Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

 

Le vicende intellettuali di Roberto Michels si possono comprendere sullo sfondo di una biografia complessa, a volte contraddittoria. Come sempre accade in casi così articolati, attorno alle motivazioni del pensiero michelsiano sono sorte numerose interpretazioni le quali, alla fine, rischiano di complicare ulteriormente la figura dell’autore, lasciandone una immagine a dir poco schizofrenica.pdf

Di sicuro, riferirsi alla evoluzione della vita e degli studi di Michels significa riconoscere una dinamica parabolica, nella quale dall’impegno militarista – si arruolò a soli diciannove anni – divenne prestissimo un attivista di sinistra, subendo l’influenza della socialdemocrazia tedesca, per poi giungere al fascismo, con entusiasmo e convinzione. Così, abbiamo il Michels tedesco (nasce a Colonia, studia a Berlino, Monaco, Lipsia) e il Michels italiano (si stabilisce in Italia e dichiara di sentirsi cittadino italiano), un Michels socialdemocratico (qualcuno lo vuole addirittura rivoluzionario) e un Michels fascista, un Michels impegnato in politica e un Michels scienziato sociale convinto che la politica non poteva proporre soluzioni democratiche. Su questo sfondo biografico, si distinguono tre grandi momenti dell’evoluzione del pensiero michelsiano: il momento sociologico, nel quale Michels costruisce uno studio sulla struttura dei partiti politici; un momento politico, relativo all’analisi della socialdemocrazia tedesca; un momento elitista, sul significato delle organizzazioni di partiti e le possibilità di espressione democratica di un sistema politico.

Le idee fondamentali, e più conosciute, di Roberto Michels ruotano attorno a quella che da più parti è riconosciuta come legge ferrea dell’oligarchia. Non ci sono dubbi – secondo Michels - sull’esito politico delle forme del potere democratico: «La democrazia conduce all’oligarchia. E’ tale non tanto la nostra tesi, quanto la conclusione dei nostri studi» 1. Michels è la figura che chiude il periodo di fondazione dell’elitismo politico moderno, iniziato con le produzioni di Gaetano Mosca e di Vilfredo Pareto. Seppur eterogenei nei loro contributi, gli elitisti hanno un tipico modo di rafforzare epistemologicamente le loro argomentazioni: è necessario – si legge negli esordi dei libri di Mosca, Pareto e Michels – osservare scientificamente la politica, e non più semplicemente pensarla. Di conseguenza, è inevitabile che una volta usciti dalle oniriche analisi metafisiche sulla politica, inevitabilmente – a loro giudizio – ci si scontra con la «realtà», tanto più «reale» quanto separata dal mondo fantastico di chi anela alla buona politica fondata sul bene comune e sugli interessi della comunità. La conseguenza di tale discorso è, per necessità, una concezione pessimistica e negativa dei rapporti politici.

Insomma, al pari di Mosca e di Pareto, anche Michels si affretta ad affrancare la sua riflessione da qualsiasi ambito morale, giacché le sue conclusioni vogliono avere la pretesa di essere al di là del Bene e del Male, come dovrebbe essere– secondo loro – per qualsiasi altra legge sociologica. E’ il ricorrente problema del mascheramento di una posizione pessimistica con la totemica pretesa scientificizzante della scienza sociale. Come se bastasse porsi dal punto di vista dell’osservazione sociologica per vedere la realtà così com’è, e non così come ci pare più adeguato vederla per una nostra precisa predisposizione d’animo. Tanto è vero che la legge sociologica generale, per Michels, è la legge che vuole ogni aggregato umano tendere, immanentemente, alla formazione di oligarchie.

La critica a Michels si è interrogata sull’esito pessimista dell’evoluzione del suo pensiero, procedendo da interpretazioni diverse. Ricostruire l’origine dell’opera michelsiana e la tipologia delle interpretazioni è lo scopo del paragrafo successivo ed è un momento indispensabile per la comprensione delle idee forti contenute ne La sociologia del partito politico.

1. L’evoluzione del pensiero michelsiano
La questione principale che ha maggiormente impegnato la letteratura critica su Michels riguarda il passaggio da una posizione politica democratica-radicale, nella quale Michels è un attivo intellettuale militante nella socialdemocrazia tedesca della Seconda internazionale, alla elaborazione del nucleo principale delle idee sulla «legge ferrea dell’oligarchia».

Il divario ideologico è enorme. Basta far riferimento al modo con il quale Leszek Kolakowski indica i tratti essenziali degli aderenti al marxismo degli anni successivi alla Seconda internazionale. Fra le altre cose, Kolakowski mette in rilievo che costoro erano convinti dell’inevitabilità del successo storico del socialismo, dell’universalità del miglioramento delle condizioni di accesso all’istruzione e alla politica, che il socialismo rifletteva gli interessi dell’umanità, che la lotta rivoluzionaria sarebbe stato il risultato della ribellione delle classi lavoratrici 2. In pratica, cosa è accaduto in Michels che lo ha condotto dalla fiducia nella trasformazione rapida del mondo, alla rassegnazione verso un mondo che mai potrà cambiare nella struttura del potere politico?

Uno dei modi tipici di analizzare il cambiamento di Michels è quello di vederlo come un rivoluzionario romantico deluso. In tal senso, accertata l’apatia e l’inamovibilità del movimento socialista, Michels avrebbe riformulato le sue scelte di fondo, le quali saranno il preludio per la sua conclusiva adesione al fascismo. Se democrazia non può essere, se trasformazioni e rivoluzione non saranno mai, allora l’esatto contrario è vero; così nasce la legge ferrea dell’oligarchia. Per questa linea interpretativa facciamo riferimento soprattutto all’introduzione di Juan Linz all’edizione del 1966 de La sociologia del partito politico, ma anche allo studio di Arthur Mitzman 3.

Un altro modo di valutare la figura michelsiana è quello di ridimensionare la sua componente socialrivoluzionaria e inquadrare lo sviluppo del suo pensiero all’interno di una cultura socialdemocratica intrisa di positivismo marxista. Questa tesi interpretativa, sostenuta per esempio da Giordano Sivini 4 e da Pino Ferraris 5, essenzialmente vuole dimostrare che il salto ideologico fra il “primo” Michels e il Michels fascista è meno spericolato di quanto si creda.

Un’ulteriore ipotesi interpretativa intende mettere in luce come Michels abbia mantenuto inalterata la struttura concettuale della sua opera, mentre l’approccio motivazionale, tanto ideologico quanto metodologico, è andato trasformandosi per l’influenza di autorevoli esponenti quali Gaetano Mosca e Max Weber. In sostanza, non è stato Michels a cambiare bandiera: è il vento che ha cominciato a soffiare in direzioni opposte.

E’ Paolo Ciancarelli 6 che ravvisa nel concetto michelsiano di «partito socialista morale» una delle chiavi di lettura per comprendere il passaggio fra i “vari” Michels. «Ogni partito socialista è per se stesso un partito morale – Dovunque il pensiero socialista penetra in un aggregato di lavoratori, ivi nasce da esso una seriazione opulenta di fattori morali» 7. Per Michels il partito socialista è un modello ideale di partito, in quanto realizzato sulla contiguità fra il mondo intellettuale di estrazione borghese e socialista per scelta vocazionale e interessi della classe proletaria. Il primo, attraverso un’adeguata azione, riesce a educare le masse proletarie veicolandone le istanze rivoluzionarie. Il partito socialista è, quindi, il luogo ideale nel quale si incontrano la forza della dottrina intellettuale con l’azione politica della classe operaia e questo connubio costituisce il tratto morale di questa formazione.

D’altronde, Michels si è costantemente confrontato con la natura e gli scopi dei partiti politici. E’ stata già menzionata la sua iniziale militanza nel partito socialdemocratico tedesco; in un periodo successivo individuabile fra il 1906-1907, ricordiamo il Michels studioso dei gruppi dirigenti e della composizione dell’elettorato dei partiti socialisti (soprattutto italiano e tedesco); nella fase conclusiva riconosciamo la sua opera sulla Sociologia del partito politico. Ebbene, il concetto di partito, inteso come partito socialista morale, è il tratto costante dell’evoluzione del pensiero di Michels. A mutare, secondo Ciancarelli 8, è l’approccio. Il Michels degli inizi possedeva un ottimismo originario, espressione della sua operatività ideologica formata nell’ambito della socialdemocrazia tedesca. Il Michels finale ha sì subìto la delusione del fallimento del programma rivoluzionario, ma uno degli aspetti decisivi utili per comprendere l’evoluzione delle sue posizioni intellettuali deve necessariamente far riferimento all’incontro con Max Weber.

Fra Michels e Weber intercorse un fitto scambio epistolare durato dal 1906 al 1915, anno nel quale si registrò una divergenza fra i due sulla questione della guerra mondiale. L’incontro con Weber fu decisivo: Weber era un critico accanito nei confronti della socialdemocrazia tedesca, in quanto la riteneva un partito fintamente rivoluzionario che, di fatto, bloccava l’azione delle masse proletarie. Ci ricorda Wolfgang J.Mommsen: «per quanto contemplasse teoricamente nelle sue riflessioni la possibilità di forme sociali socialistiche, Weber non vedeva in fondo nessuna alternativa reale al sistema economico capitalistico. Per lui, la “rivoluzione socialista del futuro” non era che una chimera. Al suo allievo Robert Michels, che, sulla base di idee umanitarie e radicalmente democratiche, si andava confrontando col problema di un socialismo liberale, Weber replicava che l’unica alternativa reale era quella fra un socialismo sindacalistico in senso tolstoiano, dunque completamente fondato su un’etica della convinzione, e l’accettazione della civiltà sulla base dell’adattamento alle condizioni sociologiche della tecnica, sia questa economica, politica o di un qualsiasi altro genere» 9. Nel ripercorrere l’opposizione weberiana alle soluzioni socialiste e marxiste non ci si deve soffermare solo sulla critica al marxismo volgare contenuta nelle opere sulla dimensione religiosa dei fenomeni economici. Il rifiuto weberiano è fondato sul problema della razionalità degli ordini sociali. Questa, forse, è l’autentica profezia che Weber riuscì a elaborare ben prima del consolidamento della monumentale macchina statale sovietica. Weber era convinto che qualsiasi socialismo razionale avrebbe riassunto in sé le burocrazie della società capitalistica e che, anzi, ne avrebbe amplificato l’azione. Questo perché l’ordinamento socialistico avrebbe dovuto, per necessità, creare una rigida amministrazione burocratica, organizzata sulla base di regole ancora più fisse e formali di quelle della società capitalistica: «l’esigenza di un’amministrazione continua, rigorosa, intensiva e su cui si possa fare assegnamento, quale l’ha creata il capitalismo […] e quale ogni socialismo razionale dovrà semplicemente accoglierla e accrescerla» 10.

Weber si occupò del movimento socialista non solo a partire dalle questioni teoriche che il dibattito filosofico e sociologico produceva nei primi due decenni del ventesimo secolo. Egli partecipò, quale osservatore, al congresso di Mannheim del 1906 del Partito Socialdemocratico tedesco. L’impressione che ne ricevette fu estremamente tranquillizzante: il livello di pericolosità rivoluzionaria dell’SPD era praticamente nullo. Sullo sfondo di questi eventi lo scambio epistolare fra Weber e Michels si infittisce e Mommsen ricorda proprio il grande ascendente che il primo ebbe sul secondo nella valutazione dei fatti in gioco. Addirittura, rileggendo alcune delle lettere scambiate fra i due, osserviamo l’ammonimento intellettuale che Weber dirige verso il Michels a causa dell’entusiasmo che ancora quest’ultimo mostrava nei confronti dell’esperienza socialista sindacale 11.

Lo stretto rapporto con Weber condurrà Michels a pubblicare i suoi studi sul Partito socialdemocratico tedesco all’interno dell’ Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik, rivista diretta da Weber, sviluppando due temi principali: la denuncia dell’ambiguità e della inamovibilità del partito e l’applicazione ad esso dei criteri di valutazione comparata con gli altri partiti liberali. In pratica, la classica controversia che insiste nel mondo socialista è quella relativa all’appartenenza alla classe borghese dei leaders socialisti. La questione si propone come urgente proprio a livello dottrinale. Si ricorderà, infatti, come Marx ebbe modo di esprimersi nelle celebri pagine del Manifesto del Partito Comunista: «in tempi nei quali la lotta delle classi si avvicina al momento decisivo, il processo di disgregazione all’interno della classe dominante, di tutta la vecchia società, assume un carattere così violento, così aspro, che una piccola parte della classe dominante si distacca da essa e si unisce alla classe rivoluzionaria, alla classe che tiene in mano l’avvenire. Quindi, come prima una parte della nobiltà era passata alla borghesia, così ora una parte della borghesia passa al proletariato; e specialmente una parte degli ideologi borghesi, che sono riusciti a giungere alla intelligenza teorica del movimento storico nel suo insieme», ma «fra tutte le classi che oggi stanno di contro alla borghesia, il proletariato soltanto è una classe realmente rivoluzionaria» 12. Infatti, secondo Marx i ceti medi come i piccoli industriali, gli artigiani, i contadini, i commercianti, lottano contro la borghesia con l’obiettivo di restaurare un ordine precedente che li vedeva in una situazione di relativa prosperità. Possono fingere di accompagnarsi alle istanze rivoluzionarie, ma solo quel che basta per difendere i propri interessi futuri. E il sottoproletariato, «putrefazione passiva degli infimi strati della società», in balìa dei cambiamenti, è quello che spesso rischia di lasciarsi corrompere per delle finalità apparentemente rivoluzionarie e in realtà reazionarie.

Insomma, la questione della leadership non proletaria dei partiti socialisti e socialdemocratico non era una questione da poco. August Bebel, a capo del partito socialdemocratico tedesco, era per esempio un tornitore, mentre non si può dire lo stesso di Kautsky; addirittura, Franz Mehring, pilastro dell’ortodossia al fianco di Kautsky, divenne socialdemocratico dopo aver condotto professionalmente un’esperienza da pubblicista e giornalista per la stampa liberale.

Da queste premesse scaturisce lo sviluppo della formazione michelsiana. Da una parte, Weber che lo “istiga” a una posizione avalutativa, nella quale bisognava abbandonare qualsiasi idea di soffermarsi su ciò che doveva essere il vero interesse delle masse proletarie a partire da giudizi di valore; dall’altra, il fondamentalismo etico di Michels che lo portava a valutare nel partito socialista morale, sorto sull’alleanza degli intellettuali con la classe operaia, il concetto centrale della sua riflessione.

2. Democrazia e oligarchia
Nel prendere in esame la maggiore, e più conosciuta, fra le opere di Michels, ossia La sociologia del partito politico, bisogna preliminarmente operare un distinguo sulle diverse edizioni dell’opera. La prima edizione apparve nel 1911, in tedesco, e l’anno successivo in italiano. Michels rimise mano al lavoro nel 1925, così giustificandosi: «questa seconda edizione si basa su di un rifacimento radicale della prima, come lo richiedevano le mutate circostanze ed alcune nuove importanti pubblicazioni pertinenti all’argomento trattato» 13. Forse, definire la nuova edizione un «rifacimento radicale» della prima è un po’ troppo. Di sicuro, la seconda edizione mostra una pacatezza e una moderazione maggiore, mentre i contenuti della prima sono più diretti e, in alcuni casi, polemici. Per i nostri scopi, volti alla determinazione della struttura pessimistica dell’argomentazione elitistica, dobbiamo far riferimento anche alla prima edizione, quale espressione genuina di uno spirito del tempo, di un preciso atteggiamento scientifico e pessimistico nei confronti delle controverse circostanze storiche del panorama politico italiano e europeo.

L’assunto di Michels muove da un sillogismo. Le moderne democrazie si fondano sul sistema dei partiti politici e questo significa che costruire un’analisi scientifica delle democrazie deve poter significare occuparsi delle organizzazioni dei partiti. Anzi, il funzionamento dei partiti politici è l’indice migliore che può argomentare lo stato di salute di una democrazia. Utilizzando quella che lui a più riprese chiama legge generale della sociologia, cioè quella che vuole ogni aggregato umano costruire oligarchie, allora la sorte della democrazia, che si regge su aggregati come i partiti politici, è segnata. Infatti, nella concezione di Michels il principio di sovranità popolare affermato dall’idea di democrazia è una menzogna. I partiti politici, per la loro stessa natura, producono leadership di potere in senso oligarchico.

Questo significa, principalmente, che l’analisi delle forme del potere politico si riduce ad una analisi del diverso grado di potere oligarchico presente nel sistema politico. Dal potere monarchico, massimo grado di espressione dell’oligarchia, alla democrazia, nella quale la numerosità di coloro che appartengono alla classe dominante si estende in misura maggiore. Impostata così la riflessione, è ovvio che una democrazia nella quale la classe al governo fa i propri interessi e non quelli della nazione è più dannosa rispetto ad una monarchia basata su una larga rappresentanza del ceto dominante. Ma non si deve credere che Michels introduca chissà quale criterio storiografico di demarcazione fra i diversi gradi di espressione del potenziale oligarchico. Semplicemente, la soluzione dipende dal grado di riproduzione della classe al potere, di natura conservatrice e prodigata alla tutela dell’unico motivo reale per la gestione del pubblico potere: mantenere la posizione di dominio.

Secondo Michels fra aristocrazia e democrazia c’è uno stretto legame che deve essere messo in rilievo se si vuole procedere scientificamente alla valutazione degli ordinamenti politici esistenti. Si tratta di un mutuo rapporto di necessità, giacché se è vero che l’aristocrazia, che aspira alla conservazione del potere politico, è costretta a presentarsi con peculiarità tipiche della democrazia, è altrettanto vero che il contenuto della democrazia è, inevitabilmente, penetrato di elementi aristocratici.

Questa oligarchia possiede una capacità di conservarsi superiore a qualsiasi destino storico e, pur di non perdere la posizione di dominio, «ama mutar di maschera e di coccarda» - dice il Michels nella prima edizione della sua opera - così che «la corrente di pensiero conservatrice […] ci appare oggi legata all’assolutismo, domani al costituzionalismo, dopodomani al parlamentarismo» 14. Lo svolgersi della storia politica, in tal senso, è subordinato alle dinamiche vissute dalla classe al potere politico, e in particolare dalle trasformazioni del vecchio ceto aristocratico. Le aristocrazie di un tempo sono ormai sconfitte dall’avvento della modernità e del sistema dei partiti politici. Di questi ultimi, anche quelli conservatori devono far riferimento all’azione della società civile e della massa, per cui devono cedere qualcosa alla purezza del principio oligarchico: «anche se per loro natura restano antidemocratici, essi si vedono obbligati, almeno in determinati periodi della vita politica, a fare professione di democrazia o anche a ostentare una fede democratica» 15. Addirittura, sembra sottolineare Michels, «l’istinto di autoconservazione che agisce anche in politica, spinge elementi dei vecchi gruppi dominanti a scendere dall’alto dei loro posti di privilegio durante il periodo elettorale per dare di piglio a quegli stessi strumenti democratici e demagogici di cui si vale la più giovane, numerosa e incolta delle nostre classi sociali, il proletariato» 16.

E’ sicuramente la seconda parte del rapporto aristocraziademocrazia ad essere rilevante. Cosa intende Michels quando afferma che il contenuto della democrazia si compone di elementi tipici della dottrina aristocratica? Innanzitutto, per «contenuto della democrazia» Michels non fa riferimento alle regole dell’azione istituzionale democratica, ma ai tratti teorici tipici del pensiero democratico così come è stato sviluppato dai filosofi e dai pensatori politici.

Secondo Michels, la teoria del pensiero liberale non basò, all’origine, le sue aspirazioni sulle masse. Il suo riferimento furono i nuovi ceti borghesi, già dominatori nel campo economico ma che ancora erano esclusi dal potere politico. Preparato in questo modo, il giudizio non può che essere impietoso: per i nuovi ceti borghesi «le masse pure e semplici risultavano un male necessario, sfruttabile unicamente per raggiungere scopi cui esse erano estranee» 17. Michels cita una quantità di storici e filosofi che così interpretano l’evoluzione dei movimenti liberali e democratici: dalla raccolta di articoli contenuta ne The Federalist, di Hamilton, Jay e Madison, a Carl von Rotteck, Friedrich von Raumer, Heinrich von Sybel, Wilhelm Roscher. In questi pensatori troviamo un’accesa avversità per il ruolo delle masse nella vita democratica di un Paese. Se la democrazia può manifestarsi in due modi, cioè come dominio dei rappresentanti o come dominio della massa, bisogna osservare che nella storia del pensiero politico i primi sostenitori del liberalismo hanno percepito la seconda opzione in modo più negativo. Michels rievoca alcuni di quelle considerazioni più incisive orientate sull’accidentalità e potenziale dannosità del coinvolgimento delle masse nelle grandi dinamiche politiche. Per esempio, la peggiore delle azioni storiche fu quella compiuta dalla monarchia francese, la quale costrinse la borghesia ad allearsi con le masse popolari. Ancora, cita quelle considerazioni di pensatori liberali contrarie al suffragio universale. Ma sulla critica a queste pretese di riconoscere nell’azione delle masse un effetto non contemplato nelle ispirazioni del movimento liberale e borghese si vedano le considerazioni svolte nel primo capitolo.

Riprendendo un tema caro al Mosca, Michels osserva come alla base delle dinamiche politiche vi sia una legge uniforme: qualsiasi gruppo si trovi a gestire il potere politico aspira, e progetta, di conservare questo dominio trasmettendolo ai propri discendenti. Emerge in questo frangente la visione antropologica del Michels: l’uomo sociale agisce sollecitato dai suoi istinti che, in ogni settore, gli impongono un imperativo, quello di tramandare in eredità il suo possesso. D’altronde, è questo stesso principio generale che ha dato origine alla matrice borghese dell’istituto della famiglia, che nasce con l’indissolubilità del matrimonio e la condanna dell’adulterio proprio perché, secondo il Michels, l’uomo che giunge a un certo benessere economico ha, per istinto, l’esigenza di tramandare in eredità il suo possesso al figlio legittimo 18. Includendo negli oggetti di possesso privato da trasmettere ereditariamente anche il potere politico, ecco che la dinamica dei gruppi al potere è praticamente scritta: il gioco delle parti consiste in coloro che cercano di conservare la propria posizione di dominio e negli altri che cercano di soppiantare i poteri dei primi.

Si noti bene che, secondo il Michels, questa dinamica è superiore a ogni istituzione di diritto pubblico, quindi sarebbe veramente fuorviante – sempre per Michels – credere che nelle moderne democrazie queste dinamiche perverse non avvengano. Quello che veramente è tipico del corredo democratico di un assetto istituzionale consiste nella possibilità che ciascun gruppo in competizione politica ha di condire la propria posizione con una buona dose di ipocrisia illimitata. Si scopre, per esempio, che tutti quelli che, nella modernità, hanno mosso una opposizione ai privilegi e ai costumi dei vecchi ceti aristocratici ne hanno, una volta raggiunto il potere, ricopiato le espressioni tipiche.

Ma un altro modo assai caratteristico di misurare l’illimitata ipocrisia di chi lotta per conquistare il potere politico è quello di osservare come si serve dell’etica per i suoi scopi. Tutti i gruppi contendenti, in pratica, si servono di argomentazioni etiche volte a dimostrare il bene universale che la loro azione politica persegue, mentre a vedere meglio non stanno altro che rincorrendo i propri particolarissimi ed egoistici fini. Così, nell’arena politica si sente inneggiare alla liberazione di tutto il genere umano, alla lotta in nome del popolo, alla volontà di affermare giustizia ed uguaglianza sociale, mentre si cerca nient’altro che la conquista del proprio dominio. Ora, in queste riflessioni di Michels si può leggere una posizione che vuole l’ordinamento democratico un naturale “amplificatore” di questa tendenza: «nell’era della democrazia l’etica è un’arma di cui ciascuno può valersi», «le democrazie sono parolaie», «il demagogo, questo frutto spontaneo del terreno democratico, trabocca di sentimentalità e di commozione sopra i dolori del popolo» 19.

Il fattore innovativo portato dalla democrazia moderna è l’organizzazione. In pratica, è attraverso l’organizzazione che si può impostare il libero conflitto politico fra gruppi forti e gruppi meno forti, in quanto è l’organizzazione che riesce a fare della solidarietà fra i deboli aventi uguali interessi una struttura in grado di competere per il potere politico. In sintesi, la lotta politica democratica richiede una certa organizzazione delle parti, la quale consente alle masse di competere per il potere, ma che produce anche effetti indesiderati, controproducenti, vale a dire il dilagare dello spirito conservatore all’interno dell’arena politica. Infatti, quando parliamo di un partito popolare, di un partito che vuole essere a favore delle masse, dobbiamo chiarire che esso non può essere direttamente guidato dalle masse. «Chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia» 20. Infatti, realtà come i partiti politici hanno bisogno di delegati che sbrighino gli affari correnti e che possano prendere decisioni immediate. Ai primordi della formazione di queste strutture partitiche, il delegato è indissolubilmente legato alla volontà della massa. Ma con la specializzazione dell’impresa politica, si richiedono ai delegati maggiori cognizioni e particolari abilità. Ecco che nasce l’esigenza di formare i delegati del partito, attraverso corsi e scuole adatti, e il risultato fu quello di creare élites di aspiranti al comando del partito, comunque dirigenti delle masse. E’ questo processo che fa dei delegati originari sottoposti alla volontà delle masse, un organismo indipendente ed emancipato dalla massa. Per tale ragione è implicita l’oligarchia dentro una qualsiasi organizzazione partitica. In pratica, il meccanismo dell’organizzazione è tale per cui ogni partito viene diviso «in una minoranza che dirige ed una maggioranza che è diretta» 21. A questo punto si noterà come il Michels abbia praticamente trasportato l’idea originaria che Mosca aveva proposto per le realtà politiche in toto all’interno delle unità del sistema come i partiti politici. La prospettiva teorica elitista trova in Michels la “quadratura del cerchio”: dal sistema politico nazionale all’organizzazione di partito, la regola della formazione dell’élite politica permea tutta la sfera dell’azione politica. In Michels, ancora, risuona con forza il credo delle teorie politiche pessimistiche: nell’arena politica gli individui possiedono un certo numero di interessi di base; il potere politico è qualcosa per cui lottare e una volta acquisito - non importa in che modo - si deve difendere, conservare e tramandare; le idee etiche, i valori, altro non sono che armi per ingaggiare questa lotta e costruire una parvenza di bontà universale che possa celare i reali interessi particolari in gioco.

3. L’organizzazione e la conservazione
Lo schema teorico di Michels è lineare nella sua articolazione: le moderne democrazie richiedono un alto livello di organizzazione politica e tale organizzazione genera delle strutture di potere che suddividono anche l’interno dei partiti politici in una maggioranza che dirige e in una massa diretta.

Michels costruisce una teoria generale delle cause che producono, nell’organizzazione democratica, l’insorgenza dei meccanismi dell’oligarchia. Tale teoria affonda le proprie radici in questioni di carattere psicologico, relativo al comportamento dei leaders nelle situazioni di potere, e in questioni di psicologia collettiva, relative alle propensioni delle masse per l’avvento di una conduzione autorevole della loro vitalità politica. In tal senso, il ritratto psicologico del membro dell’oligarchia che il Michels traccia è abbastanza fosco: il leader possiede una naturale sete di potere tipica in chiunque si lanci nel mondo politico, prende coscienza del proprio valore e costruisce la propria abilità, la propria eloquenza e la propria intelligenza in vista dello scopo della massimizzazione del dominio. Ma il pessimismo michelsiano raggiunge forse il suo apice nella considerazione di come le masse siano per definizione apatiche, abbiano il bisogno di essere comandate, sono pronte ad una riconoscenza senza limiti nei confronti di chiunque dia loro una prospettiva, possiedono una tendenza innata alla venerazione dei capi e al culto della personalità. Se la visione del Michels si struttura sulla innata propensione dei capi ad emergere a qualunque costo e sulla incapacità delle masse di non essere manovrate a piacimento, allora è ovvio che l’intero castello teorico politico è orientato verso il più assoluto pessimismo.

Neanche dentro l’oligarchia soffia il benché minimo vento di concordia: la lotta fra i leaders può originarsi per molteplici ragioni, come la distanza generazionale, la diversa origine sociale, o semplicemente da visioni diverse. Due forme particolari di lotta sono quelle fra i leaders provenienti dalle fila del partito e coloro che, invece, hanno raggiunto l’oligarchia al di fuori di esso; come dice Michels: «tra gli “alti papaveri di partito” e personalità spesso già famose che giungono alla ribalta improvvisamente» 22. Particolare, ancora, è il confronto fra la leadership di tipo burocratico e quella di tipo demagogico. In pratica, Michels ci sta indicando una ulteriore differenziazione nelle minoranze dirigenti dei partiti moderni: da una parte i leaders eletti che dipendono dal consenso delle masse, dall’altra i leaders burocratici, che hanno raggiunto la loro posizione di vertice attraverso il controllo della macchina del partito. Ma attenzione, alla fine in ogni visione michelsiana prevale la generale predisposizione alla conservazione del potere, per cui Michels nota come accada frequentemente che la leadership burocratica e quella demagogica finiscano per allearsi o fondersi 23. La fusione fra i diversi interessi presente nelle oligarchie diventa evidente quando osserviamo il funzionamento del meccanismo della cooptazione. I leaders affermati, infatti, ormai lontani dalla base delle masse, tentano di colmare il vuoto attraverso la cooptazione di coloro che invece riscuotono il consenso e che potrebbero insidiare il loro potere. La cooptazione, solitamente, consiste nell’attribuire a tali figure delle cariche prive di reali poteri, ma comunque onorifiche. Il risultato è che «i leaders dell’opposizione ottengono nel partito alte cariche e onori e così vengono resi innocui, in quanto in tal modo sono loro precluse le cariche più importanti ed essi rimangono nei secondi posti senza influenza notevole e senza poter sperare di diventare un giorno maggioranza; per contro essi condividono ora la responsabilità delle azioni compiute insieme agli avversari di una volta» 24.

«L’atto finale di questo processo consiste non tanto in una circulation des élites, quanto in una fusion des élites» 25. In questo frangente teorico avviene un momento interessante di confronto fra la teoria del Michels e quella del Pareto. Michels sembra proporre una visione alternativa a quella di Pareto; in realtà è bene precisare che la sua teoria si sofferma sulla vitalità dei moderni partiti di massa, vitalità che potremmo dire fissata nel quotidiano, nella cronaca dei singoli momenti dell’organizzazione partitica (il congresso, la segreteria, le elezioni). Ecco, forse le strategie e le tattiche quotidiane possono leggersi utilmente attraverso la teoria conservatrice di Michels basata sulla tendenza alla fusione dei gruppi oligarchici, mentre la visione di Pareto, a dire il vero, è assai più ampia nella considerazione dell’evoluzione storica delle dinamiche sociali. Pareto fonda, lo ricordiamo, le sue argomentazioni sull’equilibrio dinamico del sistema sociale, interpretabile a partire dalla sfera dei residui in attuazione i quali conferiscono a coloro che meglio riescono a esprimerli una posizione dominante. Le trasformazioni dei residui, e le conseguenti sollecitazioni ai gruppi dell’élites, si stagliano in un orizzonte temporale assai diverso rispetto alle vicissitudini quotidiane che il Michels osservava nel Partito socialdemocratico tedesco.

In definitiva, le oligarchie dei partiti politici sono continuamente minacciate da due forze: una esterna, consistente nell’orientamento delle masse che potrebbe produrre cambiamenti al vertice se non stravolgimenti, in caso di ribellione; una interna, dovuta al gioco di potere partecipato dagli ulteriori sottogruppi differenziati all’interno dell’oligarchia. In tale situazione, come si può pretendere – pensa il Michels – che possano esserci comportamenti virtuosi nell’arena politica? «Ed è da questo che deriva in tutti i moderni partiti popolari la profonda mancanza di vero spirito di fratellanza, cioè di fiducia negli uomini, ed il conseguente stato latente e continuo di belligeranza, quello “spiritus animi” sempre teso che ha dato luogo alla diffidenza reciproca dei leaders, diffidenza che è diventata una delle caratteristiche essenziali della democrazia» 26.

La posizione del Michels è, a questo punto, chiara nelle sue premesse e nelle sue conclusioni. L’analisi si basa sui processi in atto nelle democrazie moderne per conquistare il potere politico. L’organizzazione politica è la novità della modernità: essa costruisce i percorsi per giungere al potere, e una volta partecipi del potere ogni individuo, di fatto, smette i panni del progressista o dell’innovatore per vestire quelli del conservatore. E’ un processo che non conosce impedimenti e che soffoca ogni buona propensione verso una politica che costruisca i buoni ideali. In tal senso, le macchine organizzative dell’arena politica non si confrontano più sul piano delle visioni teoriche o idealistiche, piuttosto competono per il consenso di una certa base elettorale. Gli obiettivi, allora, si trasformano: dagli assetti desiderabili della società in avvenire all’acquisto del maggior numero di voti da realizzarsi subito. In tutto questo, diatribe e risentimenti personali diventano gli eventi tipici della cronaca quotidiana e ogni riferimento a idealità o a valori disturba l’incessante lotta fra le fazioni, mentre è desiderabilissima se può tornare utile nel contenzioso. Anche il parlamentarismo è uno strumento piegato a queste «occulte» esigenze: «Parlamentarismo significa aspirazione al maggior numero possibile di voti» 27, proprio come «Organizzazione di partito significa aspirazione al maggior numero possibile di iscritti» 28. Soprattutto i partiti socialdemocratici pagano un alto costo a questa dinamica. Sono loro, infatti, che per aumentare il consenso, tradotto in voti e in inscritti, devono in un certo senso “diluire” il proprio messaggio ideologico per proporlo favorevolmente anche a settori non immediatamente identificabili con gli interessi della classe proletaria. Forse, la maggiore evidenza dell’incongruenza fra le idealità della socialdemocrazia e la prassi politica “corrotta” dall’organizzazione si ha quando si esamina il rapporto del partito con lo Stato. L’ideologia dei partiti socialisti postula l’estinzione dello Stato nella futura società comunista, ritenendolo superfluo e strumento di oppressione. Nonostante la purezza di questa convinzione, tuttavia, Michels osserva come le pressanti esigenze organizzatrici del partito abbiano, di fatto, centralizzato le funzioni direttive le quali si esprimono con efficacia quando riescono a imporre autorità e disciplina. Per tale via, «il partito politico-rivoluzionario è uno Stato nello Stato, che in teoria dichiara di perseguire lo scopo di svuotare e di distruggere lo Stato presente per sostituirlo con uno Stato completamente diverso» 29. E’ inarrestabile il declino del fuoco ideologico dei partiti rivoluzionari: il «dinamismo rivoluzionario» viene soffocato dalle esigenze di un’organizzazione politica che deve continuamente richiamare la propria azione alla prudenza per conservarsi nella stabilità. E’ in tal modo che la macchina organizzativa del partito rivoluzionario, creata con lo scopo del sovvertimento dei rapporti di forza, diviene invece un fine in sé: «l’organo finisce per prevalere sull’organismo» 30. Ipoteticamente, il Michels adombra la possibilità che forse anche Marx, il quale dovrebbe insorgere contro questo stato di fatto dei partiti marxisti, forse invece cederebbe di fronte alla tentazione della gloria promossa da numerosi partiti intitolati al suo nome. Insomma, il giudizio penoso che vuole le socialdemocrazie e i movimenti rivoluzionari organizzati come partiti ideologicamente rivoluzionari ma concretamente conservatori non conosce limiti e, secondo il Michels, rivela al meglio la reale e inarrestabile tendenza insita in ogni organizzazione politica.

Michels richiama l’attenzione sull’idea fantasiosa di democrazia e sulla impossibilità della sua realizzazione ideale. E’ più confacente all’analisi reale dei rapporti politici prendere atto, attraverso la rilevazione empirica delle loro manifestazioni, dell’esistenza di una classe politica suddivisibile in coloro che dominano e in quelli che sono dominati. Passi pure il principio giuridico di definizione dell’ordinamento democratico: è, sembra dire il Michels, una buona dichiarazione d’intenti, ma nulla più. La realtà dei rapporti politici, come ci insegnano Mosca e Pareto, conferma invece che dalle lotte fra aristocrazia e popolo fino alle lotte di classe dell’era moderna, la dinamica politica è interamente articolata sul conflitto per il potere, sull’eterno antagonismo fra chi comanda e coloro che, comandati, aspirano a soppiantare i primi.

4. Élites e democrazia
Qual è il destino della democrazia, alla luce del pensiero di Michels? Michels non produce alcuna visione normativa sulla questione, in adesione all’insegnamento weberiano della distinzione, nell’impresa scientifica, fra giudizi di fatto e giudizi di valore. Michels compie, invece, un’accurata analisi politologica su quelle che potremmo chiamare “cause fisiologiche” della distanza fra la teoria della democrazia e la sua realizzazione storica. Il momento critico potrebbe riassumersi nel capovolgimento della funzione etica nel discorso michelsiano: se l’ideale di democrazia si riscontra nell’eticità della partecipazione politica diffusa e per consenso, il pessimismo michelsiano osserva come questa etica altro non è che uno strumento per raccogliere fortuna e gloria. Così, nella lotta – più o meno subdola – per il potere, «l’etica […] non sarebbe altro che una finzione» 31. Insomma, il fatto innegabile, la costante di ogni trasformazione politica, l’unica universale regola sociologica rimane la costituzione di una classe politica, di una élite di potere, in ogni società organizzata.

Gli elementi teorici che sostengono questa concezione possiamo riassumerli in cinque punti.

Al primo posto, in accordo con la scarsa considerazione che Michels ha sempre mostrato nei confronti delle masse, troviamo l’indifferenza e la noncuranza politica della maggioranza. Non ha senso affermare il principio che vuole il rappresentante politico collegato e controllato alla sua base elettorale e alla popolazione intera. Questa è una «leggenda» del parlamentarismo. Coloro che si occupano della vita politica, fra il popolo, sono veramente una esigua schiera, e «soltanto l’egoismo è capace di stimolare gli uomini allo scopo di preoccuparsi dello Stato, e se ne preoccuperanno infatti appena le cose andranno molto male per loro» 32.

Ma non è solo questa diffusa apatia delle masse a determinare l’ineluttabilità della legge dell’oligarchia. Al secondo posto il Michels cita i meccanismi impliciti nella rappresentanza politica. Il parlamentarismo pone le basi perché si costituisca un gruppo che «mediante delegazione» governa sulla maggioranza. Altro che governo del popolo: è il governo di quella parte del popolo che rappresenta tutto e tutti. Dice il Michels: «tra la monarchia e la democrazia, basate tutte e due sul principio della delegazione, non c’è che una “differenza di tempo”, insignificantissima, e non d’essenza. Il popolo “sovrano” si sceglie, invece di un re, tutta una assemblea di piccoli re, ed incapace di esercitare liberamente il suo dominio sulla cosa pubblica, esso si lascia spontaneamente confiscare i suoi diritti. L’unica cosa che la maggioranza si riserba, è quella sovranità climaterica e derisoria che consiste nell’eleggere, dopo un dato periodo di tempo, dei nuovi padroni» 33.

Al terzo posto troviamo il ben noto principio dell’ereditarietà, che vuole qualsiasi classe dirigente tendere a trasmettere il proprio potere alla discendenza. In ogni ordinamento politico, allora, non solo si dà l’oligarchia, ma a parere di Michels «l’aristocrazia si stabilisce in via automatica, anche in quegli Stati che la escludono» 34.

Il quarto posto è occupato da un tema trattato nel paragrafo precedente. Esso riguarda lo sviluppo della burocrazia statale al servizio e a difesa della classe politica. Per giustificarla, il Michels ricorre all’istinto di conservazione dello Stato moderno, che si protegge allestendo una cintura attorno a sé di burocrati il cui interesse coincide con il suo. A dimostrazione della funzionalità del rapporto fra gli interessi della burocrazia e quelli dello Stato, il Michels fa notare le vantaggiosissime condizioni economiche che normalmente vengono accordate a coloro che lavorano nel settore della pubblica amministrazione dello Stato.

All’ultimo posto troviamo la propensione dei partiti socialdemocratici a distaccare una élite proletaria e ad inserirla dentro la classe politica. Questo processo, innanzitutto, è un processo spontaneo. L’attivismo dentro il partito può essere l’occasione per compiere una scalata verso il successo e gli onori della carriera politica. In questi termini, l’impegno politico è confrontabile con qualsiasi attività lavorativa: da esso si può trarre il sostentamento per la propria vita e un mezzo per dare espressione alle proprie ambizioni. In questo ambito il Michels fa un paragone discutibile, accostando la carriera degli elementi proletari all’interno dei partiti socialdemocratici alla «carriera» che possono fare gli elementi contadini e piccoli borghesi all’interno della Chiesa cattolica. Così come ci sono numerosi Vescovi che provengono da famiglie povere di lavoratori agricoli, la leadership dei partiti socialdemocratici è costituita da elementi del mondo proletario. Troppo facile vanificare il tentativo analogico del Michels, a partire dalla considerazione che la Chiesa non rappresenta le istanze del mondo agricolo così come invece i partiti socialdemocratici promuovono le ragioni del mondo proletario; oppure che le “carriere” in seno alla Chiesa non rispondono, di sicuro, ai requisiti richiesti per far concorrere elementi proletari alla leadership in seno al partito, e così via. L’effetto finale di questo carrierismo politico, comunque, è la costituzione di una élite proletaria che subisce una metamorfosi importante, che per il caso tedesco porta il Michels a considerare che «il gruppo socialista nel Reichstag, il quale d’origine era proletario, coll’andar del tempo è diventato un genuino campione della borghesia» 35.pdf

In conclusione, il pessimismo conduce la riflessione di Michels alla circolarità dell’interpretazione del rapporto politico fra élites e masse. In pratica, si crea una oligarchia in seno a ogni organizzazione politica per via del generale e naturale disinteresse delle masse per le vicende politiche, e dall’altra parte si afferma che la diffusa presenza di élites di potere di fatto esclude le masse allontanandole dall’arena politica in modo da preservare il potere in coloro che lo occupano e gestiscono. Il rapporto non ha soluzione; d’altronde, accade sempre così quando si critica un impianto ideologico – la socialdemocrazia nel caso del Michels – opponendo un orientamento di pensiero altrettanto chiuso come il pessimismo politico.



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NOTE
 1 R. Michels, 1911, tr.it., 1912, p.XIII.
 2 Kolakowski L., 1977; tr.it., 1983, pp.10-11.
 3 A. Mitzman, 1973.
 4 G. Sivini, “Introduzione” a R. Michels, 1980.
 5 P. Ferraris, 1982, 1985.
 6 P. Ciancarelli, 2000.
 7 R.Michels, 1905; tr.it., 1908, p.276.
 8 P. Ciancarelli, 2000, p.11.
 9 W. J. Mommsen, 1974; tr.it., 1993, p.184.
 10 M. Weber, 1922; tr.it., 1995, vol.1, p.218.
 11 W.J. Mommsen, 1974; tr.it., 1993, p.189.
 12 K. Marx, 1848; tr.it., 1948, p.113.
 13 R. Michels, 1926; tr.it., 1966, p.18.
 14 R. Michels, 1924; tr.it., 1966, p.27.
 15 Ibid.
 16 Ibidem, p.32.
 17 Ibidem, p.35.
 18 Ibidem, p.41.
 19 Ibidem, pp. 16-17.
 20 Ibidem, p. 33.
 21 Ibid.
 22 R. Michels, ***, p.260.
 23 Ibid.
 24 Ibidem, p.270.
 25 Ibidem, p.275.
 26 Ibidem, pp.261-262.
 27 Ibidem, p.487.
 28 Ibid.
 29 Ibidem, p.488.
 30 Ibidem, p.495.
 31 R. Michels, 1907; ora in 1989, p.432.
 32 Ibidem, p.436.
 33 Ibidem, p.438.
 34 Ibidem, p.439.
 35 Ibidem, p.447. 

 

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