Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

 

Nel gennaio 2003 sono iniziati i lavori di ricerca sul tema delle condizioni civili dei detenuti stranieri nelle carceri italiane. L’indagine, durata due anni e diretta dal Prof. Alberto Lo Presti e dalla sottoscritta (gli altri membri del gruppo di ricerca sono stati la dott.ssa Paola Pozzi, la dott.ssa Marzena Zielonka e la dott.ssa Letizia Moretti), ha avuto un percorso abbastanza lungo, poiché ha previsto oltre ad uno studio teorico sull’argomento, anche un’accurata analisi sociologica del problema, attraverso la costruzione di un questionario che è stato poi sottoposto ai detenuti stranieri di sei carceri italiane: S. Vittore” di Milano; l’“Uccia- rdone” di Palermo; “Le Vallette” di Torino; “Re- gina Coeli” di Roma; il carcere di Prato; e la casa di reclusione di Isili (Sardegna).

La parte empirica della ricerca ha richiesto un enorme sforzo e impiego di tempo e risorse. Per alzare il numero di risposte da parte dei detenuti intervistati si è scelto di tradurre il questionario, formulato ovviamente in italiano, anche in alba- nese, arabo, armeno, cinese, croato, francese, geor- giano, ibo (Nigeria), inglese, polacco, rumeno, russo, spagnolo, ucraino. Inoltre, sono occorsi molti mesi per ottenere le autorizzazioni per far sommini- strare ai cappellani penitenziari il questionario all’- interno degli istituti prescelti.

Finalmente, il nostro lavoro ha portato i suoi frutti e con i 600 questionari utilizzabili per- venuti è stato possibile effettuare l’analisi dei dati prevista.

Per presentare i risultati prodotti è stato organizzato un convegno che si è tenuto il 24 no- vembre 2004 presso l’Aula Minor della Pontificia Università San Tommaso D’Aquino, sede in cui si è svolta la ricerca in questi anni. All’incontro, oltre ai rappresentanti degli enti che hanno commissionato la ricerca, Padre Bruno Mioli, per la Fondazione Migrantes, e Mons. Giorgio Caniato, per l’Ispet- torato Generale dei Cappellani delle Carceri, sono intervenute un po’ tutte le istituzioni chiamate in causa dall’indagine: il Ministero degli Interni con il Sottosegretario On. Alfredo Mantovano, la Commi- ssione Episcopale Italiana nella persona di S.E Mons. Francesco Montenegro, la Direzione Gene- rale del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria nella figura di Giovanni Tinebra.

Il loro intervento è stato ovviamente dettato dal differente ruolo politico assunto e dalla fun- zione che ciascuno svolge in merito al tema dell’- immigrazione nel nostro Paese, ai problemi legati alla criminalità degli stranieri e alla loro deten- zione. In particolare, l’On. Mantovano ha ribadito il successo della legge n. 189 del 2002 (la cosiddetta legge Bossi-Fini) nel combattere l’immigrazione clandestina e ha difeso l’operato del governo nel ridurre le azioni criminose di stranieri e non nel nostro Paese. S.E. Mons. Montenegro ha invece ribadito il ruolo della Chiesa nei meccanismi di riabilitazione sociale soprattutto nei confronti di gruppi più deboli ed emarginati della nostra società come gli stranieri.

Oltre a personalità delle istituzioni civili e cattoliche, il convegno ha dato spazio ad alcuni tes- timoni privilegiati della situazione carceraria ita- liana: una suora volontaria nel carcere di San Vit- tore a Milano, il cappellano del medesimo istituto e un ispettore della polizia penitenziaria che per tanti anni ha prestato servizio nelle carceri italiane. La loro esperienza con i detenuti stranieri, anche se raccontata in pochi minuti, sicuramente è stata significativa per comprendere la difficile situazione che vivono non solo i soggetti della nostra ricerca, ma anche quegli attori che più di chiunque altro hanno a che fare con loro e con i loro problemi quotidianamente.

Di tono alquanto diverso è stata invece la relazione del Prof. Lo Presti, che ha presentato i risultati della ricerca sulle condizioni dei detenuti stranieri nelle nostre carceri. Sentendo i commenti di alcuni uditori del convegno, la relazione ha de- stato molto interesse. L’indagine condotta, infatti, è stata una delle poche ad essere riuscita ad intervistare direttamente i detenuti stranieri e a produrre informazioni che vanno aldilà delle tabelle di numeri riportate da organi ufficiali quali il Dap, l’Istat o la Caritas. L’intervento del prof. Lo Presti è stata motivato da due ragioni fondamentali: in- nanzitutto, essendo presenti anche dei giornalisti, vi era l’intenzione di non divulgare tutti i risultati con i relativi dati di supporto, per mantenerne l’ori- ginalità nella successiva pubblicazione prevista del- la ricerca; in secondo luogo, la presenza delle isti- tuzioni sopra elencate richiedeva di approfittare del momento per trasmettere il risultato “politico” dell’indagine effettuata. E così, difatti,è stato.

Una delle prime affermazioni significative è stata la constatazione che il detenuto straniero non può essere considerato nello stesso modo del de- tenuto italiano durante il trattamento penitenziario.

La ricostruzione sociale del criminale è un’azione che ha un senso per i cittadini che sono destinati a condividere gli schemi della società in cui dovranno essere reinseriti; mentre è del tutto diversa per quei cittadini che, provenienti da altre culture, torneranno ad altre culture. È chiaro che l'istituzione penitenziaria non può pretendere chissà che da questi casi.

Questo significa che, se lo straniero viene tenuto in carcere senza alcuna considerazione delle sue differenze culturali, sociali, storiche, la deten- zione per lui si trasforma solo in uno strumento punitivo e non riabilitativo, caratteristiche, al con- trario, contemporaneamente presenti nel nostro ordinamento penitenziario.

Un altro punto trattato, su cui vale la pena soffermarsi in questa sede, è il senso che può assumere la detenzione in un carcere italiano per uno straniero che quasi sicuramente verrà rimpa- triato subito dopo aver scontato la pena, se non addirittura prima. Come afferma il Prof. Lo Presti:
Qui ci troviamo di fronte ad un impasse dal punto di vista politico: è chiaro che, se non applichiamo il trattamento penitenziario, la logica conseguenza è che il detenuto straniero se ne torni a casa. Mentre qualora al detenuto straniero fosse insegnata la lingua, un lavoro, le nostre regole della convivenza civile, sarebbe davvero para- dossale rimandarlo a casa dopo averlo preparato un po' alla nostra cultura. Le contraddizioni del caso sono agli occhi di tutti. Mi preoccupa una certa ipocrisia, cioè uno scollamento netto fra obiettivi e mezzi dell'istituzione penitenziaria, che tutta questa vicenda sembra assumere.

Queste considerazioni sono tanto più pre- occupanti quanto più si osserva il dato emerso dall’indagine riguardo alle aspettative del detenuto straniero circa il proprio futuro: solo il 15% è a conoscenza che probabilmente sarà espulso, mentre il 60% non lo sa e il resto è sicuro di poter rimanere in Italia. Una prospettiva alquanto distorta visto l’incremento di espulsioni di detenuti stranieri che si è avuto a partire dall’entrata in vigore della legge Bossi-Fini (settembre 2002).

La presentazione completa dei dati e dei risultati che l’indagine empirica ha prodotto sarà pubblicata nei prossimi mesi del 2005, in un volume che riporterà anche gli atti del convegno. La ricerca, tuttavia, se pure ha conseguito dei risultati interessanti non può certo considerarsi esaustiva del problema. Come ha sottolineato a conclusione del convegno la Prof. ssa Helen Alford, Decano della Facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum, “questo non è che un altro piccolo passo nella conoscenza di questi temi. Sarebbe interessante ripetere la ricerca fra alcuni anni per vedere come si è evoluta la situazione e come le istituzioni si sono mosse per risolvere i problemi attualmente presenti, magari aggiornando attra- verso un altro questionario le informazioni sui detenuti stranieri”.

Ci auguriamo che ciò possa realmente accadere e che i risultati dell’indagine presentati possano contribuire in qualche modo ad aiutare il legislatore e tutte le istituzioni competenti a su- perare certe contraddizioni e a migliorare le con- dizioni civili del detenuto straniero nel nostro Paese. 

 

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