Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

Introduzione

L’interesse per la presenza cristiana in Turchia costituisce un vero proprio campo di indagine filosoficopdf e sicuramente politico. Il cristianesimo nello spazio geografico dell’attuale Turchia, erede parziale dell’Impero ottomano, ha sempre sollevato e solleva ancora oggi un’attenzione speciale da parte di ricercatori e studiosi nonché di attori della politica.

Il presente contributo ambisce a fare del Cristianesimo di Turchia, inteso in tutta la sua compagine, un elemento di analisi filosofica e di ermeneutica della presenza cristiana.
All’indomani storico di una massiccia esistenza di cristiani nell’attuale geografia anatolica, solo una minima percentuale è riuscita a sopravvivere. Dove per sopravvivere non si intende necessariamente il risultato di una qualsivoglia politica persecutoria, ma un desiderio rinnovato di essere vivi ed efficaci. Nell’attuale variegata coesistenza delle diverse denominazioni cristiane, quella cattolica latina è forse quella che si pone maggiormente la questione ermeneutica. 

Il significato della presenza cristiana cattolica è quindi l’obiettivo del presente studio. Per ermeneutica si vuole qui designare la ricerca di interpretazione di un fenomeno – quello cristiano – che non necessariamente conduce ad un senso esplicito ed evidente alla maggioranza. La domanda di senso nasce però soltanto in seguito all’ermeneutica della presenza o, in concomitanza con essa. Il perché, ancora oggi, dei Cristiani in Turchia conduce a riflettere su un’ermeneutica della presenza cristiana in questa terra. 

Il presente articolo è frutto di una riflessione decennale su questi temi e, specialmente, di una presenza sul campo. Si muove quindi in una prospettiva di analisi del Cristianesimo in Turchia in quanto tale, e di un’osservazione partecipante e partecipata a questo stesso fenomeno. Ne risulterà una griglia di lettura che permetterà di situare il fenomeno religioso cristiano nella Repubblica di Turchia in una prospettiva più ampia. E’ un’ermeneutica perché non scende se non in modo del tutto parziale a descrivere fenomenologicamente o storicamente la complessità della presenza cristiana. In quanto ermeneutica, di contro, offre una serie di linee di lettura di quel fenomeno inteso in quanto oggetto totale.

 

Archeologia storica della presenza cristiana 

La presenza cristiana di Turchia o, ancora più precisamente in Turchia, ha fatto l’oggetto da sempre e ai giorni nostri in modo rinnovato dell’attenzione di quella parte del mondo che viene definita come occidentale. I concetti di Occidente e di Oriente sono i termini di un dibattito annoso ma sempre vivo e, a tratti, violento. Questo Occidente, Europa e Nord America, hanno fatto della presenza dei cristiani nel mondo Medio-Orientale e turco un tema di “Orientalismo”. Accanto ad un Orientalismo di matrice musulmana, si può sicuramente parlare di un Orientalismo a sfondo cristiano. 

L’immagine del cristianesimo, globalmente inteso e sfocato dal punto di vista della ricchezza delle denominazioni cristiane, viene descritto e trattato come una cristianità in perenne conflitto con il mondo circostante – musulmano – e con una matrice spirituale ambivalente. Se da un lato le chiese cristiane godono, si dice, di una vitalità spirituale sconosciuta in ‘Occidente’, nondimeno esse soffrono crisi e talvolta persecuzione. Questo discorso, rilevato antropologicamente, è una costante di un Orientalismo a sfondo cristiano esistente sin dal sorgere della nuova religione nella penisola araba, l’Islam, ad opera del Profeta Muhammad. 

Questa analisi, che non può essere considerata nella sua complessità nello spazio di un breve paragrafo, ha una sua reale consistenza se non altro nel discorso teologico. Senza nulla togliere alla storia delle difficili relazioni tra Islam e Cristianesimo, questa stessa lettura ha condotto inesorabilmente ad un trattamento archeologico del dato cristiano in Turchia e, forse più globalmente, nel Medioriente. Altrimenti detto, più la lettura cristiana della presenza delle chiese in queste terre si è focalizzata sulla sofferenza e sul conflitto interconfessionale ed interreligioso e più si è affinata una lettura archeologica della presenza cristiana nell’Oriente a maggioranza islamica.

L’esodo di cristiani di Turchia, risultato di una serie storica di ragioni gravi, non ha fatto altro che confermare questa lettura archeologica.

In cosa consiste tale ermeneutica archeologica? Almeno due sono le possibili letture di questo primo elemento ermeneutico della presenza cristiana in Turchia. 1

Il primo consiste nel considerare il cristianesimo in Turchia come un fatto storico oramai estinto e consegnato solo all’analisi dello storico e propriamente dell’archeologo. Dalle chiese giovannee ai luoghi paolini passando per la grande tradizione del cristianesimo di Cappadocia si attraversano secoli di storia cristiana. Questa storia è il grande deposito di informazioni a cui attingere per una lettura “archeologica” del cristianesimo. Sia detto senza alcun timore: questa lettura è legittima ed appropriata e ha una sua validità intrinseca che può anche condurre ad un rinnovo di altri elementi ermeneutici della presenza cristiana in Turchia. Tuttavia questa stessa interpretazione conduce a due atteggiamenti fondamentali:

  • - un atteggiamento puramente archeologico che fa del cristianesimo un essere agonizzante centrato sull’immaginazione storica delle glorie passate;
  • - un atteggiamento che diventa una progettualità sull’attualità di questi luoghi storici ed archeologici come fonte rinnovata di vitalità cristiana.

Al primo atteggiamento, ha cercato di rispondere, in termini ecclesiali, il Sinodo per i cristiani del Medioriente celebrato a Roma nell’ottobre del 2010. Questo Sinodo della Chiesa cattolica aveva come intento di ridare vitalità ad una cristianità sofferente ed insofferente. Il secondo atteggiamento, frutto anch’esso, della lettura “archeologica” della presenza cristiana, è sostenuto da un vero e proprio piano di turismo religioso capace di suscitare un cristianesimo “turistico”. 

All’ermeneutica di una presenza cristiana in Turchia in chiave archeologica, si avvicina per opporsi idealmente quella della ricchezza di tradizioni presenti.

 

Ricchezza del Cristianesimo in Turchia 

La lettura “archeologica” della presenza cristiana viene affiancata ed in un certo modo capovolta dall’attenzione all’attualità ed alla vitalità delle chiese sotto tutte le denominazioni possibili. Si affianca alla prima tipologia interpretativa perché si affida anche allo studio della situazione, in questo caso però contemporanea, di tutte le chiese vive nelle grandi città di Turchia così come nei piccoli centri dell’Anatolia. 

Una vera e propria attenzione tanto antropologica quanto politica continua a svilupparsi al fine di comprendere sempre di più la possibilità giuridica di un riconoscimento delle cosiddette minoranze cristiane.

Il Cristianesimo vivo in Turchia viene allora scomposto nella storia e nell’attualità delle singole chiese e viene posta l’attenzione nelle loro vicende attuali mostrandone la vitalità, al di là delle difficoltà poc’anzi sottolineate. 

Le chiese orientali vengono descritte secondo l’obbedienza ai primi concili ecumenici, ma anche secondo l’impatto demografico nell’odierna Turchia.

Gli Armeno gregoriani (o apostolici) costituiscono la comunità che di gran lunga solleva interesse per la sua vitalità attuale. Il Patriarca armeno, da sempre, un punto di riferimento per i Cristiani in Turchia, è al centro dell’attenzione viste anche le recenti vicende relative alla sua salute e quindi alla sua possibile successione. Agli Armeni, comunità tra quelle che “ufficialmente” sono riconosciute come minoranze cristiane, si affiancano i Greci Ortodossi. Questi, numericamente inferiori tanto agli Armeni gregoriani che ad un gran numero di altre denominazioni cristiane, rappresentano un tassello fondamentale della presenza cristiana in Turchia. La vitalità di questa chiesa viene allora ricondotta alla grande storia ed al valore simbolico e, soprattutto, teologico del Patriarca di Costantinopoli. 

Le comunità siro-ortodosse e siro-cattoliche acquistano sempre più valenza in Turchia a motivo dei forti legami che mantengono con la diaspora in Europa ed in America. Si tratta di un’importante componente della ricchezza delle chiese di Turchia, insieme a quella caldea. Esse rappresentano senza dubbio il lato più orientale della cultura cristiana esistente in Anatolia.

Non vanno dimenticate però le denominazioni “occidentali” delle chiese in Turchia: la Chiesa cattolica per i contatti con tutti paesi cattolici ed infine le numerose denominazioni protestanti. Queste ultime sollevano, all’interno della società turca, la questione del proselitismo, ma rappresentano anche una vitalità di diffusione della fede cristiana a fronte di altre chiese più “tradizionali” per le quali la vitalità è racchiusa nella fedeltà scrupolosa al culto ed alla pratica tradizionale.

Troppo spesso, infine, vengono dimenticate nel novero dei cristiani di Turchia tutti coloro che vi sono condotti per ragioni di lavoro: africani, filippini etc. Questo è costituisce, al contrario, un vero e possibile serbatoio di rinnovamento del cristianesimo di Turchia.

La lettura ermeneutica della “ricchezza” delle chiese di Turchia si fonda su un’analisi storica centrata sulla varietà dei riti e delle tradizioni. Questo eccezionale patrimonio cristiano viene utilizzato teologicamente ed idealmente per servire alla causa di una comprensione più complessa del cristianesimo che rischia di essere sempre immaginato come monolitico.

La ricchezza del Cristianesimo o, si dovrebbe dire più precisamente, delle chiese cristiane in Turchia viene presa a prototipo della creatività della fede cristiana. La presenza di chiese storiche e di nuove denominazioni in una terra che fu la culla del cristianesimo nascente può però costituire – e di fatto costituisce – un laboratorio per la pratica dell’ecumenismo. In questa prospettiva, il Cristianesimo di Turchia riceve una giusta attenzione per quel che rappresenta o può rappresentare a livello teologico. 

In questo ultimo caso, l’attenzione al potenziale ecumenico dell’insieme delle denominazioni rischia di disattendere all’attuale vitalità delle singole comunità e dell’effettiva pastorale di ciascuna di esse in prospettiva ecumenica. Tralasciando quindi l’attuale vitalità interna delle chiese e della vita spirituale di ciascun membro delle chiese, la presenza cristiana in Turchia assume, senza ombra di dubbio, un ruolo simbolico.

 

Valore storico-simbolico e giuridico 

La presenza cristiana in Turchia, per le suddette letture, perviene ad assumere un ruolo storico-simbolico di prim’ordine. Questo terzo elemento ermeneutico della presenza cristiana è di capitale importanza per comprendere il dibattito politico tanto in Turchia quanto al di fuori di questo paese. La presenza cristiana allora può essere letta tanto dai cristiani stessi quanto dal resto della popolazione, come un elemento simbolico che rinvia ad altro. Ciò che interessa di più, a questo livello, è la coesistenza delle minoranze cristiane in Turchia e la difesa dei loro diritti nonché la possibilità sperimentale della convivenza pacifica tra appartenenti a diverse religiose. Sebbene la percentuale dei cristiani in Turchia non oltrepassi lo 0,01%, il valore storico-simbolico legittima una vera e propria attenzione che si coniuga con un’interpretazione politica e teologica di questa stessa presenza. 

Che significato ha la coesistenza di cristiani in un paese a maggioranza cristiana? Certamente a salvaguardare il patrimonio archeologico e la ricchezza ecumenica, ma diventa anche il simbolo di una cultura ospitata da un paese laico di tradizione musulmana. La ricchezza della presenza cristiana, in termini politici, risiede allora nella pura presenza e nella possibilità di sperimentare una convivenza pacifica all’interno della Repubblica turca. 

Questo ruolo storico-simbolico conduce anche ad un’ulteriore lettura ermeneutica, come ne fosse una conseguenza: la presenza simbolicamente ricca della presenza di cristiani diventa laboratorio di approfondimento giuridico per la giurisprudenza e la politica turca. Il Cristianesimo in Turchia apre quindi, per la Turchia stessa, la possibilità di una sua ermeneutica interna di fronte alla minoranza cristiana. La questione dell’identità turca come si compone con quella dell’identità religiosa? È necessario essere musulmani per essere turchi? La presenza cristiana solleva quindi una domanda di senso a questa spinosa questione. Che ruolo gioca la presenza cristiana in un paese laico e parzialmente secolarizzato? Ed infine quale statuto assume il cittadino di tradizione cristiana considerando che il modello di cittadino della Repubblica di Turchia si radica maggiormente nella tradizione islamica?
La lettura del valore storico-simbolico conduce quindi a quella giuridica e da questa a quella politica.

 

Conclusione 

Queste tre linee interpretative, certamente non esaustive della complessità del fenomeno, permettono di fondare un’ermeneutica della presenza cristiana in Turchia, essenziale tanto per le comunità cristiane che per i Turchi musulmani. A questa ermeneutica di matrice antropologica e politica, si deve anche affiancare un’ermeneutica teologica, appannaggio del teologo, che esula dal nostro tentativo di fornire le categorie per fondare una comprensione del fenomeno cristiano in Anatolia. Occorre ancora aggiungere che questa ermeneutica della presenza cristiana in Turchia assume un ruolo ancora più centrale nell’attuale contesto geopolitico mediorientale ed europeo per le valenze sperimentale che offre e per le soluzioni prospettate.pdf

La presenza cristiana in Turchia diventa quindi laboratorio ermeneutico non solo all’interno di questo paese, ma per i paesi confinanti e, in più larga scala, per tutti quelli che sono coinvolti nel riconoscimento di una presenza minoritaria simbolicamente forte.

 


NOTE:

1 Questa lettura archeologica della presenza cristiana è fondata sulla storia e gli avvenimenti che hanno condotto i cristiani in Turchia a lasciare questo paese. Non si può non far menzione dei gravissimi avvenimenti perpetrati nei confronti degli Armeni – ma anche verso altre denominazioni cristiane, come i siro-ortodossi – negli anni 1894-1896 e 1914-1915, che hanno decimato la percentuale dei cristiani sul suolo di Turchia. Questi fatti gravissimi hanno aperto la strada ad un altro ulteriore campo di indagine storico – nell’ambito dei genocide studies – ed un dibattito acceso sul riconoscimento del genocidio armeno da parte di un certo numero di paesi europei e degli Stati Uniti e, la controparte turca di una legge che proibisca l’attribuzione di genocidio agli Armeni dell’Impero ottomano. L’altro grande settore di studio e di dibattito politico è rappresentato dalle relazioni con i Greci ortodossi e la Grecia stessa. All’indomani della creazione della Repubblica di Turchia, lo scambio di popolazioni greco-ortodosse dalla Turchia alla Grecia e di turchi musulmani dalla Grecia alla Turchia stigmatizzò un rapporto conflittuale che ancora nella fase odierna tende a non risolversi. Questo inizio così perturbato venne ulteriormente aggravato dalla politica nei riguardi di Cipro e dei Greci ancora presenti in Turchia negli anni ’70 del XX secolo. L’ultimo grande elemento di questo mosaico storico della presenza cristiana in Turchia è costituito dal dibattito giuridico sul riconoscimento delle minoranze cristiane. 

 

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