Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

pdfIl Volume, pubblicato a cura del politologo Ornaghi, raccoglie gli Atti di uno dei molti Convegni internazionali di studio, organizzati in varie Università, italiane, pontificie ed anche straniere, in occasione del Grande Giubileo del 2000 che – come si ricorderà – ha dedicato una specifica ‘Sessione’ al “Giubileo delle Università” sotto la bella ‘sigla’ “L’Università per un nuovo Umanesimo”.

In effetti, ciascun Convegno, pur nell’articolazione propria di ogni disciplina scientifica, si è caratterizzato sia per aver inteso affrontare le diverse tematiche sotto l’angolo visuale del rispettivo contributo all’affermazione dell’umanità dell’uomo – sottolineerei, “di ogni uomo e di tutto l’uomo”, secondo quanto scritto nella Populorum progressio dall’indimenticabile Paolo VI – sia anche per aver cercato di perseguire un approccio di carattere interdisciplinare. Da entrambi i punti di vista, il Volume a cura di Ornaghi risponde validamente agli obiettivi perseguiti nel Convegno di cui pubblica gli Atti e che – come ricorda nella Prefazione l’allora Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Zaninelli (ora, come noto, è proprio il prof. Ornaghi) – si è svolto alla Cattolica di Milano nei giorni 6 e 7 settembre 2000.

Sul primo fronte, la prospettiva del “Nuovo Umanesimo” è abbondantemente portata avanti nei saggi raccolti nel Volume; e ciò nella misura in cui in ognuno di essi, sia quanto all’aspetto analitico, sia e soprattutto quanto alle proposte ‘operative’ fatte, risulta viva – come ciascun lettore può ben riscontrare – quella che il curatore, nella Premessa, ha chiamato l’attenzione “all’uomo e al futuro prossimo dei popoli”. In realtà, in tutti i saggi, si sono ‘prese le distanze’ da una visione di tipo liberista della globalizzazione oggi in atto nelle sue varie manifestazioni, dai commerci alla produzione, dai capitali finanziari alle tecnologie, per pervenire invece ad una in cui “la competizione non trionfi sulla giustizia”. E’ in questo e per questo che si prospetta una globalizzazione ‘dal volto umano’ o ‘al servizio dell’uomo’, che “richiede il rigore del pensiero, l’intransigenza dell’etica e il cuore della solidarietà”.

Quanto al secondo aspetto, quello del carattere interdisciplinare o, meglio, multidisciplinare dei saggi, intanto va detto che i contributori provengono da diverse delle scienze umane, o scienze sociali, essendo sociologi, economisti, politologi, con una ‘punta’ rappresentata dal Nobel per l’Economia Stiglitz, presente anche in qualità di (ex) chief economist della Banca Mondiale. Non solo, ma va anche sottolineato che, nei vari saggi, molti autori hanno adottato un punto di vista più ampio rispetto a quello specifico della disciplina scientifica di propria competenza ‘professionale’.

Scendendo in qualche dettaglio e non potendo ovviamente soffermarmi su tutti i saggi, lo farò con riferimento a quello che, dal mio punto di vista di economista dello sviluppo ‘eticamente motivato’, mi ha particolarmente interessato. Trattasi del saggio del (noto) sociologo inglese d’origine polacca Zyhmut Bauman, contributo in cui ho trovato molto stimolante l’analisi proposta in termini di quella che l’autore chiama la ‘duplice separazione’ che caratterizzerebbe la società capitalistica.

La prima separazione da considerare è quella, coincidente con “la data di nascita del capitalismo”, che già Max Weber aveva indicato come “la separazione della sfera familiare da quella produttiva” e che Bauman ha validamente precisato avere implicato “prima di tutto e soprattutto, l’emancipazione dell’attività economica dai sentimenti e dagli obblighi etici di cui era intessuta la vita familiare”. E tuttavia – continua l’autore – “fin all’inizio dell’età moderna, l’endemica carenza di autolimitazione del capitalismo aveva trovato una forza contrastante nelle istituzioni del moderno Stato democratico”; questo ha allora svolto “un duplice ruolo, intimamente contraddittorio: quello di rete di salvataggio del capitalismo e, contemporaneamente, di suo vigile, implacabile censore”. In breve – è la conclusione dell’autore su questo punto – “l’economia e la politica della fase classica dell’età moderna, benché talvolta in contrasto e raramente in aperto conflitto tra loro, nell’insieme hanno collaborato e i loro effetti sono stati sinergici”.

La seconda separazione è quella in atto, da imputarsi per Bauman a ‘due ragioni convergenti’ che fanno sì che oggi “le cose non stanno più così, o stanno rapidamente cessando di essere tali” e che possono riassumersi nella separazione sempre più evidente fra l’economia e la politica. Segue che l’economia, ‘liberatasi’ – per dire – dapprima dall’etica e oggi dalla politica, “risulta (oggettivamente) avviata al dominio sempre più pervasivo ed articolato”, fino – aggiungerei io – a ‘dominare’ la stessa tecnica tramite il ruolo che le risorse disponibili e fruibili giocano nell’indirizzare gli sviluppi nella ricerca, nelle invenzioni scientifiche, nelle innovazioni tecnologiche.

Comunque, oggi, dopo la ‘seconda separazione’, è proprio la politica ad essere ‘perdente’ ed ‘assente’, sono proprio gli organi dello Stato ad apparire impotenti o insufficienti. “La sovranità dello Stato e l’incisività della sua azione – precisa l’autore – sono state erose simultaneamente ‘dall’alto’ e ‘dal basso’: dalle forze economiche globali, abbastanza intense da abbattere le preesistenti strutture di contenimento e agili a sufficienza da aggirare ogni nuova norma; e dai cittadini-ridotti-a-consumatori, che si chiamano fuori dalla Politica con la ‘P’ maiuscola (o sono indotti a voltarle le spalle) nel nome della life-politics.

Sono infatti due le ragioni, o le forze, oggigiorno in atto a determinare un’epocale trasformazione nelle quote e nella gerarchia dei poteri: da un lato, si ha il potere sempre crescente, subdolo, pervasivo, del ‘capitale’, dall’altro quello sempre assottigliantesi, arrancante, immobile, della politica.

Chiaramente, a fronte del primo aspetto c’è il dirompente fenomeno della globalizzazione, fenomeno troppo noto perché Bauman debba spendere più di qualche parola per sottolinearne il ruolo di ‘rottura’ per l’equilibrio del preesistente sistema di ‘convivenza’ tra mercato e Stato: “capitali e merci … [vengono] a situarsi in uno ‘spazio esterno’ irraggiungibile dalle attuali istituzioni politiche; e finché sarà così, i codici etici– per quanto ben strutturati – non avranno reali possibilità di diventare vincolanti”.

Ma è quanto al secondo aspetto che l’analisi del Bauman si mostra originale, innovativa e particolarmente stimolante.

Il punto di partenza, come accennato, è rappresentato dalla ‘rivoluzione tecnologica’ (quella delle cosiddette Information and Communication Technologies) in atto, rivoluzione che sta fortemente incidendo sul rapporto tra produzione ed occupazione, rendendo la seconda sostanzialmente ‘sganciata’ dalla prima e determinando – questo è il punto a mio avviso maggiormente innovativo ed importante – il modo di ‘essere’ e di ‘valere’ della disoccupazione. Tutto ciò, infatti, comporta (è la valida tesi dell’autore) un “profondo cambiamento dell’ubicazione sociale dei poveri e della natura della loro povertà”.

“Per la maggior parte del XX secolo, come per tutto il secolo precedente, la povertà nel mondo ‘progredito’ (cioè industrializzato) è coincisa con la disoccupazione”; ma questa era, per dire, una povertà ‘scomoda’. In effetti, “il lavoro era la principale sorgente della ricchezza nazionale, e la condizione per reclamarne una parte era l’aver partecipato alla sua produzione”. Il punto è che, nelle date condizioni, il lavoro era da considerarsi il primo e fondamentale, diretto o indiretto, ‘fattore della produzione’; e allora – sottolinea l’autore – “nella scarsità e nell’abbondanza, in tempo di vacche magre o grasse, il lavoro doveva restare una merce – una risorsa che i potenziali acquirenti avrebbero considerato appetibile non appena le circostanze economiche fossero state propizie”.
Pertanto, il disoccupato-povero non poteva, per dire, essere ‘lasciato a se stesso’; ma cibo e alloggio e, col tempo, assistenza sanitaria e istruzione di base sarebbero stati, mantenendo chi era temporaneamente privo di lavoro al di sopra della ‘soglia di povertà’, un buon investimento. Non solo, ma – preciserei – con Keynes e dopo Keynes, il lavoratore e lo stesso disoccupato andavano sempre ‘sostenuti’ nelle loro fonti di reddito in quanto potenziali consumatori; il che era necessario al fine di garantire la stessa possibilità di vendita e profittabilità della produzione e, quindi, di sopravvivenza, anzi di crescita, dell’intero sistema capitalistico.

Oggi, al contrario, i poveri non rappresentano più, da nessun punto di vista, un ‘esercito operaio di riserva’. Oggi, afferma correttamente Bauman, “la tecnologia permette di ridurre costantemente i posti di lavoro, ma non la produzione”; … oggi, “la sfida principale … consiste …nel riuscire a smaltire le scorte, nel trovare (o, meglio ancora, nel suscitare) una richiesta di prodotti adeguata alla capacità produttiva esistente”. Oggi, pertanto, ‘non servono’, per dire, i produttori-consumatori, né i disoccupati-consumatori da sostenersi comunque per vendere, in attesa di occuparli per produrre di più e vendere di più; bensì ‘servono’ i buoni consumatori, quelli facoltosi ed esigenti, “prodighi e insaziabili”. Contro il rischio che essi ‘si assottiglino’, occorre distribuire ai sempre più pochi occupati quote crescenti del prodotto, mentre sia la disoccupazione che la povertà risultano sostanzialmente ‘lasciate a se stesse’, tranne (ovviamente) quanto può essere fatto sulla base delle ‘opere di carità’. Insomma – scrive con amara ironia l’autore – essendo i poveri e i disoccupati dei cattivi consumatori, “una banconota in più ‘in tasca al contribuente’ ha molto più senso della banconota ‘in tasca al povero’: è infatti opinione generale che ne farà un uso ‘migliore’ – in senso strettamente economico, s’intende”.

Tuttavia – incalza Barman – “quand’anche non fossero più argomento di prescrizioni etiche, i poveri continuerebbero a tormentare la nostra coscienza. Di fronte [allora] a una simile contraddizione … un ulteriore espediente cui di solito si ricorre è quello della ‘criminalizzazione’ della vittima”. Essendo ‘superflui’ sia come produttori che come consumatori, i poveri sono oggi ‘assegnati’ ad una nuova ‘sottoclasse’, quella degli esclusi; tanto che, con una colorita, ma ancora amara, espressione, l’autore riporta l’opinione diffusa che “siano quindi i poliziotti, non gli assistenti sociali, a prendersi cura di costoro”.

Mentre “la criminalizzazione della povertà (che vede gli Stati Uniti [d’America] stabilmente all’avanguardia, ma l’Europa interseguire dappertutto, e con sempre maggior zelo, l’esempio d’oltreoceano) tende a colmare il vuoto politico lasciato dallo Stato sociale in ritirata”, la povertà – certamente, direi, la povertà relativa, ma spesso anche quella assoluta – avanza dappertutto.

“Dieci anni fa, negli Stati Uniti, lo stipendio di un dirigente d’industria era in media 42 volte quello di un ‘colletto blu’, ora [si noti, nel 1999] è di 419 a 1. Il 95% del surplus prodotto tra il 1979 e il 1999, pari a 1100 miliardi di dollari, è stato acquisito e consumato dal 5% degli americani”. D’altronde, “la tendenza nei singoli paesi trova riscontro, su scala più ampia, nello spazio economico globale”.

Come noto, a fronte del fatto che “il consumo internazionale di beni e servizi sia stato, nel 1997, due volte maggiore che nel 1975 e sei volte maggiore che nel 1950”, i dati ufficiali ONU mostrano che “un miliardo di persone [cioè, di uomini, donne e soprattutto bambini proprio simili a quelli in ‘Occidente’!] ‘non è in grado di soddisfare i bisogni più elementari’. … In 70-80 dei circa cento paesi ‘in via di sviluppo’ il reddito medio pro capite è oggi più basso di dieci e perfino di trent’anni fa. … Secondo calcoli dell’Agenzia per lo sviluppo delle Nazioni Unite [UNDP] … meno del 4% della ricchezza personale delle 225 persone più facoltose basterebbe a garantire a tutti i poveri l’accesso all’istruzione e all’assistenza medico-sanitaria di base, e un’alimentazione sufficiente”. L’amara conclusione dell’autore in proposito è che “Perfino una redistribuzione così modesta è da considerarsi improponibile – almeno nel futuro prevedibile”. Questi sono, comunque, i fatti, per riportare solo alcuni fra i tanti sconvolgenti dati sulla situazione dei poveri a livello globale!

Allora, aggiunge pertinentemente il Bauman, “con frequenza crescente, la beneficenza privata è chiamata a sostituire le sempre più avare istituzioni e a riempire il vuoto della politica internazionale nel campo degli interventi umanitari”. … Tuttavia, “Di rado, per non dire mai, durante le campagne di assistenza ai paesi poveri si sente parlare della vera causa della loro situazione: La lenta ma costante distruzione delle risorse di gran parte del pianeta, la svalutazione dei mezzi di sussistenza tradizionali e la sempre maggiore difficoltà di trovare lavoro; quel lavoro che permetterebbe a milioni di diseredati di procurarsi almeno l’indispensabile”… In effetti, “Per popolazioni che fino a tempi recenti hanno vissuto nel contesto di economie tradizionali, l’essere gettato all’improvviso nelle acque agitate del libero commercio planetario implica la replica, in modo estremamente concentrato nel tempo e nello spazio, delle due grandi separazioni [corsivo mio] che l’Occidente ha impiegato due secoli, e molto travaglio, per portare a termine. Ne deriva la lacerazione del delicato tessuto di rapporti umani, scambi di doni, aiuto reciproco, reti di protezione sociali e produttive, che da tempo immemorabile erano date per scontate, giacché l’economia tradizionale le forniva automaticamente”.

“Siccome la globalizzazione incontrollata ha conseguenze raccapriccianti” – è il giudizio conclusivo del Bauman – “qualunque tentativo realistico di curare radicalmente l’attuale calamità della crescente disuguaglianza e della produzione accelerata di ‘scorie’ umane implicherà il controllo su scala mondiale delle forze parimenti mondiali del capitalismo di mercato. E comunque procederanno, i tentativi in questione dovranno per prima cosa salvare quanto è rimasto dei valori della tolleranza e innalzarli al livello della solidarietà tra i popoli… Quello che occorre, in sintesi, è la politicizzazione del nostro destino globale – la ricostruzione di una cornice democratica che limiti gli eccessi dell’economia guidata dal profitto, questa volta al livello globale”.

Ora, mentre sul piano dei ‘valori’ (‘superare’ la mera tolleranza e ‘innalzarla’ al livello della solidarietà), nonché su quello degli ‘obiettivi’ (la politicizzazione del nostro destino globale; la ricostruzione di una cornice democratica a livello mondiale) si può consentire, anche se ‘con qualche distinguo’, è invece sul fronte degli ‘strumenti’ d’azione che a me sembrano insufficienti le proposte specifiche fatte dall’autore. Come economista dello sviluppo (certo, ‘eticamente motivato’, ma sempre qua economista), ritengo infatti, da un lato, essere necessario ma non sufficiente quanto richiesto da Bauman sul ‘trattamento’ di tipo solidale, e non soltanto tollerante, dei tanti immigrati provenienti dal Sud del mondo che si affollano nei nostri paesi occidentali. Né, d’altro lato, credo essere realistico pensare ad un ‘reddito base’ per tutti, “indipendente dal lavoro svolto, venduto e comprato”, secondo un’impostazione che sembra sia stata prospettata (addirittura) da Thomas Paine e che è stata recentemente ripresa e riproposta in Europa da molti studiosi. In particolare, se pure una proposta di questo genere possa avere un seguito oggi in Europa, a mio avviso non è pensabile parlarne a livello globale; e ciò per due ordini di considerazioni. In primo luogo, nelle presenti circostanze, non si vede bene come tale misura potrebbe essere attuata; e, in secondo luogo, non risolverebbe comunque il problema dello ‘sviluppo economico’ nei paesi poverti – sviluppo economico che implica sempre, in quei paesi, la crescita produttiva pro capite che, tuttavia, non sia ‘a scapito’ dello sviluppo umano sostenibile.

E’ chiaro, peraltro, che – come lo stesso Bauman ha sottolineato – lo sviluppo economico nei paesi poveri non può (si noti, nel senso dell’inglese ‘can’, anche se fosse possibile nel senso dell’inglese ‘may’) incentrarsi sulla crescita delle esportazioni e, più in generale, sulla crescente ‘liberalizzazione’ del commercio mondiale, così come si sostiene e si persegue, in particolare, a livello di importanti Organizzazioni internazionali quali l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), il Fondo monetario internazionale (IMF), l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) e tante altre, ma – si noti – non, generalmente, in sede ONU.

Mentre nelle note riunioni internazionali di Doha, Monterrey, Johannesburg, si è da ultimo insistito – soprattutto da parte degli USA – su quello che è stato chiamato il ‘minimo comun denominatore’ del commercio quale ‘motore dello sviluppo’, il punto è che liberalizzare al massimo il commercio mondiale non è proprio ciò che serve ai paesi poveri (i cosiddetti ‘paesi i meno sviluppati’, Least Developed Countries) al fine della promozione e del mantenimento dello sviluppo economico irreversibile. Mentre è certo che il commercio mondiale ‘libero’ e ‘senza vincoli’ va a vantaggio dei paesi ricchi e, magari, dei pochi paesi cosiddetti ‘emergenti’ – vale a dire quelli che hanno già superato la ‘soglia del sottosviluppo’, come diversi paesi del Sud-est asiatico, il Brasile, il Messico, la Russia, e pochi altri – non è affatto detto che lo sia anche a vantaggio dei tanti paesi poveri.

In questi, come si dice ‘tecnicamente’, esiste un problema di fondo rappresentato dalla scarsissima ‘elasticità dell’offerta’; il che – come si comprende – implica direttamente che ai traffici mondiali ‘liberalizzati’ i paesi poveri non potranno accedere con successo, stante la sostanziale difficoltà di produrli o di disporne, relativamente a ‘beni-chiave’ quali tanti prodotti industriali, i servizi di base (acqua, sanità, istruzione), gli appalti pubblici, per non parlare del caso del ‘famigerato’ Mai (Accordo multilaterale sugli investimenti), mentre nulla si dice, né si vuole fare, sulla liberalizzazione dei brevetti e delle tecnologie relative a beni fondamentali, ma ‘complicati’, come in particolare i farmaci (veramente ‘scandaloso’ è il comportamento degli USA nel caso dei farmaci da rendere disponibili’ a prezzi accessibili a tutti per la lotta all’Aids che, come noto, uccide 24 milioni di persone all’anno, soprattutto in Africa!). Insomma, cerchiamo allora di ‘demistificare’, anzi di ‘denunciare’, anche ad alta voce, gli equivoci che, a volte anche in buona fede, si celano sotto slogans o campagne di media, spesso ad ampissima diffusione.pdf

Concludendo, farò un solo ‘telegrafico’ riferimento – salvo riprendere in altra occasione il punto – al prossimo ‘vertice’ del WTO/OMC previsto a Cancun (Messico) per il settembre 2003. Non è azzardato parlarne come di un incontro decisivo sul fronte del ‘collegamento’ che, ancora una volta, si cercherà ‘ufficialmente’ di presentare tra la liberalizzazione dei commerci a livello mondiale, come sopra sintetizzata, ma anche in altri campi, e lo sviluppo economico dei paesi poveri. Che, però, non sia così, ho cercato di esporlo telegraficamente; che si riuscirà, a meno, a contrastare la proposta, non è affatto agevole dirlo; ma occorre a tutti i costi che ci si muova per provarci a farlo, certamente – oltre, s’intende, ai rappresentati dei paesi poveri – al livello delle tante Organizzazioni non governative che, a ragione, si oppongono a contenuti così ‘parziali’ ed ‘unilaterali’ della riunione, ma anche – se mi è consentito dire – da parte di tutti ‘gli uomini di buona volontà’.

 

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