Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

pdfLa modernità di Pitrim Sorokin (1889 -1968) risiede non soltanto nel suo grande apporto alla sociologia e alle scienze umane in genere, ma piuttosto nella sua capacità di avere profeticamente cercato orizzonti possibili, anche se a volte con slanci arditi, per il futuro delle scienze sociali.

Alcuni autori, come Dahrendorf in Società e sociologia in America (1963), definiscono “sociologia critica” la produzione del sociologo russo allineandolo al pensiero di Veblen, Gerth, Riesman e di Mills e distinguendo tre linee della critica sorokiniana: alla teoria sociologica, al meto-do sociologico, alla società contemporanea. Ad esse si deve però aggiungere un quarto elemento che diventa fondamentale per la comprensione del pensiero di Sorokin e che si può considerare nell'ambito della sua “sociologia della crisi” - per usare un'espressione di C. Marletti - ma che «ha soprattutto l'aspetto e il contenuto di critica ricostruttiva».1

1. Critica alle teorie

Mentre in genere si parla di critica sorokiniana come se fosse unicamente rivolta ai metodi, il contributo più importante apportato da Sorokin allo sviluppo della sociologia, comincia dalla sua analisi critica di tutti i modelli di società e di uomo precedentemente elaborati dalla teoria sociologica. «In un momento in cui la sociologia americana si stava disperdendo in una rete fittissima di indagini senza sufficiente bagaglio di presupposti teorici, che fossero non solamente di pura tecnica della ricerca, egli riaccende fra gli addetti ai lavori il dibattito intorno alla teoria su di un piano propriamente sociologico».2

Egli compie questo tipo di operazione avviando a nuovi indirizzi teorici i suoi allievi e collaboratori di Harvard, fra cui si ricordano B. Barber, K. Davis, G. Homans, F. Kluckhohn, R.K. Merton e T. Parsone (che poi svilupperanno la grande sociologia americana del secolo scorso) offrendo un proprio sistema di sociologia generale che spinge le ricerche da un piano puramente descrittivo ad uno comprensivo, stimolando con ciò un dibattito sulle premesse teoriche. Egli allarga gli orizzonti della sociologia statunitense aiutandola ad uscire dalle dimensioni provinciali in cui si era chiusa e rimettendola in contatto con i grandi teorizzatori europei. Infine induce i ricercatori americani a “pensare”, offrendo al loro giudizio tutta la teoria sociologica disponibile ed esponen-dola secondo un personale “filtro critico”.

Il molteplice contributo dato da Sorokin alla sociologia americana, e quindi a tutta la sociologia, non è ancora valutato a sufficienza: mentre si insiste sulla sua critica al metodo quantitativo, critica tutto sommato marginale e contingente, si trascura il ben più sostanzioso lavoro da lui compiuto con le sue opere e saggi di storia delle teorie sociologiche, fra i quali i fondamentali sono costituiti da Contemporary Social Theories (1928) e Sociological Theories of Today (1966). Si tratta di due opere che egli stesso qualifica come “rassegne critiche” e, a distanza di quasi quarant'anni l'una dall'altra, mantengono lo stesso significato. Esaminando infatti il loro contenuto si rileva come ambedue siano guidate da una fondamentale unità logica e di metodo: appare evidente come esse costituiscano tappe di uno stesso disegno critico e di un unico poderoso tentativo di riesporre in una sistemazione chiarificatrice e feconda oltre un secolo di teorizzazione.

Fatte queste osservazioni sull’impostazione critica delle opere storiche di Sorokin, bisogna ricordare che, fra le varie critiche del sociologo russo, di importanza fondamentale si può consi-derare quella che egli presenta verso le “teorie evolutive unidirezionali” che vede predominanti nelle concezioni della società a lui contemporanee.

Scrive Sorokin ne La mobilità sociale (1965): «Dopo la legge dei tre stadi di Comte e la formula del progresso di Spencer molti sociologi, antropologi, storici e filosofi sociali hanno cercato di individuare centinaia di tendenze storiche e di leggi del progresso e dell'evoluzione (...) Anche a me non dispiacerebbe poter considerare il processo storico come una specie di curriculum univer-sitario, nel quale le società passano attraverso gli stadi delle matricole, dei fagioli, e così via, per laurearsi infine in un paradiso concesso loro da un “legislatore del progresso”: ma non sono riuscito a verificare questa concezione così graziosa della storia».3

L'ottimismo illuministico che crede in un progresso continuo, la visione astratta di un cammino umano verso un perfezionamento sempre crescente gli sembrano posizioni preconcette: ad esse egli oppone il risultato di una rigorosa analisi «della vera storia dell'uomo».4

Stesso rigore e stessa vis polemica troviamo nella sua opera critica per eccellenza: Mode ed utopie nella sociologia moderna e scienze collegate (1956).In essa le teorie contro cui si concentrano le argomentazioni di Sorokin sono: la teoria del ritardo culturale di Ogburn, la teoria fattoriale o del fattore dominante (riferita, seppur in aspetti opposti, a Max Weber e Karl Marx), le teorie negati-vistiche, esternalistiche, fisicisti-che.

Contro Ogburn, Weber e Marx il nostro autore innanzi tutto sostiene che non è scientifico distinguere troppo nettamente i fattori materiali (oggetti, strumenti) da quelli non materiali (significati, valori, norme); questi si “oggettivano” e si comunicano attraverso quelli e gli uni e gli altri sono connessi, formando la totalità socioculturale. Per Sorokin, quando W. Ogburn considera la cultura materiale come fattore dominante e come variabile indipendente (di cui la cultura non-materiale sarebbe una semplice funzione) e quando K. Marx pone l'economia come fattore determinante della storia sociale, non fanno altro che «attribuire una indebita supervalutazione a ciò che è solo una parte, e una parte strumentale»5 della realtà socioculturale. Così pure Weber, quando considera la religione protestante come il fattore che ha determinato il sorgere del capitalismo, ha una visione parziale della realtà, e «commette l'errore di condizionare il sistema ad una sua parte, sia pure una parte profonda come la religione».6

Per il sociologo russo queste sono tutte visioni unilaterali della realtà sociale e dei dina-mismi delle trasformazioni storiche. «La visione veramente completa si ha quando si scopre che non è il fattore economico che ha prodotto il protestantesimo, né che questo è stato a produrre il capitalismo, ma quando si prende atto che tutti e due questi sistemi in concomitanza con i sistemi scientifici, filosofici, estetici, legali, etici e politici, si trasformarono in modo interdipendente come parti del nascente super-sistema sensista nella cultura europea».7.

Appare chiaro come Sorokin rimanga in qualche modo sempre fedele alla sua impostazione socio-logica di tipo sistemico, al suo universo socio-culturale concepito come totalità in cammino, in cui le trasformazioni generali non si accontentano di essere spiegate con un singolo fattore concreto, ma richiedono un continuo riferimento alla “premessa maggiore”, cioè al tipo di verità fondamentale – senso-riale, razionale, intuitiva - che im-pregna di sé tutte le manifestazioni vitali di un'epoca.

In Mode e utopie nella sociologia moderna e scienze collegate su questa base di visione integrale della realtà umana egli respinge anche le teorie che chiama “negativistiche” perché improntate sull'analisi di fenomeni negativi o patologici: aggressività, conflitto, devianze varie come prosti-tuzione, alcoolismo, delinquenza. «Tali sociologie, nel migliore dei casi, sono impegnate a studiare fenomeni esteriori o che urgono sull'uomo esterno, quali i consumi, l'organizzazione e l'industria-lizzazione, o pongono i fattori fisici esterni come base per la spiegazione dei fenomeni umani (teorie esternaliste). Talvolta addirittura trattano questi fenomeni fisici e parlano di "fisica sociale" e di “meccanica mentale” (teorie fisicistiche)».8

L'aspetto che in tali teorie sociologiche e psicologiche che Sorokin più condanna, è che esse trascurano le energie spirituali dell'uomo. Non tengono conto delle realtà più profonde e più vere della sua natura. Ignorano che l'amore, la coo-perazione, i valori ideali sono tanta parte della con-vivenza umana ed hanno sul cammino della storia una efficacia concreta e stimolante «intorno ai cui effetti non si compiono - come invece si dovrebbe - sufficienti studi e ricerche».9

Questi - prosegue Sorokin - sono rivolti con assoluta preferenza verso gli effetti della lotta e degli egoismi individuali e di gruppo, come se fossero le uniche forze valide nella dinamica sociale e nella storia dell'uomo. «Ciò presuppone una concezione antropologica che i sostenitori tendono a presentare come scientifica: ma le loro prove sono basate su esperimenti di laboratorio condotti su animali e spesso non fanno altro che generalizzare casi patologici studiati dalla psico-logia clinica. Tutto ciò sembra valido nella menta-lità sensista, agli individui di questa cultura e persino agli scienziati, presso i quali è anzi invalsa la moda di ritenere illusorie e non-scientifiche le teorie qualitative».10

Ma una obiettiva verifica storica ed un'analisi completa - o per dirla con Sorokin, integrale - e non preconcetta della realtà umana dimostrano quanto parziale, inesatta e deformante sia una tale impo-stazione, che egli vede purtroppo prevalere nel mondo suo contemporaneo in un momento di crisi generale.

2. Critica ai metodi

L'intento principale di Sorokin in Mode e utopie nella sociologia moderna e scienze collegate (1956), seppur in quest'opera siano contenute come già evidenziato in precedenza critiche alla teoria sociologica, è quello di “demolire radicalmente” certi metodi di ricerca.

L'obiettivo centrale contro cui Sorokin combatte è l'invasione della tecnica nel pensiero sociologico. Per il sociologo russo, essa ha fatto sì che per molti anni prevalessero ricerche di tipo quantitativo che in alcune zone, specialmente gli Stati Uniti, erano diventate esclusive rispetto ad altri tipi di ricerca, ed inoltre essa, superando l'intento iniziale, ha finito per investire direttamente l'uomo introducendo il concetto che egli fosse totalmente definibile in termini di elaborazione scientifica e tecnologica.

«Noi viviamo nell'età della testocrazia»11 scrive ad un certo punto Sorokin lamentando come «i testocratici siano riusciti a vendere i loro test, facendoli passare per metodi strettamente scien-tifici, precisi, operazionali e infallibili».12 Egli, dopo aver parlato dell'uso diffuso dei test e dei numerosi tipi che ne sono stati elaborati, dichiara di essere consapevole che la sua opposizione sarà considerata “sacrilega”. Tuttavia non omette di demolire i test artificiali, che chiama “test carta e penna”, opponendo loro «i più rigorosi e più autentici test dell'attività reale ed intellettuale»13 a cui gli individui sono sottoposti dalle prove della vita e della capacità selezionatrice delle strutture sociali. Più che come indagini psico-sociali con pretese scientifiche, egli afferma che i test sono adatti a giochi e spettacoli.

Ma altre ampie critiche egli riserva a quel metodo di interpretazione dei dati, basato completamente sulla loro riduzione a numeri, statistiche, grafici, formule matematiche. La sociologia e la psicologia diventano allora “numerologia” o meglio “numerolatria”. E l'impe-gno di ricercatori sociali e psicologi nel ridurre in quantità misurabili realtà che invece sono qualità-tive, egli lo chiama “quantofrenia”. In questa critica coinvolge nomi come K. Lewin, S.C. Dodd, G.K. Zipf e P. Lazarsfeld.

Proseguendo nel suo esame critico passa a porre in rilievo la inadeguatezza dei modelli fisici dei quali, a suo giudizio, i ricercatori troppo vogliono servirsi per spiegare i fenomeni sociali e la vita dei piccoli gruppi in particolare. Attacca perciò numerosi autori di “fisica sociale” e di “psicologia fisicista”; essi troppo fiduciosi nella “meccanica mentale” e «dimentichi dei significati e dei valori, in coerenza delle proprie teorie fisicistiche, applicano i metodi delle scienze fisiche allo studio dell'uomo».14

Prima e durante l'esame dei tre punti citati – “quantofrenia”, “numerologia” e “culto della fisica sociale” - Sorokin trova l'occasione più volte per denunciare la «inutile elaborazione dell'ovvio”,15 l'uso cioè dei termini mutuati dalla matematica e dalla fisica che hanno l'effetto di complicare la comprensione di realtà semplici, il ricorso aterminologia strana: gergo oscuro e pseudo-scientifico»16 in sostituzione di parole comuni, al solo scopo di far credere che siano stati elaborati dei nuovi concetti. E' probabile però che a questo punto non sia la teoria e neppure tanto il metodo quanto invece il costume il vero bersaglio della sua critica.

Egli attacca in modo vigoroso la “disonestà” di molti che presenta come progressi della sociologia dei puri giochi di parole e sfoga il suo sarcasmo sul comportamento di quelli che egli chiama “i novelli Cristoforo Colombo” e considera «affetti dal complesso dello scopritore»17 quei sociologi, psicologi e antropologi che “rubano” concetti di autori precedenti senza citarli, oppure dichiarano di essere i primi ad aver elaborato un dato metodo o una data ipotesi.

Sorokin, come egli stesso dirà, conduce una battaglia con «lo spirito del lupo solitario»18 di chi si sente escluso, respinto e in qualche modo defraudato; la sua polemica investe, oltre che i metodi e le mode, anche il costume: «e senza dubbio egli si ritiene una vittima del malco-stume»19, ma è probabile che la sua polemica sia contro un modo di fare sociologia, contro il tentativo di ridurre la sociologia a pura tecnica di ricerca e di precludere alla ricerca la profondità dei valori e dei significati umani. Egli sente la sociologia tradita.

Con questo spirito la sua critica coinvolge le teorie, i metodi e il costume accademico, «travolge persone e orientamenti, ponendosi come una implacabile denuncia del riduzionismo e delle illusioni pseudo-scientifiche e come sforzo pode-roso teso a riumanizzare la sociologia, spingendola a scendere nelle profondità dell'uomo e della sua storia. Bisogna scendere dentro il fenomeno em-piricamente verificabile. Al di sotto di ciò che appare c'è ben altro. Anzi è al di sotto di questa scorza che comincia la vera realtà: i significati, i valori, le norme, per cui l'uomo è l'uomo e non un robot e neppure un manichino».20

Ma questa netta presa di posizione da parte di Sorokin non lo allontana dall'uso di metodi quantitativi nelle sue ricerche sociologiche. Lo sottolinea anche Merton nel suo Teoria e struttura sociale (1949), quando evidenzia come il sociologo russo ricorra più di una volta alla statistica anche in modo “audace” seppur non privo di “ambivalenza”: «l'ambivalenza di Sorokin sorge dal suo sforzo di integrare sistemi di verità del tutto opposti».21

Ma trattando il metodo sorokiniano bisogna ricordare la concezione che il sociologo russo ha della realtà totale integrale, «una realtà che è un infinito molteplice, ha una sua composizione plurima e dialettica come “coincidentia opposi-torum”, fatta di materia e di spirito, di senso e di fede, di razionale e di irrazionale, di amore e di odio, di quantità e qualità, tutti elementi intrecciati e interagenti in vivente compossibilità della storia concreta dell'uomo».23

Sorokin in tutta la sua produzione non nega affatto i metodi quantitativi: ne condanna l'uso esclusivo e assolutizzato, rifiutando la pretesa di molti sociologi e scienziati sociali di ridurre tutta la realtà umana alla parte empirica, cioè osservabile con i sensi, e misurabile.23

«La sociologia» dice Sorokin «si è oggi ridotta ad essere una vera e propria industria di ricerche, in cui i ricercatori non hanno il tempo per approfondire seriamente i problemi considerati e ancora meno tempo per coltivare il pensiero intuitivo e razionale, o per sviluppare le loro menti in generale. Queste ricerche mecca-nizzate portano all'incremento di un vasto esercito di “mano d'opera delle ricerche”, costituita da individui che secondo Lao-Tse “non sono mai dei saggi, mentre i saggi non sono mai ricercatori”. Nessuna meraviglia quindi che questo vasto esercito non sia riuscito ad arricchire la nostra conoscenza con nuove scoperte e nuove verità.

Questa è, in breve, una delle più importanti caratteristiche della sociologia e della psicologia d'oggi. Che ci piaccia o no, ambedue queste discipline si trovano in un vicolo cieco, alle prese con chiacchiere evanescenti e soggettive: materiale che un tribunale rifiuterebbe di considerare come prove o testimonianze, e a buon diritto! Al momento attuale tanti di questi prodotti hanno già invaso il mercato e non sappiamo cosa farcene. Una ulteriore espansione di questa dannosa industria e le nostre discipline si troveranno sempre più ridotte in uno stato di sterilità creativa e di pseudocoscienza. L'unica vera via d'uscita è quella di ricorrere ad una sociologia e ad una psicologia integrali, basate su una teoria integrale della verità, che faccia buon uso dei metodi di conoscenza intuitivi, logico-matematici, uniti a delle sane tecniche empiriche. Per quanto difficile possa essere questa strada maestra alla verità ed alla conoscenza scientifica, è l'unica che permetta una rinascita creativa di queste scienze».24

3. Critica sociale

Le osservazioni di sapore critico si trovano nelle opere di Sorokin un po’ ovunque, anche se ce ne sono alcune esplicitamente dirette ad analizzare la crisi sociale che, secondo il pensatore russo, coinvolge tutta l'epoca a lui contemporanea.

Profondi ed in qualche misura drammatici sono gli esami della crisi della civiltà che egli svolge in opere scritte appunto con tale intento quali The Crisis of Our Age (1941) e S.O.S: The Meaning of Our Crisis (1951).

In queste opere egli vede il mondo caratterizzato da un crescente disordine economico e politico, le cui radici sono però di carattere morale. Le vere cause della crisi sono nel fatto che la civiltà moderna è impregnata di mentalità culturale sensistica, per cui i valori prevalenti sono il perseguimento del piacere, l'affarismo, il successo individuale, gli egoismi di gruppo e di razza.

Egli condivide con K. Marx l'idea «dell'inevitabilità della crisi per la civiltà borghese, europea e americana»25 affermando di accostarsi anche a Spengler e ad altri “pensatori critici”. La sua impostazione spiritualistica e la sua teoria delle fluttuazioni gli danno però la possibilità di esaminare la crisi da un'angolatura diversa e di intravederne anche le prime luci di rinascita.

Questa che C. Gambescia definisce “angolatura moralistica”26 lo porta nei testi citati a rilevare ad esempio la diffusione della più sfrenata licenza sessuale ed a polemizzare con le teorie di S. Freud, che hanno favorito, a suo giudizio, l'accentuarsi del problema sessuale nella letteratura, nell'arte, negli spettacoli e tendono a dare «giustificazione pseudo-scientifica alle più ampie forme di permessività».27 Ci troviamo di fronte a quella che egli definisce “sessualizzazione della mentalità”: «(...) le proibizioni sessuali sono presentate come principale causa delle frustrazioni, delle malattie fisiche e mentali e della criminalità. La castità è ridicolizzata come un falso pudore e una superstizione. La fedeltà fra i coniugi è bollata come una ipocrisia sorpassata. Il padre dipinto come un tiranno geloso, che desidera la castrazione dei figli per prevenire l'incesto. L'homo sapiens è rimpiazzato dall'homo sexualis, il quale non sarebbe altro che un ammasso di libido genitali, anali, orali e cutanee».28

Questa specie di invasione non risparmia neppure il diritto (egli parla di “diritto sensista”) che rende sempre più facili i divorzi; e perfino la religione e la morale sono contaminate dal freu-dismo e dalla psicoanalisi.

A tale considerazione si deve aggiungere che, in The Crisis of Our Age, Sorokin esprime la più profonda sfiducia nella politica, evidenziando con molteplici esempi storici, la forza corruttrice del potere sulle classi dirigenti.

Secondo T. Sorgi la critica sociale di Sorokin non è un elemento aggiuntivo alla sua teoria sociologica, «non è qualcosa di staccato e di sopraggiunto con l'andare degli anni».29 E' invece un elemento integrante della sua teoria delle fluttuazioni e si pone come «risultato della sua analisi dei tre supersistemi (di cui il presente è quello sensista) che egli studia minuziosamente seguendo le linee metodologiche e teoriche già indicate negli anni trenta nelle varie stesure di Social and Cultural Dynamics».30

Sono molti gli autori che sostengono che a questa sua analisi Sorokin faccia spesso riferi-mento; a tal proposito è opportuno citare diretta-mente le parole del sociologo russo riportando alcuni brani:

«Nel mio libro Social and Cultural Dynamics sono elencate numerose prove a dimostrazione del fatto che il supersistema “sensista” che domina la cultura occidentale è ormai entrato nella fase di disintegrazione. Sulla base di queste prove, mi sono azzardato, verso gli anni venti, a prevedere terribili guerre, rivoluzioni ed anarchie; il completo disfacimento di tutti i valori religiosi, morali, estetici e politici con il conseguente avvento della forza bruta, sostenuta dalla frode, alla posizione di arbitro supremo nei rapporti individuali e sociali; ondate di distruzione, di bestialità e disumanità; dissoluzione del nucleo famigliare e del matri-monio; volgarizzazione e decadenza della lette-ratura, della musica, della pittura e della scultura, fin qui fiorenti; la tendenza sempre più distruttiva delle scoperte e delle invenzioni scientifiche, ecc. E predissi anche e sottolineai un aumento del nega-tivismo in generale. In questa fase distruttiva, la mentalità “sensista” diventa sempre più “patolo-gica”, “negativistica” e “sporca”. Rende mortali gli immortali, brutta la bellezza, identifica il genio con la pazzia, i santi con i maniaci superstiziosi, i capolavori con i successi di cassetta. In tale cultura la quantità prende il posto della qualità e la tecnica soppianta la creazione; tutti i valori sono travolti dalla melma nauseante delle forme sociali...».31

E continua: «Nell'atmosfera della nostra cultura “sensista”, siamo portati a credere nell'importanza della lotta per l'esistenza, degli interessi egoistici, della più crudele competizione, dell'odio, degli istinti bellici, degli impulsi sessuali, dell'istinto della morte e della distruzione, nella potenza assoluta dei fattori eco-nomici, della coercizione più bru-tale e di altre forze negative».32

Per il nostro autore oggi siamo di fronte a teorie secondo cui sarebbero proprio questi tipi di forze negative a «determinare in modo assoluto gli eventi storici ed il corso della vita degli individui. Il marxismo e l'interpretazione economica della storia, il freu-dianesimo e le sue spiegazioni del comportamento umano con la libido e gli istinti di distruzione; le teorie darwiniane e biologiche della lotta per l'esistenza come principale fattore dell'evoluzione biologica, mentale e morale; perfino il motto delle camere di commercio “la rivalità e la competizione hanno fatto grande l'America”, queste ed altre simili teorie dominano la sociologia contempo-ranea, l'economia, la psicologia, la psichiatria, la biologia, l'antropologia, la filosofia della storia, la politica ed altre discipline sociali e umanistiche».33

In questa progressiva decomposizione della società Sorokin non manca di evidenziare il “tradimento degli intellettuali” e ne denuncia le responsabilità: «Che ci piaccia o no, la parte più dannosa di queste teorie negativistiche ha contribuito in modo notevolissimo alla presente degradazione dell'uomo e di tutti i maggiori valori, da quello supremo chiamato Dio (o con qualche altro nome), fino ai valori di verità, di amore, di bellezza, di genio creativo, di santità, di famiglia, di paternità, di maternità, di dovere, di sacrificio e di rettitudine nei rapporti con il prossimo. Le ideologie negativistiche hanno denigrato, degra- dato e avvelenato questi valori, contribuendo ad accrescere la odierna lotta tra gli uomini, con la sua bestialità, crudeltà, distruzione e miseria. La scienza distruttiva della morente cultura "sensista" e le sue discipline psicosociali negativistiche, sono le maggiori responsabili di questa tragedia. Le ultime, in nome della scienza, hanno infettato la mente degli intellettuali, dei capi di stato e di azienda, e degli altri leader come pure la massa dei sottoposti nutrendola di concezioni negativistiche, dogmi nichilisti, credenze ciniche e ideologie degradanti, che hanno minato i più alti valori spirituali ed hanno fornito una facile spiegazione di ogni cosa per chi se ne accontenti. Direttamente o indirettamente, le ideologie negativistiche hanno mol- to contribuito alla disorganizza- zione mentale, morale e sociale dell'umanità ed hanno causato la tragedia attuale. Questa tragedia comincia ora a minacciare l'esis- tenza stessa dell'uomo e la continua- zione della sua missione creativa».34

Lasciando ora gli aspetti tipici della critica sociale si possono evidenziare alcuni brani nei quali emerge in modo evidente l'aspetto tipicamente “previsionale” del so-ciologo, infatti all'analisi dettagliata delle radici profonde di una cultura egli unisce delle previsioni sulla fine di un epoca: «La stupenda dimora della cultura sensoria, eretta dall'uomo occidentale durante gli ultimi cinque secoli, ha cominciato a disintegrarsi, mentre la nuova casa di una cultura e di una società fondamentalmente diverse non è stata ancora costruita. Simili periodi di transizione da uno degli aspetti maggiori della realtà socioculturale a un altro, portano sempre a una maggiore (totale) crisi di tale società e di tale cultura. Nelle mie opere, e soprattutto in Social and Cultural Dynamics e nella sua redazione ridotta intitolata The Crisis of Our Age, questo e altri simili periodi di transizione e di crisi erano analizzati dettagliatamente, e sulla base di questa analisi mi fu possibile già negli anni venti diagnosticare la crisi e predire l'avvento di più gigantesche e terribili guerre, di rivoluzioni e periodi di anarchia, con tutto ciò che di terribile portano con sé: distruzioni gigantesche, miseria, bestialità, malattie e molti altri fenomeni, sino allo spostamento del centro creativo della storia dall'Europa, che lo detenne per cinque secoli, al Pacifico e alle Americhe, con le grandi culture redivive dell'India, della Cina, del Giappone, della Russia e dell'Europa (una delle componenti anche se non più la maggiore) come attori principali e portatori della fiaccola della creatività negli anni futuri del dramma umano. Una citazione da Social and Cultural Dynamics mostrerà una parte di questa diagnosi e le sue conseguenze.“Ogni aspetto importante della vita, dell'organizzazione e della cultura della società occidentale è in profonda crisi (...) Il suo corpo e la sua mente sono ammalati, e difficilmente si riscontra una parte di questo corpo che non sia dolente, una fibra nervosa che funzioni a pieno ritmo (...) Stiamo vivendo, pensando, agendo, alla fine di una splendida giornata sensoriale durata seicento anni. I raggi obliqui del sole illuminano ancora la gloria dell'epoca trascorsa. Ma la luce si affievolisce, e nelle ombre che si addensano diviene sempre più difficile vedere chiaramente e orientarsi con sicurezza nella confusa luce del tramonto. La notte del periodo di transizione comincia a profilarsi davanti a noi, con i suoi incubi, con le sue ombre paurose, con lo strazio dei suoi orrori”».35

E’ probabile che parte delle cause di quell'isolamento subito dall'ultimo Sorokin abbiano le loro radici in queste sue posizioni, eppure il sociologo russo a questa società che egli vede immersa nella sconfinata fede nel progresso continuo e assorbita nel ricercare il benessere senza limiti, ricorda la validità dei suoi ammonimenti: «Quando tutto ciò fu scritto, non c'erano né guerre né rivoluzioni, come non c'era ancora stata la depressione del 1929. L'orizzonte della vita socioculturale appariva chiaro, senza nuvole: in superficie tutto sembrava perfetto, pieno di speranza. L'opinione prevalente dei maggiori pensatori, come quella delle masse, era ottimistica. Credevano tutti in una prosperità maggiore e migliore, alla scomparsa delle guerre, alla fine degli spargimenti di sangue, nella cooperazione interna-zionale e nella buona volontà della Società delle Nazioni, nel miglioramento economico, mentale e morale dell'umanità e in un continuo progresso. In una simile atmosfera le mie opinioni e i miei ammonimenti si levarono come voce nel deserto: furono aspramente giudicati come impossibili o sprezzantemente respinti come lunatici.

In un decennio o poco più, queste profezie lunatiche erano sul punto di avverarsi: la crisi si era sviluppata secondo il "diagramma" della mia dianosi e delle mie previsioni.

Situato tra due epoche, mentre gli antichi valori decadono e i nuovi non sono ancora consolidati e "interiorizzati", l'uomo di oggi si ritrova profondamente confuso e perduto fra le rovine di un mondo e di una società disintegrati. agisce come una barca senza timone gettata qua e là dal vento delle sue tendenze animali, completamente libera dal controllo delle forze razionali e superrazionali dell'uomo. In simili condizioni, secondo l'osservazione di Platone e di Aristotele, l'uomo è soggetto a divenire “la peggiore delle bestie”. E in realtà egli è moralmente regredito al livello di un animale uma-no sofisticato che giustifica per mezzo di ideologie presuntuose le peggiori delle sue azioni».36

In fondo a queste analisi di natura etica e profetica, di una sociologia che sconfina quasi nella filosofia della storia, rimane sempre il sociologo. La sua teoria delle fluttuazioni storiche, verificata da un'enorme documentazione empirica, lo pone nella condizione di uscire da queste visioni pessi-mistiche con un certo barlume di speranza: quanto più l'epoca sensista raggiunge il fondo della crisi, tanto più vicino è il momento in cui l'umanità dovrà riprendere la sua parabola ascendente.pdf

Il sociologo russo confida fortemente che questa sia un'epoca di transizione: «oltre di essa, comunque, probabilmente l'alba di una nuova grande cultura è in attesa per salutare gli uomini del futuro. (...) Tocca agli uomini d'oggi compren-dere i problemi dell'epoca e rendere meno lungo e faticoso questo periodo di passaggio».37 Essi devono impegnarsi, sostiene Sorokin, in uno studio “scientifico” dei fattori socioculturali: significati – valori – norme, che potranno essere l'anima di un nuovo tipo di civiltà.

Note:
1 C. Marletti, Sorokin e la sociologia della crisi, in P.A. Sorokin, La dinamica sociale e culturale, UTET, Torino 1975, p. 17.
2 Ibidem, p. 22.
3 P. A. Sorokin, La mobilità sociale, Comunità, Milano 1965, p.167.
4 Ibidem, p. 168.
5 P. A. Sorokin, Mode e Utopie nella Sociologia Moderna e Scienze Collegate, Ed. Universitaria, Firenze 1965, p. 86.
6 Ibidem, p. 88.
7 Ibidem, p. 89.
8 Ibidem, p. 92.
9 Ibidem, p. 93.
10 Ibidem, p. 96.
11 Ibidem p. 53.
12 Ibidem, p. 67.
13 Ibidem, p. 68.
14 Ibidem, p. 98.
15 Ibidem, p. 104.
16 Ibidem, p. 128.
17 Ibidem, p. 87.
18 Ibidem, p. 129.
19 C. Gambescia, Introduzione in P.A. Sorokin, La crisi del nostro tempo, Arianna , Casalecchio 2000, p.16
20 Ibidem, p.17.
21 R. K. Merton, Teoria e struttura sociale, Il Mulino, Bologna 1959, p. 325.
22 T. Sorgi, Introduzione in P.A. Sorokin, Storia delle teorie sociologiche, vol. II, Città Nuova, Roma 1974, p. 49.
23 Cfr. C. Marletti, Sorokin e la sociologia della crisi in P. A. Sorokin, Dinamica sociale e culturale, UTET, Torino 1975, p. 23 e ss.
24 P. A. Sorokin, Mode e Utopie nella Sociologia Moderna e Scienze Collegate, Ed. Universitaria, Firenze 1965, p. 329.
25 P. A. Sorokin, La crisi del nostro tempo, Arianna, Casalecchio 2000, p. 175.
26 Cfr. C. Gambescia, Introduzione in P.A. Sorokin, La crisi del nostro tempo, Arianna, Casalecchio 2000, p. 29.
27 P. A. Sorokin, S.O.S. the meaning of our crisis, Beacon Press, Boston 1951, p. 229.
28 Ibidem, p. 232.
29 T. Sorgi, Introduzione in P.A. Sorokin, Storia delle teorie sociologiche, vol. II, Città Nuova, Roma 1974, p. 57.
30 C. Gambescia, Introduzione in P.A. Sorokin, La crisi del nostro tempo, Arianna, Casalecchio 2000, p. 22.
31 P. A. Sorokin, Mode e Utopie nella Sociologia Moderna e Scienze Collegate, Ed. Universitaria, Firenze 1965, p. 309.
32 Ibidem, p. 310.
33 Ibidem, p. 309.
34 Ibidem, p. 231.
35 P. A. Sorokin, L’Integralismo è la mia filosofia in W. Burnett, a cura di, Questa è la mia filosofia, Bompiani Ed., Milano 1961, p. 265.
36 Ibidem
37 P. A. Sorokin, L’Integralismo è la mia filosofia, in W. Burnett, a cura di, Questa è la mia filosofia, Bompiani Ed., Milano 1961, p. 253.

 

 

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