Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfAl di là dei complessi problemi di natura socio-economica e politica che affliggono l’Africa contemporanea emergono questioni inquietanti legate al difficile rapporto fra tradizioni etniche diverse nella regione sovente indicata come l’“Africa dei Grandi Laghi”.

Vorremmo qui prospettare una ricerca teorica per risalire alle radici e ai fondamenti dei rapporti conflittuali tra le diverse popolazioni dell’Africa dei Grandi Laghi. Si tratta soprattutto di analizzare razionalmente i confini di questo conflitto, capire i meccanismi dell'identità culturale e allargare così lo sguardo sulla nostra società, comprendere la nostra cultura e, piuttosto che assistere o subire i cambiamenti, diventarne, per quanto possibile, protagonisti.

1. IDENTITÀ CULTURALE
I. 1. Concetto di identità culturale

Questo termine associa due significati molto importanti. Il primo è quello del concetto di “identità”, che nell’ambito dell’esistenza ha un significato quando si ha una persona in relazione con altri individui con i quali forma un gruppo sociale, ad esempio la famiglia, le associazioni, la nazione. L'identità si riferisce alla percezione che ogni individuo ha di se stesso, cioè della propria coscienza.

Questa percezione dell’identità non è solo individuale, essa è il riconoscimento reciproco fra l'individuo e la società e comporta pertanto un aspetto soggettivo (la percezione del fatto che gli altri riconoscono l'individuo, la sua identificazione e la sua continuità).

Il secondo è quello del termine "culturale” il quale ha invece un significato più tipicamente sociologico. Esso deriva dal termine cultura inteso come patrimonio globale evolutivo dell'individuo e dei gruppi sociali ai quali egli appartiene. Questo patrimonio culturale è dunque formato dalle norme di condotta, dai valori, dagli usi e dal linguaggio che uniscono o diversificano i gruppi umani. Quando parliamo di identità culturale di una persona indichiamo la sua identità globale, cioè una costellazione di svariate identificazioni particolari riferite ad altrettante appartenenze culturali distinte, in un processo dinamico costante.

Quando si parla di diritto alla propria identità culturale (il primo dei diritti culturali) questa viene definita sulla base di una triplice dialettica:

- la prima dialettica è quella della diversificazione/coesione. L'identità culturale è luogo di formazione del legame sociale e politico; essa, lo ripetiamo, si costituisce per un processo interattivo di assimilazione e di differenziazione nel rapporto con l'altro. Un’identificazione è una creazione di legami. L'identità indica un "io" che si costituisce a partire da un plurale attraverso un movimento di andata-ritorno, d'integrazione ma anche di rigetto. In questo senso implica una dialettica continua di diversificazione/ coesione;

- la seconda dialettica che contribuisce alla definizione dell'identità culturale è la dialettica particolare/universale. L'identità è il rapporto tra il dritto e il rovescio o il "faccia a faccia" tra il carattere personale e quello comunitario, tra individuo e società. La persona individuale non è isolata, la sua individualità più originale si esprime quando essa si pone "di fronte" all'altro (sia individuo o comunità). Se si afferma l'identità come un diritto alla differenza senza indicare l'altra faccia, la somiglianza, il diritto alla mia identità si trasforma in pseudo-diritto. L'esperienza democratica consiste meno nel giocare la carta dell'universale contro quella del singolare e viceversa che nel vivere la tensione storica, quella cioè che si pone tra il singolare e l'universale senza rinunciare all'uno o all'altro;

- la terza dialettica che costituisce la dinamica di ogni diritto culturale (primo tra i quali il diritto alla propria identità culturale) è la dialettica del processo/risultato. L'identità culturale non è un dato fossilizzato, essa comporta un atto permanente di identificazione che suppone nello stesso tempo la tradizione (quel patrimonio identitario che ci è stato trasmesso per nascita o attraverso i cicli vitali dell'uomo) e la libertà che esprimono le diversità volontarie, le scelte etiche dell'uomo. Qualsiasi identificazione di una soggettività (sia essa il soggetto personale o comunitario) si effettua su ciò che abbiamo definito il faccia a faccia tra tradizione e libertà, senza il quale non si può concepire il diritto all'identità.

La definizione di identità culturale concepita sulla base della triplice dialettica (particolare/universale; processo/risultato; diversificazione/coesione) corrisponde alla definizione di identità culturale adottata dal progetto relativo a una "dichiarazione dei diritti culturali" formulata dal Consiglio d'Europa e dall'UNESCO.

Ai fini di questa dichiarazione con l'espressione "identità culturale" si intende l'insieme dei riferimenti culturali tramite i quali una persona o un gruppo si definisce, si manifesta e desidera essere riconosciuto; l'identità culturale implica le libertà inerenti alla dignità della persona e integra in un processo permanente la diversità culturale, il particolare e l'universale, la memoria e il progetto.

I. 2. Identità o identificazione

È significativo il fatto che la nozione di identità culturale sia evocata principalmente in congiunture o situazioni di conflitto. L’identità non è mai acquisita nella tranquillità, essa è rivendicata come garanzia contro la minaccia di essere trascurati o annientati che può essere rappresentata da un’“altra identità” o da una cancellazione dell’identità stessa (spersonalizzazione).1

Al limite è la nozione stessa ad essere una contraddizione in termini, sarebbe più esatto dire che l’identità è un processo della tradizione, è uno dei nomi privilegiati della tradizione nelle società contemporanee e precisamente nella cultura. In realtà non si può fare riferimento solo a una o a più identità, si deve fare riferimento all’identificazione stessa. In pratica per determinare noi stessi abbiamo bisogno di riconoscere l’azione degli altri e, dall’altra parte, ci aspettiamo che le nostre azioni siano dagli altri riconosciute. Senza questo nessuno è in grado di determinare se stesso, ciò che è o ciò che vuole essere.

L’identificazione avviene dunque attraverso una serie di processi di riconoscimento. Ogni nostra azione viene sanzionata positivamente o negativamente dagli altri e attraverso questa esperienza impariamo a identificare noi stessi. Il riscontro è necessario.

Naturalmente ciò ha valore solo se gli altri sono da noi riconosciuti come dotati di significato o di valore, non ci interessa il riconoscimento da parte di coloro ai quali non attribuiamo alcun significato. È qui che diventa decisivo il costituirsi di «cerchie di riconoscimento» sufficientemente omogenee da poter garantire che il processo vada a buon fine: è qui che avviene il passaggio dall’identità individuale a quella collettiva. Naturalmente nel caso più specifico dei soggetti collettivi è poi necessario che questo processo sia stabilizzato, istituzionalizzato.

Diventano dunque fondamentali quei ruoli sociali o confini nazionali che determinano un’identità collettiva definita in base ad una differenza rispetto a qualcun’altro. Uno dei caratteri fondamentali della dinamica del riconoscimento è che essa è legata in modo inscindibile ad una certa distinzione, ad una certa differenza (come un’onorificenza, che non avrebbe significato se fosse concessa a tutti).

II. IDENTITÀ CULTURALE NEI PAESI DELL’ AFRICA DEI GRANDI LAGHI

II. 1. L’espressione « L’Africa dei Grandi Laghi »

In origine è stata utilizzata dagli esploratori come gli inglesi Richard Francis Burton (1841-1890) e John Rowlands Henry Morton Stanley (1841- 1904) che andavano alla ricerca della sorgente del fiume Nilo. In seguito a questa espressione è stata preferita quella di “Africa inter-lacustre”. Nel convegno organizzato a Bujumbura nel settembre del 1979, dedicato all’“antica civiltà dei popoli dei grandi laghi”, l’espressione “inter-lacustre” ha avuto un momento di favore per indicare l’insieme di paesi composto dalla Tanzania, l’Uganda, il Congo, il Ruanda e il Burundi. Questo termine in realtà era improprio in quanto evocava un’immagine caratterizzata dalla presenza di specchi d’acqua molto lontana dall’effettiva situazione geografica di questa regione dominata dalle montagne. In realtà l’espressione “la regione dei grandi laghi” in Africa trova la sua ragion d’essere nella presenza dei cinque grandi laghi: Vittoria, Alberto, Edoardo, Kivu e Tanganica. La rete idrografica della regione dei grandi laghi è particolarmente fitta.

II. 2. Un popolamento complesso

« L’Africa inter-lacustre è abitata da vari popoli fra i quali i principali sono i Banganda, i Banyankole, i Banyoro, i Banyarwanda, i Banyambo, i Bahaya, i Bashi, i Bashubi, i Barundi e i Baha e ognuno parla una propria lingua. All’interno di questi popoli si distinguono delle categorie sociali che si differenziano soprattutto per una tendenza alla specializzazione economica e che presentano in una certa misura delle somiglianze morfologiche».2

Così per esempio:

I BAHUMA (Tanzania), i BAHIMA (Tanzania e Uganda), i BATUTSI (Tanzania, Burundi, Ruanda), i BALUZI (R.D.C) erano dediti maggiormente all’allevamento dei bovini.

I BAIRU, i BANYAMBO, i BAHUTU, i BALEGA si dedicavano soprattutto all’agricoltura.

I BATWA, i BANAKALANGA si orientavano piuttosto verso la pesca e la caccia.

Esiste un complesso sistema di clan diverso da un paese all’altro:

- esistono paesi con un numero ridotto di grandi clan: in Uganda esistono una quarantina di clan con nomi di totem tramite i quali i loro membri si riconoscono e il Ruanda ha diciotto clan comuni ai Bahutu, Batutsi e Batwa.

- esistono paesi con una divisione in clan molto frammentata: il Burundi con 220 clan e la Tanzania con circa 300 clan. Contrariamente al Ruanda e all’Uganda questi clan sono al tempo stesso comuni e particolari, c’è accavallamento e non integrazione.

La relativa varietà dei caratteri somatici e alcuni tratti della specializzazione nell’ambito delle attività lavorative hanno spinto molti autori a considerare i Batwa, i Bahima, i Batutsi, i Bairu e i Bahutu prima come delle tribù, poi come delle etnie.

La questione cruciale è: a partire da quale periodo l’uomo ha occupato le terre dell’Africa dei Grandi Laghi? E quali furono le prime popolazioni che abitarono le foreste e le savane dell’Africa inter-lacustre?

Nella regione dei grandi laghi fino ad oggi non sono ancora stati scoperti fossili di “Australopiteco”, di “Uomo di Neanderthal” o di “Homo Sapiens”, mentre oggetti d’uso comune appartenenti alle tre età si trovano in misura significativa. La testimonianza di queste antiche tracce della presenza umana mostrano che il popolamento dell’Africa inter-lacustre deve essere fatto risalire alla preistoria o a tempi ancora più remoti. La relativa varietà dei caratteri somatici portò molti autori a spiegare il popolamento e anche la civilizzazione di questa regione secondo uno schema d’invasione più meno recente da parte delle diverse razze venute dall’Asia, dall’Oceania o dalle regioni settentrionali del continente africano. I progressi della ricerca portano ad esprimersi con estrema prudenza sulla questione del popolamento. I fenomeni di metissage, di acculturazione, di diversificazione per allontanamento, in breve la storia profonda di questo popolo impedisce di credere ad una sorta di esistenza eterna delle “etnie” quali si presentano nel ventunesimo secolo. Il popolamento di quelli che diventeranno i regni dei grandi laghi affonda le sue radici nella notte dei tempi.

III. STRUMENTALIZZAZIONE DELLE CATEGORIE ETNICHE

III. 1. Il potere tradizionale: la sovranità come simbolo di unificazione

Il regno dei grandi laghi dell’Africa orientale sorprendeva per la coesione e la complessità delle sue strutture in una società che non disponeva né di ricchezze né di scrittura e nella quale la tecnologia rimaneva un fenomeno precario. In genere le classi che detenevano il potere si distinguevano dalle altre per il loro stile di vita, per un proprio linguaggio e vocabolario particolare e per la pratica della cultura sociale. Questa pratica e queste usanze permettevano loro di creare una coscienza comunitaria e di mantenere un certo equilibrio nella società. L’autorità politica apparteneva ad una classe ben definita. « Accanto alle tre categorie (Bahutu, Batwa e Batutsi) abbiamo dei gruppi di nobili che detengono il potere chiamati “BAGANWA”. Sono le grandi famiglie fra le quali viene scelto il capo o sovrano, la loro vocazione è quella di governare. Certi gruppi come i Babito del Bunyoro e i Baganwa del Burundi si consideravano differenti delle altre parti della popolazione, altri come i Banyiginya del Ruanda appartenevano ai

Batutsi e i Bahinda dello Nkore si dicevano hima.»3

La penetrazione dell’autorità regale nella rete delle discendenze ha seguito tre vie: quella dell’alleanza matrimoniale (certe famiglie forniscono delle spose di stirpe regale secondo un’alternanza particolarmente controllata e severa quando si tratta delle future regine madri); quella delle posizioni dei funzionari della corte (basate su certi privilegi o incarichi pratici e di protocollo politico) e quella della linea di discendenza sacra (soprattutto le cerimonie di iniziazione offrivano alla comunità l’opportunità di verificare le doti profetiche ed i poteri di coloro che avrebbero potuto ricoprire il ruolo di capo). La sovranità era un simbolo di unificazione, cioè il sovrano era una figura nella quale si identificano tutte le componenti sociali, così era minore la possibilità di frustrazione causata dall’assunzione totale e assoluta del potere da parte di una sola componente etnica, anche se maggioritaria.

III. 2. Le identità nazionali e il potere coloniale

III. 2. 1. L'amministrazione indiretta tedesca

A differenza delle altre regioni dell’Africa orientale tedesca amministrate in maniera diretta dal governo, appoggiato spesso da intermediari arabi, il Burundi, il Ruanda e il protettorato di Bukoba furono soggetti ad un’amministrazione indiretta, cioè le autorità tedesche di Dar-Es-Salam controllavano le autorità tradizionali sul posto.

Nel 1906, i tedeschi crearono due protettorati distinti: Ruanda e Urundi. Quest’ultimo avrà Usumbura come capitale fino al 1912. I tedeschi hanno introdotto in questi paesi l’uso della moneta (la Rupia d'argento e lo Heller di rame). L'amministrazione tedesca aveva previsto un assestamento della rete stradale e aveva messo a punto un progetto per la costruzione di una ferrovia che unisse il lago Tanganica e l’Oceano Indiano passando per Tabora e la Ruvubu, aveva anche istituito un servizio di battello a vapore sul lago Tanganica. In ambito agricolo i tedeschi hanno introdotto la patata e altre culture acquatiche oltre al caffè, e avevano iniziato una politica forestale nella regione. Dal punto di vista della sanità, hanno fatto grandi sforzi per debellare alcune malattie epidemiche quali il vaiolo e la malattia del sonno. Sul piano della formazione intellettuale prevedevano di formare dei quadri a partire dall’elite tradizionale, cosi furono aperte delle scuole. La colonizzazione tedesca ebbe fine con l’inizio della Prima Guerra Mondiale.

III. 2. 2. L’annessione del Ruanda-Urundi da parte del Belgio

Al momento dell’entrata in vigore del patto della S.D.N., parte integrante del trattato di pace di Versailles, tutte le vecchie colonie tedesche sono state dichiarate paesi sotto “mandato”. I potenti vincitori al trattato di Versailles riconoscono ai paesi dell’Africa centrale lo statuto di mandato B.4

Il 21 Agosto 1925 il Belgio vota una legge sul governo del Ruanda-Urundi decidendo di annettere amministrativamente il territorio sotto il mandato del Congo Belga. Annettendo il Ruanda-Urundi il Belgio realizza un vecchio sogno del re belga Leopoldo II: costituire un impero del Congo-Ruanda-Urundi. La ragione fondamentale è di ordine economico: « Il Ruanda-Urundi per la sua densità di popolazione è profondamente diverso dal Congo e soprattutto dalla regione del Katanga, dove la mancanza di mano d’opera è preoccupante. Per sfruttare le infinite ricchezze del paese si prevede subito di incanalare l’emigrazione dei Burundesi e dei Banyarwanda verso le colonie. In secondo luogo, per fornire cibo ad alcune regioni del Congo sarà un aiuto prezioso la produzione alimentare abbondante della pianura della Rusizi».5

III. 2. 3. Migrazioni dei Burundesi e dei Banyarwanda verso i paesi limitrofi

Già a partire degli anni venti si assistette ad un movimento migratorio spontaneo di persone che lasciavano definitivamente o temporaneamente il Ruanda-Urundi. Le autorità tedesche pensarono subito di usare la mano d’opera abbondante del Ruanda e del Burundi nelle piantagioni della costa dell’Oceano Indiano, dove la densità della popolazione era minore. Le autorità mandatarie fecero di tutto per orientare i movimenti migratori verso il Congo Belga, dove il lavoro nelle aziende del Katanga e nelle piantagioni del Kivu attendeva un aumento della mano d’opera. « Le autorità mandatarie prevedevano di insediare dei Burundesi e dei Banyarwanda nella regione del Katanga, nelle zone di Mugila e Marungu, luoghi dove le condizioni climatiche e agricole erano quasi uguali a quelle del territorio sotto mandato (...) si vedrà costituirsi rapidamente una vera e propria colonia di popolamento di gente originaria del Ruanda-Urundi.»6

 

Tab. 1. La migrazione verso l’Africa orientale

Anno Barundi Banyarwanda
1933 231 1 708
1934 200 2 016
1935 131 2 358
1936 492 3 501
1937 1 446 2 988
1938 3 105 4 522
1939 3 024 4 993
1940 2 910 4 790
Totale 11 539 26 876

Tab. 2. Emigrazione verso il Congo

Anno Barundi Banyarwanda
1930 4250 2965
1931 2690 4170
1933 1442 6812
1934 5639 11149
1935 12811 24118
1936 29391 20949
1937 19089 25734
1938 24501 24202
1940 38886 22384
Totale 162135 144513

« Alla S.D.N. la Commissione permanente per i mandati cominciò a preoccuparsi seriamente di questa emigrazione nel 1925 (…). Dieci anni dopo la stessa Commissione chiese dei chiarimenti sul problema che definì ‘gravissimo per il futuro’. Non avendo nessun potere se non quello di raccomandazione, la S.D.N. non riuscì a fermare questo movimento migratorio, quindi il Belgio fu libero di agire a suo piacimento. Il Belgio trovava nell’emigrazione una sorta di valvola di sicurezza sul piano sociale, allo stesso tempo il suo alleato britannico poteva usare in Uganda una mano d’opera docile e a buono mercato.»7

Nel suo rapporto annuale dal 1925-1926, Mons. Gorju, vescovo del Burundi, parla di un sentimento nuovo per quella società, cioè l’invidia del denaro e dei vestiti moderni che causa la migrazione dei giovani verso la Tanzania, l’Uganda e il Congo Belga. «Elle a», scrive il vescovo, «déjà emporté vers Bukoba, vers l’Uganda ou même la Katanga un certain nombre de jeunes.(…). L’exode ira croissant sans doute, car l’union minière du Katanga est en train de créer à Usumbura un camp important pour faciliter l’embarquement et le débarquement des travailleurs qu’elle enrôle »8.

Nella sua relazione annuale per il 1948-1949 lo stesso vescovo parla del pericolo di questa migrazione per la cristianità perché « le départ des jeunes vers l’Uganda cause la séparation des parents avec leurs enfants et des femmes avec leurs maris»9.

Conclusione

La realtà di questa regione ci fà ben comprendere che i conflitti che dilaniano la nostra sub-regione sono conflitti multiformi ma anche multietnici, che esigono quindi un approccio multidimensionale. Lo schema facile e semplicistico del genere “conflitto Hutu-Tutsi” per il Ruanda e il Burundi, la questione della nazionalità nell’Est dello Zaire causata dalla migrazione dei Ruandesi e Burundesi durante la colonizzazione per fornire mano d’opera alle zone delle miniere non sono che una faccia di questo conflitto nel quale i protagonisti sono ben felici di confondere le tracce.

I conflitti che devastano la regione dei grandi laghi sono la giustapposizione di conflitti tra alcune etnie, tra alcuni politici, tra alcune regioni, tra individui, tra ricchi e poveri, governanti e governati, oppressori ed oppressi, dittatori e democratici, ecc.

Le loro radici fondamentali ci sembrano essere economiche e politiche. Questi conflitti sono scoppiati quando il tessuto sociale che ne costruisce lo sfondo si è deteriorato ed è diventato incapace di produrre anticorpi se non per sradicare il male almeno per attenuarne i danni.

Gli scontri recenti tra gruppi si sono intensificati soprattutto dopo l’indebolimento delle dittature dovuto al crollo del blocco sovietico e alla moltiplicazione delle tensioni all’interno dei nostri paesi.

Dopo la fine della guerra fredda il Burundi, il Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo vivono una situazione economica drammatica che colpisce soprattutto i giovani. Questa deriva viene vissuta sotto forma di insicurezza rispetto all’avvenire, alla disoccupazione, alla fame, alla miseria e provoca così nervosismo, scoraggiamento e rivolta nella popolazione. Sopraffatti dagli avvenimenti per aver scelto nei nostri paesi una gestione dilettantistica del potere basata sul saccheggio sistematicopdf delle ricchezze, i politici si dedicano ora ai favoritismi, alle divisioni, agli antagonismi abilmente presentati con un linguaggio menzognero.

Il sistema dittatoriale funziona così su un fondo di menzogna e di violenza omicida. Il potere fa diventare norma questa mancanza di misura, questa scissione, questa confusione e rovesciamento di valori. Questa menzogna viene imposta con la forza di un’evidenza al di sopra di ogni contestazione. Sopravvivere, emergere in questo sistema è possibile solo al prezzo di complicità con le istanze che sistematizzano la menzogna e la violenza.

Incapaci di presentare un progetto di società che raggiunga l’unanimità, i politici, per coprire la loro mediocrità, aizzano la popolazione contro se stessa sulla base dell’etnia, della provenienza geografica, della religione, della ricchezza, ecc.

 

NOTE:
1 Balibar, E., Identità culturale, Ed. Franco Angeli, Milano, 1991, p. 27.
2 E. Mworoha, Peuples et rois d’Afrique des Lacs, Les Nouvelles Editions Africaines, Dakar-Abidjan, 1977, p. 22.
3 E., Mworoha, Op.Cit., p.30.
4 Si deve al Generale Smuts, rappresentante dell’Africa del Sud alla conferenza di Pace, la proposta di creare dei mandati internazionali. Le sue idee sono esposte in un opuscolo intitolato: The League of Nations: A Practical Suggestion, apparso a Londra nel 1918. L’art. 22 del Patto della Società delle Nazioni stabilisce tre tipi di mandati secondo il grado di sviluppo dei popoli, la loro situazione geografica, le loro condizioni economiche. Il
mandato A riguarda i paesi dell’antico Impero Ottomano, Palestina, Irak, Siria; il mandato B si riferisce ai paesi dell’Africa centrale che , avendo raggiunto un certo grado di sviluppo, devono essere amministrati dal mandatario secondo certe obbligazioni; i paesi del mandato C (isole del Pacifico e del Sud Ovest africano sono amministrati come parte integrante del territorio del mandatario.
Cfr. J. Gahama, Le Burundi sous administrations belge, Kart hala, Paris, 1983, pp. 37-38.
5 J. Gahama, Ibidem, p. 47.
6 cfr J. Gahama, Op. Cit. , pp. 372 - 378
7 J. Gahama, Op. Cit., p. 381.
8 Vicariat apostolique de l’Ourundi; Rapport annuel 1925-1926, Maison-carrée, p. 97.
9 Vicariat apostolique de l’Ourundi; Rapport annuel 1948-1949, Maison-carrée, p. 58. 

 

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