Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfOgni tanto, sporadicamente, si ritorna a parlare di carcere e di carcerati. Di recente è avvenuto con il problema dell’amnistia. E la classe politica italiana, ancora una volta, è riuscita a smentire se stessa. Nonostante le voci favorevoli all’amnistia, o almeno all’indulto, fossero state numerosissime durante l’iniziativa di Giovanni Paolo II, nonostante ancora poco tempo fa in molti si sono dichiarati ancora intenzionati al provvedimento, tutto è crollato sotto i colpi dei veti incrociati, dell’inerzia, della campagna elettorale in atto. E, ancora una volta, il carcere è rimasto uno spazio “extra-territoriale”, dove le sue mura non servono tanto a contenere i ristretti dentro, ma soprattutto a lasciare la società civile fuori.

Bisogna cambiare atteggiamento, invertire la rotta. Se non si è potuta realizzare il provvedimento dell’amnistia, deve tuttavia aprirsi questo mondo nascosto. Si devono accendere i riflettori sul mondo della detenzione e devono essere portate alla luce le condizioni disumane con le quali i detenuti vivono.

La nostra Facoltà ha preso sul serio questa sfida, e si è messa alla ricerca del problema più difficile fra quelli carcerari: la condizione dei detenuti straneri nelle carceri italiane. Ne è uscito anche un libro, firmato Alford e Lo Presti, che ha riscosso un discreto successo, interviste radiofoniche con l’emittente di Stato italiana e con la versione anglofona di Radiovaticana.

Come mai tutto questo interesse? Di fatto, la mondializzazione ha scardinato il mondo vitale dell’attore quotidiano. D’altronde, negli ultimi anni sono state numerose le iniziative educative volte alla creazione di una cultura di riconoscimento e dialogo, tolleranza e convivenza, in grado di formare cittadini che, forse con troppa enfasi, fossero educati alla mondialità. E i risultati sono visibili: effettivamente la perdita del pregiudizio centrista e una disponibilità minima verso la diversità etnica e culturale sono largamente più diffusi rispetto alla condotta razzista o al pregiudizio centrista (ancora pericolosamente presenti). Ma, incredibilmente, questo è traguardo è stato in parte raggiunto al livello della società civile, mentre è scarsamente operativo al livello delle grandi istituzioni sociali. I flussi migratori attuali sollecitano, oggi, soprattutto le grandi strutture sociali alla multiculturalità. È alle scuole, agli ospedali, alle carceri, alle caserme che si deve chiedere di fare proprio il dato multiculturale, soprattuto loro sono chiamati ad una erogazione di servizi differenziati in funzione di appartenenze culturali diverse. È un processo in avviamento. Per esempio, nelle scuole e negli ospedali si comincia sempre più spesso a tenere conto delle specificità culturali che vanno dall'alimentazione (pensiamo alla particolare macellazione della carne per gli ebrei, o alle diverse forme di vegetarianismo buddista e induista), a tutte quelle pratiche che coinvolgono il senso del pudore (come è noto nel mondo islamico vige una forte riservatezza in ambito sessuale che limita i contatti di ogni genere tra uomo e donna, per cui in ospedale compiere una visita ginecologica a una paziente islamica può essere un po' più complicato del normale, e gli ospedali predispongono la presenza del marito e un isolamento ambientale pressoché totale).

Fra tutte queste istituzioni pubbliche, il carcere è davvero quella un po’ più speciale, perché il vissuto di ogni detenuto, in tutte le sue dimensioni, interagisce coattivamente con quello degli altri e con l’istituzione penitenziaria. In carcere, non ci si può nascondere, non si può fingere, né si può eludere il problema della intersecazione di abitudini, credenze, linguaggi e sistemi simbolici diversi.

Il sistema penitenziario ha recepito questo tratto urgente della nostra contemporaneità. Il nuovo regolamento penitenziario - d.p.r. 230/2000 - contiene diverse modifiche generali rispetto ai precedenti, e in particolare introduce alcune novità che dovrebbero tenere conto degli stranieri in carcere. Per esempio, nel tenere conto delle difficoltà linguistiche e culturali, è stata introdotta la figura del mediatore culturale (spesso realizzata con convenzioni con organismi e associazioni di volontariato), e si è posta una nuova attenzione rispetto alle differenze religiose; per esempio per quanto riguarda l'alimentazione si deve tener conto delle
diverse prescrizioni religiose.

Ma i problemi sono assai più radicali. Non si tratta solo di capire se l’istituto penitenziario riesce a rispettare i contorni culturali dei detenti stranieri, piuttosto il problema concerne gli obiettivi di base del sistema carcerario. Non dimentichiamo, infatti, che il diritto fondamentale del cittadino straniero in carcere è quello di essere rieducato e reinserito. È una questione grande, che per i detenuti stranieri mette in discussione le fondamentali certezze manualistiche. Il carcere, in tal senso, dovrebbe riassumere con la sua azione istituzionalizzata la funzione di privazione della libertà del soggetto che ha violato la legge e la funzione rieducativa del soggetto, attraverso dei programmi di correzione, al fine di riabilitarne la figura sociale. È per tale ordine di motivi che attorno alla funzione del carcere il linguaggio giuridico e sociologico oggi preferisce usare il titolo di trattamento penitenziario, inteso quale complesso di norme e di attività che regolano ed assistono la privazione della libertà personale per l’esecuzione di una sanzione penale.

Ebbene, è inutile girare attorno alla risposta: per i detenuti stranieri, tali premesse non valgono. In questo senso, fra repressione e correzione si può dire che il momento carcerario per il detenuto immigrato è un momento soprattutto repressivo. Vale a dire, è il momento nel quale la società italiana si difende escludendo socialmente i cittadini immigrati criminali dalla vita associata. In pratica, il carcere per i detenuti stranieri sembra essere una sorta di «discarica sociale», dove cioè l'esclusione da sociale (quindi pre-esistente alla condizione carceraria) si trasforma in giuridica (ecco il carcere).

I detenuti stranieri che la ricerca ha intervistato confermano una situazione di profonda emarginazione linguistica, giuridica, lavorativa, sociale. Uno su tre dei detenuti è vissuto in Italia conoscendo per nulla o pochissimo la lingua italiana, due su tre non avevano le carte in regola (clandestini e irregolari), uno su due non viveva in condizioni stabili con un nucleo familiare o parentale dato. È impressionante soprattutto il dato relativo alla convivenza con conoscenti occasionali, si tratta del 30% degli intervistati, mentre a vivere da soli sono il 27%. Solo il 18% viveva con la propria famiglia, in un nucleo stabile. Il lavoro è stato una chimera per quasi tutti: chi possedeva un lavoro in nero e saltuario poteva dirsi fortunato: si tratta del 37% degli intervistati, uguale percentuale è quella rappresentata da chi non lavorava affatto. In pratica, a lavorare più o meno regolarmente è stato solo il 26% dei detenuti intervistati. Il detenuto straniero, con ciò, viveva prima di entrare in carcere una condizione assai precaria, di emarginazione e di sbandamento. Ma la cosa sorprendente, l'abbiamo scoperta successivamente all'ingresso in carcere. Una volta entrato in carcere, le cose continuano allo stesso modo. Spesso il detenuto straniero vive una sorta di esclusione sostanziale anche in carcere. Non partecipano alle attività ricreative, non riescono a lavorare, non possono godere dei benefici previsti dalla legge, non conoscono la lingua e, di fatto, vivono un’emarginazione aggiuntiva anche dentro al carcere. In pratica, esiste un’altra prigione, dentro il carcere, riservata ai detenuti stranieri. Nessuna riabilitazione, in questo sistema, è possibile. E le profonde contraddizioni del caso emergono con una forza davvero dirompente.

Spesso, il detenuto straniero dopo la detenzione o viene rimpatriato o riprende un percorso di illegalità e clandestinità. Così parlano le statistiche. La legge Bossi-Fini del 2002 rende molto difficile che un cittadino straniero in carcere possa poi riprendere una vita normale nel nostro territorio, possa reinserirsi socialmente. Anzi, l'espulsione è pensata come misura alternativa e il magistrato di sorveglianza dovrebbe espellere di sua iniziativa tutti quei detenuti stranieri irregolari che siano stati identificati e che abbiano meno di due anni da scontare. Qui si aprono snodi giuridici complessi che denunciano una completa differenza di trattamento fra detenuti italiani e quelli stranieri.

Dal punto di vista politico, ci troviamo di fronte ad un impasse sostanziale: è chiaro che se non applichiamo il trattamento penitenziario, la logica conseguenza è che il detenuto straniero se ne torni a casa. Mentre qualora al detenuto straniero fosse insegnata la lingua, un lavoro, le nostre regole della convivenza civile, sarebbe davvero paradossale rimandarlo a casa dopo aver cercato di recinserirlo nella nostra cultura. Le contraddizioni del caso sono agli occhi di tutto. Mi preoccupa una certa ipocrisia, cioè uno scollamento netto fra obiettivi e mezzi dell'istituzione penitenziaria, che tutta questa vicenda sembra assumere.

Fra l'altro, la ricerca ha chiesto esplicitamente ai detenuti stranieri cosa sapessero del proprio destino, cioè se pensavano di essere rimpatriati, di rimanere in Italia, o che altro. Ebbene, solo il 15% è a conoscenza che probabilmente sarà espulso, mentre il 60% non lo sa, e il resto è sicuro di poter rimanere. Secondo le statistiche ufficiali, fra l'altro ottenute con fatica perché sono dati depositati fra il Ministero dell'Interno e quello di Grazia e Giustizia, i detenuti stranieri hanno speranze mal riposte. Come mai? È solo la proiezione di una loro speranza che fa dire a qualcuno che rimarrà in Italia quando non è vero, oppure anche qui c'è un discorso di chiarezza, di rispetto del suo diritto ad avere un quadro giuridico il più possibile trasparente della sua condizione che va avviato? Di fatto, un detenuto che ha speranza di rimanere, da libero, in Italia, potrebbe adottare un atteggiamento più docile rispetto al trattamento penitenziario.

In conclusione, mi sembra che non ci troviamo solo di fronte a un problema della nostra sicurezza sociale, dell'ordine pubblico e della criminalità; e non possiamo dire neanche che siamo di fronte a una questione unicamente riferibile alle politiche migratorie che intendiamo attuare.

La questione è assai più vasta: fa riferimento alle libertà e ai diritti umani, al significato che in generale una società dà alla questione della convivenza sociale e degli sforzi che devono essere fatti per consentire a chiunque, anche a chi ha sbagliato, di farne parte.

È il pensiero non può che andare a quel testimone esemplare di questo connubio esistente fra carcere e civiltà: Alexis de Tocqueville, il quale si recò in America per studiare il sistema penitenziario, pdfe comprese invece che la domanda fondamentale che il carcere gli poneva davanti agli occhi era una domanda di civiltà e di diritti, di democrazia e di libertà.

Il carcere, quindi, quale specchio della civiltà e di un ordine civile: altro che discarica sociale. Oggi, il grido dei detenuti stranieri ci invita, senza indugi, a ripensare la questione. I diritti e le condizioni dei detenuti stranieri riguardano direttamente le basi del nostro vivere civile.

 

 

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