Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

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La finanza a servizio della nuova frontiera dell’economia.
Prefazione di Mauro Magatti, EMI, Bologna, 2015, 288 pp.

Questo saggio, pubblicato in Francia nel 2012, esce finalmente nell’edizione italiana, aggiornato e riveduto per l’occasione, con l’aggiunta di riferimenti specifici alla situazione italiana, evidenziando le connessioni con le politiche francesi ed europee. In questi tre anni molti avvenimenti si sono succeduti, tra questi l’esperienza (il “martirio”) della Grecia. Come afferma l’autore (45enne, economista, ex banchiere, oggi gesuita e membro di importanti centri di ricerca economica): “a otto anni dallo scoppio della più grave crisi finanziaria che l’umanità abbia conosciuto, l’economia mondiale non ha ritrovato una situazione di equilibrio” e la “pretesa crisi del debito pubblico” potrebbe essere in realtà un pretesto per imporre all’Europa il vecchio programma neoliberista di privatizzazione assoluta della società. Anche il Portogallo e la Spagna potrebbero trovarsi in analoghe difficoltà, ma dopo l’esito della crisi greca probabilmente nessuno oserà opporsi all’“ordoliberalismo” europeo; Italia e Francia tuttavia potrebbero trovare le forze (e le risorse) per opporsi alla “vassallizzazione”.
La tesi del libro è che la transizione ecologica può essere il grande progetto economico, sociale, culturale e spirituale, capace di ispirare a italiani e francesi il coraggio di dire no a quest’Europa, proponendo e mettendo in atto alternative concrete. Che esistano altre vie lo ha ben chiaro Papa Francesco che, a partire dall’enciclica Laudato Si’ e poi con i successivi discorsi, continua ad invitare i cattolici, in unità con le donne e gli uomini di buona volontà, a far fronte comune per un’Europa “pioniera di una società decarbonizzata e attenta ai più poveri”.
L’autore sviluppa la sua tesi in un’introduzione e undici capitoli, partendo dalla crisi finanziaria del 2007: sono passati quasi dieci anni, eppure in molti paesi europei stiamo ancora sperimentando il progressivo smantellamento dello stato sociale, l’aumento della disoccupazione e la perdita di molti diritti che si pensavano acquisiti. Il saggio si pone due obiettivi: capire come siamo arrivati a questo punto, cercando di formulare una diagnosi multidimensionale e capire come uscire dall’impasse, individuando le azioni e definendo le priorità di intervento, “distinguendo ciò che è urgente da ciò che è prioritario”.
Il primo capitolo descrive la bolla finanziaria dei crediti subprime del 2007, portando alla luce i meccanismi e gli esiti nefasti del cosiddetto “schema Ponzi” (simile alla “catena di Sant’Antonio”) e mette in rilievo gli effetti culturali e mediatici dell’aver trasformato nel senso comune persino beni rifugio, quali la casa, in strumenti d’azzardo (jackpot).
Il secondo capitolo parte dalla narrazione del fallimento di Lehman Brothers nel 2008, per spiegare il funzionamento dei CDS (credit default swap) e il loro effetto sui debiti sovrani e sui rapporti tra Banche e Istituzioni.
Il terzo capitolo affronta e spiega gli scenari e gli effetti del panico finanziario, i cosiddetti “sunspot” (letteralmente macchie solari): Stiglitz già nel 1982 aveva affermato che tale fenomeno è il risultato dell’inefficacia dei mercati finanziari non regolati e incompleti, nell’allocazione di risorse rare, del capitale e del rischio; Milton Friedman, d’altronde, sosteneva che nel lungo periodo i mercati sono efficienti perché vi sopravvivono solo coloro che sono in grado di anticipare correttamente i parametri dell’economia sottoposti a rischi.
Ma cosa ne è degli altri? Possiamo accettare questa sorta di darwinismo sociale?
Lo scenario si complica ulteriormente nel quarto capitolo quando vengono presentati alcuni dati e analisi dell’IPCC (l’ente intergovernativo per lo studio dei cambiamenti climatici) e di altri enti di ricerca sulla crescita del consumo mondiale di energia e sull’aumento delle emissioni di biossido di azoto. Comincia così a emergere la necessità, o almeno l’opportunità, di un progetto alternativo, di transizione ecologica. Di fronte alle problematiche sociali ed ecologiche siamo ancora in grado di accogliere e attuare l’invito delle Scritture a “prenderci cura del creato”?
Si fa presente qui l’interessante approccio dell’autore che nel suo saggio accosta a dati e informazioni tecnico-finanziarie e alle analisi politiche l’insegnamento delle Scritture e della Dottrina sociale della Chiesa.
Di quale progetto di società disponiamo adesso, in grado di mobilitare le energie collettive, di tracciare l’orizzonte di un avvenire comune?” La transizione ecologica può rappresentare una possibile risposta. L’autore fornisce alcune ipotesi di lavoro: il rinnovamento termico degli edifici (per ridurre i consumi di energia), soluzioni di mobilità sostenibile (privilegiando treni e trasporti collettivi, pianificando l’urbanizzazione e le reti dei trasporti), nuove modalità di produzione energetica. In Francia è al lavoro un gruppo che riunisce una cinquantina di esperti (il Consiglio nazionale del dibattito sulla transizione ecologica) che, dopo aver coinvolto i cittadini delle diverse regioni in dibattiti e analisi condivise, ha individuato quattro obiettivi d’intervento: la riduzione del 2% annuo del consumo di energia, la diversificazione del mix energetico con crescita delle energie da fonti rinnovabili, il coinvolgimento dei territori nei progetti locali, la messa a punto di finanziamenti innovativi per il sostegno alle operazioni di medio-lungo termine. La principale obiezione alla possibilità di realizzarli è tuttavia la difficoltà a trovare le risorse per finanziare le azioni necessarie. Una possibile risposta la troveremo più avanti, nell’ottavo capitolo.
Nel quinto capitolo l’autore introduce il tema della creazione di moneta e del ruolo delle banche; nel sesto analizza la questione della credibilità delle banche centrali e i rapporti tra queste, le Istituzioni e le banche private. Dall’analisi condotta fin qui scaturisce l’affermazione che bisognerebbe porre fine ai piani di aggiustamento strutturale e iniziare ad avviare le negoziazioni per la ristrutturazione dei debiti pubblici dei paesi dell’eurozona.
Il settimo capitolo introduce il secondo fondamentale elemento del progetto di alternativa: i beni comuni (commons). A fianco dei beni privati (rivali ed esclusivi 1 e dei beni pubblici (non rivali e non esclusivi) esistono infatti altri beni “ibridi”: non rivali ed esclusivi (es. autostrade, spettacoli e produzioni artistiche) e beni rivali non esclusivi (es. zone di pesca, pascoli). Come dimostra il lavoro di Elinor Ostrom, non dobbiamo considerarli come dei beni soltanto, ma anche come sistemi di regole che ne permettono la gestione, regole che le comunità umane sono sempre state in grado di progettare e mettere in atto. In questa categoria rientrano l’accesso all’acqua, all’energia, alle infrastrutture... E la moneta? Nella sua accezione come liquidità, anche la moneta è un bene comune, perchè rivale e non esclusivo, nel senso che qualunque cittadino dovrebbe potervi accedere, proprio come nel caso di una zona di pesca, in cui la comunità dovrebbe vigilare perché rimanga un buon equilibrio nella fauna che la popola. Al contrario abbiamo visto come nei momenti di crisi finanziaria venga meno proprio la liquidità monetaria.
Il capitolo ottavo torna al cuore del problema: con quali strumenti è possibile finanziare i progetti di transizione ecologica? Il mercato delle quote di CO2 aveva una finalità simile, ma si è rivelato debole: l’autore propone di attuare la creazione di moneta interna da parte di una BCE posta sotto il controllo della politica europea. Dovrebbe trattarsi di prestiti di lungo termine (almeno dieci anni), ad un tasso reale dell’1% (così è stato ad esempio per i prestiti concessi alle banche commerciali europee nel 2012), aventi come collaterali obbligazioni di progetto (project bonds) collegati ai progetti di transizione ecologica da finanziare.
Ma come è possibile governare il processo di transizione ? - si chiede l’autore nel capitolo nono. I mercati si occupano solo di beni privati, gli Stati solo di beni pubblici: è necessario costruire e attivare in Europa un sistema - fatto di regole condivise come ci insegna la Ostrom - in grado di governare i beni comuni. Un bene comune infatti non può essere semplicemente considerato “naturale” e lasciato a se stesso: senza regole e controlli collettivi finirà per diventare privato. Ma perchè il processo possa effettivamente attivarsi è necessario inserire nel quadro alcuni principi. Primo fra tutti la reciprocità, che va riscoperta e coltivata, per evitare sia il pericolo di accaparramenti che, dall’altro lato, la passività di utenti poco coinvolti. Se guardiamo all’Europa di questi ultimi anni, vediamo come progressivamente, “ritirando dalle mani dei pubblici poteri nazionali la governance dei beni comuni, le istituzioni hanno dato vita a beni privati extraterritoriali”, allontanandosi così dall’ideale originario di costruzione di beni collettivi e istituzionalizzandone la privatizzazione. Il secondo principio chiave è quello della sussidiarietà: in un contesto complesso, come quello europeo, tutte le decisioni che possono esserlo, dovrebbero essere delegate dai livelli superiori a quelli più vicini ai cittadini. Con le radici nel pensiero sociale cristiano, già a partire da S.Tommaso d’Aquino, tale principio è stato riaffermato dalla Ostrom, perché svolge “un ruolo decisivo nella preservazione dei beni comuni”. E in termini di efficacia? Ebbene, è stato dimostrato (dagli studi di Raener degli anni novanta fino ai più recenti modelli della teoria dei giochi) che la logica di reciprocità supera in efficacia quella della ricerca dell’interesse egoistico dei singoli.
Come potremo dunque “riorganizzare il nostro rapporto collettivo con il lavoro, con la terra e con la moneta, attribuendo ad essi lo statuto di beni comuni?” Per il lavoro significa attuare seriamente la Responsabilità Sociale d’Impresa, mettendo in evidenza l’utilità sociale delle imprese e definendo nuove modalità di contabilità e di rendicontazione. Per la terra si potrebbe ampliare la “delega di servizio pubblico” che, secondo la definizione fornita dall’ANCI (l’associazione dei comuni italiani), prevede la delega di gestione a privati, sotto il controllo della collettività locale. Per la moneta si potrebbe dare vita ad una autorità europea, ad esempio una Camera dei deputati delle commissioni finanza e affari sociali dei parlamenti nazionali e dell’europarlamento, con il compito di gestire i beni comuni monetari e finanziari.
Quali sono le priorità di questo percorso e quali i cantieri comuni da avviare? La risposta la troviamo nel decimo capitolo, in cui l’autore avanza alcune proposte:
la regolazione anticiclica dei mercati finanziari (adottando misure specifiche, sull’esempio di Basilea III);
la separazione dei mestieri bancari (ossia ridisegnare i contorni delle banche, differenziando le banche di deposito e di credito dalle banche di mercato e di investimento);
la regolamentazione a livello europeo del settore finanziario (oltre cioè il perimetro nazionale), per costringere gli istituti finanziari a detenere presso le banche centrali riserve pari al 100% dei conti correnti (attualmente siamo al 1%): questo consentirebbe alla BCE di controllare le masse monetarie in circolazione,
trasformare l’euro da “moneta unica” a “moneta comune”, al fine di riuscire a riequilibrare le asimmetrie economiche tra i diversi paesi dell’eurozona. Negli USA, ad esempio, ben il 4% del PIL è dedicato a trasferimenti dallo stato federale ai singoli stati a tale fine. Una possibile soluzione europea potrebbe essere quella di utilizzare monete nazionali, tra loro convertibili in seno alla BCE sulla base di negoziazioni politiche, sui mercati interni, e l’euro per le transazioni esterne all’eurozona. Questo permetterebbe tra l’altro alle banche nazionali di finanziare i propri progetti di transizione senza doverli negoziare a livello europeo.
Quale cultura e quali valori condivisi possono muovere i cittadini e i governi in questa direzione? A questo tema è dedicato l’undicesimo e ultimo capitolo del saggio. L’aumento delle ineguaglianze sociali va di pari passo con la perdita della capacità di dialogare. Dalla metà degli anni novanta, osserva l’autore, è considerevolmente aumentata in Europa la quantità di giovani che accedono a studi superiori (oltre un quarto del totale) e che, in virtù del loro numero, tendono a perdere la consapevolezza dell’esistenza di altri, meno fortunati, e sono pertanto sempre meno capaci di comprenderne i punti di vista e li percepiscono come una minaccia, o al massimo come possibili concorrenti. Come entrare allora in relazione? Come fare società? Come imparare a fidarsi? Prendersi cura dei beni comuni, come cittadini, significa prendere atto di quello che abbiamo ricevuto in dono (comune viene da: cum munus). Da parte delle istituzioni governare i beni comuni richiede politiche capaci di porsi perpendicolarmente tra la proprietà privata e il collettivismo, capaci di riscoprire e fare propria la categoria dell’uso rispetto a quella della proprietà, come insegnavano i francescani già nel tredicesimo secolo: “non è infatti la proprietà degli alimenti e dei vestiti a conservare la natura, ma l’uso; pertanto è possibile sempre e dovunque rinunciare alla proprietà, all’uso mai e in nessun luogo” (Ugo di Digne).
Non è più sufficiente quindi una morale dell’onestà individuale: bisogna “reimporre la dimensione collettiva dell’esigenza etica”; non è più sufficiente rispettare le regole del gioco, dobbiamo imparare a riscriverle quando sono palesemente ingiuste. Compito delle autorità sarà quindi di avviare, attraverso meccanismi di concertazione e di negoziazione, quei programmi di transizione ecologica che permetteranno ai nostri paesi di sfuggire da una parte alla deflazione, conseguente ai piani di austerità, e dall’altra alle demagogie populiste supportate dalla disperazione degli esclusi.pdf
Siamo di fronte a un libro complesso, per i temi affrontati e per il linguaggio specialistico, eppure l’autore riesce a condurre per mano anche i lettori meno esperti. Vengono gradualmente messi a nudo i diversi meccanismi finanziari e il loro ruolo, emergono pagina dopo pagina le diverse interconnessioni e le responsabilità di questa crisi, che è soprattutto una crisi di valori e di fiducia reciproca. Al termine della lettura, per quanto faticosa, non possiamo che essere grati all’autore che ci ha permesso di comprendere meglio il nostro tempo, offrendoci una lettura a 360 gradi dei fattori di fondo che sottostanno alla crisi che stiamo vivendo. E’ una interpretazione personale, certo, ma estremamente qualificata, che ha l’ulteriore merito di offrire delle piste di lavoro che ci coinvolgono tutti, ad ogni livello. Siamo tutti coinvolti e corresponsabili: ciascuno di noi può perciò riscoprire le diverse modalità per collaborare all’attivazione dei processi di cambiamento e di transizione “ecologica”, ossia verso una società che sappia riconoscere e gestire i beni comuni, usare il credito e la finanza come strumenti a supporto di un’economia più attenta alle necessità dei più deboli e più rispettosa del pianeta che ci sostiene.



NOTA

1. Un bene viene detto rivale quando il suo consumo da parte di un attore riduce le possibilità di consumo da parte di altri, ed è esclusivo (o escludibile) se è possibile escludere dal suo utilizzo (o dai suoi benefici) coloro che non hanno pagato per averlo o per accedervi.

 

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