Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfPer i tipi dell’Agrilavoro edizioni e a cura di Luigi Troiani, sono apparsi gli atti del Convegno tenutosi presso la Pontificia Università San Tommaso in occasione del sessantesimo anniversario del Rapporto Beveridge.

È stato giustamente detto che, con il cosiddetto Rapporto Beveridge, si realizza finalmente una compatibilità tra stato democratico e libero mercato. Si attua cioè un modello che si colloca tra liberalismo e social-democrazia, un misto di socialismo cristiano e neo-liberismo. Resta comunque il fatto che da allora diventa effettiva e irrinunciabile l’aspirazione del lavoratore alla sicurezza sociale. Questa diventa anzi una priorità morale delle società democratiche assieme alla lotta alla povertà e all’emarginazione1.

Non si deve certo pensare che Beveridge, al di là da queste impostazioni di fondo, sulle quali si è comunque costruito molto del nostro modello di sviluppo, non abbia percepito molti dei futuri problemi del nostro modello di welfare. Basti pensare alle pensioni per le quali si era “previsto il trattamento pubblico, senza però rinunciare a un discorso sulle assicurazioni private”. Certamente però, più che al futuro, si guardava al presente nella speranza di creare una nuova forma di cittadinanza, cosiddetta sociale, che si sarebbe dovuta aggiungere a quella prevista dallo stato di diritto2. Non si dimentichi poi che, nell’ottica del Piano c’era la necessità di risolvere il problema dei ceti medi, che risentirono fortemente della crisi bellica, e la conseguente questione della sicurezza pubblica che non poteva essere affrontata solo in termini repressivi.

Si commetterebbe però un grosso errore nel ritenere che Beveridge avesse come unica preoccupazione il ceto medio. La sua fu una grande mobilitazione nazionale per la democrazia. A questo progetto furono invitati tutti: imprese, sindacati, classi ricche e povere3. Si potrebbe dire che l’intento effettivo, in una prospettiva, mi si passi il termine, intercalassista, fosse quello di rivitalizzare i corpi intermedi per mettere di fronte alle loro responsabilità istituzioni politiche e capitale.
Beveridge è un liberale con un’appassionata fede nella libertà personale, ma anche con la profonda convinzione che, il mutare dei tempi, non permette a molti ideali liberali di realizzarsi attraverso il semplice esplicarsi del mercato o, come sosteneva allora Keynes, grazie a strategie fiscali e monetarie. Insomma la politica è chiamata a prendersi le sue responsabilità4. A queste conclusioni Beveridge arriva anche perché è un umanista classico e, come egli stesso ci dice, la sua formazione ha affinato la sua sensibilità.

Beveridge era nato in India nel 1879. Figlio di un giudice, aveva studiato greco e latino ad Oxford. La sua futura impostazione politica e sociale era stata permeata da Platone e Aristotele e da Cicerone e Seneca. Da questi autori deriva probabilmente quel bisogno di giustizia e eguaglianza che si faceva sempre più pressante durante il secondo conflitto mondiale. Il suo Rapporto, che finirà per prendere il suo nome, è redatto pensando alle condizioni di gran parte della popolazione inglese, ma non solo. Sempre a ridosso della guerra, Beveridge pensa anche ad un embrionale movimento per un’Europa federale alla quale allargare i vantaggi del suo piano. Fu probabilmente per questo che, al posto della vecchia terminologia national insurance, preferì la nuova social insurance. Con questa si disegnava la speranza, raccolta poi ben oltre i confini nazionali, di una piena occupazione, di un servizio sanitario nazionale e universale, nonché un progetto globale di previdenza sociale e sussidi per la prole5. Il tutto per dare ai poveri piena indipendenza non solo economica ma anche civica.

Per rendere possibile un piano così ardito era necessario un piano di contributi e sussidi che non solo dovevano essere fissi, ma anche universali a prescindere dai singoli redditi. Solo così il welfare sarebbe diventato l’emblema di una cittadinanza condivisa e non il marchio vergognoso di una minoranza6. Cittadinanza perché, quello di godere di un’assistenza sociale in un momento di bisogno, è una forma di diritto per chiunque perché ognuno ha, col suo lavoro e con i suoi contributi versati, guadagnato e pagato queste garanzie. Molti hanno parlato a riguardo di influenze provenienti dalle politiche di piano o pianificazioni del socialismo reale, ma va detto che, per Beveridge, si trattava di conciliare una parità di trattamento con le ovvie diversità umane7. Insomma un liberalismo nuovo che incontrava le giuste esigenze di un socialismo democratico.

Al Rapporto di lavora già dalla metà del 1941 quando viene costituito il Comitato Social Insurance and Allied Services e qualcuno pensa già che esso sarà “certamente un atto di politica interna, ma dalle notevoli ricadute internazionali”. Questo non può far dimenticare che il Rapporto scaturiva anche dalla necessità di confrontarsi con due dati di fatto. Da una parte mirava a contrastare il nazismo non solo sul piano militare ma anche in quella che era l’organizzazione della vita civile e il desiderio di accrescere il benessere personale e familiare, dall’altra cercava di anticipare e, quindi, risolvere per tempo le gravi necessità morali e materiali che si sarebbero manifestate nel dopo-guerra8. Ciò spiega perché se ne stampò anche un’edizione economica da diffondere tra i soldati al fronte e una serie di traduzioni clandestine da diffondere ovunque.

Certamente Beveridge aveva la piena consapevolezza che per battere quelli che definiva i cinque giganti (Want il bisogno in particolare quello del lavoro, Ignorance intesa soprattutto come carenza di istruzione, Disease malattie derivanti in modo particolare dalla povertà cronica, Squalor come desolazione e mancanza di speranza e Idleness come inerzia e accidia tipica di chi vive senza speranza) si poteva correre il rischio di incentivare le situazioni di dipendenza permanente finendo per aggravare la questione sociale. Ma, e in questo ebbe il sostegno di Lord Keynes, il rischio meritava di essere corso perché altrimenti la stagnazione economica e la dispersione del capitale umano avrebbero evidenziato pericoli ben maggiori9.

Va sottolineato che quando Beveridge parlava di povertà non intendeva solo quella economica, ma parlava di qualità della vita. Problema questo di centrale importanza e ribadito ai nostri giorni da Ralf Dahrendorf che esplicitamente parla di life chances. Il che significa che quei servizi destinati a soddisfare le esigenze fondamentali di una popolazione debbono essere di qualità10. Tutto ciò accresce la stabilità politica e sociale e dà un contributo notevole alla produttività11. Il Rapporto rileva adeguatamente questa convinzione. Beveridge è del parere “che non bisogna concludere a priori che la guerra attuale debba portare come conseguenza la fine del progresso economico della Gran Bretagna e del resto del mondo”12. La guerra va vista come un periodo rivolutionario, quindi, come “il momento più opportuno per fare cambiamenti radicali invece di semplici rattoppi”13. Questi potrebbero essere prospettati da errate visioni stataliste come pure individualiste. Si tratta di stabilire delle linee di demarcazione ben precise: “lo Stato non deve soffocare né le ambizioni, né le occasioni, né la responsabilità; stabilendo pertanto un minimo di attività nazionale non deve però paralizzare le iniziative che portano l’individuo a provvedere più di quel dato minimo, per se stesso e per la sua famiglia”14. Ci si avvia insomma a quell’impostazione di democrazia sociale che tanta importanza avrà a partire dall’immediato dopo-guerra. Inoltre si pone l’accento a più riprese quel bisogno di senso di responsabilità individuale15 che è alla base di un’autentica etica sociale. Per questo si evidenziano quei sussidi speciali a protezione dei ragazzi, durante il periodo di tirocinio scolastico fino a 16 anni16, tesi a far acquisire piena consapevolezza dell’importanza che essi hanno in previsione del futuro sviluppo della nazione.

Tutte queste erano evidenze, ci ricorda ancora Troiani, sottolineate dalla dottrina sociale della Chiesa come del resto dai migliori partiti democristiani europei e dalle più ardite elaborazioni socialdemocratiche17. Partiti che ripresero, nel dopoguerra, quelli che potremmo definire sentieri interrotti. Basterebbe pensare al famoso Congresso straordinario di Bad Godesberg, tenuto tra 13 e il 15 novembre del 1959, che trasformò la Spd. Fu in quell’occasione che si operò la definitiva trasformazione del partito in una prospettiva riformista sostenuta da Karl Schmidt, Willy Brandt, Fritz Erler e Helmut Schmidt. Venivano definitivamente messi da parte Marx ed Engels, ma, quello che più conta, venne ridefinita la linea economico-sociale abbandonando la lotta di classe proponendo “competizione per quanto possibile – pianificazione fin dove necessario”. C’era poi chi si richiamava addirittura all’etica socialdemocratica di Ferdinand Lasalles considerato un precursore del Spd e anche chi, come Habermas, da questo socialismo delle origini tentava di recuperare la prospettiva sopranazionale da attuare, almeno, in una prospettiva europea.

Anche oltre oceano questo discorso ha trovato originali intuizioni tanto che finirono per essere apprezzate al di là degli schieramenti. Alludo alla “terza via” di Bill Clinton che intese sostituire l’antico e dispendioso AFDC (Aid to Families with Dependent Children) con un nuovo sistema di sostegni e di incentivi il cosiddetto TANF (Temporary Assistance for Needy Families)18. Questo piano tendeva a superare la visione di welfare prima pdfmaniera perché voleva non solo assicurare un lavoro, ma una occupazione tale da garantire l’uscita dallo stato di dipendenza. Argomenti questi ripresi da Tony Blair19.
In conclusione vale la pena di ricordare che le pagine di questa pubblicazione sono dedicate ad un sindacalista, scomparso improvvisamente, che ha speso la sua vita per ideali sociali che non è retorico definire alti e di cui oggi si avverte tanto il bisogno.

 

NOTE:

1 Cfr. A. Gorini, Presentazione a Dopo Beveridge. Riflessioni sul Welfare, con ristampa anastatica de Il Piano Beveridge, a cura di L. Troiani, Agrilavoro Edizioni srl, Roma, 2005, pp. X-XII.
2 L. Troiani, Beveridge e il welfare: un dono del Novecento, in Dopo Beveridge. Riflessioni sul Welfare, cit., pp. XXXI e XXXIX. Cfr. sull’argomento A. B. Atkinson, Beveridge, the National Minimum, and its Future in a European Context, Welfare State Programme Discussion Paper WSP/85, LSE, 1993; T. Cutler, K. Williams, J. Williams, Keynes Beveridge and Beyond, Routledge, Kegan Paul, 1986; J. Harris, William Beveridge. A Biography, Clarendon Press, Oxford, 1997; J. Hills, J. Ditch, H. Glennerster (eds), Beveridge and Social Security: An International Retrospective, Clarendon Press, Oxford, 1994; K. Williams, J. Williams, A Beveridge Reader, Allen and Unwin, London, 1987.
3 Cfr. A. Gorini, Sessant’anni da Beveridg, in Opinioni, anno XIV- numero 1, 2004, p. 13.
4 Cfr. J. Harris, Beveridge, la sua storia, in Dopo Beveridge. Riflessioni sul Welfare, cit., pp. L-LI.
5 Cfr. J. Harris, Beveridge: la storia, in Opinioni, anno XIV- numero 1, 2004, pp. 19-20.
6 Cfr. ibidem, p. 21.
7 Cfr. J. Harris, Beveridge, la sua storia, in Dopo Beveridge. Riflessioni sul Welfare, cit., p. LX.
8 Cfr. L. Troiani, Il rapporto Beveridge nel contesto europeo e internazionale, in Dopo Beveridge. Riflessioni sul Welfare, cit., pp. LXXII-LXXIV.
9 Cfr. ibidem, pp. LXXVIII-LXXIX. Per quelli che Beveridge definiva i cinque giganti da abbattere nel cammino della ricostruzione cfr. Il Piano Beveridge. Compendio ufficiale della relazione di Sir William Beveridge al governo britannico, Presso la Stamperia Reale, Londra, 1943, p. 11.
10 Cfr. J. Shepherd, Beveridge e le attuali politiche sociali britanniche, in Dopo Beveridge. Riflessioni sul Welfare, cit., p. CXXI.
11 Cfr. G. Acquaviva. Una nuova concezione della responsabilità sociale, in Dopo Beveridge. Riflessioni sul Welfare, cit., p. CXLVIII.
12 Il Piano Beveridge. Compendio ufficiale della relazione di Sir William Beveridge al governo britannico, cit., p. 107.
13 Ibidem, p. 11.
14 Ibidem, pp. 11-12.
15 Cfr. ibidem, pp. 111-112.
16 Cfr. ibidem, p. 63.
17 Cfr. L. Troiani, Il rapporto Beveridge nel contesto europeo e internazionale, in Dopo Beveridge. Riflessioni sul Welfare, cit., p. XCVI.
18 Cfr. R. Haskins, Work over Welfare: The Inside Story of the Welfare Reform Law, Brookings Institution Press, 2006. Le posizioni dei democratici hanno trovato anche nell’opposizione suggerimenti nella convinzione, comune ad entrambi gli schieramenti, che l’aumento del benessere avrebbe determinato una crescita della sicurezza e della libertà. Cfr. Aa. Vv., Transforming Welfare. The Revival of American Charity, Acton Institute, Grand Rapids, Michigan, 1997.
19 Cfr. J. Shepherd, Beveridge e le attuali politiche sociali britanniche, in Dopo Beveridge. Riflessioni sul Welfare, cit. Al riguardo cfr. anche una serie di articoli apparsi sul numero 36 di Reset aprile 1997.

 

 

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