Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

 

Gian Antonio Stella ha recentemente pubblicato un libro il cui contenuto ha contribuito a fornire nuovi spunti di riflessione sul delicato problema dell’immigrazione. La complessa materia viene avvicinata da una prospettiva controversa e spigolosa, quella della xenofobia. La lettura del testo, pertanto, risulta assai attuale in un momento in cui il tema dell’accoglienza del migrante e del rifugiato è diventato una primaria istanza del dibattitopdf culturale e politico del nostro presunto villaggio globale.

Appare chiaro che, se il fenomeno dell’integrazione dell’umanità nel proprio mondo aumenta in misura esponenziale sotto il profilo dell’economia e della cultura, questo non accade per i movimenti migratori delle persone. Il sempre più rapido sviluppo tecnologico, unito con la maturazione della consapevolezza della necessità della mobilità fisica e intellettuale, infatti, ha abbreviato tutte le distanze territoriali, ma rischia di scavare un profondo solco tra coloro i quali partecipano allo sviluppo e di esso ne godono i frutti e coloro i quali ne sono, invece, esclusi.

I risvolti politici e sociali, che accompagnano il fenomeno della globalizzazione, stanno ridisegnando il concetto di stato-nazione, mettendo in crisi il concetto di dominio esclusivo del territorio da parte di una comunità. Nella difficoltà di affermare un istituto giuridico sostitutivo, emerge, allora, in misura preoccupante come la cifra etnica possa diventare l’unica in grado di fondare un nuovo confine capace tanto di legittimare l’esclusione dell’altro per usufruire delle chance offerte dalla sviluppo economico, quanto di garantire al tempo stesso un limite “invalicabile” alla esclusione che incombe proprio in virtù di quella partecipazione.

Viene, per questa via, imposta una trasformazione del ruolo e del significato del confine territoriale dello stato – nazione, sottoponendolo ad una sempre più invasiva interpretazione etnica. Si può, infatti, assistere come, in molte società del mondo occidentale, l’impatto dei fenomeni migratori venga tradotto nella diffusione di un’idea che tende a legittimare la cittadinanza e, quindi, la piena inclusione con la comune appartenenza etnica; e, su questa base, a ridisegnare le delimitazioni di un confine politico e sociale. La matrice neoliberista dell’affermazione del mercato globale finisce, in maniera paradossale con l’acuire il bisogno di controllo sui movimenti delle persone, producendo nuove e profonde fratture sociali che ricevono anche una proiezione spaziale.

Sempre di più il confine non più solo territoriale, ma soprattutto politico e sociale si trovano investiti della richiesta, da parte del cosìdetto cittadino “vincente” nella sfida economica imposta dalle “regole” del modello capitalistico imperante, di garantire immunizzazione, di prevenire il contatto con un’alterità percepita tanto diversa, quanto minacciosa. La globalizzazione, infatti , come ha felicemente intuito Bauman 1 induce ad un ripiegamento autoconservativo ed autodifensivo essenzialmente nei riguardi delle persone, percepite sia come concorrenti – competitori in una corsa in cui, soltanto, chi vince sopravvive; sia come vincoli, impedimenti al pieno dispiegarsi della libertà individuale finalmente conquistata di muoversi, di spendere, di vivere al riparo dell’impatto inquietante con problemi sociali ormai derubricati a questioni private, lontane, troppo spesso sentite come estranee. 2

Chi può scegliere di viaggiare nel mondo per affari o per turismo si vede sempre più agevolato nelle proprie aspirazioni, chi, invece, è costretto a spostarsi per sopravvivere e costruire un futuro per la propria famiglia incontra sempre più limiti ed impedimenti. La globalizzazione, mentre accelera ed esalta la libertà di trasferimento di beni e capitali, sembra ostacolare i movimenti della maggioranza delle persone, soprattutto di quelle che , provenendo da certe aree geografiche e culturali, sono portatrici di specifiche istanze. E’, questa, una manifestazione tipica della cosiddetta “sindrome di Johannesburgh”, secondo la quale i ricchi devono iniziare a difendersi dai poveri, riducendo od ostacolando i loro spostamenti.

Una nuova retorica si va così diffondendo a livello culturale: i migranti come responsabili delle crisi sociali e delle nuove paure collettive e come minaccia seria alla salvaguardia delle identità nazionali. Come a dire che l’ideale che si vuole propugnare è un assetto socio politico nel quale gli immigrati siano visibili agli occhi dei residenti mentre operano nel mercato del lavoro, soprattutto di quello irregolare, per scomparire dalla vista, e dunque non risultare più meritevoli di attenzione ai fini della cittadinanza, non appena gli stessi cerchino di entrare nelle altre sfere di vita. 3 Un nuovo concetto di frontiera, imposto da chi può scegliere di liberalizzare l’accesso ad una comunità, diventa strumentale ai fini della diffusione della consapevolezza di una presunta diversità e di una necessaria estraneità.

Ripercorrere la storia dell’emigrazione italiana all’estero, quindi, diventa anche un fare i conti con se stessi, con le proprie radici, ma, quindi, anche con il proprio futuro. Lo stile narrativo di Gian Antonio Stella è, per tali ragioni, semplicemente brutale, così come possono gettare nello sconforto alcune descrizioni dei nostri avi emigranti, prese da articoli di giornale, estratti di provvedimenti amministrativi, saggi ed interventi di intellettuali. Siamo stati protagonisti di tutto ciò che noi oggi addebitiamo con sdegno agli immigrati extracomunitari; ci siamo macchiati anche noi degli stessi reati di cui li accusiamo, e che li rendono ai nostri occhi, così assolutamente diversi.

Non c’è stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia già stato rinfacciato, un secolo fa od anche solo pochi anni fa, a noi stessi da coloro i quali si consideravano gli altri, le nazioni ospitanti, le popolazioni dove emigravamo. “Loro” sono clandestini? Lo siamo stati anche noi: in numero tale che i consolati dei paesi confinanti incessantemente ci raccomandavano di pattugliare meglio i valichi alpini e le coste per monitorare le partenze dei nostri avi. Ed i nostri passeur sulle Alpi avevano la tradizione di sbattere giù dai burroni i connazionali che, dietro lauto pagamento anticipato, avrebbero dovuto guidare all’estero. Esattamente come gli scafisti magrebini o albanesi oggi. Non si deve nemmeno pensare che i fatti risalgano esclusivamente all’inizio del secolo; nel dopoguerra passavano clandestinamente la frontiera del Col di Tenda quasi cento italiani al giorno. Al punto che i francesi furono costretti ad allestire a Mentone un centro di accoglienza, la cui descrizione allora riportata dal Nice Matin fa apparire gli attuali centri degli alberghi di lusso. Chiaramente le organizzazioni malavitose che gestivano questo traffico non potevano che essere italiane. Queste, con la copertura di anonime società commerciali, spiega un rapporto del dipartimento francese delle Alpi Marittime, avevano filiali a Savona, Sanremo, Ventimiglia, Monaco e Marsiglia; mandavano rastrellatori di emigranti in giro per tutta la penisola e fornivano ai clandestini, a carissimo prezzo, tutto il necessario.

Accusiamo gli immigrati di essere disposti ad accalcarsi in osceni tuguri in condizioni igieniche rivoltanti? L’abbiamo fatto anche noi, al punto che, a New York, il prete irlandese Bernard Lynch teorizzava che “gli italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i cinesi”. Anzi aggiunge che” dove l’uomo non potrebbe vivere, secondo le teorie scientifiche, l’italiano ingrassa.” Abbiamo riempito di giovani ragazze i postriboli delle città del nord Africa, dove queste arrivavano pensando di andare a fare le cameriere ed in breve si trovavano vendute ai ricchi locali che le cercavano soprattutto bionde e di esile corporatura. Tutto ciò aggravato dalla complicità delle autorità preposte al rilascio dei visti per l’espatrio, come risulta dalla furente denuncia di Raniero Paolucci de Calboli, il delegato italiano alla Conferenza di Parigi del 1902 sulla “tratta delle bianche”, il quale si scaglia contro quel “losco ufficio d’emigrazione napoletano” che faceva “tratta regolare di ragazze per l’Egitto”.

Né tanto meno ci siamo astenuti dal costringere i nostri figli a lavorare in condizioni disumane. Anche noi abbiamo venduto i bambini per fame, li mettevamo in mano a negrieri che li affamavano ancora di più per stiparli meglio nelle navi. Nei primi anni del secolo, tra i marmisti del Canton Ticino, i nostri minorenni erano il 18% del totale della manodopera; a San Paolo del Brasile, ove la popolazione operaia era quasi totalmente italiana, l’uso dei bambini nel tessile era così sistematico, anche il 38% degli occupati, che alcuni stabilimenti avevano macchinari appositamente ridotti.

Anche le accuse di importare la criminalità nel nostro paese devono essere rilette alla luce di quanto noi abbiamo commesso nei paesi che ci ospitavano. Nel 2001, stando ai dati del nostro Ministero di Grazia e Giustizia, gli immigrati extracomunitari in Italia hanno commesso il 38% di tutti i reati denunciati e hanno rappresentato circa un terzo dei 53.000 detenuti nelle carceri della penisola. Alcuni deputati nostrani considerano gli immigrati slavi “geneticamente avvezzi alle efferatezze”, e portano a fondamento delle loro assurdità xenofobe il fatto che il 31% degli stranieri ospiti delle carceri nazionali è albanese. Non è questa la sede per addentrarsi in spiegazioni di matrice statistica, anche perché dovrebbe essere palese, alla menti lucide ed oneste, che una comunità di immigrati recenti è composta in stragrande maggioranza da maschi adulti senza quegli individui, quali anziani, donne e bambini che fanno abbassare ogni media di devianza tra la popolazione di casa. In cifre assolute, nel 1904 nelle galere americane erano detenuti per omicidio, tra gli stranieri immigrati, 26 austriaci, compresi gli slavi che facevano parte dell’impero asburgico, 22 canadesi, 6 francesi, 9 inglesi, 16 irlandesi, 13 polacchi, 10 russi, 13 svedesi, 33 tedeschi, 7 ungheresi e 96 (!) italiani. Una sproporzione assoluta confermata dai carcerati per tentato omicidio: 175, pari alla somma di tutti gli appartenenti alle altre etnie messe insieme. Né tantomeno possiamo eludere le responsabilità che ci vengono attribuite in merito ai nostri legami con la criminalità organizzata. Uno studio del 1996 della McCann-Erickson, fatto analizzando per sei mesi sessanta giornali di Usa, Gran Bretagna, Svizzera, Germania, Francia e Spagna, tutti paesi, tranne l’ultimo, ad alta immigrazione italiana, dimostra che la parola più usata all’estero in abbinamento all’Italia non è amore, pizza, spaghetti o moda, ma ancora oggi mafia. Perfino l’accusa più nuova dopo l’11 settembre, quella che lega l’immigrazione al terrorismo trova nella nostra storia una triste anticipazione. Mario Buda, un anarchico fanatico romagnolo, a mezzogiorno circa del 16 settembre 1920, fece esplodere una bomba in Wall Street, innanzi agli uffici della Morgan & Stanley, provocando 33 morti, oltre 200 feriti e danni per due milioni di dollari dell’epoca.

L’autore scrive la sua opera ricorrendo alle storie deducibili dai resoconti dei casellari giudiziari o riassumendo alcuni articoli di giornale. È chiaro, quindi, che il lavoro è vulnerabile dal punto di vista metodologico sulla condizione di vita degli immigrati italiani agli inizi del ventesimo secolo. In particolare, è ovvio che da tali fonti non potranno mai risultare quelle biografie, ricche e appassionanti, che hanno significato il riscatto eccezionale che milioni di nostri connazionali hanno dimostrato di possedere, e l’incidenza del loro lavoro nell’economia del Paese di emigrazione. Ma anche l’obiettivo dell’autore non è scientifico, è piuttosto polemico. L’opera di Stella intende, infatti, esibire le vicissitudini miserevoli e criminali e gli stereotipi ignobili e superficiali, diversi fra loro ma comuni a tutti i popoli e a tutte le etnie, che hanno l’evidente scopo di contribuire ad affermare ai saccenti che, quando gli "albanesi" eravamo "noi", gli altri si comportavano nello stesso modo conpdf cui oggi una parte di opinione pubblica italiana giudica l’immigrazione clandestina e l’invasione dei "vu cumprà" nelle vie centrali delle città del nostro Paese. Descrivere, tuttavia, le vicissitudini di una componente negativa minoritaria, che è presente in misura fisiologica in ogni società umana, in ogni gruppo etnico, può rappresentare un utile strumento di riflessione per chi si impegni nel tentativo di elaborare un nuovo concetto di appartenenza negli anni della globalizzazione. Soprattutto per evitare le odiose ed ugualmente discriminanti soluzioni che in misura tanto superficiale quanto populistica sembrano emergere nell’attuale dibattito politico e culturale: quella della differenziazione tra cittadini a pieno titolo e stranieri residenti stabilmente in un territorio, liberi di lavorare, ma privi o limitati nella piena titolarità dei diritti civili e politici; oppure quello di una diseguale segmentazione dello status giuridico della cittadinanza, in cui l’individuo oltre ai propri diritti individuali possa beneficiare di un surplus di privilegi, a lui attribuiti solo per la sua appartenenza ad una minoranza culturale ed etnica. 4 Due affermazioni con un difetto originario in comune, la presunzione di diversità.



NOTE
 1 Z. Bauman, Voglia di comunità, ed. Laterza, Bari, 2001.
 2 D. D’Andrea, Globalizzazione e metamorfosi dello spazio in Culture e confitti della globalizzazione, a cura di E. Batini e R. Ragionieri, Quaderni della Fondazione Carlo Marchi, Città di Castello, 2002. “Il ghetto, la marginalità sociale e territoriale etnicamente legittimata, è espressione di un bisogno di immunità e sicurezza che si radica proprio nell’aumento esponenziale dell’insicurezza economica e sociale legata alla forma neo liberista della globalizzazione economica contemporanea… La marginalizzazione spaziale degli immigrati nelle metropoli ricche dell’Occidente sono la proiezione di un confine sociale costruito da chi sta fuori dal ghetto a difesa di una condizione di inclusione la cui precarietà viene puntellata proprio dal ricorso alla cifra etnica”.
 3 S. Zamagni, Migrazioni, multiculturalità e politiche dell’identità in Multiculturalismo e identità, a cura di C.Vigna e S. Zamagni, ed. Vita e Pensiero, Milano, 2002.
 4 G. Sartori, Pluralismo,multiculturalismo e estranei, ed. Rizzoli, Milano, 2000. 

 

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