di imprese straniere al 31 dicembre 2018. Dai dati emerge che circa 162mila imprese immigrate operano infatti nel commercio al dettaglio (con una percentuale del 19,1% sul totale dello stesso settore); al secondo posto per numero assoluto di imprese straniere compare il settore dei lavori specializzati (110.886 mila imprese straniere con incidenza del 21,7% sul totale di imprese del settore), mentre il settore dei servizi di ristorazione risulta essere la terza preferenza in valore assoluto, con poco più di 45mila unità, pari all’11,6% sul totale di imprese del settore.9

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Figura 2.7. – Imprese di stranieri per le principali attività economiche al 31 dicembre 2018 (Valori assoluti)
Fonte: Elaborazione propria sui dati di Talamas (2019).

È evidente la prevalente concentrazione degli immigrati in alcuni comparti lasciati liberi dagli imprenditori italiani come edilizia, commercio e ristorazione, che congiuntamente non richiedono notevoli competenze specialistiche né elevati investimenti iniziali, e che consentono all’imprenditore straniero di esprimere le proprie competenze maturate anche prima dell’immigrazione o quelle legate alle tradizioni e alla cultura del paese di origine. Riassumendo, la concentrazione dell’imprenditoria immigrata in alcuni specifici settori è conseguenza di un insieme eterogeneo di motivi che spazia dalle tematiche di accessibilità alle competenze personali, includendo anche aspetti normativi del settore. Esercita un’influenza tangibile anche la predisposizione culturale del gruppo etnico, a conferma delle teorie culturali menzionate nel capitolo 1, come rilevabile nella figura seguente.

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Figura 2.8. – Imprese individuali di stranieri in Italia. La leadership dei paesi nei principali settori dell’economia. Valori assoluti al 31 dicembre 2017
Fonte: Unioncamere-InfoCamere 2018.

 

3.2.3. Valore aggiunto delle imprese di immigrati

Il valore aggiunto è un indicatore che si presta bene a misurare l’incidenza economica di particolari gruppi di soggetti e imprese. Con il focus puntato sulle attività condotte da stranieri, i dati del 2016 rivelano un contributo del 6,9% sulla creazione del valore aggiunto (102 miliardi di euro) con una crescita del 5,8% rispetto all’anno precedente.10 Mediamente al Centro-Nord l’incidenza è più rilevante (in Toscana il 9,1%, in Emilia-Romagna l’8,6% e in Lombardia l’8%) mentre al Sud è più contenuta, attestandosi sotto il 4% in molte regioni (cfr. figura 2.9).

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Figura 2.9. – Valore aggiunto prodotto dalle imprese immigrate per regione (mln. euro), 2016
Note: (1) La percentuale in parentesi indica l’incidenza dell’imprenditoria straniera sul totale del VA prodotto da imprese straniere e autoctone nella stessa regione.
Fonte: Elaborazione propria su dati Fondazione Leone Moressa 2017: 115.

Spostando l’attenzione sulla distribuzione settoriale, le aziende straniere che concorrono maggiormente alla creazione della ricchezza sono quelle che operano nel settore dei servizi: si tratta di oltre 43 miliardi di euro (il 42,4% del totale). Il commercio produce circa 22 miliardi e la manifattura 19 miliardi (cfr. figura 2.10).

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Figura 2.10. – Valore aggiunto prodotto dalle imprese immigrate per settore (mln. euro, %) nel 2016
Fonte: Elaborazioni propria su dati di Fondazione Leone Moressa 2017: 116.


Considerando l’incidenza del valore aggiunto sul totale di ciascun settore, l’edilizia è il comparto con il maggior contributo degli immigranti (15,8%), seguito dal commercio (13,2%) e dalla ristorazione (10,6%).11
Letti complessivamente, i dati testimoniano la crescente incidenza dell’imprenditoria immigrata nel sistema produttivo italiano, la continua espansione in tutte le regioni e in tutti i settori, fenomeni che, se adeguatamente valorizzati, potrebbero aprire nuove opportunità di sviluppo occupazionale, promuovendo la nascita di nuovi servizi e l’intensificazione dei rapporti commerciali con i paesi d’origine.

 

3.3. Dati sugli imprenditori immigrati

Le percentuali di imprenditori stranieri in Italia ricalcano quasi perfettamente le dinamiche dell’immigrazione nel Paese. Ai primi posti per numero di imprenditori troviamo infatti proprio le nazioni quantitativamente più presenti a livello nazionale.
Dai dati del 2017 emerge che la nazione straniera con la maggiore presenza di imprenditori in Italia è quella marocchina (73.272, corrispondenti al 10,6% del totale), seguita da quella cinese (71.354 imprenditori, pari al 10,3%), da quella rumena (65.823 imprenditori pari al 9,5%) e al quarto posto, da quella albanese, con una percentuale del 6,2%.

Tabella 2.4. – Imprenditori immigrati in Italia per Paese di nascita al 31 dicembre 2017

Paese di nascita Presenza in Italia, 2017 Incidenza, % del totale stranieri % donne Imprenditori immigrati Incidenza, % sul totale imprenditori immigrati Posto, imprenditoria immigrata
Romania 1.190.091 23,1 57,5 65.823 9,5 3
Albania 440,465 8,6 48,9 42.540 6,2 4
Marocco 416.631 8,1 46,7 73.272 10,6 1
Cina 290.681 5,7 49,6 71.354 10,3 2
Ucraina 237.047 4,6 78,0 7.225 1,0 23
Filippine 167.859 3,3 56,9 1.629 0,2 48
India 151.791 3,0 40,9 9.763 1,4 15
Moldavia 131,814 2,6 66,4 7.495 1,1 21
Bangladesh  131.9672,6 2,6 26,9 36.675 5,3 5
Egitto 119,513 2,3 32,7 26.079 3,8 8

Fonte: Propria elaborazione dai dati di Fondazione Leone Moressa 2018: 167 – 176.


Tali dati sono in linea in molti casi anche con l’anzianità migratoria di determinate comunità, evidenziando valori più alti di iniziative imprenditoriali proprie per quelle nazioni le cui ondate migratorie hanno avuto inizio in tempi più lontani. È questo il caso per esempio della comunità marocchina, oggi prima in Italia per presenza imprenditoriale, e non a caso una delle comunità che per prime hanno alimentato il fenomeno migratorio verso l’Italia negli ultimi decenni. Negli stessi dati si legge anche un lampante riflesso delle dinamiche politiche ed economiche che hanno accompagnato l’evoluzione dei rapporti tra l’Italia ed i paesi esteri. È il caso, ad esempio, della Romania, entrata nell’Unione Europea nel 2007, che ora figura tra i primi partner commerciali dell’Italia, a dimostrazione dell’importanza dell’imprenditoria immigrata ai fini dell’espansione delle attività produttive e commerciali oltre i confini nazionali (Fondazione Leone Moressa 2016:92).

Non tutte le maggiori comunità immigrate in Italia, però, vantano una percentuale di imprenditori proporzionale a quella di presenza sul territorio italiano. Ad esempio le comunità filippine ed ucraine, pur avendo un’importante presenza numerica, non rientrano nei primi venti posti della graduatoria, dimostrando così una bassa propensione all’imprenditorialità.

I filippini al 31 dicembre 2017 erano 167.859 pari al 3,3% del totale degli stranieri residenti (6° posto), di cui solo lo 0,2% (1.629) erano imprenditori (48° posto). Gli ucraini erano 237.047, pari al 4,6% (5° posto) ma registravano solo l’1,0% di imprenditori (7.225), risultando al 23° posto (Fondazione Leone Moressa 2018:171-172; Centro Studi e Ricerche IDOS 2018: 431).

La sensibile discrepanza tra l’incidenza sul tasso di immigrazione e quello di imprenditorialità per queste due comunità si spiega, e le avvalora, con le teorie culturali. Se si guarda all’Ucraina, per oltre 70 anni (dal 1917 al 1991) la nazione ha fatto parte delle 15 repubbliche socialiste dell’ex Unione Sovietica, dove la demercificazione economica imposta dallo stato ha pressoché completamente impedito lo sviluppo di attività autonome, inibendo qualsiasi abilità e propensione culturale verso l’iniziativa imprenditoriale.12

 

3.4. Realtà dell’imprenditoria immigrata nel contesto romano

Seconda regione italiana dopo la Lombardia per numero di imprese straniere, il Lazio è al primo posto tra le regioni del Centro Italia (con 77.125 imprese registrate al 31.12.2017). Osservando invece le città metropolitane, Roma risulta essere prima al livello nazionale per quantità di imprese straniere. Nella capitale risiede praticamente la totalità delle imprese straniere della regione Lazio, esattamente 65.729, pari al 13,4% del totale nazionale. Tale valore, che supera ampiamente la media nazionale del 9,5%, conferma come le imprese straniere rappresentino una componente ormai strutturale e sempre più consolidata del tessuto economico romano (cfr. tabella 2.5).

Tabella 2.5. – Imprese di stranieri. Top 10 per numero, per incidenza percentuale sul totale imprese e per valore del saldo al 31.12.2017

Top 10 per numero di imprese Top 10 per incidenza % sul totale imprese Top 10 per valore del saldo
(41,2 % del totale) Imprese registrate Province % sul totale (54,3% del saldo totale) Saldo 2017
Roma 65.729 Prato 27,9 Roma 2.777
Milano 54.458 Trieste 16,0 Milano 2.251
Torino 25.232 Firenze 15,8 Napoli 1.982
Napoli 22.674 Imperia 15,0 Torino 925
Firenze 17.389 Reggio Emilia 14,5  Firenze  551
 Brescia  13.256  Milano  14,4  Brescia  446
 Bologna  11.261  Roma  13,4  Genova  409
 Genova  11.211  Gorizia  13,1  Bologna  373
 Verona  10.901  Genova  13,0  Venezia  366
 Bergamo  9.911  Pisa  12,5  Prato  352
 Italia  587.499  Italia  9,5%  Italia  19.197

Fonte: Unioncamere Camere di Commercio d’Italia 2018.

Secondo il Centro Studi e Ricerche IDOS (2018) il Lazio si conferma come una delle regioni più accoglienti, presentando una popolazione che si compone per l’11,5% di cittadini immigrati. Con questa percentuale, il Lazio si colloca al secondo posto dopo Emilia Romagna, alla pari con la Lombardia, attestandosi nettamente al di sopra del dato medio nazionale (8,5%). Gli stranieri residenti nel Lazio rappresentano il 13,2% del totale nazionale e oltre la metà di quelli del Centro Italia (51,5%).

In questi valori incidono in misura significativa i “grandi numeri” di Roma Capitale. Rammentiamo che Roma Capitale, essendo un importante polo attrattivo culturale, è al primo posto in Italia per presenza di stranieri residenti. Roma Capitale con 556.794 residenti stranieri (12,8% della popolazione) comprende circa l’81,9% dei residenti stranieri dell’intera regione (p. 388; 439). Di questi il 53,69% (298.949) provengono da paesi europei, il 26,51% (147.589) ha origine asiatica, mentre l’11,3% (62.897) proviene dall’Africa, l’8,42% (46.890) dall’America e lo 0,06% (380) dall’Oceania. Romania, Filippine, Bangladesh e Cina, in ordine decrescente, rappresentano le quattro nazionalità più numerose a Roma ed insieme costituiscono oltre la metà dei residenti stranieri (51,19%).

Segue il dettaglio dei paesi di provenienza dei cittadini stranieri residenti a Roma divisi per continente di appartenenza ed ordinato per numero di residenti.

Tabella 2.6. – Residenti stranieri, Roma, valori assoluti e percentuali nel 2018

Paesi Area Numero %
Romania Unione Europea 183.908 33,03
Filippine Asia orientale 44.097 7.92
Bangladesh Asia centro meridionale 34.491 6.19
Repubblica Popolare Cinese Asia orientale 22.541 4.05
Ucraina Europa centro orientale 19.929 3.58
Polonia Unione Europea 18.473 3.32
India Asia centro meridionale 16.761 3.01
Albania Europa centro orientale 16.204 2.91
Perù America centro meridionale 15.304 2.75
Egitto Africa settentrionale 14.852 2.67
Repubblica Moldova Europa centro orientale 12.574 2.26
Marocco Africa settentrionale 8.896 1.6
Bulgaria Unione Europea 6.433 1.16
Federazione Russa Europa centro orientale 2.994 0.54
Bielorussia Europa centro orientale 857 0.15
Altri paesi 138.481 24,87
Totale 556.794 100

Fonte: Propria elaborazione dai dati di (Tuttitalia 2019).

Si noti come, tra le nazionalità provenienti dall’Europa centro-orientale, Ucraina, Albania e Repubblica Moldova occupino in ordine i primi tre posti in quanto a presenza di immigrati in Italia. Proprio la lettura di questi dati, unitamente ad altre considerazioni che saranno approfondite in seguito, ha ispirato la scelta del campione di nazioni prese in esame per la ricerca empirica che sarà relazionata nei successivi capitoli di questo lavoro.

 

Conclusione

La significativa presenza ed il progressivo inserimento economico-sociale degli immigrati nel panorama italiano non solo hanno modificato il quadro sociale locale, ma hanno dato origine ad un processo di trasformazione del Paese.

L’imprenditorialità straniera non può essere ancora oggi considerata come un’attività marginale, ma piuttosto come una risorsa importante per la crescita del Paese, una nuova opportunità di sviluppo economico e di innovazione, una realtà concreta nel sistema produttivo, già tangibile nei numeri, dinamica e con propensione alla crescita.

L’analisi delle statistiche presentate nel capitolo ha infatti evidenziato non solo il valore aggiunto, nella sua accezione economica, riconducibile al fenomeno migratorio, ma anche il suo ruolo di parziale mitigazione degli effetti della crisi economica nell’ultimo decennio.

Olha Kostyuk

 

NOTE:

1 Le attività autonome possono essere svolte nei modi seguenti: esercizio di arti o professioni (artisti, professionisti dello sport e dello spettacolo, professionisti intellettuali: avvocati, medici, commercialisti, ecc.); collaborazione a progetto, cioè un rapporto di lavoro autonomo in base al quale il collaboratore assume, senza vincolo di subordinazione, l’incarico di eseguire un progetto o un programma di lavoro (o una fase di esso), gestendo autonomamente il proprio lavoro in funzione del risultato da raggiungere; lavoro autonomo occasionale che si considera esercitato in modo sporadico, di durata complessiva non superiore a 30 giorni nel corso dell’anno solare (nei confronti dello stesso committente) e con un compenso complessivo percepito nel medesimo anno solare da tutti i committenti non superiore a 5.000 Euro (Unioncamere 2014:29-32).
2 In contrapposizione, seguendo l’impostazione schumpeteriana, come già è stato menzionato, il fattore determinante che definisce l’imprenditore è la capacità di innovare, non l’appartenenza a un’azienda.
3 Si osservi che la formulazione non abbraccia i lavoratori autonomi e gli imprenditori stranieri nati in Italia (e le imprese da questi controllate), mentre include gli immigrati che hanno acquisito la cittadinanza italiana e i cittadini italiani nati all’estero.
4 Ad esempio nei paesi dell’Europa centro settentrionale.
5 Grazie alla legge Turco-Napolitano, a tutti gli immigrati non comunitari è stato concesso di cimentarsi nell’apertura di un’impresa indipendente introducendo il Fondo nazionale per le politiche migratorie (art.43), destinato al finanziamento dei programmi annuali di Stato, Regioni, Province e Comuni per l’integrazione dei immigrati e delineando per la prima volta una policy di integrazione che non si limita all’enunciazione di principi ma prevede istituzioni apposte, misure e interventi specifici, e risorse finanziarie.
6 La Fondazione Leone Moressa è un istituto di ricerca nato nel 2002 da un’iniziativa dell’Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre Cgia. L’attività della Fondazione consiste nella realizzazione e diffusione di studi statistici sull’economia dell’immigrazione in Italia.
7 Per ulteriori approfondimenti si rinvia alla tabella 1 in Appendice 1.
8 Per ulteriori approfondimenti si rinvia alla tabella 2 in Appendice 1.
9 Per ulteriori approfondimenti si rinvia alla tabella 3 in Appendice 1.
10 Per ulteriori approfondimenti si rinvia alla tabella 4 in Appendice 1.
11 Per ulteriori approfondimenti si rinvia alla tabella 5 in Appendice 1.
12 La teoria di Engelen (2001) già illustrata nel 1° Capitolo descrive lo studio dei processi di commodification (mercificazione), con scarso controllo statale e decommodification (demercificazione), con alta presenza dello Stato.

Family Farms in Poland

Adam Koziołek

 

As stated in Polish Constitution, a family farm is a base of Polish agriculture system (Art. 23 of the Constitution). On the other hand, the Act on the formation of agricultural system dated on Apr 11, 2003 defines the family farm as maintained by an individual farmer with the total surface of their utilised agricultural area no bigger than 300 ha.pdf

Reports prepared by Statistics Poland [GUS] which describe Polish farmlands define them as ‘individual farms’. For GUS, a farm is maintained by a natural person and its surface is equal or bigger than 1 ha of utilised agricultural area [UAA], and farms with surface below 1 ha of UAA specialising in agricultural production on a significant scale, including special branches of said production.

 

Domination of small farms

As of 2018, there are 1 420 668 family farms in Poland which constitutes 99,9 % of all farms (table 1). In total, they use 12 994 478 ha of utilised agricultural areas i.e. 96 % of all utilised agricultural areas in the country.

 

Table 1 Individual farms in Poland by area categories

Categories of utilised
agricultural areas 
Number  %
Total   1421742  100,0
Up or equal to 1 ha   24077  1,7
1–2ha   4959  20,0
2–3ha   190886  13,4
 3–5 ha   257910  18,1
 5–7 ha   156741  11,0
 7–10 ha   157992  11,1
 10–15 ha   141825  10,5
 15–20 ha   70478  5,0
 20–30 ha   63030  4,4
 30–50 ha   42073  3,0
 50–100 ha   21504  1,5
 100–200 ha   7416  0,5
 200–300 ha   1779  0,1
 300–500 ha   710  0,0
 500–1000 ha   312  0,0
 exceeding 1000 ha   52  0,0

Source: GUS, data as of 2018, blue coding – individual farms that are not family farms in accordance with the Act on the formation of agricultural system

It is worth mentioning that more than a half (51,5%) of individual farms in Poland utilise no more than 5 ha which is a sign of considerable agrarian fragmentation. From 5 to 10 utilise 22,1 % of agricultural holdings whereas more than 10 ha and no more than 15 ha – comprises 10.5% of holdings. There are 5 % of agricultural holdings with 15 and no more than 20 ha, from 20 and no more than 30 ha – 4,4% , from 30 ha and no more than 50 ha – 3 %. Merely 3 % of Polish individual holdings utilise from 50 to 300 ha. The average surface of an individual holding amounts to 9,51 ha, excluding holdings of less than 1 ha – 9,67 ha. It should be noted, however, that official data does not include the scale of the so called unofficial lease. The majority of smaller farmlands (surface 15 to 20 ha) is unofficially rented which enlarges medium size holdings. Unfortunately the scale of this phenomenon has not been measured for farmers themselves rarely officially admit to leasing land.

Most agricultural holdings is in the following voivodeships: Mazowieckie (15% of all holdings in the country), Lubelskie (around 13%) and Małopolskie (around 10%) (central and south-eastern parts of country). Conversely voivodeships with the smallest amount of holdings are the following: Lubuskie (1,4%), Opolskie (close to 2%) and Zachodniopomorskie (2%) (west and south-west). Holding structure is regionally-differentiated. The biggest participation of holdings of area up to 2 ha of UAA in the total number of holding in the voivodeship scores is noted in the South i.e. in the Podkarpackie i Małopolskie voivodeships whereas the smallest in Podlaskie and Zachodniopomorskie ones. Conversely, the biggest amount of holding if the surface more than 50 ha is located in the following voivodeships: Wielkopolskie, Zachodniopomorskie and Śląskie, and the smallest in Świętokrzyskie and Małopolskie Voivodeships. It needs to be emphasized that current agrarian conditions of family holdings in Poland is still considerably affected by historically shaped development (both 19th century Partition of Poland and also those linked to 2WW and communism).

 

30 % of holdings maintain themselves from farming only

In the current socio-economic circumstances, the lease has gained more influence on the form of utilising lands by family holdings. Since 2016 restricted regulations has been in effect in Poland regarding farmlands market which contributed to stagnation in prices of farmlands and at the same time focus on the lease as a primary form of land management. The aforementioned lands are legacy after state collective farms eradication in the 90s. Land belonging to state resources is usually not for sale.

Based on the research conducted by the Institute of Agricultural and Food Economics [IERGiŻ] it is estimated that around 20 % of holdings in Poland use own or leased land. Among holdings of above 20 ha of utilised agricultural area, more than a half is arranged in the model of own and lease land. Among operators of area of at least 50 ha land is lease by nearly 70 % of farmers.
Even after ceasing their agricultural activities, holding owners do not dispose of their lands but instead rent them out, and it is more and more frequent among their successors. Farmers lease land not only from private owners but also from the State through The Agricultural Property Agency.

Despite arrested growth of farmland prices in Poland in recent years, it is considerably expensive in Poland in relation to revenue from agricultural holdings. 1 hectare of an arable land on private markets, this means if both a seller and a buyer are farmers, its average cost amounts to around 48 000 PLN (around 10910 euro). The average income from individual agricultural holdings in 2018 amounted to 2715 PLN/ha (around 617 euro). To buy the hectare of land Polish farmer would have to dedicate their income from almost 18 ha which, in the situation when the area of the majority of Polish holdings does not exceed 15 ha, is practically unfeasible. It is worth mentioning that an average income from family farm per full-time employed person is smaller than an average annual net income in national economy by 26,5 % (GUS, as of 208).

More than 90 % of individual holdings in Poland operates in the model of productive assets transferred to the next generation.

It needs to be emphasized that agricultural activity is the main source of income, this is to say a source of income exceeding 50 % of income in total, for merely 1/3 of holdings. Apart from agricultural activities, additional source of income for farmers are the following: activity as an employed person, annuity and pension (around 30 %) and extra agricultural activities.

Around 3% of holdings operate in sectors different than agricultural sectors but directly connected with an agricultural holding. Among the most popular the following can be enlisted: service activities with use of own equipment (agricultural and non-agricultural services), agro-tourism and produce processing.

Natural persons living out of agricultural activities do not pay an income tax. They are liable, however, to a rural tax which depends on the quantity, type and quality of utilised agricultural area. It constitutes an equivalent of around 2,5 dt of rye per ha per year (131,23 PLN/ha which is around 30 EUR/ha in 2018). Farmers operating in special branches of agricultural production are liable to an additional personal income tax. Farmers operating in agriculture can account for VAT with normal tax rules applied or use VAT exemption by taking the status of the so called flat-rate farmer.

 

Grain crops/ Cereal domination

Adam Ciemniewski ŻniwaNearly 84 % of holdings in Poland operate chiefly in grain cultivation which constitute around 72 % of total cropped area. On the second position there are industrial plants (10,6 %), and then fodder plants – 9,4 %. Similar sowing model, although detrimental from agricultural engineering angle, is a consequence of selecting those crops by farmers that are most profitable.

Among grain crops the most popular is wheat which occupies more than 34 % of area for grain sowing, triticale in sown on the 18 % of area. In the total sown area 2,7% is for potato-growing (it decreases annually), and 2,5 % of legumes for grain. Industrial plants, including rapeseed and turnip rape are cultivated on the area of around 9,7 %, and fodder plants (altogether with mixture of cereal and pulses for the production of grain) – 9,4%. Sugar beet is cultivated by around 33 000 of individual holdings, and an average cultivation area is 7,3 ha. The amount of growers is decreasing year by year, however, the area of cultivation per holding is increasing. After the abolition of sugar quotas the cultivation of sugar beets is becoming less profitable in Poland.

Around 900 000 of holdings own meadows, and permanent pastures are owned by 115 000 holdings. On average, there are around 3 ha of pasture and 3 ha of meadow per holding.

In recent years, dynamic modernisation, intensification and specialisation of agricultural production have been observed, and alongside its regionalisation. Intensive crops growing, especially wheat and sugar beet and rapeseed, has been more and more frequent in the south-eastern and western part of the country and Żuławy and Warmia regions.

On the other hand, central, eastern and northern parts of Poland are lands with predominant rye, cereal mixtures and corn cultivation, whereas orchards and fruit plantations are based in Lublin, Mazowsze (Grójec region) and Ziemia Sandomierska, Łódzkie voivodeship to Greater Poland belt.

 

Switch from pigs to cattle

Despite significant fluctuations of milk prices worldwide, family farms in Poland are interested in cattle farming. Total cattle population (as of 2018), according to GUS, amounts to 6,2 mln heads and exceeds by 2,4 % population as of December 2017. The results of examination of cattle population conducted by GUS in December 2018 shown that holdings of livestock farming of above 20 heads/animals were located in 77,1 % of country population in which holdings above 100 heads contained 19,7% of population. Milk production in 2018 amounted to 13768 millions litres, and an average annual milk yield per cow was at the level of 5747 litres. Dairy farming is based mostly in Podlaskie, Mazowieckie, Warmińsko-mazurskie and Wielkopolskie voivodeships. The Polish pain point is milk overproduction, and 30-40 % needs to be exported. It affects buying-in prices since dairies (especially dairy cooperatives) are highly dependent on retail sector that impose unfavourable dairy sales conditions.

As cattle population is on the increase, animal of porcine species is decreasing. As of December 2018, it amounts to 11 millions animals and is 7,4 % smaller than a year ago. Apart from pigs for slaughter, the population of all porcine species is declining p.a. The greatest decline is observed in the number of gestating sows, breeding sows and piglets. It is a sign of progressing resignation of farmers from piglets farming and switching focus on pigs for fattening by means of imported piglets, inter alia, through animal husbandry.

As indicated by GUS, nearly half of pigs population is farmed in holdings owning 100 animals and more. Farming of animals of porcine species is based mostly in Łódzkie, Wielkopolskie and Kujawsko-Pomorskie Voivodeships.
The decline of pigs population derives from stamping-out of flocks due to occurrences of African Swine Fever and due to implementation of biosecurity requirements to prevent flocks from that disease. Some farmers resign from pigs production and switch to fattening cattle production. Historically it should be pointed out that there was a long period of buying-in low prices between 2006 and 2010 which discouraged farmers from this sort of production. It was also due to the fact that the biggest meat establishments were sold to American (Smithfield) and Danish (Danish Crown) companies.

 

EU support

Since Poland’s accession to EU the financial support for farmers from Union funds has been one of the key factors in the increase of farmers’ income, especially direct payments. However, it needs to be noticed that as a result of agrarian fragmentation (namely a considerable amount of small holdings), level of aforementioned payments is lower in Poland than in the rest of EU countries. According to estimations of the Institute of Agricultural and Food Economics, 2/3 of Polish farmers receives in direct payments the sum not exceeding 5000 PLN per year, i.e. around 400 pln per month. During 2019 campaign, there were 1335 thousands applications for direct payments. The direct payment system is complementary with other forms of support for agriculture and rural areas within the frames Pillar II of the Common Agricultural Policy [CAP], namely European Agricultural Fund for Rural Development (EAFRD). Among others the aid in the form of:

  • Restructuring measures, including for example support for small holding farmers, small holdings restructuring;
  • Investments, including for example aid for young farmers, agricultural holdings modernisation, support for processing agricultural retail included,
  • Agri-environmental measures and support for less favoured areas [LFA], NATURA 2000;
  • Support for groups and organisations of agricultural producers.

As a consequence of Union subsidies there were investments with facilitated access to loans. Last 2 years of draught, buying-in low prices of pigs until 2018, dairy market crisis contributed to the fact that many farmers ran into debts and struggle with payments. As per Biuro Informacji Gospodarczej [Translator note: Polish institution collecting data about recalcitrant debtors], 3,8 % have difficulties with timely repayments, namely loan instalments and all kinds of invoices 9 data as of first half of 2019). Individual farmers owe 501 millions PLN to various institutions, and if on top of that we add consumer loans, it will increase by 460 millions pln in arrears, which adds up to more than 960 millions PLN in total (around 218 millions euros).

 

Adam Koziołek

Piccoli agricoltori in Mozambico:

una scommessa per il futuro

Bruno Bignami

In queste poche righe, vorrei provare a condividere una analisi, seppur succinta e non esaustiva, su un esempio di approccio all’agricoltura familiare in un contesto di estrema povertà quale è il Mozambico. pdf
A tal fine è necessario anzitutto comprendere alcune caratteristiche del paese per poter poi entrare più in dettaglio con analisi più specifiche.

Il Mozambico rimane uno dei paesi più poveri del mondo1, ha una popolazione di oltre 27 milioni di persone, di cui più della metà ha meno di trent'anni2. La speranza di vita alla nascita è inferiore a cinquantacinque anni. Elevati livelli di fame e malnutrizione sono prevalenti sia nelle aree urbane che in quelle rurali. Epidemie mortali come la malaria, la tubercolosi e l'HIV/AIDS continuano ad alterare negativamente la struttura sociale del Mozambico e la promozione della parità di genere rimane una sfida. Circa il 52% della popolazione mozambicana è costituita da donne e il 72,2% delle donne vive in zone rurali. Gli indicatori di sviluppo umano per le famiglie guidate da donne sono estremamente bassi. Sono stati compiuti sforzi per garantire l'accesso all'istruzione, ma permangono discrepanze, soprattutto per le ragazze delle regioni più povere (spesso rurali). I tassi di completamento degli studi rimangono estremamente precari in tutto il paese. I livelli di analfabetismo sono molto più elevati tra le donne (63,1%) che tra gli uomini (33,2%). Le donne e le ragazze, in particolare, sono il gruppo più vulnerabile all'HIV/AIDS, con una percentuale di donne affette dal virus tre volte superiore a quella degli uomini nella fascia di età 15-24 anni.

L'agricoltura è la principale fonte di reddito in Mozambico; il settore occupa il 90% della forza lavoro femminile e il 70% di quella maschile e rappresenta un pilastro dell'economia nazionale, contribuendo a più del 20% del PIL. Si stanno compiendo progressi nella realizzazione di un'agricoltura sostenibile, ma essa è ancora ostacolata dallo scarso accesso dei piccoli agricoltori ai fattori di produzione e ai mercati.

A ciò si aggiunga che il Mozambico è uno dei paesi più esposti alle calamità naturali. Estremamente ricorrenti sono sia le inondazioni che le gravi siccità, causando danni significativi ed insicurezza alimentare. A tal riguardo si ricordano i 2 cicloni Idai e Kenneth che a Marzo e Aprile u.s. hanno distrutto migliaia di case ed ettari di colture, colpendo più di un milione di persone.

Ma come spesso succede nei paesi più poveri, avere un’agricoltura così diffusa non sempre vuol dire sicurezza alimentare; infatti l'alimentazione rimane un grave problema in Mozambico. Più del 40 per cento dei bambini al di sotto dei cinque anni sono cronicamente malnutriti.

In questo contesto la strategia governativa circa la sicurezza alimentare e la nutrizione definisce come obiettivo centrale lo sviluppo sociale ed economico, il soddisfacimento del fabbisogno alimentare e la creazione di posti di lavoro per combattere la fame e la povertà assoluta nel paese. Riconosce, altresì, la necessità di aumentare la produzione locale così da soddisfare il fabbisogno nutrizionale in termini quantitativi e qualitativi.

Per rispondere a queste sfide molte organizzazioni internazionali e della società civile hanno iniziato ad agire in termini di agricoltura familiare. Non quindi lo sviluppo di un’agricoltura commerciale su larga scala, di cui comunque non mancano gli esempi, ma un approccio volto a sostenere e rafforzare il lavoro e l’iniziativa dei piccoli e piccolissimi agricoltori. Non dimentichiamo, infatti, che la quasi totalità della popolazione impegnata in attività agricole, possiede solo un piccolo appezzamento di terra inferiore all’ettaro e rudimentali strumenti da lavoro. Ma sono proprio essi stessi il più grande e potenziale fattore di sviluppo e di contrasto anche ai cambiamenti climatici. Sono agricoltori che vivono ben al di sotto della soglia di povertà e che hanno bisogno di un sostegno oserei dire a 360 gradi: migliorare le proprie conoscenze su tecniche agricole, migliorare approccio all’uso del suolo, cominciare a sviluppare conoscenze di base sul mercato, igiene, gestione etc. Sembrerebbe una sfida impossibile e invece i risultati che si apprezzano, anche solo dopo qualche anno, sono decisamente interessanti: la loro vita cambia totalmente, il loro modo non solo di vivere ma anche di pensare al loro futuro ai loro figli all’importanza della loro comunità, addirittura i loro stereotipi tradizionali possono vedere degli sviluppi inattesi.

A titolo di esempio, voglio citare la mia esperienza con alcune comunità rurali della Provincia di Tete una delle più povere del paese. Ho avuto la possibilità di lavorare con alcune famiglie di agricoltori che hanno scelto di partecipare a un Programma di sviluppo agro-zootecnico secondo le caratteristiche brevemente accennate in precedenza. Queste famiglie sono state aiutate a costituirsi in associazioni di agricoltori.

In ognuna di queste associazioni, c'è un comitato agricolo che trasmette ai membri dell'associazione e alle famiglie le conoscenze sulle tecniche di produzione agricola, di ripopolamento del bestiame, risparmio e credito rotativo.
Maria, 41 anni, è una delle partecipanti alle associazioni che ci ha raccontato come la sua vita sia radicalmente cambiata da quando è entrata a far parte del progetto di appoggio alle famiglie di agricoltori della sua zona: «…per tutta la vita ho pensato che solo gli uomini potessero occuparsi di questioni legate alla produzione di reddito per la famiglia, ammetto che per me è sempre stata una dipendenza totale. Poi ho partecipato al progetto e ho capito molto presto che le cose potevano essere diverse. Già dopo il primo anno ho iniziato a produrre bene e a vendere i miei prodotti al mercato locale». Maria l’anno scorso, oltre alla produzione necessaria al fabbisogno della sua famiglia, è riuscita a vendere 300 kg di pomodoro che le hanno generato 4.500 meticais (80 dollari circa), 100 kg di cavolo che ha venduto per 2.000 meticais (35 dollari circa) e 50 kg di cipolla che le hanno dato 3.200 meticais (50 dollari circa). Per la prima volta Maria ha potuto disporre di più di 160 dollari.

Maria è sposata e la sua famiglia è composta da sei persone. Ci ha raccontato che con quei soldi, ottenuti dalla commercializzazione delle sue verdure, è riuscita a pagare le rette scolastiche per le sue due figlie che studiano nel vicino centro di Moatize e che è stata in grado di comprare vestiti e sostenere altre spese domestiche.

Un altro agricoltore, Manuel, ci ha invece raccontato la sua esperienza nell'uso del compost biologico che ha imparato a produrre. Ci ha detto che ha potuto osservare tanti cambiamenti nella sua capacità produttiva, evidenziando il recupero della fertilità del suolo e come questo si sia riflesso nell'aumento della produzione.

Con un campo di due ettari, Manuel ci ha raccontato che riesce a produrre abbastanza da permettere alla famiglia di nutrirsi e anche vendere l’eccedente e coprire altre spese necessarie della sua famiglia.

Sono solo alcuni esempi, semplici ma esplicativi, che ci hanno fatto apprezzare come investire sull’agricoltura famigliare, insegnando nuove tecniche, un nuovo approccio al suolo, nuove conoscenze circa l’uso degli alimenti, la creazione di piccole attività imprenditoriali, tra le varie iniziative portate avanti, non solo cambiano la vita delle persone ma cominciano anche ad innescare meccanismi di sviluppo di respiro decisamente più ampio: i genitori vogliono far continuare gli studi anche alle figlie (che di solito dopo il primo ciclo di scuola venivano avviate alle attività domestiche o dei campi), la qualità e la quantità dei prodotti divengono fattori rilevanti, l’uso delle risorse naturali viene visto come un bene da preservare etc. Abbiamo potuto vedere che aiutare le persone più bisognose ad uscire da situazioni di povertà estrema in una prospettiva di sviluppo a lungo termine da’ frutti se si parte dalle persone senza la pretesa di voler cambiare, anzitutto, macrostrutture economiche o politiche.

Vorrei concludere questa breve riflessione con le parole che Vaclav Havel ha usato dopo la caduta del muro di Berlino, e che ritengo siano attuali anche oggi: “…un cambiamento in meglio delle strutture che sia reale, profondo e stabile oggi non può partire dall’affermarsi dell’una o dell’altra concezione politica, ma dovrà partire dall’uomo, dall’esistenza dell’uomo, dalla sostanziale ricostituzione della sua posizione nel mondo, del suo rapporto con se stesso, con gli altri, con l’universo…solo con una vita migliore si può costruire anche un sistema migliore…”3 .

 

Gabriele Bertani

 

NOTE:

1 180 su 187 paesi valutati nell'Indice di Sviluppo Umano 2017
2 Population Census, 2017
3 Vaclav Havel: Il Potere dei Senza Potere (1978)

 

La FAO (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, con sede principale a Roma) ha lanciato un Decennale del Family Farming (2019-2028), dell’agricoltura familiare.pdf
Il nome stesso della campagna fa tornare alla mente i nostri nonni contadini, oppure tutto lo sforzo della pubblicità delle imprese agro-alimentare per convincerci che i loro prodotti sono genuini e vengono prodotti dalla terra con metodi d’altri tempi.

Entrambi i ricordi, come spesso accade, sono ‘mitologici’.

Ah, i bei tempi antichi delle famiglie contadine, quando tutti insieme e concordi lavoravano lo stesso fazzoletto di terra!

Ah, i prodotti genuini della terra che esse producevano senza concimi chimici e anticrittogamici!

In realtà tutti sappiamo bene quanto fosse dura la vita contadina di qualche decennio fa e quanto sia ambigua la pubblicità delle grandi Food Companies.

Anche l’aspetto religioso fa parte di questa figura mitizzata. Si pensi al famoso quadro L'Angélus dipinto da Jean-François Millet, realizzato nel 1859 e conservato nel Museo d'Orsay di Parigi, dove la famiglia contadina prega sul campo, in piedi, prima di rientrare per la cena.

Non che la famiglia contadina del passato non fosse religiosa, ma non va dimenticato che la sua totale dipendenza dalla meteorologia e dalle condizioni sociali, favoriva non poco la sua devozione.

Ma soprattutto non va dimenticato che questo lavoro famigliare della terra è oggi ancora molto attuale in molti paesi. La FAO, appunto, calcola che l’80% della produzione alimentare mondiale viene ancora dal Family Farming, e che le imprese di questo tipo siano 500 milioni.

Si veda la piattaforma dell’iniziativa altamente informativa e comprensiva

http://www.fao.org/family-farming/background/en/

«Why family farming? Family farming is the predominant form of agriculture both in developed and developing countries. There are over 500 million family farms in the world.  Family farmers range from smallholder to medium-scale farmers, and include peasants, indigenous peoples, traditional communities, fisher folks, mountain farmers, pastoralists and many other groups representing every region and biome of the world.  They run diversified agricultural systems and preserve traditional food products, contributing both to a balanced diet and the safeguarding of the world’s agro-biodiversity.  Family farmers are embedded in territorial networks and local cultures, and spend their incomes mostly within local and regional markets, generating many agricultural and non-agricultural jobs.  All the characteristics above mean that family farmers hold the unique potential to move towards more productive and sustainable food systems if policy environments support them in this path».

E ancora:

«More than 90 percent of 570 million farms worldwide are managed by an individual or a family and rely primarily on family labour. Family Farms produce more than 80 percent of the world’s food in value terms, confirming family farming’s central importance in world food security today and for the future generations».

Se si esplora questa piattaforma del Decennale FAO saltano subito agli occhi i database di diverso tipo che sono unici e molto utili per la consultazione diretta.

Da un punto di vista etico è agevole, dopo l’analisi dei dati, cogliere i valori sottesi e prospettici dell’impresa contadina. La sua coincidenza con la famiglia la rende essenziale per il processo di integrazione dei singoli membri nella più ampia socialità, inoltre costituisce una palestra di iniziativa locale che contrasta con la “globalizzazione selvaggia” che riconosce solo il profitto come finalità dell’impresa. La famiglia contadina lega tra loro e al territorio persone affini e ne mantiene un legame forte con lo stesso.
Inoltre questa grande massa di operatori economici, proprio per il loro stretto legame con la natura biologica, possono essere spinti a rispettarla ed a gestirla in modo sostenibile. A differenza di tante altre forme di produzione di beni e servizi.

I primi tre articoli del nostro fascicolo vogliono dunque essere il nostro contributo a questo decennale e di riconoscimento delle benemerenze della FAO, spesso accusata di inefficacia.

Aggiungiamo il cap. 2 della tesi di dottorato in Scienze Sociali presso l’Angelicum di Olha Kostyuk: Contributi socio-economici delle imprese dei migranti a Roma. Il caso degli imprenditori ucraini e moldavi. Il lavoro presentato alla fine dell’anno accademico 2018-19 è stata diretta dal Prof. Cristiano Colombi, mentre il Prof. F. Compagnoni è stato il secondo relatore. A giudizio della commissione d’esame il lavoro è uno dei migliori presentati negli ultimi decenni alla Facoltà.

Nella rubrica Spazio Aperto/Open Space presentiamo sei preziosi contributi di giovani studiosi dal Centro Est Europa che investigano l’impatto della Dottrina Sociale della Chiesa nei loro rispettivi Paesi sotto un punto di vista specifico. Questi giovani hanno partecipato, insieme a quattro altri nel luglio 2019 ad una Summer School a Roma presso l’Angelicum sul tema: “Catholic Social Thought in Central and Eastern Europe” presso la Facoltà di Scienze Sociali. L’attenzione principale è stata portata su: “Catholic Social Thought and Migration.” 

In tal occasione e subito dopo ha avuto luogo anche un incontro su tra docenti di Dottrina Sociale della Chiesa nel Paesi della stessa area geografica. I loro contributi saranno presto disponibili all’inizio del 2020 come volume edito dalla Angelicum University Press, sotto il titolo: In a Different Voice. Reflections on the Catholic Social Thought from and for Europa.

 

La rubrica Una Pagina Classica/A Classical Text è dedicata a Primo Mazzolari, con un brano scelto per noi dal presidente della sua Fondazione Bruno Bignami.

 

Francesco Compagnoni

 

 

 

 

La famiglia contadina nel pensiero

di don Mazzolari

Bruno Bignami

 

1. Don Primo Mazzolari «contadino»
pdfLa provenienza di Mazzolari dal mondo contadino cremonese ne ha segnato il corso biografico. Egli non solo non ha mai nascosto né rinnegato le sue origini, ma le ha vissute come punto forza del suo ministero e del suo impegno civile. Troppo spesso si rischia di associare la riflessione sociale del parroco di Bozzolo alle trasformazioni industriali in cui si è inserita la Rerum novarum di Leone XIII. Ciò è vero solo in parte. Mazzolari rimane profondamente legato alla sua terra e al mondo agricolo. Le indicazioni di carattere sociale risentono di questo suo humus culturale ed ecclesiale di provenienza. La «Bassa mantovana» è il territorio in cui svolge il suo ministero (Cicognara e Bozzolo), in mezzo a una società prevalentemente contadina.

La storia di Mazzolari è talmente intrisa di profumi e di sensazioni rurali e non manca di ricordare nei suoi scritti momenti di vita contadina. L’opuscolo Cara terra, scritto nel 1946, ne riporta alcuni. Ammette con sincerità parlando alla gente dei campi:

«Se mi guardate in faccia, mi riconoscete subito per uno dei vostri; se mi stringete la mano, non v’ingannate; se mi siedo al vostro focolare, non sono a prestito; se cammino per i campi, capite che ho l’odore della terra come voi, lo stesso occhio che accarezza un prato, un campo di grano, un filare, e fissa scorato un cielo che piove senza tregua o incendia le campagne, implacabile»1.

La denominazione di origine controllata contadina serve a don Primo per dire la propria provenienza ma rappresenta anche la lettera di presentazione per ottenere ascolto presso un popolo che sa pesare a distanza la credibilità di un uomo. Figurarsi se si tratta di un prete. Quel mondo gli appartiene e lo sente nel sangue, tanto da riportare alcuni ricordi d’infanzia: la sera al fienile dove la famiglia si trovava al tepore degli animali, la casa aperta agli ospiti di passaggio che amavano conversare («una volta ne ho contati quindici»2 - confessa) o che avevano bisogno di dormire in un luogo riparato, la generosità del padre che non diceva di no a nessuno e l’accoglienza della madre che aveva sempre una fetta di polenta per tutti, la visita con la zia alla stalla per vedere i vitellini appena nati, quando si rinnovava il prodigio della vita...

Con ogni probabilità, Mazzolari è «contadino nell’animo». I tempi dell’attesa dalla semina al raccolto gli hanno insegnato la pazienza dell’animo umano davanti al mistero di Dio. La vita è sotto il segno della Provvidenza e anche il ministero pastorale impara dai ritmi delle stagioni. C’è il tempo della semina e quello del raccolto, il tempo dell’incertezza e il tempo della benedizione, c’è il tempo dell’intervento attivo col lavoro e quello dell’attesa fiduciosa perché le mani di Dio siano larghe di benedizioni. Dice in un’omelia per la giornata del Ringraziamento (11 novembre 1956):

«La terra non l’abbiamo fatta noi, la terra non è feconda per noi, la terra, se mai, ci basterà e ce ne basterà poca per poter consumare un giorno anche l’orgoglio fisico di questa nostra superbia, che non ha nessun fondamento. La terra è di Dio, la fecondità della terra è di Dio, le vostre braccia sono di Dio, la vostra intelligenza è di Dio»3.

 

2. Un prete vicino ai contadini

millet the angelusIl parroco di Bozzolo conosce dal di dentro la vita del contadino e ne parla con cognizione di causa. Sa bene che vi è interdipendenza tra la terra e il suo lavoratore, tanto da immaginarla con «il cuore gonfio di dolore e di speranza»4. Per questo la terra è «cara», dato che è fonte di lavoro e l’uomo si accorge di dipendere da essa. Don Primo sa che non è facile coltivare la terra. Tuttavia, essa è generosa. Dà il pane a ogni uomo, «se tutte le mani imparano dal Signore a spezzarlo fraternamente»5: ciò significa che l’intenzionalità umana di condividere i doni della terra è capace di far passare l’ago della bilancia dal dolore alla speranza. I frutti della campagna trovano il loro senso più pieno nella volontà umana di parteciparli ai fratelli: nella condivisione si rinnova il miracolo dell’abbondanza di vita per tutti.

Mazzolari non nasconde le insidie e le forme di ingiustizia connesse intorno al lavoro del contadino. Ha ben presente la condizione dei braccianti agricoli e i rischi di sfruttamento legati a una concezione di proprietà esclusivamente padronale. Non è il diritto di proprietà in sé a fare problema, ma «la cupidigia di chi crede di possedere, la quale divora la terra, la famiglia, il mondo»6. Dopo il celebre viaggio in Sicilia del 1952, Mazzolari critica aspramente il latifondismo meridionale «nelle mani di una nobiltà neghittosa spendereccia e intrigante, la quale ha finito per farsi tollerare dai preti e dai poveri e tutelare dalla mafia»7. Nel suo breve tour sull’isola si rende conto dell’intelligenza e delle capacità lavorative dei contadini siciliani, ma lamenta la mancanza di un quadro istituzionale in grado di tutelarli. Non mancano le braccia, ma è assente la politica. «La terra siciliana è uno scrigno senza chiave»8: non si può aspettare che ci pensi il governo o la regione. Solo spaccando la cassaforte è possibile far trovare il pane sulla tavola di tutti i siciliani.

Le forme di prevaricazione danno adito a fughe dal mondo agricolo verso la città: «triste quel giorno in cui il giovane contadino, abbandonata la zolla, gittata la vanga, impomatata la chioma, s’avvia alla città in cerca di una falsa e incerta fortuna»9. Don Primo segnala il pericolo di cambiar mestiere, legato all’ingiustizia ma anche al tipo di lavoro che descrive i contadini come sporchi e soggetti alle intemperie delle stagioni, per cui «oggi semini e poi non piove o piove troppo o fa troppo sole... e il raccolto se ne va»10. La vita del contadino è dura, eppure la sconfitta più grave è quella che porta a disamorarsi della campagna, la «cara terra». L’amore per i campi si intreccia con la fatica quotidiana. Non esiste altro modo di procurarsi il pane, perché non si può raccogliere senza seminare né mangiare senza lavorare. La tentazione di Gesù di trasformare le pietre in pane è una semplificazione della vita: anche il contadino può cadere nell’illusione di pensare che si possa mietere senza fatica. Egli coltiva con le mani e con il cuore, usa il piccone e la zappa, manovra con la mazza e con l’erpice: sotto questo lavoro gravoso la terra diventa la fonte del pane. Degno di elogio è il contadino che coltiva la terra senza mai arrendersi. Anzi, più essa è avara e più egli vi s’innamora. Se accetta la fatica, però, è solo nella prospettiva della speranza, tanto che il pane frutto del sudore e dell’impegno è ancor più saporito: «sa di amore che ogni giorno si offre, e che ogni giorno si ravviva di fede e di speranza»11.

 

3. Un cristianesimo «contadino»

C’è una sapienza che proviene dall’ascolto della terra e dei suoi ritmi, dalle creature che Dio ha fatto. C’è un’armonia e un equilibrio che la vita dei campi insegna, sapendo tenere insieme prudenza e coraggio. Mazzolari è convinto che non ci sia «lembo di terra che il contadino non accarezzi col suo occhio affettuoso e intelligente»12. Si imparano i tempi giusti, quello dell’aratura e della semina, quello della sarchiatura e del raccolto e ci si mette in ascolto della terra che ha sete o è sazia, è stanca o è pronta all’attività umana. Nel lavoro in campagna il Signore si accontenta che lo si senta presente come Provvidenza. C’è bisogno di riconoscerlo nel sole, nella rugiada, nell’acqua, nella neve, nel vento. Il susseguirsi delle stagioni è garanzia di fecondità. Il «dominio» della natura da parte dell’uomo è un’arte che egli esercita e acquisisce grazie all’ascolto delle forze in gioco. Il dramma umano è però che non ha ancora imparato ad apprendere l’arte di trattare i suoi simili come fratelli. Proprio intorno alla terra si gioca la contrapposizione tra ricchi e poveri. Molti intendono mettere le mani sui poderi o perché hanno le possibilità economiche di appropriarsene o perché li lavorano. In realtà «la terra non è di nessuno, né dei ricchi né dei poveri»13: lo dimostra ad esempio l’alluvione del Po (1951). Il fiume si è preso tutto senza chiedere il permesso, dimostrando a tutti che l’egoismo è negativo, indipendentemente da dove arrivi. La campagna insegna la logica elementare che «l’uomo non ha niente di suo se non lo spartisce»14. La fraternità diventa l’unica scuola di vita che consente di aver accesso ai doni della creazione.
Don Mazzolari rappresenta un maestro di spiritualità anche nel suo modo di guardare la terra. Scrivendo del prete lo descrive così: «Il contadino quando semina ha negli occhi il fulgore del giugno e va verso quello, mentre la nebbia ottobrina gli vela lo sguardo»15. La vita pastorale deve avere l’orizzonte non del presente ma della volontà di Dio che incontra l’uomo quando e come vuole, con i suoi tempi e la sua modalità. Uno sguardo contemplativo, da credente, gli ha permesso di lasciarsi convertire dai tempi e dalle logiche della natura. La campagna «parla» ai contadini, ma per il parroco di Bozzolo, attraverso la terra è Dio che rivolge un messaggio all’uomo. La voce di Dio nella creazione chiede un ascolto obbediente. Senza questa fiducia l’uomo rischia di pensarsi dominatore incontrastato, come despota, che non sa recepire i limiti presenti nella creazione. Si scopre arrogante.

La storia si ripete, nel tempo dei cambiamenti climatici e di una comunità cristiana intenta a recepire gli insegnamenti di Laudato si’. C’è molto da seminare e altrettanto da raccogliere. La saggezza cristiana del mondo contadino suggerisce uno stile di vita sobrio e umile. Certo, il mondo contadino conosciuto da Mazzolari non esiste più. Oggi l’agricoltura è tecnologica, si serve del trattore, di macchine ad alta specializzazione. Rimane però un insegnamento. C’è sempre il pericolo che la terra si allontani da chi se ne può prendere cura con saggezza. Con la conseguenza dell’inquinamento e del degrado. C’è anche il rischio che l’ingiustizia finisca per prevalere. Terra e contadino possono finire calpestati. C’è già qualcosa dell’ecologia integrale di papa Francesco in questo sguardo etico che don Primo ha trasmesso... Come ignorarne la profonda spiritualità?

 

  Bruno Bignami

 

NOTE:


1 P. MAZZOLARI, Cara terra, EDB, Bologna 1987, 46-47.
2 P. MAZZOLARI, Cara terra, 51.
3 P. MAZZOLARI, Discorsi, edizione critica a cura di P. TRIONFINI, EDB, Bologna 2006, 643.
4 P. MAZZOLARI, Cara terra, 12.
5 P. MAZZOLARI, Cara terra, 39.
6 P. MAZZOLARI, Cara terra, 60.
7 P. MAZZOLARI, Scritti politici, edizione critica a cura di M. TRUFFELLI, EDB, Bologna 2010, 663.
8 P. MAZZOLARI, Scritti politici, 663.
9 P. MAZZOLARI, Cara terra, 70.
10 P. MAZZOLARI, Cara terra, 86.
11 P. MAZZOLARI, Cara terra, 65.
12 P. MAZZOLARI, La più bella avventura. Sulla traccia del «Prodigo», edizione critica a cura di M. MARGOTTI, EDB, Bologna 20087, 179.
13 P. MAZZOLARI, Cara terra, 138.
14 P. MAZZOLARI, Cara terra, 139.
15 P. MAZZOLARI, Messaggi della Speranza, edizione critica a cura di G. VECCHIO, EDB, Bologna 2014, 94.

 

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