Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

Una suggestiva ma forse eccessiva prospettiva storica, diffusa in alcuni ambienti cattolici, vede nel primo millenniopdf una predominanza del monachesimo, il secondo millennio soprattutto clericale ed un terzo millennio tendenzialmente laicale. Anche se tale interpretazione può essere valutata come esagerata, resta il fatto che guardando con realismo la situazione del laicato cattolico si vede che i fedeli laici costituiscono più del 95% del popolo di Dio, che con più di un miliardo di persone, rappresenta il 17% della popolazione mondiale. Nella nuova era nella quale siamo entrati, cioè quella post-industriale, l'era dell'informazione istantanea, il 17% della popolazione costituisce una risorsa umana enorme.

Fino al Concilio Vaticano II quando prevaleva una ecclesiologia che non acquisì ancora le necessarie distinzioni fra Chiesa e mondo, il laico non aveva nemmeno una definizione positiva; i laici erano definiti in termini negativi, cioè come i “non appartenenti alla gerarchia”, il laico era semplicemente colui che non era né chierico né religioso. Per questo motivo si è parlato spesso di gigante addormentato.

Nel ultimo Concilio sono confluite le nuove correnti teologici e gli approfondimenti ecclesiologici sviluppatisi dal 1925 in poi, provenienti sia dalla testimonianza evangelica dei movimenti laicali, sia dal magistero della Chiesa, sia dall’elaborazione teologica del Corpo Mistico. Nel fervore di quegli anni si è ritornati alla centralità di Cristo e si è visto come la Chiesa non poteva essere compresa, se non nella prospettiva salvifica. Da questi sviluppi i teologi partirono per definire il laico non in rapporto al clero (senso negativo), ma rispetto alla secolarità (senso positivo). Grazie a questo cambiamento di prospettiva è stato possibile un salto decisivo di qualità del significato di “laico” nella Chiesa, inteso come situazione di vita e quindi strettamente rapportato al termine “missione”.

Sono molti i documenti conciliari che trattano del laicato ma soprattutto la Lumen Gentium fa propria questa prospettiva: i laici, si afferma in essa, sono coloro che “dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti Popolo di Dio e nella loro misura, resi partecipi all’ufficio sacerdotale e regale di Cristo, per la loro parte compiono nella Chiesa e nel mondo la missione propria di tutto il popolo cristiano”1. In questa panorama i laici sono “uomini che poggiano con ambedue i piedi alla terra”2 attraverso i quali la Chiesa si immerge nel mondo per lievitarlo rinnovandolo nello spirito di Cristo, sono dunque espressione della Chiesa situata nel secolo, cioè nel tempo che trascorre tra la creazione e il compimento finale, il quale vive nella quotidianità il mistero e la missione di Cristo. Mentre i ministeri ordinati sono consacrati al servizio della liturgia, della parola e della pastorale, i religiosi testimoniano nel mondo lo spirito delle beatitudini con la loro vita, i laici cercano “il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”3.

Nella realizzazione del Regno, che significa anche rendere pratiche le indicazioni del Magistero, trovare le vie sempre nuove e efficaci per tradurre la dottrina sociale della Chiesa nelle culture della politica, dell’economia, dell’educazione, dello sviluppo del matrimonio e della famiglia non si può prescindere quindi dai fedeli laici del terzo millennio quali proprio per la loro condizione di persone inserite nella realtà, abbiano la possibilità di fermentare dall’interno, come “lievito”, il mondo, in modo che diventi Regno di Dio.

La stessa linea di pensiero segue il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, promulgato il 25 ottobre scorso. Il paragrafo secondo del cap. 12 che tratta proprio di “Dottrina sociale ed impegno dei fedeli laici” offre molti spunti interessanti al riguardo sottolineando l’identità e spiritualità laicale, raccomandando di agire con prudenza, tracciando la dottrina sociale dell’esperienza associativa per concludere con l’analisi del servizio nei diversi ambiti della vita sociale: alla persona umana, alla cultura, all’economia, alla politica.

Il documento del Consiglio della Giustizia e della Pace parte dall’affermazione che il laicato è portatore di un valore originario, il suo mandato non deriva dalla decisione della gerarchia ma è radicato nella comune figliolanza da Dio sancita dal medesimo battesimo. Dunque la collaborazione dei laici all’azione apostolica nasce dalla vocazione propria del laicato, dalla chiamata universale alla sequela di Cristo. Essa è rivolta a tutti i battezzati che devono prendere coscienza del dovere di un impegno cristiano nel mondo, lontano dai rischi di confusione e di separazione. In questa prospettiva il dialogo e la collaborazione per il bene comune con tutti gli uomini diventa non più una scelta facoltativa, ma il modo ordinario in cui i cristiani costruiscono il Regno di Dio: ... per i fedeli laici l’impegno politico è un’espressione qualificata ed esigente dell’impegno cristiano al servizio degli altri. Il perseguimento del bene comune in uno spirito di servizio: lo sviluppo della giustizia con un’attenzione particolare verso le situazioni di povertà e sofferenza; il rispetto dell’autonomia delle realtà terrene; il principio di sussidiarietà; la promozione del dialogo e della pace nell’orizzonte della solidarietà: sono questi gli orientamenti a cui i cristiani laici devono ispirare la loro azione politica4.

L’apostolato della “massa grigia della Chiesa” non è dunque mera supplenza all’azione apostolica del clero, ma ne è un completamento necessario, anche se si svolge attraverso modalità differenti. Il laico che compie da cristiano tutti gli impegni della sua vita quotidiana, agisce da lievito nelle strutture, realizza in esse un modello di convivenza civile ispirata ai valori cristiani. E’ compito proprio del fedele laico annunciare il Vangelo con un’esemplare testimonianza di vita, radicata in Cristo e vissuta nelle realtà temporali: famiglia; impegno professionale nell’ambito del lavoro, della cultura, della scienza e della ricerca; esercizio delle responsabilità sociali, economiche, politiche. (...) “l’essere e l’agire nel mondo sono per il fedeli laici una realtà non solo antropologica e sociologica, ma anche e specificamente teologica ed ecclesiale5.

I laici devono dunque lasciar trasparire lo splendore di Cristo attraverso i valori temporali. Quando il lavoro si fa con un animo cristiano, diventa trasparente e luminoso, perché un raggio della grazia lo attraversa e gli conferisce nello stesso tempo brillantezza e valore di eternità, senza alterare in niente la sua verità, anzi rafforzandola. Il laico è in altri termini il portatore della missione “globale” ricevuta in forza del battesimo e della cresima.

La missione dei laici – prosegue il Compendio – richiede in ogni circostanza un discernimento e una scelta adeguata dei mezzi per compierla e deve svolgersi secondo le esigenze dettate dalla prudenza. La prudenza si articola in tre momenti: chiarifica la situazione e la valuta, ispira la decisione e dà impulso all’azione. Il primo momento è qualificato dalla riflessione e dalla consultazione per studiare l’argomento richiedendo i necessari pareri; il secondo è il momento valutativo dell’analisi e del giudizio sulla realtà alla luce del progetto di Dio; terzo momento, quello della decisione, si basa sulle precedenti fasi, che rendono possibile il discernimento tra le azioni da compiere6.

In questo modo il documento ripropone autorevolmente il metodo di azione sociale indicato già dal Giovanni XXIII nell’enciclica Mater et Magistra (1961) che consiste nel confronto dei principi perenni della rivelazione e della ragione con la rilevazione della situazione storica, che insieme serve a interpretarla al fine di compiere le scelte operative più opportune. Questo metodo viene spesso riassunto nelle parole: “vedere, giudicare, agire”, ed è stato molte volte ripetuto dal Magistero successivo. Lo troviamo nella Gaudium et spes del Concilio Vaticano II, Paolo VI fece sua questa visione metodologica specialmente nella Octogesima adveniens (1971) e Giovanni Paolo II l’ha ripresa nella Sollicitudo rei socialis (1987).

Leggendo questi documenti nasce spontanea la domanda: in che modo il cristiano opera nella vita secolare? Ha responsabilità propria oppure è presente nel mondo come inviato della comunità cristiana, della quale con altri condivide la responsabilità? I laici hanno una doppia appartenenza, alla Chiesa o alla società civile?

Questo delicato problema ha trovato già un orientamento nella distinzione di piani della Gaudium et spes n. 76, dove si indica la doppia azione dei cristiani come Chiesa e come cittadini. Nel primo caso, cioè nell’azione dei cristiani come chiesa, si può parlare di impegno ministeriale, mentre nel secondo caso i laici sono guidati dalla coscienza cristiana ed agiscono con proprie responsabilità, pur con il dovere in coscienza di confrontarsi continuamente con il Vangelo, con la comunità ecclesiale e con il bene comune. Nelle diverse situazioni della vita essi sono invitati ad agire con gli altri uomini nella ricerca del bene usando della razionalità che si rifà ai valori della creazione, illuminati e riproposti da Cristo. L’azione nel mondo invece “come Chiesa” dovrà essere sempre condivisa con la comunità, essendo questa responsabile ultima della missione, che non può mai essere affidata o arbitrariamente assunta da qualcuno. Nel Compendio questa idea viene fortemente ribadita: Vale, in ogni caso, la distinzione tra quello che i fedeli operano a nome proprio, sia da soli che associati, come cittadini guidati dalla coscienza cristiana, e quello che compiono a nome della Chiesa assieme ai loro pastori7.

E’ molto significativo il fatto che la crescente problematica dei mezzi di comunicazione di massa e delle politiche di distribuzione della tecnologia sono stati approfonditi proprio in quella parte del documento che riguarda il laicato. Il Compendio nota che oggi, in un’epoca in cui la prosperità o addirittura la sopravvivenza dipendono dall’informazione, ci sono accanto alle persone “ricche” sempre di più persone “povere” di informazione8. Ma la visione del Magistero non è pessimistica: I fedeli laici guarderanno ai media come a possibili e potenti strumenti di solidarietà: La solidarietà appare come una conseguenza di una comunicazione vera e giusta, e di una libera circolazione delle idee, che favoriscono la conoscenza ed il rispetto degli altri9.

Un dato che è opportuno sottolineare è l’ampio spazio che il Compendio concede anche ai diritti culturali ricordando che essi sono un particolare campo di impegno dei fedeli laici. Questo compito è specialmente rilevante dopo l’esperienza del radicale fallimento di prospettive culturali che sono state a lungo coltivate e condivise ma che alla fine hanno mostrato la loro debolezza e in molti casi il loro volto totalitario e disumano. Per questo motivo il documento insiste sul ... diritto delle famiglie e delle persone ad una scuola libera e aperta; la libertà di accesso ai mezzi di comunicazione sociale, per la quale va evitata ogni forma di monopolio e di controllo ideologico; la libertà di ricerca, di divulgazione del pensiero, di dibattito e di confronto. Alla radice della povertà di tanti popoli ci sono anche varie forme di privazione culturale e di mancato riconoscimento dei diritti culturali. L’impegno per l’educazione e la formazione della persona costituisce da sempre la prima sollecitudine dell’azione sociale dei cristiani10.

Concludendo questa breve presentazione occorre ricordare che la Chiesa con la sua dottrina sociale non entra in questioni tecniche e non istituisce né propone i sistemi o modelli di organizzazione sociale. Il Compendio è molto chiaro su questo punto Dalla profondità dell’ascolto e dell’interpretazione della realtà possono nascere scelte operative concrete ed efficaci; ad esse tuttavia, non si deve mai attribuire un valore assoluto, perché nessun problema può essere risolto in modo definitivo: la fede non ha mai pretesto di imbrigliare in un rigido schema i contenuti socio-politici, consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli11. Da ciò risulta chiaro che i laici, non dovrebbero essere esecutori passivi delle direttive della Gerarchia in campo sociale, ma spetta a essi mediarle coerentemente nelle scelte che devono fare insieme con gli altri cittadini, nel rispetto delle regole democratiche e della laicità. Senza pretendere di tradurre i principi etici assoluti immediatamente in scelte politiche.

Nella seconda metà del secolo scorso erano molti quelli che erano soliti ripetere che la Chiesa aveva perso il treno della storia. Il Compendio prova il contrario: la Chiesa quel treno non l’aveva mai perso, ma lo aspettava in una stazione più avanti. Infatti il documento del Consiglio della Giustizia e della Pace è pagina di Vangelo incarnata profondamente nella storia dell’umanità, il manifesto di un nuovo umanesimo, umanesimo del terzo millennio, umanesimo integrale, solidale e planetario, aperto alla Trascendenza12.

Dopo la promulgazione inizia la fase della sperimentazione. La dottrina sociale della Chiesa deve entrare, come parte integrante del patrimonio comune, il Compendio dev’essere adesso assimilato e rinascere nei vari luoghipdf del discernimento, sia interni alla comunità ecclesiale sia misti, ossia comprensivi di credenti e non credenti. Da questa assimilazione si può confidare in una nuova stagione ecclesiale di testimoni, di martiri e di santi. Anche nel campo sociale si può aspettare che la dottrina sociale aiuterà i credenti a riscoprire che la loro identità cristiana è la loro risorsa più grande per rendere incisiva e ricca di apporti la loro presenza nel mondo, si può aspettare che farà maturare personalità credenti autentiche e li ispiri ad assumere precisi obblighi politici, economici, amministrativi e sociali ad essere testimoni credibili, capaci di modificare i meccanismi della società attuale col pensiero e con l’azione.

 

NOTE:
1 LG 31; E.N. 70; Ch. L. 14.
2 D. Bonhoeffer, Venga il Tuo Regno, Queriniana, Brescia, 1976, pagg. 33-34.
3 LG 31.
4 CDS, 565.
5 CDS, 543.
6 CDS, 547.
7 CDS, 550.
8 Cf. CDS, 561.
9 CDS, 561.
10 CDS, 557.
11 CDS, 568.
12 CDS, nn. 1, 6, 7, 19, 82, 322, 327. 

 

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