Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

 

pdfDa parecchi decenni ormai la riflessione sull’ambiente ha assunto una rilevanza forte per l’etica sociale ecumenica, quale è stata sviluppata in particolare nell’ambito del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC), e da essa è venuto anche un forte stimolo per un’elaborazione in tal senso da parte del mondo ortodosso e protestante1. Cercheremo di cogliere in tali ambiti alcune indicazioni che appaiono di particolare rilievo per il rapporto tra sostenibilità e decrescita, lasciando ad altri interventi il confronto con la prospettiva della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica.

    Il CEC come laboratorio  

            L’attenzione per l’ambiente emerge relativamente presto nel CEC, che in quest’ambito viene a svolgere un vero e proprio ruolo di apripista per la riflessione delle chiese cristiane, offrendo, in particolare, indicazioni preziose per una considerazione della sostenibilità. Già a partire dal 1970, infatti, la sotto-unità “Chiesa e Società” avvia un programma di ricerca sul rapporto tra scienza, tecnologia e società, entro il quale viene quasi subito ad assumere un ruolo centrale il confronto critico con le tesi elaborate negli stessi anni dal I Rapporto al Club di Roma The Limits to Growth2. Condivisa è la percezione del drammatico problema – politico, etico e teologico - del futuro di una società fondata su un consumo crescente di risorse attinte da un sistema planetario finito; sulla linea d’azione da seguire, però, emerge un violento scontro tra le diverse posizioni in dialogo. Mentre, infatti, numerose voci dei paesi occidentali invocano la realizzazione di una “società stazionaria”, quale veniva elaborando in quegli anni dall’economista statunitense Hermann Daly, nelle chiese del  Sud del mondo è forte il timore che essa non faccia che perpetuare l’iniqua condizione di fame e miseria di intere popolazioni. Grazie alla mediazione dell’economista e teologo P.Albrecht, emerge faticosamente un punto di equilibrio, che la II Conferenza Internazionale su “Scienza e tecnologia per lo sviluppo umano. Il futuro ambiguo e la speranza cristiana”, tenutasi a Budapest nel 1974, individua nella nozione di “società sostenibile”. Un’ampia fondazione teologica viene qui a declinarsi anche in concrete indicazioni, che anticipano quelle prospettive che il rapporto presentato all’ONU dalla commissione Bruntland espliciterà oltre dieci anni più tardi: L’obiettivo deve essere una robusta società sostenibile, nella quale ognuno si senta sicuro che la sua qualità della vita venga mantenuta o migliorata. (…) Primo, la stabilità sociale non può essere ottenuta senza un’equa distribuzione di ciò che è scarso né senza una comune opportunità di partecipare alle decisioni sociali. Secondo, una robusta società globale non sarà sostenibile a meno che il bisogno di cibo non sia in ogni momento ben al di sotto delle capacità di produrlo e le emissioni di inquinanti siano ben al di sotto della capacità degli ecosistemi di assorbirli. Terzo, la nuova organizzazione sociale sarà sostenibile solo nella misura in cui il tasso di uso delle risorse non-rinnovabili non supererà l’incremento di risorse rese disponibili dall’innovazione tecnologica.
La sostenibilità viene così profon-damente integrata nel sistema di assiomi attorno ai quali si struttura in quegli anni la riflessione etico-sociale del CEC: l’Assemblea Generale che si terrà a Nairobi nel 1975 inviterà ad operare per la realizzazione di una “società giusta, partecipativa e sostenibile”, in cui cioè la capacità di futuro vada di pari passo con la promozione della giustizia e la crescita della democrazia. Da sottolineare che la sostenibilità non viene qui associata con l’espressione sviluppo, senza peraltro che a quest’ultima vengano indirizzati spunti polemici; essi sono piuttosto rivolti alla nozione di crescita quantitativa, che - si sottolinea - non coincide affatto col miglioramento della qualità della vita.

            Le stesse istanze troveranno una diversa formulazione a partire dalla successiva Assemblea Generale (Vancouver 1983), che lancerà un processo di coinvolgimento delle chiese membro per la Giustizia, la Pace e la Salvaguardia del Creato. L’ultimo lemma (Integrity of Creation nella formulazione inglese) esprime ancora un’attenzione per i temi ambientali, utilizzando però una terminologia teologicamente più impegnativa, ma anche meno legata alla concretezza del discorso economico. Non a caso, una parte significativa del dibattito che si svilupperà fino al 1990 (anno della Convocazione Mondiale di Seul, punto focale di tale processo) sarà dedicato all’interpretazione di un’espressione forse più suggestiva che incisiva.

            Non mancano, comunque, i riferimenti alla sostenibilità: dopo un’ampia riflessione teologica sulla creazione e sul ruolo dell’uomo come amministratore, il documento finale della I Assemblea Ecumenica Europea “Pace nella giustizia” (Basilea 1989) affermerà al n.87 che: “Ogni sviluppo tecnologico deve essere sottoposto ai criteri di sostenibilità. Ciò comporta un capovolgimento completo del concetto di crescita economica costante e dell’uso delle risorse naturali”. Un po’ diversa la prospettiva della Convocazione di Seul: l’orizzonte teologico della VII Affermazione è centrato sull’integrità della creazione, declinata in una dimensione sociale di pace con giustizia ed in una ecologica: la “capacità di rinnovamento” e “la sostenibilità degli ecosistemi naturali”. Il riferimento alla sostenibilità non è qui, dunque, tanto in relazione con l’economia quanto con la struttura ecosistemica del pianeta ed in tal senso guarda anche l’VIII Affermazione, portando l’attenzione sulle comunità che vivono in diretto rapporto con l’ambiente e con “lo spazio ecologico” delle “altre creature viventi” e sottolineando che la terra non può essere trattata come semplice merce.

            È proprio questa dimensione ad essere maggiormente sviluppata negli ultimi due decenni, con una lettura via via più critica dell’uso di “sviluppo sostenibile” che caratterizza i pronunciamenti degli organismi internazionali: si denuncia l’unilaterale prevalenza del sostantivo rispetto all’aggettivo, che rischia di essere semplicemente vanificato. Non a caso diversi testi (inclusi quelli – numerosissimi – dedicati a temi specifici, come l’acqua o il mutamento climatico) parlano piuttosto di “comunità sostenibili”, ad accentuare lo stretto legame tra le società umane e l’ambiente in cui esse si collocano, ma anche per ridurre il peso conferito alla nozione di sviluppo. Si tratta di istanze che – è il caso di sottolinearlo – provengono in diversi casi da autori legati alle chiese del Sud del mondo, ad evidenziare l’ormai definitivo superamento di quella contrapposizione tra il tema della sostenibilità ambientale e quello della giustizia (che abbiamo visto presente nelle fasi d’avvio della riflessione).

È un dibattito in cui assumono posizioni diverse anche denominazioni che pure collaborano – e con ruoli di primo piano - nell’ambito del CEC. Così nel giugno 2000 la Federazione Mondiale Luterana (LWF) elabora una serie di articolatiPrincipi guida per lo Sviluppo sostenibile, che ne esaminano la fondazione teologica come l’articolazione socio-politica: una solida etica ambientale trova, così, fondamento nell’affermazione che “gli esseri umani trasformano in continuazione questa buona creazione, come “co-creatori” con Dio nella storia. Attraverso tale attività, la vita nella comunità continua ad essere sostenuta, secondo la saggezza creativa di Dio” (n.11). Un approccio diverso nel testo elaborato nel 2004 dall’Alleanza Riformata Mondiale (WARC): nella forma della confessione di fede esso accentuerà piuttosto la contrapposizione tra la graziosa alleanza donata da Dio con l’intera creazione e una globalizzazione neoliberista che distrugge le persone e la terra; tra l’”economia della casa della vita data da Dio per sostenere la vita” e una crescita illimitata e vorace.

            Accenti analoghi risuonano in forma più ampia anche nel documento AGAPE (Alternative Globalization Adressing People and Earth) elaborato per l’Assemblea Generale del CEC tenutasi a Porto Alegre nel 2006: al n.2.4 l’invito è a promuovere comunità “che accettino la dipendenza dell’umanità dalla terra e promuovano forme sostenibili di organizzazione, di sviluppo e di condivisione delle risorse naturali”. Un approccio simile – anche se meno articolato – appare sotteso anche ai materiali della II Convocazione mondiale tenutasi nel 2011 a Kingston (Giamaica), a conclusione del Decennio per il Superamento della Violenza: la denuncia della violenza di un sistema economico iniquo e conflittuale va, infatti, di pari passo con quella di uno sfruttamento senza limiti della natura, di fronte alla quale si delinea soprattutto una spiritualità della resistenza.

    Il mondo ortodosso

            La dimensione spirituale – intesa, però, in un senso molto diverso – costituisce anche il punto di partenza della riflessione dedicata dal mondo ortodosso alla salvaguardia del creato. Possiamo coglierlo, ad esempio, nelle Lettere Encicliche che a partire dal 1989 sono state proposte dal Patriarca Ecumenico di Costantinopolis Dimitrios I e poi dal suo successore Bartolomeo I, in occasione della Giornata per il creato del I settembre. Proprio nel 1989 Dimitrios invitava a “implorare la protezione e la salvezza dell'ambiente” e ad “educare a se stessi e i propri figli al rispetto e alla salvaguardia dell'ambiente”. Nel 1990, d’altra parte, chiamava a “riflettere sulla portata e gravita del problema ambientale provocato dalle scriteriate violenze che gli uomini hanno compiuto sul creato”. Ecco, quindi l’appello: “usate l'ambiente naturale come se ne foste i custodi e non i padroni. Acquisite un ethos ascetico, tenendo a mente che nel mondo naturale ogni cosa, grande o piccola, è importante per la vita del mondo e che niente è inutile o è disprezzabile. Ritenetevi responsabili di fronte a Dio per ogni creatura e trattate tutto con amore e rispetto. Solo in questo modo riusciremo a impedire l'incombente distruzione del pianeta e a garantire un ambiente naturale in cui le future generazioni possano godere di una vita sana e felice”. Il riferimento alla responsabilità per il creato si lega cioè all’istanza di garantire la vivibilità del pianeta per le prossime generazioni, secondo un’istanza assolutamente convergente con la nozione di sostenibilità, ma anche con quanto esprimerà Benedetto XVI in Caritas in Veritate al n. 50.

            Sono temi che ritorneranno – pur modulati in forme diverse - anche nelle Lettere che Bartolomeos invierà negli anni successivi, con un richiamo costante a vivere non come spettatori o consumatori irresponsabili del mondo, ma come soggetti compartecipi e corresponsabili di tutto ciò che esiste nel creato, fedeli ministri e custodi del mondo intero. Limitati invece i riferimenti ai modelli economici, aldilà di indicazioni di vasta portata ad evitare quello spreco di energia e di risorse materiali che mette a rischio l’abitabilità del pianeta. Così nel 2005 egli affermerà che Dio “ci chiede di preservare la produzione di risorse naturali, di rispettare la creazione e le generazioni future e modificare i comportamenti distruttivi che abbiamo verso la natura, che è cosa «molto buona» e ci è stata affidata da Dio”.

            Il diritto delle generazioni future a fruire dei beni della terra ed il corrispondente invito a limitare il consumo presente appaiono anche nel documento che il Concilio dei Vescovi della Chiesa Ortodossa Russa ha dedicato nel 2008 ai “Fondamenti della dottrina sociale della Chiesa Ortodossa Russa sulla dignità, la libertà e i diritti dell’uomo”: al n. III.5 si afferma che “l’illimitato desiderio di soddisfare i bisogni materiali, specialmente quelli eccessivi e artificiali, è peccaminoso nella sua essenza, perché porta all’impoverimento sia dell’anima che dell’ambiente circostante. (…) Il riconoscimento dei diritti umani non significa che l’uomo possa sperperare le risorse naturali a vantaggio dei propri interessi egoistici. (…) Bisogna ricordare che non solo la generazione presente, ma anche quelle future, hanno diritto di usufruire delle ricchezze naturali che ci sono state elargite dal Creatore”.

    Conclusioni

            Chi cercasse nei testi che abbiamo esaminato indicazioni esplicite per il confronto tra sostenibilità e decrescita sarà probabilmente rimasto deluso. Il secondo dei due lemmi, infatti, non sembra comparire direttamente nella riflessione del mondo ecumenico, certamente anche a causa delle resistenze delle chiese che abitano in zone più segnate dalla povertà. Né sembrerebbe corretto interpretare in tal senso quell’invito alla limitazione del consumo di risorse naturali che (in nome dei diritti delle generazioni future o come attualizzazione di una pratica ascetica di sobrietà) è indubbiamente presente in numerosi testi.

            Ben più importante, invece, specie nei testi provenienti dal CEC e dal mondo protestante, la nozione di sostenibilità, ma con una traiettoria di progressivo spostamento ermeneutico che merita di essere sottolineata. Se, infatti, tale istanza era stata inizialmente formulata soprattutto in base a considerazioni centrate sulle società umane (sulla futura disponibilità di risorse e sulla produzione di rifiuti), l’orizzonte si è gradualmente ampliato, a sottolineare il radicamento pdfdell’economia umana nelle strutture ecosistemiche di supporto alla vita, come pure la rilevanza etica e teologica degli altri viventi. La centralità dell’attenzione per i soggetti umani e per una convivenza giusta e pacifica tra di essi si è cioè intersecata in modo via via più forte con una percezione del creato come “casa della vita”, come rete di relazioni vitali che meritano di essere tutelate. Quella presa di distanza da una globalizzazione percepita come ingiusta, che abbiamo visto nei testi dell’ultimo decennio, avviene, in effetti, anche sulla base di considerazioni di “economia ecologica”, secondo una prospettiva che orienta forse la riflessione anche aldilà della mera contrapposizione di sostenibilità e decrescita.

 

NOTE:

1 Per i testi citati rimandiamo, salva diversa indicazione, al database di documenti ecclesiali sulla salvaguardia del creato curato dalla Fondazione Lanza ed accessibile dal sito del Progetto Culturale della CEI (www.progettoculturale.it) nella sezione “Collaborazioni”.

2 D.H.Meadows, D.L.Meadows, J.Randers, W.W.Behrens III, The Limits to Growth, Universe Books, New York 1972.

 

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