Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfNei primi anni novanta c’era la convinzione che il destino delle imprese agricole familiari italiane di piccole e medie dimensioni fosse segnato: sarebbero scomparse. In un’importante trasmissione televisiva, “Il tempo delle scelte” (1992), parlando dell’agricoltura Romano Prodi presentò un’azienda che la Ferruzzi S.p.a. stava costruendo in Russia: era un’azienda cerealicola di 4.000 ettari con l’impianto di stoccaggio dei cereali; chiaramente non rientrava negli standard della nostra agricoltura.

A metà degli anni novanta non era difficile ascoltare un esperto Nord Americano dell’agroalimentare spiegare che con la liberalizzazione dei mercati (globalizzazione) si era messo in moto un processo che avrebbe portato ad una nuova divisione internazionale del lavoro dove l’agricoltura non sarebbe spettata all’Europa; ovviamente l’agricoltura di cui parlava era quella delle “bulk commodities” per il mercato internazionale.

Una “nuova divisione internazionale del lavoro” che avrebbe colpito i nostri agricoltori ma, ci veniva detto, stava facendo entrare nei mercati internazionali popoli prima esclusi (cinesi e indiani) con una grande crescita del PIL globale. Infine, ricordando qualcosa della teoria dei “vantaggi comparati” (D. Ricardo), essa aveva una razionalità che la legittimava.

In breve, eravamo le vittime sacrificali di un percorso che avrebbe portato ad un “bene maggiore”, però qualche dubbio sulle sfaccettature di questo “bene maggiore” era legittimo: nei presupposti di Ricardo solo le merci viaggiavano, lavoro e capitale rimanevano nel paese d’origine. Ora, invece, viaggia tutto: dei capitali sappiamo, ma viaggia anche il lavoro e chi ha potere può infischiarsene di vincoli e conseguenze; ha un preoccupante potere di far sorgere “quasi dal nulla”, “ex nihilo”.

Con questo orizzonte, quali erano gli aspetti qualificanti della presenza dei “fedeli laici” nell’agricoltura e nella cooperazione internazionale allo sviluppo ?

Sulla scia delle politiche neokeynesiane di intervento dello Stato1 e della loro egemonia nella cultura politica internazionale, si confidava sul “primato della politica” per raggiungere obiettivi “redistributivi”. Se l’attivismo sociopolitico ostruiva i vasi comunicanti tra fede e presenza sociale, si correva il rischio dell’appiattimento sui “miti” problematici di un certo sociologismo politico. Nel caso dell’associazionismo agricolo ciò sfociava in una subalternità al movimento internazionale contadino di La Via Campesina; il quale aveva l’indubbio merito di aver portato all’attenzione internazionale le masse contadine dei Pvs, ma lo faceva, in particolare allora, con posizioni antagonisticamente ideologizzate. All’opposto, tra i funzionari delle istituzioni, nonostante esempi di una competenza appassionata e perseverante, prevaleva un realismo politico che di fronte alle contraddizioni della realtà assomigliava ad una tomba della speranza politica.

Nell’area istituzionale era molto debole una concezione adeguata del “ruolo della società civile”, così come si stava configurando nella Dottrina Sociale della Chiesa2 (DSC); ma, un po’ in tutti mancava una reale convinzione dell’importanza della “sussidiarietà”, come non c’era una visione “poliarchica” dello sviluppo della società; carenze che richiedevano un “nuovo pensiero” ma, anche e contemporaneamente una conversione continua del cuore che ci aiutasse a rinnovare i nostri schemi mentali.

Sulla sicurezza alimentare, per i volontari della cooperazione internazionale la Focsiv/CIDSE si muoveva con una visione d’insieme e volontà di dialogare; invece dall’associazionismo agricolo internazionale non giungeva nessuna voce paragonabile.
La Federazione Internazionale dei Produttori Agricoli (FIPA) fallì economicamente poco dopo il 2000; da tempo era paralizzata dalla contrapposizione tra le associazioni degli agricoltori dei paesi esportatori e quelle dell’Ue. Anche le associazioni degli agricoltori si erano appiattite su una visione delle relazioni internazionali come esclusiva ricerca di sbocchi commerciali, in quest’ottica la solidarietà internazionale diventava solo un’occasione per piazzare eccedenze produttive.

L’ICRA, dopo la crisi della fine della collaborazione internazionale legata alla “rivoluzione verde”, cercò di reagire, se non altro dal punto di vista della volontà dei suoi protagonisti di confrontarsi su quanto stava avvenendo; spronata, a Roma, dalla nuova strategia della Coldiretti per la valorizzazione della rete territoriale delle imprese agricole familiari nel contesto di un rapporto “responsabile” con i consumatori.

Fuori da queste aree più strutturate c’era una pluralità di iniziative di singole associazioni cristiane: esperienze generose ma senza una progettualità politica complessiva e senza la premura di volerla promuovere; esposte all’accusa del mercimonio. Non ero a conoscenza di rapporti di vertice di qualche associazione con dirigenti FAO, rapporti che possono servire a preparare il terreno, ma se non hanno una ricaduta nel confronto dentro la società civile non sono all’altezza del compito di una “forza sociale”; non si può prescindere “dall’odore delle pecore e dallo stare tra le pecore”. Un advocacy di vertice (segreta) può essere efficace per imporre un interesse economico-finanziario, ma se si tratta di qualcosa che investe visibilmente la vita della società, anche il “private sector” sa che ha bisogno di una legittimazione ampia da ricercare con il confronto continuo, oppure con offensive mediatiche vaste anche se periodiche; tra i due metodi può esserci una differenza etica discriminante.

Per chi ha grandi mezzi c’è sempre la tentazione del “già fatto, è troppo tardi per tornare indietro”. Ad esempio: si introducono gli organismi geneticamente modificati (ogm) in sordina, dicendo ai produttori agricoli che è una scelta imprenditoriale e non riguarda i consumatori; poi, quando piovono le critiche, si fa presente che ormai la frittata è fatta e non si può tornare indietro; questa è la versione soft dell’azzardo morale (too big, to fail) praticato da grandi gruppi finanziari durante la crisi delle borse.

La presenza alla FAO non è una cosa semplice: sul versante positivo c’è l’obiettivo, combattere la fame e il sottosviluppo agricolo-rurale; quindi c’è la dimensione globale che richiede conoscenze dal punto di vista del bene comune dell’”unica famiglia umana” o, perlomeno, di un’integrazione collaborativa ed equa tra i popoli.

Sul versante negativo c’è il fatto che la buona volontà delle persone che rappresentano gli Stati, si scontra con la subalternità delle relazioni internazionali alla competizione commerciale tra sistemi paese e fra grandi gruppi transnazionali. C’è una distanza disarmante tra un “dovere essere” sempre più evidente (diritto al cibo), nonostante le contraddizioni del percorso dei “diritti umani” nella cultura contemporanea, e una “realtà” che ne tiene conto solo dopo aver lasciato il terreno ai rapporti di forza della guerra economico-commerciale, con l’ombra di un’enorme deformazione del principio secondo cui “ciascuno è responsabile a casa sua”, nella misura in cui favorisce un rimbalzo di responsabilità che inibisce la collaborazione fra paesi.

La crescente consapevolezza degli agricoltori e dell’agricoltura familiare a livello internazionale, i fallimenti dell’evoluzione globalizzata del “modello classico” dello sviluppo agricolo sul piano economico e sociale, su quello ambientale e su quello nutrizionale, stanno cambiando la capacità di discernimento dell’opinione pubblica internazionale.

Nell’assemblea del Commettee on World Food Security (CFS-NU/FAO) che introdusse il 2014 come Anno Internazionale dell’Agricoltura Familiare, la “battaglia delle idee” ha vissuto un momento importante con il Report, “Investing in smallholder agriculture for food security”, dove si è affermato che il “modello classico” di trasformazione dell’agricoltura non può essere “one size fits all”, che esistono già vie ibride e modelli diversi in cui l’agricoltura familiare rinnova il suo ruolo; oltre ad essere la base produttiva portante che sfama i popoli.

Il consenso sociale del “modello classico” si basava su una condizione: “l’aumento della domanda di lavoro nei settori extra agricoli supera quello della popolazione attiva”, una condizione che oggi non c’è più ovunque; la generale mancanza di lavoro incrina il consenso di un modello che distrugge lavoro.
I problemi ambientali causati dalle grandi monocolture e allevamenti intensivi sono abbastanza noti all’opinione pubblica, come certe conseguenze negative sull’alimentazione umana. Colpisce leggere che la grande agricoltura californiana, un esempio della vittoria della volontà dell’uomo sulla natura, sia alle porte di “una guerra dell’acqua3” contesa tra i suoi diversi usi. Contemporaneamente l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lancia l’allarme della resistenza dei batteri agli antibiotici, naturalmente sotto accusa ci sono quegli allevamenti zootecnici intensivi dove si usano gli antibiotici in chiave preventiva.

Nell’ICRA c’è la testimonianza degli statunitensi del National Catholic Rural Life Conference (NCRLC), che nella nazione con l’agricoltura industrializzata più proiettata su scala globale, rinnova la volontà di fare agricoltura con uno spirito diverso; fa le denunce più approfondite sulle conseguenze delle integrazioni verticali e gerarchiche delle filiere agroalimentari su scala globale, dove l’agricoltore scompare in quanto produttore di cibo. C’è la grande sensibilità culturale dei membri asiatici per il ruolo delle comunità locali, del loro associazionismo e dei saperi tradizionali traghettati nella modernità; come nell’Istituto Searsolin del Sudest Asiatico, la scuola costruita (1963) dai gesuiti nelle Filippine. Ci sono le speranze di ungheresi, romeni e russi, di costruire un moderno tessuto di imprese agricole familiari, dopo che il collettivismo di Stato si è travasato nella grande impresa privata continuando nello stesso dispregio per l’agricoltura familiare. Ci sono le urgenze delle realtà africane, spesso individuabili in iniziative concrete da apportare dentro le comunità rurali locali, che non devono rimanere isolate e vanno integrate nella costruzione di reti, associazioni, mercati locali e società civile; per una capacità di crescere anche autopropulsiva. C’è la vecchia Europa con il suo bisogno/opportunità di rigenerare un modello di sviluppo che coniughi in termini nuovi alimentazione, agricoltura, consumo e ambiente. A riguardo ci sono le riserve di spiritualità dei francesi, le intuizioni e i percorsi rigenerativi messi in campo dagli italiani; ma è anche la realtà che deve andare oltre gli schemi mentali del recente passato, quella che più di ogni altro ha bisogno di profezia sociale e rinnovamento del cuore.

Nei paesi ad agricoltura arretrata si tratta di mettere in piedi politiche che partano dall’agricoltura familiare, dalle sue risorse endogene e carenze, per avviarla nel “suo” percorso di sviluppo; dal locale al regionale, o subregionale.

Nei paesi ad agricoltura matura, si può iniziare a rigenerarla partendo da una diversa visione del rapporto con il cibo, di conseguenza, del ruolo dell’agricoltura e del rapporto tra la rete delle imprese agricole famigliari e i consumatori, i cittadini.

In questa ottica vanno letti percorsi come quelli che hanno portato degli agricoltori a trasformare in azienda e a vendere direttamente i loro prodotti, per continuare ad essere produttori di cibo. Andando oltre l’azienda, li hanno portati a riqualificare i mercati locali (farmer’s market, direttamente dal maso, mercati contadini, ecc…), a riprogettare le “filiere corte” e a valorizzare il consumo a “km zero” all’interno di un rapporto con i consumatori4  centrato sullo sviluppo, da entrambe le parti, di una produzione e un consumo “responsabili”. Con la produzione c’è il ruolo multifunzionale dell’azienda agricola, della rete delle aziende agricole familiari nel compiere servizi ambientali e per i beni comuni, fino a comprendere l’educazione (fattorie didattiche, agriasilo) e l’integrazione sociale (l’agricoltura sociale), la cura alla persona (percorsi terapeutici); senza dimenticare le energie alternative a quella fossile su piccola scala, le produzioni non destinate all’alimentazione per prodotti artigianali (cosmesi, tessile, ecc..).

Sono esperienze che, in forme diverse, stanno avvenendo un po’ ovunque. In Italia vi abbiamo aggiunto battaglie come quella dell’indicazione dell’origine della materia prima agricola, contro gli ogm, per la filiera agricola
tutta italiana, contro una segretezza delle importazioni agricole funzionale allo svuotamento sottobanco del “made in Italy”; una fuga in avanti mortale per un agroalimentare nazionale che ha nella tipicità e qualità distintiva non solo punti di forza per competere, ma la possibilità di dare il “suo, più vero ed originale” contributo all’”unica famiglia umana”.

Non si tratta di visioni e modelli sic et simpliciter alternativi, anzi, nell’immediato e per l’insieme della società, l’aspetto alternativo dal punto di vista economico non è così importante: la dimensione più importante e che questi esempi concreti e la cultura che attorno ad essi si rafforza, costringeranno tutto il sistema a rivedere se stesso e il suo funzionamento. Mc Donald che dice di usare “carne nazionale”, prepara menù che si richiamano a tradizioni regionali usando prodotti tipici, è un cambiamento da non sottovalutare; anche se allevatori e lavoratori dei suoi fast food non ne vedono vantaggi.

Insieme, consumatori (il voto con il portafoglio) e produttori agricoli, stanno condizionando quello che sembrava un potere illimitato di determinare il consumo da parte dell’offerta dei grandi leaders globali. E’ una battaglia che non è mai

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 chiusa, aperta sulle tre dimensioni più consolidate della sostenibilità (ambientale, sociale ed economica) a cui si aggiunge quella istituzionale (nazionale e internazionale) e oggi si parla della necessità che la politica, senza le presunzioni del passato, intervenga per la sicurezza alimentare. Nell’ICRA inquadriamo queste sfide nella questione culturale e antropologica indicata dalla DSC, siamo consapevoli che tra agricoltura, ambiente e cibo si giocano aspetti importanti di un’economia diversa, più civile, a cui non deve mancare il contributo dei cattolici.

NOTE:

1 L’età dell’oro delle democrazie occidentali, vedi Ralph Dahrendorf in “Quadrare il cerchio” (1995-2009).
2  Vedi “Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa”, pag.227, punti 417,  418, 419, 420.
3  Enrico Deaglio, La prima guerra dell’acqua, Il Foglio 14 aprile 2014.
4  Nel 2000 la Coldiretti andò sulle piazze italiane per far sottoscrivere il “Patto con il consumatore” che comprende la “Carta dei doveri e dei diritti dell’impresa agricola”.

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