Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

Per la ricerca dei fattori che accelerano o decelerano lo sviluppo in paesi o regioni ad arretratezza economica e sociale, sono disponibili molteplici indicatori. In genere, sulla scia della lezione di Schumpeter 1, si guarda all’influenza esercitata dalla tecnica e dalla tecnologia, nelle fasi di decollo, consolidamento e decelerazione dello sviluppo: la capacità di invenzione, di acquisizione dell’innovazione di processo o di prodotto, la diffusione del progresso tecnico diventano, in quest’analisi, ragioni indiscusse del successo o insuccesso di un dato sistema economico. Il movimento demografico è un altro elemento su cui cade l’attenzione degli analisti. Oltre il classico paradosso malthusiano, molti autori 2 utilizzano categorie come gli indici di natalità/mortalità, i numeri delle migrazioni/immigrazioni, e altre vicende tipicamente demografiche, per illustrare situazioni di sottosviluppo e di sviluppo. Quantità e qualità dell’istruzione dei gruppi dirigenti trovano anch’esse considerazione. Così le catastrofi naturali e le guerre, i rivolgimenti sociali e le invasioni straniere. Rara avis, qualche autore invoca una riflessione sul grado di consapevolezza civica e di impegno sociale dei gruppi dirigenti, sul loro rispetto per le leggi e le regole del gioco, sulla capacità/incapacità di funzionare come collante di solidarietà socio-culturale: così, muovendo da radici culturali e metodologie diverse, Giorgio Fuà in un aureo libretto dedicato al ritardo di sviluppo in Europa, e Fukuyama nel già classico Trust 3. Il limite di queste teorie interpretative sta nell’approccio an-umano 4 con cui utilizzano le leggi dell’economia, e la bassa rilevanza che annettono all’apporto delle scienze sociali e politiche nella comprensione dei fatti economici. I loro autori sottovalutano, salvo poche eccezioni 5, il fatto che, essendo quella economica attività eminentemente umana, le fasi di decollo economico e/o di declino o arresto dello sviluppo non possono non essere funzione soprattutto della strutturazione che una determinata società viene ad assumere in una certa epoca storica, delle relazioni di causa ed effetto che si instaurano tra organizzazione del sociale, sistemi di valore, assetti politici, e le accelerazioni/decelerazioni dello sviluppo.

In tale contesto, con riferimento all’attuale blocco dello sviluppo economico nell’Asia orientale, in particolare in quella di sud est, si avanzano qui interpretazioni che, rispetto all’abbondante letteratura disponibile sulla crisi asiatica, spostano la riflessione piuttosto sugli aspetti sociali e socio-politici ad essa collegati. Si osserva che:

il decollo delle economie dell’oriente asiatico, databile nei decenni ‘60, ‘70 e ‘80 rispettivamente per Giappone, sud-est (Singapore, Thailandia, Malesia, etc.) e Cina, sia stato risultato anche di una forte spinta esterna, attraverso l’immissione di sostanziose dosi di capitale e l’utilizzo estremo di mano d’opera locale a basso costo e bassa qualificazione. Il quadro interno ai diversi paesi protagonisti della crescita e la loro tendenza a conservare immutata la norma del nazionalismo culturale e socio-politico, non ha consentito di organizzare alleanze regionali tali da poter "contrattare" la gestione dello sviluppo di fronte ai soggetti "esterni" intervenuti nelle dinamiche di sviluppo dell’oriente asiatico; il generalizzato fenomeno di crescita industriale e commerciale è stato accompagnato, nella zona asiatica, dal diffondersi di effetti critici sul piano ambientale, dal crescere di sperequazioni sociali e dello squilibrio città-campagna, da shock da introduzione repentina di modelli culturali d’importazione, dal consolidarsi di forme autoritarie di regime politico 6. Questi fatti hanno indebolito la capacità della struttura economica e socio-culturale di corrispondere agli shock di aggiustamento iniziati intorno alla metà degli anni ‘90.

Nell’estate ‘99 la situazione, sotto il profilo finanziario ed economico, si presenta come segue: Thailandia, Corea, Indonesia, Malesia, si preparano ad uscire dalla recessione, con le situazioni migliore e peggiore rispettivamente in Corea e Indonesia. Singapore, Taiwan, Hong Kong, grazie a una base finanziaria più strutturata e riserve cospicue, resistono meglio, ma i loro mercati di esportazione ed altre opportunità di crescita tendono a restringersi. Il Giappone, che negli ultimi sette anni è cresciuto del 5,5%, ovvero ad una media inferiore all’1% annuo, mostra qualche segno di ripresa. La Cina è in bilico, tra la conferma della crescita, anche se a tassi inferiori agli ultimi anni, e il precipizio dello scoppio della contraddizione tra autoritarismo politico e liberalizzazione progressiva dell’economia. Il peso del debito estero 7 si è, nel frattempo, stabilizzato a livelli tra i più alti al mondo: 150 miliardi di dollari per la Cina (terzo posto assoluto dopo Brasile e Messico), poco meno per Corea e Indonesia, intorno ai 100 miliardi per la Thailandia, 50 per Malesia e Filippine. La metà dei primi dodici posti della classifica dei massimi debitori mondiali, è presa da paesi dell’oriente asiatico. Di confortante, in quest’ambito, c’è che, a parte l’Indonesia (valore 30%), il rapporto del servizio del debito 8 è su livelli piuttosto contenuti.

Sotto il profilo socio-politico, le società a più bassa disciplina e/o coesione sociale (Thailandia, Corea del sud) o con più evidenti ragioni di malessere sociale (Indonesia), hanno documentato prima del "contagio" regionale, meccanismi di rigetto dello stress da sviluppo intenso ed esogeno. Ma ovunque i gruppi dirigenti hanno mancato di curare il malessere dei corpi sociali con misure socio-politiche di accompagnamento, in direzione di maggiore democrazia, giustizia salariale, equità sociale tra ceti ed etnie. Si vedrà come, pur essendosi espressa nella regione, durante le tre decadi di sviluppo, la tendenza all’uscita da povertà e indigenze estreme, si siano al tempo stesso confermati i livelli di ingiustizia e iniquità nella distribuzione della ricchezza. Non è stata sufficiente, per resistere al grande colpo del ritiro dei finanziamenti internazionali del ‘97, la disponibilità di capitali che l’accumulazione di risparmio interno metteva a disposizione. La svalutazione repentina di decenni di risparmi, al contrario, è stato ulteriore elemento di accentuazione del rigetto.

Questo si è così trasferito anche sul piano dei rapporti politici interni, come mostrano le insorgenze politiche 9 in Indonesia e altri paesi dell’Asean 10, Corea, Cina. Nel ‘97, anno in cui esplode la crisi nell’oriente asiatico, in sette dei nove paesi Asean si attua un cambio di leadership e in Cambogia, all’epoca prossima all’ingresso nel gruppo come decimo stato, si realizza un sanguinoso colpo di stato. Il ‘98 esprime in Indonesia, paese il più esteso e popolato della regione, la fine del regime di Suharto, ultimo tra i fondatori dell’Asean ancora al potere, e la sua sostituzione con Habibie. In Malesia, il primo ministro Mahatir Mohamad adotta misure giudiziarie contro gli oppositori, a cominciare dal suo vice Anwar. Altra situazione problematica si registra in Birmania dove il governo militare non mostra di voler attuare una riforma del sistema in senso democratico: così reprime le attività dell’opposizione e del suo leader Aung San Suu Kyi. In Corea viene garantita una certa alternanza nel gruppo di potere. In Cina, dieci anni dopo la strage di Tien An Men, si va al cambio di direzione nel partito, alla riforma costituzionale, alle critiche neppure velate dell’ala tradizionalista al primo ministro Zhu Rongji della primavera ‘99.

All’ambito del rigetto dei meccanismi sinora vigenti appartengono le manifestazioni, anche violente, di intolleranza etnica e religiosa documentate in Indonesia, Filippine e Cina nell’inverno ‘98-’99, e il riesplodere di tensioni etniche tra cinesi e malay a Singapore all’inizio del ‘99.

 

La Sindrome di Supply Side

 Il "miracolo" asiatico nasce negli anni trionfali della reagonomics, una dottrina che ha dimostrato l’indimostrabile, che il bene economico (ovvero la merce o il servizio che soddisfano un dato bisogno) precede il bisogno, che il consumo può non tener conto del reddito, che l’equilibrio si raggiunge inondando il mercato di merci e prodotti finanziari a prescindere dalla domanda. La tesi cara agli economisti di quella scuola di pensiero è che occorra operare dal lato dell’offerta, comprimendo le misure a sostegno della domanda o tendenti a porre la domanda in corrispondenza con i livelli dell’offerta. Un suo corollario è l’estremizzazione dei principi di libertà del commercio internazionale, con la liberalizzazione indiscriminata di concorrenza, prezzi e tariffe. L’errore concettuale sta nell’affermare che l’offerta possa prescindere dalla domanda 11. L’errore politico sta nell’aver trasformato una teoria generata ad uso e consumo di una determinata fase della congiuntura statunitense, in strumento generale di politica economica, per giunta da estendere fuori dai confini americani.

La reagonomics poteva (può) funzionare all’interno di un’economia anomala come quella governata da Washington, basata su un potere contrattuale nei confronti dei partners industriali e commerciali esteri che è unico, indiscutibile e irripetibile; come unico, indiscutibile e irripetibile è lo strapotere della superpotenza statunitense in questo scorcio di fine secolo. La potenza americana e i suoi cittadini, di fatto, vivono a credito del mondo da quasi tre decenni 12. Gli Usa stampano dollari per l’economia-mondo, lasciano che interi sistemi-nazione si dollarizzino (l’Argentina in America latina e la Russia in Eurasia costituiscono gli esempi più eclatanti), godendo i benefici di una situazione in cui possono indebitarsi all’infinito senza mai essere chiamati a pagare il conto. Alla fine del ‘97 è stato calcolato che gli Usa disponessero di un consolidato tra deficit commerciale e delle partite correnti superiore ai 200 miliardi di dollari. Il debito estero netto supera oggi i mille miliardi di dollari, e cresce ogni anno del 15, 20%. Passività e impegni passivi verso il mondo girano intorno ai 4 mila miliardi di dollari. La cultura del "vivere a credito" non appartiene solo allo stato: il debito medio per famiglia statunitense equivale al totale della sua disponibilità di reddito. Per questo fallimenti di famiglie e imprese statunitensi si contano nell’ordine delle diverse centinaia di migliaia per anno; mentre, per inadempienze, restano bloccate carte di credito in una percentuale che supera il 5% delle carte circolanti.

È la robusta iniezione di liquidità "dall’estero" sul lato della domanda, a fornire contenuti di razionalità alle spericolatezze della supply side economics. Ma tutto ciò costituisce un fenomeno che, pur funzionale alla specificità del mercato statunitense in un dato periodo storico 13, non appare esportabile, se non a prezzo di rischi piuttosto elevati. Rischi che tanto più si innalzano, quanto più l’eccesso di azione sul lato dell’offerta riguardi paesi a struttura economica arretrata o a decollo recente. Non è sbagliato ritenere che proprio la reaganomics, in particolare le sue estremizzazioni in fatto di sovraesposizione dell’offerta (di capitali e mezzi finanziari esteri), e di abbattimento repentino di ogni protezione al commercio con l’estero, siano responsabili non ultime dei collassi finanziari e socio-economici accaduti in America Latina dapprima, quindi nel sud est asiatico 14, nella seconda metà degli anni ‘90.

Una crescita economica fondata sull’intervento attivo dal lato dell’offerta, si fonda essenzialmente su debiti contratti con investitori e finanziatori esteri, e crea, di fatto, una dipendenza strutturale dalle "convenienze" che l’estero trova/non trova rispetto allo sviluppo di una data economia. Questo credito è inoltre gestito attraverso valute forti, come il dollaro e in Asia lo yen, tendenti al continuo apprezzamento: dello yen sul dollaro, del dollaro su tutte le altre valute. In questo modo il debito dei pvs non solo aumenta nel tempo per via di interessi e servizi al debito, ma anche per effetto del rischio unilaterale di cambio. L’irrorazione incontrollata delle ruote dello sviluppo da parte di un credito verso il quale i governi locali non hanno capacità né tecnica né politica di confronto, e il cui flusso è regolato in larga parte dalle aspettative al rialzo o al ribasso dei ritorni da parte degli investitori privati 15 ha, tra i risultati, disponibilità finanziarie volatili, non direttamente collegate alle necessità della domanda locale. Può aversi eccesso di disponibilità finanziarie o difetto delle stesse: difficilmente si ha un punto d’equilibrio congeniale alla sostenibilità dello sviluppo locale. Per giunta, l’apertura subitanea e incontrollata al commercio internazionale, là dove prende luogo, espone le imprese interne, ad eccezione delle multinazionali, ad una competizione per la quale non sono ancora mature. Chi, a questo proposito, richiama lo spirito taumaturgico del mercato 16, è ipocrita se non in mala fede. Lo stesso padre del mercato, Adam Smith, ha insegnato come altri più solidi e stratificati spiriti, gli animal spirits del capitalismo, siano, in assenza di adeguato controllo sociale e giuridico, portati a prevalere.

Nel caso dello sviluppo asiatico, il gioco al rialzo dei rendimenti ha creato un forte afflusso di capitali nell’area e crescita di quasi tre decenni del prodotto interno con tassi anche a due cifre. Un’economia solida e ordinata come quella di Singapore, governata col più classico dei pugni di ferro rivestito di velluto dal suo padre padrone Li Kuan Yu, ha ben navigato tra gli alti e bassi della congiuntura. Ma è stato l’unico, invidiato, caso. Thailandia, Malesia, Indonesia, Corea, hanno accettato di spingere il motore dello sviluppo sino a romperlo, giocando alla competizione senza limiti con i vicini che veniva loro sollecitata dall’offerta internazionale di capitali. Non si dimentichi che vi sono state difficoltà persino terminologiche per identificare, nel corso degli anni ‘80 e prima metà degli anni ‘90, quanto andava accadendo in fatto di sviluppo nel sud-est dell’Asia. Si evocarono immagini come quelle delle tigri o dei draghi del Pacifico, si coniarono sigle come Nic (New Industrialized Countries), Nie (New Industrialized Economies), Dae (Dynamic Asian Economies), si ricorse ad immagini derivate dalla scienza dei motori (turbo-economie). Questo per dire come l’anomalia di quel processo di sviluppo fosse stata avvertita, anche se il miracolo di una crescita fuori dagli schemi tese a far apprezzare gli indubbi aspetti positivi rispetto a quelli, successivamente verificati, di segno negativo.

Quando l’economia ha tirato il fiato, sia perché taluni costi erano lievitati oltre il limite accettabile dal mercato sia perché la concorrenza commerciale internazionale si era nel frattempo attrezzata alla sfida, si è avuto il repentino crollo dei rendimenti, la retrocessione dei finanziamenti esteri, la caduta verticale del valore di titoli e valuta locali. Ha giocato negativamente in tale contesto, e qualcosa di simile lo si è visto anche in Russia durante la crisi finanziaria del ‘98, il fatto che la compressione del credito estero e interno, nonché lo scoppio delle bolle speculative sui titoli, si siano registrati in assenza di solide istituzioni e regole di mercato. Quest’assenza, e una cultura capitalistica generalmente arretrata, disabituata alla logica del medio-lungo periodo, non hanno consentito di gestire nel modo dovuto la crisi al fine di ridurne i costi macroeconomici e sistemici.

Il case study più appropriato per l’esemplificazione della curva delle aspettative crescenti/decrescenti qui richiamata, è nella vicenda altalenante del valore dell’investimento immobiliare in Asia. Il primo caso di abbattimento di valore si ebbe a Singapore tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 con intere torri e mega-alberghi nuovi di zecca svalutati del 20-30% da una settimana all’altra. Qualcosa di peggio sarebbe toccato alla Thailandia: l’afflusso massiccio di capitali e il boom del credito fu canalizzato, dagli investitori locali, anche nell’industria delle costruzioni e nella proprietà edilizia, gonfiando la bolla del valore immobiliare locale. Ancora alla metà degli anni ‘90 ci si poteva indebitare in yen a interessi vicini allo zero e mettere quel denaro nei grattacieli che avanzavano come fungaie tra le baraccopoli di Bangkok, promettendo rendite del 20% annuo. Già un anno dopo, con la contrazione delle esportazioni thailandesi e l’inizio delle cadute produttiva e salariale, cominciavano a pullulare le disdette di prenotazioni di uffici e i cartelli di "affittasi". Il caso più recente, tuttora in corso, riguarda la contrazione del valore delle grandi urbanizzazioni cinesi, che coinvolge decine di migliaia di edifici costruiti nello scorso quinquennio, sull’onda del progresso economico del paese. In ambedue i casi si è registrato un consistente afflusso di capitali da parte delle comunità cinesi estere (segnatamente Hong Kong e Taiwan) e una canalizzazione di tali capitali nel settore immobiliare da parte di società partecipate da cinesi espatriati o discendenti di espatriati. Lo squilibrio tra offerta e domanda di spazi urbani per uffici ha fatto il resto. Nel caso di Pechino, la lunga teoria di torri vuote che fa ala alla superstrada che dall’aeroporto conduce all’inquinatissimo centro-città, è stata costruita in concomitanza con la candidatura alle Olimpiadi della capitale cinese, con l’obiettivo di colpire favorevolmente il Comitato internazionale olimpico, che scelse invece Atene. A Shangai, nel caso si accentuasse la contrazione dello sviluppo cinese e si ufficializzasse il già avvenuto declassamento de facto della moneta nazionale 17, si assisterebbe senz’altro a un fenomeno simile di abbattimento selvaggio del valore della proprietà immobiliare sorta come funghi dopo la pioggia, e lungo la superstrada dell’aeroporto e nella zona ad alto sviluppo di Pudong.

Una delle lezioni che vengono dalle considerazioni sin qui esposte è che il capitalismo turbo, la spinta speculativa, va benissimo per chi opera i prestiti, sempre che imponga a propria tutela le debite garanzie (ed è certamente il caso dei sapienti gnomi della finanza internazionale). Può andare meno bene per chi si indebita, perché quasi sempre la spirale del debito è inarrestabile, specie nel caso dei paesi in via di sviluppo, pvs, nei quali, come si è detto, le aspettative di crescita sono volatili per definizione e le disponibilità patrimoniali su cui fare affidamento relativamente scarse. La maturazione degli interessi comporta la rinegoziazione del debito, quindi nuove dipendenze dall’estero e dalla finanza internazionale.

Un’altra lezione è che gli effetti negativi dell’accumulo sul lato dell’offerta, espressi tra il ‘97 e il ‘99 dal modello di sviluppo dell’oriente asiatico 18, non possono essere lasciati alla sola soluzione del mercato. Se, dopo la prima caduta, Thailandia ‘97, si è dovuto assistere al blocco dello sviluppo in Indonesia, Corea, Malesia, ed ora al rallentamento in Cina, vuol dire che, proprio come nel gioco del domino, le tessere della crescita regionale si collocano in modo virtuoso o meno non in base alla cieca forza del caso (il "mercato" e l’offerta sregolata), ma a seconda dei risultati ottenuti attraverso la capacità/incapacità dei giocatori (governi, imprese, etc.).

 

Il Deficit Sociale e Politico

 La crisi dell’oriente asiatico, apertasi come sottrazione di risorse obbligazionarie e azionarie alla crescita locale da parte degli investitori esteri, trasformatasi in crack finanziario e valutario regionale, si è velocemente spostata sul terreno della struttura economica (contrazione dei rendimenti, quindi delle attività industriali e dei servizi), per tracimare, come si è visto, nel campo della politica. Licenziamenti e crollo dei salari reali nelle città con retrocessione dei ceti medi-alti, recesso verso la povertà e insalubrità di vita nelle profonde e miserande periferie urbane, fame miseria e riaccensione di malattie endemiche nelle campagne, costituiscono gli aspetti più evidenti dei risultati dei tre anni iniziati con la catastrofe finanziaria di Bangkok e la svalutazione del baht del 2 luglio ‘97. Si noti che il blocco dello sviluppo non ha toccato l’intera Asia. La stessa Cina risulta, nella primavera del ‘99, abbastanza fuori dall’avvitamento intervenuto nelle economie del sud-est, anche se la spirale critica continua a minacciarla e alcuni segnali 19 lasciano intendere che, senza riforme che diano soddisfazione ai bisogni dei ceti medi urbani e contadini, la stessa Cina si troverà presto ad affrontare enormi problemi recessivi.

Ci si chiede se sui processi qui richiamati abbia avuto qualche influenza il quadro socio-politico in cui lo sviluppo asiatico si è mosso. Detto in altro modo, se la profonda crisi in corso avrebbe potuto essere evitata, o meglio gestita, da sistemi di organizzazione sociale e politica diversi da quelli che hanno predominato nell’oriente asiatico nei tre decenni dello sviluppo economico della regione. Ci si chiede ancora se il circolo virtuoso dello sviluppo possa riavviarsi, a prescindere dalle eventuali necessarie modifiche sul piano politico e socio-culturale.

Per dare una risposta, occorre partire da quelli che appaiono essere gli elementi dominanti del cosiddetto modello di sviluppo asiatico, sotto il profilo dell’organizzazione socio-culturale e politica. Si ribadisce, peraltro, la necessità di non enfatizzare la rilevanza degli elementi comuni alle società sotto esame, dovendosi tenere in debito conto le differenziazioni nazionali, etniche e religiose della complessa realtà asiatica, in particolare di quella della regione di sud-est.

Si è molto detto e scritto, negli anni della crescita economica nel Pacifico, dei fattori virtuosi che ne erano alla base. Si è altresì evidenziato, negli stessi anni, come quei fattori potessero, se portati alle estreme conseguenze, zavorrare le ali della crescita economico-sociale, rischiando, nel medio periodo, di far stallare la sviluppo e precipitare l’intero sistema 20.

L’investimento nel talento umano è stata una delle prerogative più evidenti della vicenda. Gli stati della regione hanno puntato somme consistenti sul bene sapere, nell’istruzione e nella formazione. Ma questa politica ha riguardato quasi esclusivamente l’educazione primaria e secondaria, secondo una valutazione dei bisogni di competenze che ha privilegiato gli aspetti tecnico/ingegneristici dell’istruzione, e che, in omaggio alla visione confuciana dell’organizzazione sociale, ha confidato ai vertici della comunità politica e religiosa il sapere globale e filosofico. Quando una certa maturità sopraggiunta nella curva dello sviluppo ha creato la necessità di mansioni dirigenziali e superiori, capaci di visione e creatività, si è scoperto che queste mancavano. A Singapore si è speso negli anni ‘90 per i cicli primario e secondario il 78% del bilancio globale dell’istruzione, e in Indonesia l’88%; contro il 60% del Messico, il 50% dell’Argentina, il 25% del Venezuela, paesi la cui maturità di sviluppo è comparabile con quella dell’oriente asiatico e che evidentemente hanno fatto scelte diverse in materia di formazione dei gruppi dirigenti.

L’apprezzamento e l’uso del fattore tempo hanno rappresentato un aspetto essenziale per la curva dello sviluppo e la sua interruzione. È stata celebrata la capacità dei ceti dirigenti dell’oriente asiatico di programmare le scelte di impresa e le priorità dei budget pubblici su un percorso di medio-lungo periodo. È stato rilevato come, a differenza di quanto ad esempio accadeva negli Stati Uniti e in altri santuari del capitalismo, in Oriente Giappone incluso, gli azionisti (e l’elettorato...) mostrassero capacità di attendere il ritorno degli investimenti e dei risparmi, senza cupidigia di dividendi e interessi. Nella cultura di quegli anni, l’investimento in infrastrutture pubbliche e in realizzazioni produttive private ha fatto premio sul dividendo, e il risparmio sul consumo. La frugalità e la capacità di sacrificio, la coesione sociale, il rispetto per l’autorità, ovvero i valori tradizionali dell’ispirazione confuciana hanno fornito il substrato necessario a questo tipo di impegno collettivo. Tralasciando l’impegno pubblico in infrastrutture, solo gli investimenti privati hanno rappresentato nella regione, tra la metà degli anni ‘80 e la metà degli anni’90, intorno a 1/5 del prodotto interno lordo, pil, quando negli altri pvs ci si attestava intorno alla metà di detto valore. Essendo però all’origine dello sviluppo dinamico, non tanto l’accumulazione interna quanto i capitali esteri speculativi a breve, attirati da un management conservatore, un basso debito pubblico, promesse di crescita veloce; essendo lo stesso credito interno soprattutto a breve, l’abuso di fiducia nel ritorno a medio-lungo termine non è stato certo estraneo al disastro finanziario del biennio ‘97-’98 21. Pagare debiti a breve, con profitti di medio-lungo periodo è evidentemente cosa impossibile 22. Hanno resistito le Dae meglio strutturate sul piano finanziario e con più equilibrio tra credito e ritorni, che avevano potuto provvedere all’accumulo di profitti e ingressi da esportazioni e dividendi, Singapore e Taiwan, che guarda caso sono anche le economie dove la storia dello sviluppo dell’oriente asiatico è cominciata, e dove il tempo trascorso ha concesso il recupero degli investimenti.

Il familismo e i legami clanici appartengono alla categoria dei fattori senza i quali non trova spiegazione quanto accaduto e accade nell’oriente asiatico, in particolare in quello a cultura cinese e confuciana. Si tratta del vero collante di massimizzazione di ogni altro elemento, in positivo e in negativo. Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza la capacità di fare massa dei clan, che hanno messo a disposizione dei singoli progetti imprenditoriali e di quello più generale dell’intera società, le singole risorse e la risorsa della solidarietà di gruppo. Muovendo dalla famiglia larga, ed espandendosi, se del caso, sino a comprendere i membri del villaggio e delle diverse comunità su cui si fonda la piramide sociale, il legame di solidarietà è garanzia di afflusso di capitali e lavoro, e spiega la stabilità e il conservatorismo delle società dell’oriente asiatico, come anche il buon livello di risparmio interno e l’innalzarsi progressivo del benessere.

Trasportato a livello macro-sociale, il familismo e lo spirito di clan asiatico, animato dai precetti confuciani sul lavoro e il rispetto dell’autorità, diviene sostegno al modello asiatico di organizzazione dell’impresa e del potere politico. Vi appartengono la vocazione naturale alla disciplina e al rispetto dele regole, l’identificazione tra destino individuale e collettivo, riverenza per le gerarchie e i ruoli, disponibilità all’aggregazione e a fare gruppo. Così l’impresa non è un fatto che riguardi solo l’imprenditore che ne ha la direzione, sempre disponibile a collegarla con consorzi, grandi gruppi, politiche pubbliche, etc. Da qui le grosse realtà finanziarie, industriali e terziarie di Corea, Taiwan, Singapore, Hong Kong, Thailandia. Da qui la remissione verso il potere politico, e la sostanziale inamovibilità di questo. Lo spirito clanico spiega anche il particolare legame cooperativo dei lavoratori con le loro aziende (quasi assente il classico conflitto capitalistico tra prestatori e datori di lavoro), così come la concentrazione tutta asiatica sull’innovazione di processo piuttosto che su quella di prodotto 23, e la decisa dedizione al cliente che l’economia orientale tende ad esprimere.

Un autore 24 ha riassunto quest’insieme di fattori nel neologismo orgware, contenitore di ogni prerogativa alla base dello sviluppo asiatico. L’organizzazione e il software, avrebbero consentito l’esaltazione delle virtù manageriali, armonizzando costi aziendali e finanziari, tecnologie, componenti umane, asincronie finanziarie. La qualità dell’orgware lasciava intendere che il modello asiatico fosse in grado di vincere la competizione con Usa ed Europa, grazie alla maggiore efficienza che il subordinare il destino aziendale e personale a quello nazionale e collettivo, il privilegiare la capacità di organizzazione e distribuzione su quella di creare prodotti e tecnologie, l’affidare la conduzione dell’azienda-nazione ad élite consolidate, venivano a garantire. L’orgware avrebbe di fatto conferito all’oriente quel dinamismo che Usa ed Europa stavano smarrendo, e che gli altri continenti poveri non erano stati in grado di esprimere.

Sembra, al contrario, che la storia della seconda metà degli anni ‘90 abbia evidenziato come il limite maggiore dello sviluppo dell’oriente asiatico si sia venuto progressivamente a collocare proprio a livello del cosiddetto orgware. Le inefficienze e le inadempienze del comportamento giapponese durante il grande terremoto del ‘95, come le continue crisi al vertice di quel paese e del suo partito dominante, avevano già messo a nudo, e proprio nel paese esemplare in materia di sviluppo dinamico asiatico, i limiti di un’organizzazione sociale rigida, burocratizzata, condizionata da potentati economici troppo spesso ai limiti della legalità. I colpi della crisi nel sud-est e in Cina hanno evidenziato come l’eccesso di rigidità e sclerosi della piramide del potere economico e politico, visto soprattutto come effetto dell’autoritarismo politico e culturale di derivazione confuciana, non potesse produrre la flessibilità e l’apertura innovativa necessarie a rispondere colpo su colpo ai fattori di crisi. Lester Thurow aveva avvertito in tempo 25 tutti i nuovi arrivati nell’arena della competizione economica internazionale che l’epoca in cui c’era spazio per la vittoria di tutti (win win) era terminata e che era ormai giunto il tempo della competizione per la sopravvivenza (Head to Head). Chi non è stato in grado di fare i conti con gli eccessi del monolitismo sociale, ha dovuto sperimentare in casa propria i costi della previsione di Thurow.

Da notare che l’autoritarismo di derivazione confuciana incolla insieme politica ed economia, non facendo, di fatto, distinzione tra società civile, impresa, gestione del potere politico. L’esempio tipico di questo modo di pensare sta nella funzione economico-politico-sociale di strutture imprenditoriali come le chaebol coreane, le keyretsu nipponiche (rinate sulle ceneri delle zaibatsu d’anteguerra), le holding statali o comunque pubbliche cinesi, ai cui comportamenti si imputano, tra l’altro, rilevanti responsabilità nell’attuale crisi. La loro tenace tendenza a compenetrare impresa con impresa, sindacato con sindacato, consiglio di amministrazione con consiglio di amministrazione ha commisto banche a industrie, distribuzione a produzione, diritti e doveri dei proprietari con quelli dei lavoratori dipendenti, e ha legato, mani e piedi, l’economia alla politica, e la finanza ad ambedue. Il grande conglomerato di solidarietà sociale, economica e politica che ne è derivato, ha consentito all’oriente asiatico di avanzare come una falange militare sui mercati mondiali, ma, come da sempre capita agli eserciti troppo monolitici, quando è stato attaccato dagli irregolari (i raiders della finanza mondiale) ha subito un cedimento strutturale che è ora difficile recuperare.

La difficoltà essenziale sta nel fatto che apparentemente non può che mettersi mano alla revisione dell’intero impianto del modello asiatico di sviluppo, smembrare ciò che è stato sinora coeso, responsabilizzare i livelli bassi distinguendo responsabilità e competenze, funzioni e apporti, allontanando il bene pubblico dagli interessi privati; selezionando una classe dirigente più liberale in politica, meno dipendente dalla finanza internazionale in economia, più attenta alla diversità di funzioni e ruoli nel sociale e nell’organizzazione delle imprese, più moderata nella smania di crescita e di guadagno. È come se l’oriente avesse perso una guerra culturale, prima ancora che politica, e dovesse arrendersi all’evidenza che lo sviluppo capitalistico di tipo liberale può essere realizzato solo attraverso regole di organizzazione sociale e politica di tipo capitalistico liberale, innervando con istituzioni di mercato la società civile ed economica, lasciando crescere i sindacati dei lavoratori, dialettizzando i ruoli delle associazioni imprenditoriali rispetto a quelli dei partiti politici, dando autonomia al potere giudiziario anche e soprattutto in materia di diritto fallimentare e di conglomerati. Lo smembramento delle posizioni dominanti non potrebbe che far bene alla competizione, e consentire un meno asfittico sviluppo della miriade di piccole e medie imprese che potrebbero costituire la spina dorsale su cui far fiorire la nuova economia asiatica. Nell Filippine e in Thailandia, dove l’esperienza confuciana non pesa, qualcosa del genere comincia ad accadere. E non casualmente queste due società sono le meno contagiate da forme sistemiche di autoritarismo socio-politico, pur non mancando nella loro storia episodi anche lunghi di dispotismo asiatico. Tutto ciò riguarda, certo, anche gli assetti della politica e le scelte strategiche della politica economica. Per questo è probabile che gli attuali ceti di potere non rinuncino, magari attraverso qualche abbellimento di facciata, a mantenere il vecchio modello di sviluppo.

Il problema si pone in modo drammatico per la Cina, sia per le dimensioni di quel paese, sia per la lunga sedimentazione dei valori prima confuciani poi socialisti nel corpo della società, della sua organizzazione economica, della sua cultura politica.

 

Il Regionalismo Inespresso

 Uno dei paradossi dell’evoluzione dell’oriente asiatico è che, pur raggruppando economie sostanzialmente aperte e omogenee, si compone di paesi a forte introversione politica e culturale. Il nazionalismo come malessere socio-politico risulta autentico protagonista della via asiatica allo sviluppo. Neppure l’intreccio trentennale di commercio e investimenti del Pacifico è stato capace di rimuovere le barriere esistenti tra paesi della regione. Una situazione che, tra l’altro, ha impedito all’Asean di evolvere in autentica organizzazione regionale, e al Giappone di giocare il ruolo di leader regionale. Sono molte le ragioni che spiegano questi fatti, dalla varietà delle culture religiose ed etniche che sedimentano nelle nazioni dell’area, alle differenze fra i regimi politici che hanno caratterizzato l’evoluzione dei singoli paesi. Non si dimentichi, ad esempio, che tuttora sono al potere regimi comunisti, come in Cina e Vietnam, e militari, come in Cambogia e Birmania.

Restano inoltre i rancori del passato recente, su livelli incomprensibili agli europei che, grazie ai processi innescati dall’esistenza della Comunità europea, hanno superato i ricordi delle atrocità della seconda guerra mondiale. Tra Cina e Giappone, ad esempio, con piaghe che il nazionalismo giapponese non intende suturare in modo adeguato. Nel 1937 il Giappone aveva dichiarato guerra alla Cina, e occupato, il 13 dicembre, Nanchino. Gli orrori dell’azione nipponica in quella città sono riassunti in atrocità come il massacro di più di trecentomila civili disarmati nelle prime sei settimane d’occupazione, cataste di corpi alti anche più di 1 metro, più di 20.000 violenze a donne, più di 1/3 delle strade ed edifici distrutti, una stima di distruzioni di circa 29 miliardi di dollari attuali. Massacri simili furono anche compiuti dalle truppe nipponiche a Shangai. Solo all’inizio di quest’anno Tokyo ha offerto, ma in modo timido e contrastato, le proprie scuse a Pechino, mentre la storiografia ufficiale nipponica continua a negare l’accaduto. Il Giappone è anche bersaglio della condanna delle piccole nazioni del Pacifico, dato che è tuttora viva la memoria dei misfatti compiuti dai soldati dell’impero del sol levante nei primi mesi di guerra, con l’acme del reclutamento violento, da parte dell’esercito, di decine di migliaia di comfort-women durante l’occupazione di Guam, dell’isola di Wake, di Hong Kong, Malaya, Singapore, Indonesia, Birmania, Filippine. Tokyo si è ben guardata, sinora, da offrire compensazioni e riparazioni.

C’è poi il risentimento di una separazione mal digerita tra Singapore e Malesia, con continue accuse di Kuala Lumpur per le preferenze che sarebbero accordate alla comunità cinese rispetto agli autoctoni di etnia malay. Indonesia e Filippine sono alla prese con movimenti indipendentisti e talvolta i due paesi sono portati a dubitare della lealtà delle nazioni vicine. Vi sono innegabili tensioni tra le pretese democratiche della maggioranza dei paesi dell’area e i comportamenti che risultano loro inaccettabili da parte di regimi locali, partner nel Pacifico in azioni di comune interesse. Inutile nascondersi che sullo sfondo, ad impedire l’avvio di seri meccanismi di integrazione regionale sta anche il rifiuto delle piccole e medie nazioni del Pacifico di attribuire un ruolo di leadership formale a paesi come il Giappone e la Cina, e, specularmente, il ruolo che, lontana e inconsistente sotto il profilo politico l’Unione europea, viene di fatto consentito agli Stati Uniti 26, paese del Pacifico ma non certo "asiatico".

L’incrociarsi di veti e conflittualità sotterranee non consente di valorizzare in modo appropriato un fattore di enorme potenziale di sviluppo: la solidarietà tra nazioni della regione. Se tale solidarietà avesse potuto crescere nel corso degli anni ‘80, almeno in ambito Asean 27, certamente le economie dell’oriente asiatico colpite dalla crisi nel corso della seconda metà degli anni ‘90 avrebbero avuto a disposizione degli strumenti di solidarietà finanziaria e politica che avrebbero consentito un minimo di resistenza alla crisi. Di più: come mostra quanto sta accadendo nei paesi dell’euro, si sarebbero create le condizioni per un controllo della spesa pubblica e dei deficit di bilancia corrente, tale da impedire gli eccessi che hanno portato al disastro Thailandia, e altri paesi della regione asiatica. Il regionalismo, che ha fatto la forza dell’Europa dal secondo dopoguerra ad oggi, non ha purtroppo incontrato in Asia le condizioni per prosperare, restando bloccato dalle rivendicazioni nazionalistiche dei paesi dell’area. Sotto osservazione è, in quest’ambito, l’evoluzione dell’Asean 28. Si è già fatto cenno al fatto che l’organizzazione del sud-est asiatico, costruita sul principio della non interferenza negli affari interni e della convinta distinzione dei ruoli nazionali, non ha saputo dare risposta alle crisi politiche, sociali e recentemente economiche-finanziarie, che hanno toccato i paesi membri. Come ha scritto Economist nel febbraio ‘98, scegliere sempre la carota sul bastone, ha evitato scontri violenti a carattere intra-regionale e ha scansato problemi con i vicini ingombranti. Non ha consentito, però, l’indispensabile coordinamento politico ed economico davanti alle recenti crisi, e la vigilanza multilaterale sulle misure e le politiche nazionali.

In questa direzione, peraltro, sta andando qualche segnale che arriva dalle riunioni Asean della fine del ‘98. La riunione dei ministri del commercio e dell’economia, Manila ottobre ‘98, ha deciso di istituire l’Area di investimento Asean (Aia) per rendere facili gli investimenti diretti. Entro il 2010 i progetti di investimenti diretti tra paesi membri saranno trattati come quelli degli investimenti interni. Dal 2020 la parità sarà estesa anche agli altri investimenti. I ministri hanno dichiarato di voler stringere i tempi dell’Afta, Asean Free Trade Area, strumento per la liberalizzazione di commercio e investimenti: cancellate le misure punitive non tariffarie, azzerate "per quanti più prodotti possibile" le tariffe doganali attraverso una tariffa preferenziale comune. A Manila si è deciso uno strumento di partenariato industriale tra imprese e si è fatta circolare l’idea di coordinare nei fatti il lavoro delle banche centrali. Un sistema di sorveglianza regionale, appoggiato sul segretariato di Giakarta e assistito dalla Banca di sviluppo asiatico, consentirà inoltre ai paesi Asean di informarsi sulla rispettiva evoluzione economica, così da fornire "macro stabilità", alla regione e vigilare su chi sta conducendo politiche rischiose. Si è ancora lontani dallo "schema" fissato dall’Apec a Manila nel novembre ‘97, che puntava al varo di una specie di Fondo monetario asiatico, ma se le decisioni Asean andranno in porto, si sarà indubbiamente aperto un varco nel muro del nazionalismo autoritario sinora espresso dalla cultura statale asiatica.

 

Una Crisi di Sistema

Le crisi in corso nell’oriente asiatico non hanno esclusivo carattere economico e finanziario, e trovano origine anche in squilibri socio-politici strutturali, come:

il rapporto tra sviluppo economico, crescita di democrazia, equità nella distribuzione del benessere tra la popolazione,

il rapporto tra culture nazionali e ambito internazionale.

Ecco perché si è portati ad escludere che si sia in presenza di una crisi ciclica di crescita, e che si sia al contrario davanti ad una crisi di struttura di parte di un modello di sviluppo. Non traggano in inganno quegli aspetti di indubbia natura ciclica (ad esempio le esportazioni, in probabile ritorno da cambio nel corso del ‘99; il possibile rilancio dei pil coreano, thailandese, malese nel ‘99), che sono uno degli aspetti della crisi, ma non il suo punto centrale. È qui la ragione del fatto che la crisi del ‘97, essenzialmente finanziaria, sia sfociata in rivolgimenti sociali e politici. E qui si trova la ragione del perché le nuove leadership non possano limitarsi soltanto ad incidere sulle questioni finanziarie, e neppure solo sulle economiche, sottese all’attuale crisi. Due esemplificazioni su tutte.

In Malesia, il più grande propagandista dei "valori asiatici", da intendersi come opposti ai valori "occidentali" 29, il primo ministro Mahatir, sta facendo i conti con un’opposizione, quella che si raccoglie intorno al suo vice Anwar, che mette in discussione la stessa finalizzazione dello sviluppo, ad esempio sotto il profilo della sostenibilità in rapporto alle risorse ambientali 30 e culturali del paese, ma anche in rapporto al bisogno di integrazione con la comunità regionale e internazionale degli stati 31. In Indonesia la successione di Habibie a Suharto, propugnatore ad oltranza dell’esclusività dei poteri statali dentro e fuori del paese, sta portando novità sia nel campo dei diritti civili e politici che dell’attribuzione all’Asean di maggiori poteri. In Birmania il premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi contrappone alla giunta militare un modello di organizzazione sociale alternativo, mentre manda a dire a chi ritiene necessario che lo sviluppo dei pvs passi attraverso la conduzione autoritaria della società e della politica che, se si ritiene la crescita economica l’unica questione essenziale, si cerca "un rimedio buono per il disastro", dato che "il vero sviluppo degli esseri umani comporta molto più della sola crescita economica" 32.

In fatto di maggiore equità, occorre ribadire che lo sviluppo nell’oriente asiatico ha avuto, tra i suoi indubbi effetti, quello di aver ridotto le sacche di povertà e accresciuto oltre ogni più rosea speranza il benessere materiale della popolazione 33. Dalla metà degli anni ‘70 alla metà degli anni ‘90, il numero delle persone sotto la linea internazionale della povertà, 1 dollaro americano al giorno, si è ridotta della metà, da 720 a 350 milioni. Nessun’altra regione in sviluppo ha subito una spinta così decisa al di qua del baratro della miseria, il che ha consentito all’oriente asiatico di denunciare come povera, appena prima dello scatenarsi della crisi del 1997, solo il 20% della popolazione, contro il 60% degli anni ‘70. L’aspettativa di vita alla nascita era, in Asia orientale, di 59,4 anni nel 1970, e di 68,8 anni nel 1995; la mortalità infantile rispettivamente di 76 e 34 ogni mille nascite. Ma la curva delle diseguaglianze sociali è restata sostanzialmente immutata, sia in termini assoluti che relativi. L’indice aggregato di diseguaglianza (Gini) mostra come l’Asia orientale sia più egualitaria dell’America latina e dell’Africa sub-sahariana, ma meno egualitaria dell’Asia meridionale, dei paesi Ocse, dei paesi già socialisti dell’Europa centro-orientale, e che la sua situazione relativa sia migliorata, nel corso del decennio ‘80-’90 in modo non apprezzabile 34. Le diseguaglianze sono in particolare cresciute in Cina, Hong Kong, Thailandia, Filippine. Solo Singapore e, in parte, Malesia documentano una piccola discesa di disuguaglianza.

La crisi ha frantumato il benessere dei ceti medi e respinto verso la miseria chi stava strutturando la propria esistenza al di qua della linea della povertà. Stanno crescendo criminalità, furti, insicurezza urbana, droga, prostituzione. Si diffonde il fenomeno dell’abbandono delle scuole. In questo quadro, sono evidenti tutti i limiti dello sviluppo abbandonato a se stesso. Cessata la richiesta di braccia e lavoro generata dalla supply side economics, difettano strumenti per la stabilità macroeconomica e la crescita, e per politiche di aggiustamento favorevoli ad un’equa distribuzione della ricchezza. E’ la stessa Banca mondiale ad affermare che, invece, occorre attrezzarsi proprio per condurre in porto queste due politiche 35, operando, con l’occasione, in favore dello stabilimento attivo di un quadro istituzionale di diritti del lavoro e della definitiva cancellazione delle sacche di sfruttamento economico delle povertà e del lavoro marginale, incluso quello infantile. Affermazioni che riecheggiano il dibattito che, in sede di Comitato economico e sociale europeo e di Organizzazione internazionale del lavoro, da anni riguarda il cosiddetto "dumping sociale" delle esportazioni dall’Asia orientale.

Per quanto riguarda la democrazia, sono gli stessi governi della regione a mostrare di attribuire alla questione molta più rilevanza che in passato. A causa dell’affaire Anwar 36, i presidenti di Indonesia e Malesia hanno annullato, nell’ottobre ‘98, il previsto scambio di visite. Sempre in relazione al caso Anwar, il più influente consigliere politico del presidente indonesiano Habibie, ha rilasciato una dichiarazione pubblica del seguente tenore: "l’Asean è in pericolo di spaccarsi tra i paesi che guardano alla democrazia e ai diritti umani come valori universali la cui promozione diventa una comune responsabilità, e coloro che ancora propongono i valori asiatici, ovvero governi forti che impongano politiche economiche efficienti e contrastino l’influenza socio-culturale, oltre che economica, dell’Occidente". Il concetto è stato ribadito, nel corso di una riunione a Manila dei ministri economici Asean, dal presidente delle Filippine Joseph Estrada che, creando un collegamento politico tra crisi finanziaria e via asiatica allo sviluppo, ha rifiutato il "nazionalismo asiatico" di Mahatir, e detto che "una veloce svolta Asean non può essere realizzata senza gli impegni concertati col G7".

Si incrociano, quindi, esigenze di institutional building interno e di institutional building internazionale. Le società dell’oriente asiatico devono superare le concrezioni di clientelismo, familismo, corruzione, visibili nei loro attuali assetti politici e pubblici 37, e al contempo aprirsi alla collaborazione/integrazione regionale e internazionale, rinunciando alle introversioni di élite e regimi politici che intendono arricchirsi attraverso forme di semi-liberalismo economico e commerciale, mantenendo ben chiuso nelle loro mani il potere politico e socio-culturale sulle collettività d’origine. È un processo che richiede tempo, perché complesso e di non facile attuazione. Anche perché un processo del genere verrebbe inevitabilmente a porre la questione del decentramento funzionale e territoriale dei poteri, del ruolo delle comunità etniche, delle autonomie religiose, etc. rischiando di innescare instabilità che andrebbero a lesionare le aperture verso la democratizzazione di sistema.

Se giustamente si è detto che all’origine del blocco dello sviluppo in Asia orientale vi è stato l’improvviso sfiduciamento della finanza internazionale rispetto alle prospettive di sviluppo della regione, il crollo di queste è derivato anche dal fallimento di un modello di sviluppo basato sul deficit strutturale di democrazia. Il blocco della crescita nell’oriente asiatico è anche figlio del blocco nello sviluppo sociale e democratico delle sue nazioni.

 

NOTE 

1 J.A. Schumpeter, Business Cycles, McGraw-Hill, 1939, vol. I, p. 84. A suo modo anche Maddison, che si richiama piuttosto a Salter, con la teoria dei paesi leader (tecnologici) e follower appare pensarla allo stesso modo: A. Maddison, Phases of Capitalist Development, Oxford University Press, 1982.

2 V. ad esempio P. Bairoch, Lo sviluppo bloccato, Einaudi, 1976, p. 239.

3 G. Fuà, Problemi dello sviluppo tardivo in Europa, Il Mulino, 1980; F. Fukuyama, Trust, Free Press Paperbacks Books, 1995.

4 Il neologismo tende ad identificare l’atteggiamento di economisti che trattano dati e fenomeni economici quasi fossero accidenti "di natura" e non frutto di una tra le più precipue ed eminenti attività umane, risultato anche di scelte e arbitrio, per l’appunto l’economia. Da qui la grande rilevanza che gli economisti an-umani danno a taluni dati piuttosto che ad altri. Per fare un esempio, chi decide se, in termini macro-economici, sia maggiormente rilevante la perdita di tre punti alla borsa valori o la perdita di tre punti nei livelli occupazionali? L’atteggiamento an-umano tende ad attribuire maggiore rilevanza alla perdita in borsa, sulla base di un giudizio apparentemente neutrale ma che è in realtà un giudizio di valore, per cui la perdita di denaro sancita dalla discesa della borsa è danno più grave del costo umano e sociale derivante dalla perdita di lavoro.

5 A. Sen, Poverty and famines: An essay on entitlement and deprivation, Clarendon Press, 1981.

6 Per gli attuali canoni europei di democrazia, le eccezioni sono costituite da Filippine e Thailandia.

7 Economist, 27 febbraio ‘99, External Debt Outstanding, box su dati World Bank riferiti alla fine del ‘97.

8 Viene calcolato come percentuale del totale del servizio del debito sul totale delle esportazioni di beni e servizi.

9 Non ha luogo un fenomeno lineare di ampliamento delle opportunità di democrazia politica, come è accaduto ad esempio nell’Europa centro-orientale all’inizio degli anni '90, ma di soluzioni adottate volta per volta a fronte di crisi interne ai regimi politici nazionali.

10 L’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico è stata fondata l’8 agosto ‘67 con la firma della Dichiarazione di Bangkok da parte dei ministri degli esteri di Indonesia, Thailandia, Singapore, Filippine e Malesia. Oggi ne fanno parte anche Brunei, Vietnam, Laos e Birmania.

11 E’ evidentemente vero anche il contrario: ogni politica di sostegno della domanda opera in funzione della curva dell’offerta, mirando all’equilibrio e all’incontro armonioso della domanda (stimolata) con l’offerta disponibile e potenziale.

12 La sera del ferragosto 1971, il presidente Nixon dichiarò l’incorvertibilità del dollaro rispetto all’oro. Anche ufficialmente, da quella data, l’uso generalizzato del dollaro da parte del sistema economico internazionale è divenuto una forma di prestito irredimibile operato dalla comunità internazionale nei confronti degli Stati Uniti. Questi, in corrispettivo, garantiscono il funzionamento del sistema economico internazionale, esercitando ruoli come quello di garante e regolatore di sistema (leadership globale militare-politica, controllo delle istituzioni finanziarie e commerciali mondiali come Gatt/Omc e Fmi/Banca mondiale), locomotiva di crescita (importatore sommo di beni e servizi da ogni mercato estero), innovatore tecnologico (di prodotto e di processo).

13 Occorre riflettere sul fatto che l’ingresso in campo del competitore valutario euro, può condurre a un effetto di sostituzione, tale da far rientrare una discreta massa di dollari negli Stati Uniti, con conseguenze per ora difficilmente calcolabili, ma comunque serie per un’economia, come quella statunitense, fortemente indebitata.

14 Come si nota, non viene inserita nell’elenco la Russia, il cui fallimento finanziario del ‘98 ha cause prettamente endogene, dipendenti, tra l’altro, dall’anomia della società russa, dalla gravissima situazione di autoritarismo e corruzione in cui versano istituzioni e cultura civile del paese.

15 La componente psicologica, in questa vicenda, non è irrilevante. Fattori come il rialzo dei rendimenti, la fiducia nella stabilità di un certo regime politico, l’imitazione di comportamenti della concorrenza, etc. portano gli investitori ad insistere nel far confluire capitali in una certa situazione di sviluppo, anche a prescindere dalle indicazioni che i dati dell’economia reale forniscono loro.

16 Né occorre abusare del termine mercato, in particolare quando il riferimento va a situazioni di crescita economica iniziale, dove la destrutturazione sociale è ancora elevatissima e le istituzioni regolatrici e garanti del mercato sono o inesistenti o in formazione.

17 Le aspettative di crescita cinese sono, per il ‘99, ridotte di 1/3 rispetto ai calcoli iniziali, pur mantenendo, nelle previsioni governative, un rispettabile 6-7%. Inarrestabile procede, intanto, il recesso del tasso di crescita di Hong Kong, inaspettata vittima del ritorno alla madrepatria. Lo yuan Rmb sul mercato nero viene venduto, nell’aprile ‘99, all’8-10% in meno del suo valore di cambio ufficiale.

18 Termini come "modello" vanno usati con parsimonia. Ciò nonostante, appare che i paesi dell’oriente asiatico, in particolare quelli di sud-est, abbiano percorso un comune sentiero allo sviluppo. Lo hanno caratterizzato fenomeni come: intensità di capitale estero, valorizzazione delle risorse umane locali, elevato sfruttamento della mano d’opera e assenza di tutele sociali e sindacali, abusi ambientali, adozione di tecnologia estera, apertura al commercio internazionale.

19 La Cina ha registrato, tra il ‘98 e il ‘99, manifestazioni violente di malessere nelle sue campagne. Si hanno anche i primi fallimenti dei complessi industriali.

20 V. Troiani L., "La democrazia necessaria", e "Via asiatica allo sviluppo", monografico di Civiltà del lavoro su Democrazia e Sviluppo, n. 2, 1995. Dello stesso autore, "La scoperta dell’Asia", in Comuni d’Europa, n. 4, 1995.

21 Con il collasso del bath thailandese, 2 luglio ‘97, gli investitori esteri "... discovered... the magnitude of short-term debt. ... Once investors lost confidence that reserves would cover short-term debt, both foreign and domestic investors scrambled to get out. ... Contagion produced simultaneous declines in asset prices and spurred capital outflows. Within the space of six months, capital outflows from the region erased the inflows of the first semester, and turned the net flow to a negative US$12 billion. ... in the space of a year net capital flows reversed by more than US$ 100 billion". The World Bank Report, East Asia, The Road to Recovery, Sept. ‘98.

22 Si pensi che la Thailandia, l’anello più debole della catena di sud-est, arriva a un deficit nella bilancia delle partite correnti, pari all’8% del pil. Un deficit finanziato con crediti esteri a breve.

23 L’innovazione nel processo produttivo va a incidere sui rapporti tra lavoratore e "padrone", che nel tessuto confuciano e tao sono un elemento fondamentale della vita associata. Così giapponesi e asiatici in genere, hanno saltato le fasi tecnologiche intermedie e comprato le innovazioni di prodotto dagli Stati Uniti, investendo invece nell’organizzazione del lavoro e delle imprese.

24 M. Fodella, Il fattore Orgware, Garzanti, 1993.

25 L. C. Thurow, Head to Head: The Coming Economic Battle Among Japan, Europe and America, Morrow, 1992.

26 Un ruolo che risalta con pienezza nell’Apec, Asia-Pacific Economic Cooperation, un forum di cooperazione tra le Americhe e l’Asia. I suoi membri, provenienti dal sud del mondo (Asean, Corea, Cina, etc.) e dal nord sviluppato (Stati Uniti, Giappone, Australia, etc.) scelgono di lavorare alla creazione di un’area di commercio e investimenti liberi entro il 2010 tra paesi sviluppati, che includerà dal 2020 anche i pvs. La creazione di Apec, come luogo di incontro e concertazione tra le economie che si affacciano sul Pacifico, risale al gennaio 1989, su idea dell’allora primo ministro australiano Bob Hawke. Apec si è dotata di un segretariato, attivo a Singapore dal 1993, con compiti di esclusivo supporto amministrativo ad attività e iniziative comuni e in assenza di qualunque potere decisionale autonomo. Il forum del Pacifico appare come il più vasto fenomeno regionale esistente. Mette insieme più della metà della popolazione mondiale e il 45 per cento del commercio internazionale. Si va di fatto trasformando nel principale veicolo di promozione dei principi di libero scambio e cooperazione economica nella regione e nel mondo. Le economie comprese al suo interno, nonostante certe crisi in corso, sono tra le più grandi e dinamiche, con un pil complessivo di 16.000 miliardi di dollari nel ‘95-’96, ben due volte maggiore di quello europeo. Né va trascurato che Apec include paesi con i più diversi livelli di sviluppo economico e quindi oltre a rappresentare, in scala, una copia fedele della situazione mondiale, ha prospettive di sviluppo degli scambi interni assai elevate, molto più di quelle europee o transatlantiche.

27 Il centro decisionale Asean risiede nella Conferenza dei ministri degli esteri, convocata per rotazione almeno una volta l’anno. La gestione degli affari correnti spetta al Comitato permanente, che si riunisce ogni due mesi: ne fanno parte il ministro degli esteri a rotazione, insieme ai direttori generali per gli affari Asean di ciascun paese membro. Come si vede, nessun potere autonomo è attribuito al Segretariato che siede a Giakarta, né esiste un’istituzione che, come la Commissione nel contesto dell’Unione europea, sia dotata di poteri propri.

28 V. Troiani L., Asia, la rete degli organismi regionali, in Politica Internazionale, n. 3-4, ‘98.

29 I "valori asiatici" sono stati definiti da leaders come Li e Mahatir fonte di pace, progresso e benessere in contrasto con le conseguenze negative che deriverebbero dall’introduzione della cultura democratica di tipo occidentale nel tessuto dei rapporti sociali asiatici. Li ha detto in un celebre discorso alla nazione singaporeana e a tutto il sud-est asiatico: "Se adottiamo i valori occidentali, la coesione sarà minacciata e il paese andrà alla malora". Mahatir nel libro "Un’Asia che può dire no" ha scritto che occorre "tenersi da parte rispetto a Stati Uniti ed Europa". E ancora Li, rifacendosi a Confucio quale maestro di autoritarismo politico e conservatorismo sociale, "Una visione confuciana dell’ordine tra colui che è soggetto e colui che comanda, aiuta la rapida trasformazione della società... in altre parole ci si adatta al proprio posto nella società, esattamente l’opposto dei diritti americani dell’individuo". Ha ben riassunto il confronto in atto David Howell, presidente della Commissione affari esteri ai Comuni britannici: "In gioco c’è il nostro modo di vivere, e quella superiorità (per noi) scontata dei valori liberali dell’occidente, che lo puntella".

30 La distruzione delle foreste tropicali è il più macroscopico segnale dei limiti insiti in uno sviluppo disinteressato al suo futuro. Tra il ‘60 e il ’90 il mondo ha sfruttato circa il 20% del suo patrimonio di foreste tropicali. Nello stesso periodo i tagli in America Latina e in Africa sono stati intorno al 18%, in Asia sono arrivati al 30%.

31 Gli immensi roghi delle foreste di Giava tra il ‘97 e il ‘98, la siccità e altri disastri naturali, ricollegabili ai danni ambientali dello sviluppo, l’oscuramento per mesi del cielo di molti paesi del Pacifico, l’impatto emotivo di incidenti di aerei e altri mezzi di comunicazione causati da detti fenomeni, hanno fatto forte impressione sull’opinione pubblica asiatica. Le concomitanti voragini finanziaria, sociale e ambientale hanno dimostrato la necessità sia di rivedere le strategie dello sviluppo, sia di accettare il principio di co-gestione regionale e internazionale dei problemi, visto che questi non sono circoscrivibili al solo livello nazionale.

32 Suu Kyi, Messaggio scritto alle Nazioni Unite, Manila, 1994.

33 "The region succeeded in converting persistently high growth rates into improvements in welfare because growth, supported with widespread social services, created jobs for the poor...", The World Bank, cit., p. 2.

34 L’indice passa da 38,7 a 38,1. Nei paesi Ocse passa da 33,2 a 33,8. In Medio Oriente e in Nord Africa migliora da 40,5 a 38, e nell’Asia meridionale da 35 a 31,9.

35 "... only way to begin to put a floor under the falling incomes of the poor." The World Bank, cit., p. 74.

36 L’ex vice primo ministro malese è stato accusato di sodomia e altri reati sessuali. Malmenato e imprigionato, è sottoposto a un processo che l’opinione pubblica internazionale e l’opposizione giudicano politico. Poco prima dell’incarcerazione, Anwar aveva preso posizione, in un articolo, sul bisogno di maggiore integrazione in ambito Asean e della conseguente rinuncia al nazionalismo esasperato: "bisogna considerare interventi costruttivi negli affari interni dei paesi membri, perché tutti noi nella regione siamo collegati ai nostri fratelli da valori umani fondamentali".

37 "Corruption is a long-standing feature of most Asian societies but its profile is on the rise with increasing public attention to international corruption rankings, and high-profile scandals from Japan to Vietnam. ... public institutions are largely ineffective and driven more by private gain than the public good...". The World Bank, cit., p. 92.

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