Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

 

Vasta risonanza ha riscosso tra le Comunità ecclesiali di tutto il mondo il ‘Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa’ pubblicatopdf a fine 2004, dopo anni di lavoro portato avanti, su espresso incarico del Papa, dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Si tratta di un fitto volume di 319 pagine, contenenti 583 Articoli, oltre a ben 200 pagine di Indici, di vario tipo, da ritenersi estremamente utili per una consultazione rapida ed approfondita di ogni sua parte. Si snoda attraverso un’Introduzione, tre Parti contenenti complessivamente dodici Capitoli – rispettivamente quattro, undici, ed uno per Parte – ed una Conclusione.

Ratione materiae, è la Parte I quella fondativa e, quindi, più rilevante per tutti (la Parte III, Cap. 12, essendo dedicata ai rapporti fra Dottrina sociale ed Azione ecclesiale); ma è la Parte II quella che si occupa dei vari aspetti più propriamente attinenti alle questioni ‘sociali’, dalla famiglia al lavoro, dalla ‘vita economica’ alla ‘comunità politica’, alla ‘comunità internazionale’, all’ambiente, alla pace. Si comprende che, in questo mio intervento, mi dovrò concentrare soltanto su alcune considerazioni concernenti le questioni più ‘strettamente’ economiche, trattate nel Capitolo settimo (La vita economica).

Devo dire subito che in tale Capitolo l’intera materia è trattata in modo particolarmente ‘stringato’ (venti pagine, in tutto); tuttavia risultano ‘toccati’ i punti salienti del ‘discorso economico’, ed in particolare – come specificamente rilevanti dal punto di vista del credente laico economista, quale io sono – si affrontano (nell’ordine) quattro gruppi di argomenti cruciali: 1) Morale ed economia; 2) Iniziativa privata e impresa; 3) Istituzioni economiche al servizio dell’uomo; 4) le ‘Res novae’ in economia.

Forse, l’approccio seguito si può considerare un po’ limitato: ma ciò – lo esplicito, per così dire, ‘a scanso di equivoci’ – nel senso che, avendo già ampiamente trattato, come già richiamato, gli aspetti ‘fondanti’ in precedenza, si affrontano direttamente quelli che chiamerei ‘etico-tecnici’ del discorso economico, secondo una certa visione di questo abbastanza prevalente ‘tra gli addetti ai lavori’ che lo riguarda come più precisamente attinente alla ‘produzione’ dei beni e servizi, mentre altri aspetti cruciali, quali i bisogni, il consumo, lo stesso lavoro, insomma ‘il modello’ dello sviluppo economico oggi prevalente e ‘gli stili’ della vita economica oggi imperanti, vengono lasciati ad altri ‘ambiti’ della riflessione e dell’azione sociale (in primis, alla sociologia). Personalmente, sono invece convinto che questo modo di guardare all’economia è, appunto, limitato e limitante, giacché la ‘confina’ via via e sempre più ad una ‘tecnica’, mentre essa è in primis una scienza, umana e sociale, che certo ‘si snoda’ attraverso tecniche specifiche e sempre più ‘sofisticate’, ma che non può ‘allentare’ il suo coinvolgimento negli aspetti complessivi del vivere quotidiano per le persone e la società, pena l’affermarsi, anche inconscio, magari ‘strisciante’, di un certo tecnicismo, un certo economicismo, un certo consumismo.

Venendo a considerare alcuni dei punti affrontati nei quattro paragrafi del Capitolo già, sopra, evidenziati, il paragrafo ‘Morale ed economia’ è denso e, sostanzialmente, ‘tocca’ i vari temi che, specialmente con il Magistero di Giovanni Paolo II, si sono venuti consolidando come centrali, in argomento, per la dottrina sociale della Chiesa, quali, in particolare, la ‘reciprocità’ di fondo dei due aspetti, quello morale e quello economico, e, chiamiamola così, la ‘universalità’ dello sviluppo solidale per tutti gli uomini e per tutti i popoli. In questo contesto, si pone come particolarmente rilevante il cosiddetto ‘apprezzamento’ dell’economia di mercato o – come si scrive nel Compendio (pag. 184) – “semplicemente libera”, ed in proposito si fa riferimento all’affermazione-chiave del n. 42 della Centesimus annus, troppo conosciuta perché vi sia bisogno di riportarla. Il punto che, però, mi si consenta di sollevare riguarda, per così dire, il giudizio sul ‘momento’ in cui il capitalismo ‘passa’ dall’essere un sistema positivo di ‘economia d’impresa’, o di ‘economia di mercato’, o semplicemente di ‘economia libera’, ad essere un sistema negativo di economia che non è ‘al servizio della libertà umana integrale’ e non la considera come ‘una particolare dimensione di questa libertà’. Insomma: come si fa a giudicare? E più precisamente: chi è ‘deputato’ a giudicare? L’etico, il politico, il tecnico, un’équipe di persone? Sono questioni grosse, che forse non ‘stava’ al Compendio affrontare, ma che comunque si pongono e cui occorre dare una risposta sia da parte dello studioso credente, sia, ed in modo specialmente pregnante, da parte dell’operatore credente che, quotidianamente, si confronta con decisioni di questo tipo.

Considerazioni simili mi sono state suggerite dalla lettura del paragrafo ‘Iniziativa privata e impresa’. E’ chiaro che, per la produzione, è essenziale l’impresa, la sua capacità d’iniziativa e d’innovazione, la sua progettualità ed attitudine al rischio, così come non può non ritenersi acquisito in proposito il ruolo del profitto, anzi di un “equo profitto”, come scrive il Compendio (pag. 187). Naturalmente, però, si propone il problema di qual è il ‘profitto equo’, così come, e più in generale, quello di quali sono le ‘strutture produttive’ in grado di garantire “il concreto rispetto della dignità umana dei lavoratori che operano nell’impresa” (pag. 189). A me sembra che, anche in proposito, non si può non pensare e ragionare in termini di un vero e proprio confronto (pertanto, anche istituzionalizzato) fra i vari ‘componenti’ impegnati nelle molteplici ‘attività’ di un’impresa e di una struttura produttiva in genere.

Quanto al discorso sulle ‘Istituzioni economiche al servizio dell’uomo’ (paragrafo IV), si fa giustamente riferimento a: a) Il ruolo del libero mercato, ed in proposito ‘valgano’ le osservazioni prima fatte; b) L’azione dello Stato, ed in proposito non può non essere condivisa la fondamentale proposizione che “Occorre che mercato e Stato agiscano di concerto l’uno con l’altro e si rendano complementari” (Compendio, pag. 193); c) Il ruolo dei corpi intermedi, ma quanto al discorso in proposito devo registrare – senza però potere qui affrontare specificamente il punto – una certa ‘insufficienza’ di approfondimento per quel che concerne le ‘organizzazioni private senza fine di lucro’.

D’altro canto, in collegamento con quanto sopra detto, ritengo che anche il successivo punto d) Risparmio e consumo risente di una certa ‘limitatezza’ di approfondimento. Naturalmente, condivido in pieno quanto affermato, ma per così dire solo ‘di sfuggita’, sul ‘fenomeno del consumismo’ e sugli ‘stili di vita’ ad esso commisurati, cui non si possono non contrapporre, come si scrive al n. 36 della Centesimus annus, quelli “nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti” (pag. 196). Tuttavia, riprendendo ancora le stesse osservazioni fatte sopra sui precedenti due paragrafi, occorre considerare il ‘nodo’ di chi giudica, e come ci si orienta, e quanto ci si può ‘dissociare’, in una società sempre più complessa e, nella sostanza, sempre più secolarizzata come quella in cui quotidianamente viviamo.

Quanto poi alla questione del ‘risparmio’, e più in generale del ruolo della ‘finanza’ nell’economia, spiace non avere trovato (ma, potrei sempre sbagliarmi) un riferimento, per così dire, al ‘collegamento’ tra risparmio e ‘sistema finanziario interno’, intendendo ovviamente dire ‘interno’ a ciascuna economia o ciascun paese, ed in particolare, in quest’ultimo ambito, una certa trattazione su ruolo, ‘eccessi’ e ‘limiti’ delle varie forme di intermediazione finanziaria, soprattutto di quella bancaria.

Infine (si fa per dire), quanto al paragrafo ‘Le «res novae» in economia’, credo siano stati individuati bene i fatti salienti della realtà economica contemporanea, focalizzandosi adeguatamente su ‘opportunità’ e ‘rischi’ della globalizzazione. Magari, personalmente avrei preferito che si parlasse, nell’ordine, di ‘rischi’ e ‘opportunità’; e ciò, ovviamente, non per ‘pignoleria’ terminologica, bensì perché – oggi come oggi, cioè considerando la realtà concreta per tante e tante persone nel mondo (circa 1 miliardo di persone, si noti 1.000.000.000 di persone come noi!) che ogni giorno non sanno come fare ‘per sopravvivere’, ‘attaccate’ come sono dalla fame, dalle malattie, dalle guerre – il problema non è quello ‘di come si vorrebbe che fosse e magari si lotta perché sia’ la globalizzazione ‘dal volto umano’, ma ‘di com’è’ la globalizzazione ‘capitalistica’ in atto.Certamente, purtroppo, non è qui possibile addentrarsi in alcun modo nel complesso ed impellente problema del sottosviluppo-sviluppo a livello mondiale oggi. E, tuttavia, non posso esimermi dal sottolineare che – condividendo pienamente, ripeto, quanto richiamato dal Compendio in proposito su temi centrali quali ‘il ruolo della comunità internazionale’, ‘l’obiettivo di uno sviluppo integrale e solidale’, ‘la necessità di una grande opera educativa e culturale’ – quanto al merito specifico della questione, mi sembra generico ed insufficiente parlare, da un lato, di ruolo del ‘commerciopdf internazionale’ e della ‘specializzazione internazionale della produzione’ e, dall’altro, di necessità della ‘stabilità senza ridurne le potenzialità e l’efficienza’ per il sistema finanziario internazionale. Infatti, oggi, dopo tanti e tanti discorsi di questo tipo, non si può non prendere una posizione ‘forte’ contro certe radicate tendenze in entrambi gli ambiti ed a favore, invece, di altre, di cui pure si parla e si progetta da anni, senza però agire conseguentemente nel concreto.

Sono conclusivamente convinto che, solo col far riprendere vigore alle posizioni ‘forti’, si riuscirà a cominciare a sconfiggere veramente quel male estremo che sono la povertà e l’indigenza di tante e tante persone nel mondo, così come intuito egregiamente dal grande Paolo VI allorché (come noto), nella Populorum progressio (1967), ha affermato che “il nuovo nome della pace è lo sviluppo dei popoli”. 

 

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