Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

 

E’ passato ormai un secolo da quando F. Nietzsche scrisse La Volontà di Potenza, mentre verifichiamo nella storia contemporanea gli effetti di quel vuoto culturale dentro cui i vari “superuomo” pdfsono in grado di costruire comportamenti improntati alla logica della volontà di potenza. Mentre nel pensiero del filosofo tedesco troviamo l’annuncio del nichilismo, del non senso, del vuoto culturale, nel libro di Vittorio Possenti (ordinario di filosofia politica a Venezia), “Religione e vita civile”, riscontriamo una via d’uscita, una speranza di rinnovamento per la nostra civiltà, dove i valori del cristianesimo sono in grado di realizzare compiutamente il superamento di quel relativismo morale, di quell’anomia di cui oggi l’occidente è espressione.

Nella prima parte della sua opera l’autore dimostra come la modernità sia il risultato della dialettica tra libertà e ricerca di senso, e come quella si sia risolta interamente a vantaggio della prima; ma il bisogno vero dell’uomo, si legge, è quello di identità, di senso, di conoscenza di ciò verso cui ogni cosa tende. Occorre, secondo l’autore, riaffermare l’idea di libertà in linea con la concezione ideale originaria della dottrina liberale, corretta dall’apporto dell’aristotelimo e dal tomismo, con la consapevolezza che quella dottrina porta con sé i lineamenti di concetti che appartengono alla cultura greco - latina e cristiana. Di fronte ad una concezione del pensiero classico che non si considera indifferente o agnostica rispetto all’idea di uomo, che concepisce l’uomo come “dotato di una essenza e di un telos” che lo trascende, troviamo la società liberale contemporanea che rifiuta qualsiasi visione teleologica dell’essere umano, dove la volontà individuale genera e rinnova continui valori da seguire, abbandonandosi alla logica dell'eterno ritorno. La cultura liberale sembra aver perso il suo impegno pedagogico, la sua unità di fine, il senso della ricerca dell’Intero, ponendo le basi per una concezione dell’uomo ripiegata su se stessa che non si interroga sull’origine delle cose. Mentre la scienza politica classica considera la politica come sopravanzata da altri saperi e conoscenze di ordine superiore, il liberalismo si è limitato a riconoscere la dignità dell’uomo nella libertà, tralasciando di approfondire le relazioni tra uomo e uomo e tra uomo Dio. La libertà, secondo l’autore, concepita come un obbedire solo a se stessi, conduce a non riconoscere nell’autorità politica (auctoritas) quel carattere morale, che è per così dire, principio dell’agire degli uomini, lasciando lo spazio a forme di convivenza affidate alla logica dei rapporti di scambio. E’ in questa parte del lavoro, dove V. Possenti dispiega una diagnosi attenta della crisi del pensiero liberale, che si riscontra l’assenza di una teoria morale consistente nella quale subentrano gli apporti correttivi di grandi pensatori cristiani, primo fra tutti, quello di S. Tommaso.

L’analisi dell’Autore prosegue aprendosi alla riflessione sulle relazioni del pensiero neoliberale con il pluralismo morale post-moderno, affrontando una delle tematiche centrali di tutta l’opera: la rilevanza pubblica o privata della religione. Appurato che la definizione di che cosa sia il bene spetti solamente all’individuo e riducendo quello alle esclusive preferenze dei singoli, si scopre che nel pensiero liberale occidentale l’idea di bene, e in particolare di quello comune, (insieme a quella di natura umana, fine ed essere) incontra delle difficoltà nella sua definizione. La cultura politica liberale post-moderna oscilla infatti tra due correnti di pensiero: quella, secondo cui è necessario definire regole pubbliche e minime che si astengano da una definizione e da una educazione virtuosa dell’uomo, e quella, che si legittima intorno ad una concezione dell’uomo fondata sull’autonomia. L’autodeterminazione individuale, la neutralità dello Stato rispetto alla concezione del bene, il pluralismo morale non sono altro che il risultato del primato della libertà sul concetto di bene. E’ un agnosticismo questo, di tipo politico, sociologico e giuridico, che non fa parte della cultura occidentale, da sempre ancorata ad una scala di valori e di principi di cui si è sempre saputa riconoscere la relativa gerarchia.

L’autore a questo punto della sua riflessione introduce argomentazioni personali di ordine politico, culturale, facendole precedere spesso da “a mio avviso”. Egli sottolinea, infatti, con forza come l’individualismo costituisca una deformazione dello stesso ideale originario liberal-democratico e della stessa cultura occidentale, non tralasciando di recuperare il valore della famiglia come cellula vitale su cui edificare società politica e Stato. Ciò ha condotto ad una rottura e ad una dissoluzione dei legami sociali, perdendosi la dimensione dell’alterità e del sapersi mettere in discussione o in relazione socratica con l’altro. E’ questo uno dei quattro nodi più importanti che le liberaldemocrazie dovranno sciogliere, nella speranza di vedere ridotta la distanza che separa Stato e privato, a vantaggio di una rinnovata responsabilità morale collettiva. Accanto a questa sfida, c’è la questione della vita, dove è sempre più forte l’influsso dell’ideologia libertaria e nichilista e dove è predominante la consapevolezza che la vita sia soggetta alla discrezionalità dell’individuo; c’è poi il relativismo etico da cui devono guardarsi le liberaldemocrazie, non dimenticando l’evidenza secondo cui le democrazie funzionano solo se fondate su valori morali condivisi; ultima, delle quattro sfide, è quella di vedere recuperato il primato del governo delle leggi su quello strumentale o semplicemente procedurale degli uomini.

Questa parte dell’opera, quella appunto dedicata ai problemi del presente, si chiude con una domanda che non nasconde di riferirsi, pur distaccandosene, a quella posta da Tocqueville, nella sua opera più famosa: può la religione acquisire rilevanza pubblica pur vivendosi nel post-moderno la “morte di Dio”? Mantenendo lo stile di una diagnosi concentrata su complesse e diverse questioni legate alla modernità, questa parte del lavoro elabora il significato della laicità della democrazia, aprendo lo sguardo alle basi etiche e razionali di società multiculturali quali sono quelle a noi vicine. Non ci si accontenta allora del classico schema liberale della tolleranza o della pubblica neutralità, poiché è in gioco la stessa cooperazione sociale, la socializzazione, la formazione alla virtù, l’educazione, la pienezza della vita morale. E’ proprio in questi processi che interviene lo spirito religioso del cristiano, il quale è attento a ricercare se stesso dentro una logica dialogica che non isola l’altro.

Lo stesso spirito religioso deve però fare i conti con uno Stato laico che domanda, quando non si dimostri agnostico rispetto ai suoi obiettivi o quando non cerchi l’unità della comunità con la promessa di quote individuali di benessere, la collaborazione della religione e della filosofia per indirizzare la comunità verso contenuti determinati, riconoscendo nella prassi civile il “dare a Dio” e il “dare a Cesare”. La laicità aperta all’elemento religioso deve però guardarsi dal laicismo secondo il quale Dio è escluso dal processo etico e civile, in forza di una notevole presenza di relativismo etico

Verso quale postmoderno? E’ questa la domanda che introduce la seconda parte dell’opera, incentrata sull’impatto che il cristianesimo può creare sulla civiltà. Domanda semplice, ma ricca di interessi e di argomenti che cercano di individuare le basi spirituali ed antropologiche di una società rinnovata nella libertà e nella giustizia. L’autore evita però di concentrarsi su una molteplicità di questioni, dedicandosi ai problemi essenziali di ogni civiltà: questione dell’uomo, di Dio e della cultura. Sono questi i fondamenti da cui l’esistenza trova senso e ispirazione e che l’autore analizza ricorrendo ad una sorta di fattori diagnostici che da soli disegnano il quadro spirituale dell’epoca.

La secolarizzazione è uno di questi. E’ necessario per comprendere gli ultimi secoli della nostra storia europea porre l’accento sulla secolarizzazione del cristianesimo considerandolo non solo nel vasto ambito delle conoscenze e della vita civile, ma anche in quello antropologico, teologico e filosofico. Assistiamo nella modernità alla “morte di Dio”, allo svuotamento dell’idea di Dio, al compimento del cristianesimo nell’ateismo, anche se, e qui sta la novità del messaggio di questo libro, evidenze empiriche rivelano come si stia pronunciando con forza nella storia contemporanea una sorta di desecolarizzazione che annuncia l’allontanamento della religione dall’ambito privato per approdare a quello pubblico. L’intervento della religione nell’ambito pubblico può produrre un impatto nuovo sulla stessa vita civile, offrendosi come riferimento importante (così come è sempre stata) per la riflessione morale, per il dialogo civile e per la ricerca del significato dell’esistenza. In questo senso, l’Autore suggerisce di impostare approfonditi studi sociologici, affiancati a quelli teologici e filosofici, che siano in grado di mostrare le debolezze e la non attualità delle critiche illuministiche e marxiste della religione, basandosi, per questo, su basi e criteri essenzialmente empirici. Le stesse chiese cristiane, da oltre un secolo, sono impegnate nella difesa di quei valori fondamentali su cui si fonda la democrazia, messi in pericolo da quella cultura illuministica impregnata di individualismo che ha divinizzato l’uomo allontanandolo da Dio. La libertà, da sempre eretta a valore supremo, ha aumentato nell’umanità una sorta di inquietudine che ha reso l’uomo schiavo di se stesso. Occorre, secondo l’Autore, passare ad una concezione antieroica dell’esistenza dove l’uomo e Dio possano cooperare per produrre una umanità segnata dalla virtù e dall’amore. Il nichilismo purtroppo, come del resto ha annunciato Nietzsche, non è in grado di produrre un nuovo umanesimo avendo generato un uomo disadattato, solo, senza valori, senza centro, ancorato alla logica della finitezza e dell’indifferenza verso la dimensione contemplativa, che crede nel proprio dominio sconfinato sulla natura e sulla tecnica. Quest’ultimo punto ha creato un’influenza forte sulla cultura basando la realizzazione dell’uomo su questa sua capacità di dominare le cose, anziché nella vita del suo spirito. Anche qui si rileva come la libertà di ricerca non sia un valore incondizionato e come le sue applicazioni non debbano superare i limiti e la regolazione dell’etica. E’ giunta l’epoca della vera rivoluzione, quella per cui l’uomo acquisisce coscienza di sé e dei fini che gli provengono dal messaggio biblico, fiducioso nella verità piuttosto che nella potenza e nell’utilità. E proprio qui sta la stessa idea di Europa, in cui la libertà diventa autentica solo quando si coniuga con la verità, in virtù di quell’ideale di umanità europea che, proveniente dalla grecità, dalla romanità e dal cristianesimo, si riassume nell’idea cristiana di persona.

La seconda parte dell’opera concentra la sua analisi sui singoli elementi della triade Dio - uomo – cultura, con l’obiettivo di definire una prognosi accurata della vita civile postmoderna, alla luce della tendenziale deprivatizzazione della religione.

Nella riflessione sulla cultura l’autore rileva come sia dilagante nel panorama occidentale una vera e propria disunità del sapere, smarrito nei labirinti di sterili analisi razionali, concepite come uniche forme di conoscenza. Il pensare è diventato per così dire una ricerca senza esiti, senza obiettivi, dove l’oggetto e il soggetto della conoscenza coincidono. Il ‘900 con le sue ideologie mantiene una grossa fetta di responsabilità in questo senso, avendo asservito l’uomo ad una visione parziale e deformata delle cose. Viviamo dentro una razionalità dello scopo, strumentale, procedurale, che si sta incanalando dentro le scienze sociali impoverendole di semplificazioni metodologiche; in breve, la causalità divina è stata esclusa da ogni campo di indagine. Si è forse dimenticato però, che il Dio cristiano è proprio il Dio dell’agire, che propaga con il suo messaggio d’amore un rinnovamento dell’azione conoscitiva ancorandola al messaggio di fraternità universale che la sola razionalità procedurale rischia di rompere. In questa situazione riprende senso la relazione iniziale finito/infinito in cui si sostanzia il significato della religione; quest’ultima infatti, apre la cultura alla dimensione spirituale, slegandola dall’affanno della catalogazione di continue scoperte scientifiche e rendendola più attenta a discernere ciò che è vero, nobile, giusto e virtuoso per l’uomo. Le grandi questioni della modernità riguarderanno proprio la questione antropologica, che, nel risentire del distacco esistente tra spirito e corpo, concepisce l’uomo come oggetto o ente della natura. Ancora una volta l’Autore sottolinea come il concetto di libertà debba guardarsi da quello illuministico e neoliberale di libero arbitrio; il libero arbitrio diventa libertà quando avviene l’incontro con il bene, con il vero, raggiungendosi la pienezza dell’indipendenza e dell’autonomia.

L’esaltazione della libertà ha per così dire capovolto l’intuizione evangelica secondo cui la verità ci renderà liberi. La verità infatti, concepita nella libertà da tutto ciò che crea vincoli, ostacoli e limiti, non si interessa dell’assenza/presenza di Dio, ritenuta ininfluente ai fini dell’esercizio della stessa libertà. L’Autore però, pur rilevando questi elementi, non manca di sottolineare come questo declino della teologia sia solo apparente e come la religiosità contemporanea chieda una conciliazione del cristianesimo con la modernità. Accanto ad un Dio sconosciuto, assente, distante, quale è quello del postmoderno, accanto ad un Dio conoscibile dalla ragione, quale è quello hegeliano, Possenti propone un ritorno al Dio biblico, al Dio di Mosè, del quale non si conoscono i lineamenti della faccia (che cosa Egli sia), mentre si riconoscono da terga, nel silenzio della sua presenza, le tracce del suo passaggio nella vita degli uomini.

La forza del cristianesimo sta proprio nella sua capacità di porre l’io davanti a Dio e offrire all’uomo la possibilità di superare l’amarezza del finito, del terrestre.

Entriamo così nella terza parte di quest’opera intesa ad esplorare le potenzialità liberanti che il Vangelo può veicolare dentro la storia. Il Concilio Vaticano II, richiamato più volte in questa sezione, ha segnato l’aurora di una “nuova cristianità” in grado di costituire un ordine nuovo dentro la società secolarizzata moderna. E’ il richiamo per i credenti ad impegnarsi in “rebus politicis”, per annunciare un nuovo testamento di libertà che non intenda separare fede e ragione, politica e morale, persona e società. Con il Vaticano II, la Chiesa cattolica supera il contenzioso illuministico con lo Stato moderno e si apre al sociale, al lavoro, scegliendo l’uomo, candidandosi così a forza religiosa e morale in grado di fornire risposte antropologiche agli interrogativi più scottanti della persona. La “nuova cristianità” si pone come forma sociale, culturale e storica, ricavata dall’incontro tra Chiesa e mondo, tra Vangelo e cultura. Quell’idea esprime un significato pratico e serve a spiegare il cristianesimo nella sua concretezza, oltre a spiegare lo slancio progressista, dinamico e attuale del Vangelo; inoltre, chiarisce come il Vangelo mantenga nell’oggi una notevole dose di risorse in grado di fornire risposte alla rivoluzioni future dell’uomo. I credenti allora non dovranno amareggiarsi nel vedersi rifiutato il loro messaggio, ma cercheranno con magnanimità di esprimere cose essenziali che non appartengono a loro e che sono rivolte a tutti. Ma quale sarà il loro messaggio? Quale cristianesimo comunicare? In virtù dell’assunto moderno, secondo cui l’elemento essenziale della moralità sia nella libertà e non nel bene, la nuova cristianità attingerà le sue idee alla fraternità reciproca tra i singoli, alla alleanza tra verità e libertà, alla presenza del divino nell’umano. Il postmoderno conoscerà così una fioritura di santi laici, animati e sostenuti dall’etica della responsabilità, dall’amore per le cose e per i compiti imposti dalla condizione secolare così da avvicinarsi a Dio.

Quella attuale può definirsi come una fase storica di transizione. Questa è l’impressione che si ricava dalle ultime pagine di questo lavoro. Il passaggio verso un ordine nuovo, però, fatica a maturare, mancando per il momento la consapevolezza del negativo e della redenzione dallo stesso, confusi, come siamo, dentro una mole di problemi delicati e tra loro connessi. La coscienza ha subìto una separazione dalla scienza, pertanto lo sforzo odierno rimane quello di ricercare Dio anche fuori dall’io, pdf per ritrovarLo nella creazione dove Lui stesso ci ha posto.

Come ritrovare Dio nelle cose se non impariamo a riconoscerLo e a farLo riconoscere? L’Autore sembra non dare sufficiente rilievo ad un concetto che da solo può consentire lo slancio verso una nuova società civile: Dio - Amore. Un discorso questo che apre la mente e la sensibilità dell’uomo a cogliere la presenza e l'essere di Dio in tutte le cose. Diventa allora l’Amore la sfida attuale che il mondo deve conoscere e che da solo è in grado di generare Dio tra gli uomini rendendoLo evidente alla storia. “Da questo conosceranno che siete miei discepoli …”, dice S. Giovanni (Gv13,35).

Proprio perché nella modernità viviamo di fronte ad una cultura che “soffre” l’assenza della ricerca di senso, occorrerà annunciare il Risorto attraverso l’Amore reciproco; all’orizzonte, come conseguenza, una società civile e politica globale, legata da un rapporto di comunione fraterna ancorata alla Verità. 

 

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