Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

Il termine "speculazione" deriva dal latino speculari, cioè scrutare, guardarsi attorno. Esso viene usato in diversi sensi. Si dice di un filosofo che è speculativo, cioè che si muove sul piano sommo della conoscenza (in questo senso si dice anche che un’opinione è puramente speculativa, in opposizione a "pratica"). In senso derivato si parla nell’ambito economico di speculazione laddove uno raggiunge qualcosa senza attività, cioè senza lavoro o sforzo, ma semplicemente sulla base di riflessioni, previsioni e prudenti calcoli. Se questo significato del concetto viene allargato, includendo nel prudente calcolo anche l’intenzione di percepire con malvagità l’occasione propizia per sfruttare a proprio vantaggio il competitore o in generale la società economica, siamo giunti alla parola "speculatore", con cui intendiamo il giocatore d’azzardo che non vuole lavorare e pensa solo a sé: in questo caso è l’uomo che somiglia a colui che cerca fortuna senza particolare sforzo alle slot-machines, al casinò, alla lotteria ecc.

Per trovare nel processo economico il luogo in cui questo giocatore d’azzardo possa trovarsi allo stato puro, dobbiamo esaminare i singoli rappresentanti dell’attività economica.

Il lavoratore "specula" nel senso che osserva accuratamente dove gli si offra il posto di lavoro meglio pagato per trovare le condizioni di lavoro più favorevoli: un posto in cui possa aspettarsi un lavoro relativamente facile da portare a termine con una buona retribuzione e orario il più breve possibile. Nessuno sulla faccia della terra può rimproverargli questa speculazione e stigmatizzarlo come fosse un giocatore d’azzardo: anche il lavoratore più zelante cerca un lavoro che corrisponda alle sue aspirazioni personali.

L’imprenditore abbisogna di molta intelligenza per scovare che cosa e come produrre in vista della domanda. Poiché egli, come è il caso in un’economia di mercato, non conosce esattamente il richiedente, può cavarsela solo con l’aiuto di indagini di mercato, nelle quali deve fare i conti con potenziali compratori. Ciò facendo deve pensare anche agli attuali e possibili concorrenti. Tutto ciò significa scrutare, guardarsi attorno, "speculare". La speculazione determina la sua prestazione. Neanche lui è per questo un giocatore d’azzardo: egli vuole soltanto vincere nella gara con i suoi concorrenti grazie a una prestazione migliore.

Il banchiere riflette a come giungere facilmente e sicuramente a clienti che depositino presso di lui i loro risparmi, e ancor più a come può prestare queste somme per poter, grazie agli interessi pagati dai destinatari del prestito e le rendite dei suoi investimenti, assegnare ai suoi clienti gli interessi spettanti e mantenere e far crescere la sua impresa. Nessuno avrà nulla da ridire contro questa speculazione, finché la banca non faccia gravare sul cliente spese che non corrispondono alle loro prestazioni. L’investimento del denaro ricevuto dai clienti richiede la massima attenzione nell’osservare lo sviluppo del mercato delle merci e del denaro, e una seria valutazione dei rischi da affrontare. Per investire i loro patrimoni la banca, in rappresentanza dei suoi clienti, deve rivolgersi alla borsa.

La borsa è per ciò che riguarda lo scrutare e il guardarsi attorno, dunque lo "speculare", il luogo più rischioso e dunque anche più esposto all’accusa di cattiva speculazione. Qui si tratta dello "speculare" lo sviluppo economico prevedibile nel prossimo e lontano futuro. Lo strumento per ottenere profitto da questa speculazione è la transazione a termine. Finché il mediatore di borsa non fa altro che stimare lo sviluppo reale dei prezzi e concludere affari in base a questa stima, egli compie all’economia di mercato un prezioso servigio, per il quale gli spetta il corrispondente profitto. Ma le cose hanno tutt’altro aspetto quando per il proprio utile cerca di manipolare lo sviluppo dei prezzi tramite acquisti o vendite escogitati astutamente, o quando addirittura persegue fini politici con speculazioni valutarie. Qui abbiamo il cattivo giocatore d’azzardo, per il quale soltanto è adatta l’espressione spregiativa di "speculatore".

Se quando un’azione cresce di valore, il commissionario di borsa afferra il telefono o il computer per comprare in un’altra borsa azioni al prezzo vecchio inferiore e poi rivenderle sul posto al prezzo più alto, eticamente questa è pura speculazione individualistica tesa al profitto, che non esercita più alcuna funzione nell’ordinamento economico.

Mentre la transazione a termine può servire a tranquillizzare i mercati, il puro commercio con denaro, senza merci, non è più eticamente giustificabile. D’altra parte è comprensibile che nel sistema delle libere valute il mediatore con la sua speculazione vuole compensare con profitti derivanti dalle variazioni di cambio le perdite che sono sorte dal commercio in valute straniere (assicurazione del rischio). Ma questo è però un circolo vizioso senza fine. Bisogna pensare ancora alla situazione psicologica in cui il mediatore si trova nei suoi affari: egli è dominato o dal desiderio di profitto o dalla paura.

Quando la motivazione è la seconda, si giunge facilmente al crollo dei prezzi di borsa. Da questa situazione si comprende facilmente il pericolo della speculazione valutaria per l’economia globale, addirittura per l’economia mondiale. Profitti degli speculatori di valuta sono perdite della banca nazionale: queste perdite non dovrebbero dunque nelle notizie sul bilancio dei pagamenti essere dissimulate come "perdite contabili".

Come si vede, in ultima analisi il concetto di speculazione viene ricondotto alla mira di colui che specula. Nella scolastica si partiva in linea di principio da questa fattore etico-individuale e si dichiarava che la speculazione era eticamente da respingere laddove il commerciante mirasse unicamente al profitto. Tommaso d’Aquino parlava di profitto solo nel commercio (il guadagno che il produttore cerca a causa della diminuzione dei costi dei suoi prodotti non veniva preso in considerazione). Il profitto da commercio lo riconosceva solo laddove esso veniva impegnato per scopi sociali (mantenimento della famiglia, assistenza ai poveri ecc.) [ S. Theol., II/2, q.77 a 4]. Nel quadro dell’economia di mercato dinamica, che Tommaso d’Aquino ancora non conosceva, il desiderio di profitto non può essere globalmente condannato con questa prospettiva etico-individuale, giacché al desiderio di profitto normalmente è connessa una prestazione socio-economica. Tuttavia questa considerazione etico-sociale riporta in fin dei conti alla decisione etico-individuale, cioè alla responsabilità personale dello speculatore in vista del bene comune economico. E’ questa ancora una riprova che l’etica sociale ed economica non può essere divisa dall’etica individuale.

 

Da : A.F. UTZ, Etica Economica, pp. 272 -275.

 

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