Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

Nota della redazione

 

Venerdì 28 marzo 2003 la Facoltà di Scienze Sociali, nel quadro delle celebrazioni per il 50° della sua fondazione, ha presentato la nuova "Cattedra Cardinale Pavan per l'Etica Sociale". Il Cardinale Pavan (1903-1994) fu uno stretto collaboratore di Papa Giovanni XXIII per i problemi sociali ed ebbe un influsso sostanziale sulle encicliche Mater et Magistra e Pacem in Terris. Contribuì alla fondazione di strutture cattoliche nel sociale, pdfcome le ACLI e l'UCID, e fu anche primo assistente ecclesiastico della Coltivatori diretti. E' dunque un pensatore che merita di non essere dimenticato e soprattutto più conosciuto.

Relatori al Convegno sono stati il rettore dell'Angelicum, Francesco Compagnoni OP, che ha parlato del contributo di Pavan al decreto sulla libertà religiosa del Concilio Vaticano II; Monsignor Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, sul tema: "Quarant'anni dalla Pacem in Terris"; e Don Paolo Tarchi, già studente della FASS e Direttore dell'Ufficio per i problemi sociali e il lavoro presso la CEI, che ha presentato una riflessione di come la cattedra potrebbe sostenere le attività del suo ufficio.

Lo scopo della cattedra è di favorire la ricerca interdisciplinare sui problemi sociali, con un'enfasi particolare sui problemi etici e sullo sviluppo dell'insegnamento sociale della Chiesa. Attualmente, ci sono due progetti in corso nella FASS sotto gli auspici della Cattedra. Il primo ha come tema "Il contributo dei domenicani all'etica sociale nel XX secolo" (per maggiori informazioni, si veda la pagina www.pust.edu/ethics). Il secondo è un progetto empirico sulla situazione degli immigrati nelle carceri italiane (attualmente 15.000). Il secondo progetto ha tre fonti di finanziamento: Migrantes, l'ufficio della CEI per i migranti; i Cappellani delle carceri, e, il Fondo della ricerca dell'Angelicum. Esso fa seguito ad uno precedente che riguardava la situazione degli immigrati nel sistema sanitario in Italia: il primo volume è stato pubblicato dalla S. Paolo nel 2001, e i successivi due saranno in vendita entro il 2003. Altri progetti sono pianificati ed attualmente dipendono dalla disponibilità di fondi. Le prospettive per ottenere fondi per progetti sono buone, e stiamo collaborando per questo con la University of St Thomas, St Paul, MN, e con altri istituti e università.

Per ulteriori informazioni sulla Cattedra Cardinale Pavan ci si può rivolgere all'ufficio del decanato della FASS: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Riportiamo di seguito gli interventi d’apertura della mattinata. I discorsi di Francesco Compagnoni e di Giampaolo Crepaldi speriamo di poterli pubblicare in seguito nella la rubrica “Studi”.


Perché una cattedra Pavan?
Helen Alford OP, Decano della FASS

Quest’anno celebriamo tre anniversari significativi. La Facoltà di Scienze Sociali compie 50 anni dall’inizio del suo insegnamento. Il patrono della cattedra che presentiamo oggi, Cardinale Pietro Pavan, è nato 100 anni fa. E, dati gli eventi attuali, forse il più significativo di tutti è che 40 anni fa l’enciclica Pacem in Terris ha lanciato il suo appello agli uomini di rispettare l’ordine delle cose per mantenere la pace. Ogni anno ha il suo carico di anniversari e momenti da ricordare, ma la „costellazione” di questi anniversari ci ha dato la spinta per l’impostazione di un’iniziativa che abbiamo avuto in mente per un bel po’ di tempo: la creazione di una struttura nella FASS per favorire la ricerca. Per dare una risposta al titolo di quest’introduzione, vorrei riferirmi a questi anniversari, rispondendo a tre domande intermedie.

Prima di tutto: perché quest’iniziativa per favorire la ricerca?

Il programma d’insegnamento della FASS è articolato in 5 indirizzi: etica e dottrina sociale della chiesa (nocciolo duro del programma), economia e business, sociologia e psicologia, storia e politica, diritto e relazioni internazionali. Proprio l’interdisciplinarietà della FASS offre possibilità molto interessanti per lo sviluppo della ricerca. Probabilmente i problemi più difficili da affrontare sono quelli interdisciplinari: l’immigrazione, la pace e la guerra, la bioetica e così via. Superare i confini delle discipline per affrontare questi problemi multidimensionali e multiculturali, sulla base di un’impostazione etica, è una delle grosse sfide della nostra cultura odierna, in parte anche perché le università sono organizzate secondo le varie discipline e quindi hanno difficoltà nella promozione della ricerca interdisciplinare. La FASS, invece, è abbastanza ben piazzata per rispondere a questa sfida. Allo stesso tempo, dal punto di vista organizzativa, la FASS è molto particolare; si potrebbe dire che è all’avanguardia del pensiero organizzativo, nel senso che è una realtà altamente reticolata. Questo significa che può essere molto efficiente nell’uso delle sue risorse, umane e finanziarie, per scopi specifici, e che può essere molto flessibile in diversi sensi. Uno dei suoi svantaggi è però che può essere anche difficile creare una comunità di ricercatori, attraverso la quale lavorare sui problemi interdisciplinari, dato che molti docenti hanno anche altre affiliazioni. Ci vuole quindi una struttura che può aiutarci a concentrare le nostre forze su alcuni temi di rilevanza particolare. Inoltre, con un Consiglio della Cattedra che stiamo costituendo (e che include accademici italiani e stranieri, rappresentanti delle parti sociali, e rappresentanti dalla chiesa italiana e dalla chiesa universale) la Cattedra ha la possibilità nelle sue strutture di reagire tempestivamente ai problemi suggeriti da questi diversi componenti che hanno tutti notevoli prospettive sui problemi sociali.

Secondo: perché la dedicazione al Cardinale Pietro Pavan?

Non ho avuto il piacere di conoscere il Cardinale personalmente, come alcuni di voi soprattutto suo fratello Giovanni Pavan che abbiamo l’onore di avere fra di noi durante quest’incontro e che ci ha dato un contributo per aiutare lo studio del pensiero del Cardinale. Comunque, conosco i suoi scritti almeno in parte e soprattutto il senso di speranza che pervade tutto il suo pensiero. Posso dire che una delle ragioni per la quale ci è sembrato il patrono giusto per la nostra iniziativa è che ha sentito sempre la spinta di andare in avanti, di sviluppare nuove idee, di rispondere ai problemi attuali in un modo informato, utilizzando le ricchezze della tradizione sociale cristiana. Fu ben formato non solamente in etica e in teologia morale, ma anche nelle discipline sociali; aveva ricevuto il dottorato in scienze sociali dall’Università di Padova nel 1936. Con questa duplice formazione era in grado di sviluppare il pensiero etico-sociale nel modo che vorremmo seguire anche noi nelle attività della cattedra, cioè, di affrontare problemi concreti e reali e, attraverso il confronto fra lo stato attuale dell’etica sociale e i nuovi problemi sociale, far avanzare il pensiero etico.

Un’altra ragione per aver scelto il nome di Pavan è che vogliamo attirare l’attenzione a livello internazionale su Pietro Pavan. Malgrado la sua importanza, non è conosciuto fuori Italia come dovrebbe essere. In questo, ha sofferto, come molti altri personaggi italiani importanti, dell’ostacolo della non conoscenza della lingua italiana. Pensatori francesi, tedeschi e anglofoni di una uguale statura sono molto più conosciuti. Abbiamo una possibilità di fare qualcosa in questo senso con la Cattedra, dato che una delle cose che ci permetterà di fare è di organizzare più facilmente collaborazioni internazionali, in particolare con la University of St Thomas, St Paul, Minnesota, con la quale abbiamo già stabilito un buon rapporto per quanto riguarda lo scambio di studenti, sia laureandi che laureati. Ci sono buone possibilità per avere finanziamenti per progetti di ricerca sotto gli auspici della Cattedra; essi saranno proseguiti in collaborazione con questa o con altre università cattoliche negli Stati Uniti. La cattedra Pietro Pavan ci permetterà di far conoscere il suo pensiero agli studenti e professori di altre università, e, attraverso lui, il pensiero sociale cattolico italiano, che purtroppo, come abbiamo detto, non è molto conosciuto nel mondo cattolico anglofono, il che è una vera mancanza e impoverimento per noi anglofoni.

Terzo: perché vogliamo creare questa cattedra in questo momento?

Torniamo all’importanza degli anniversari. Come abbiamo accennato all’inizio, il fatto che la FASS compia 50 anni ci ha dato la spinta a rivedere l’orientamento della facoltà e di cercare di estendere in nuove direzioni quello che è stato compiuto negli anni passati. 50 anni fa un grosso sforzo è stato fatto per fondare la facoltà; oggi, vogliamo fare un nuovo sforzo per sviluppare le sue capacità nel promuovere la ricerca. La fondazione della Cattedra Pavan rappresenta un passo in avanti significativo, del quale il nostro fondatore, P. Raimondo Spiazzi OP (che è deceduto l’ottobre scorso e quindi non ha visto quest’iniziativa) sarebbe lieto. Vedrebbe la continuazione delle sue idee in una direzione interdisciplinare che fondamentalmente era una caratteristica del pensiero sociale di Pio XII, fautore della nascita della FASS e della facoltà gemella presso la Università Gregoriana.

Ma non abbiamo fondato la cattedra solamente perché ci è sembrato giusto nello sviluppo della FASS, ma anche perché c’è un bisogno particolare di simili iniziative così nella chiesa di oggi. Di ciò Don Tarchi stamattina. Come illustrazione di questo, penso ad un libro in inglese molto interessante recentemente pubblicato sulla dottrina sociale della chiesa con il titolo, Pensiero sociale cattolico: tramonto o rinascita?

Una delle idee importanti del libro è che la dottrina sociale della chiesa ha bisogno di nuove istituzioni e nuove strutture per continuare a svilupparsi, perché molte delle strutture che esistevano nel passato (le organizzazioni cattoliche professionali o di lavoratori di diversi tipi, ad esempio) sono abbastanza indebolite rispetto al passato, se non sono sparite totalmente, e che quindi, la DSC rischia di diventare di più in più astratta e distaccata dalle realtà sociali attuali ed i nuovi problemi.

Se la situazione è così, abbiamo bisogno di nuove strutture e istituzioni per colmare la lacuna, ma nel frattempo, prima che sia chiaro quali sono queste nuove strutture, le università diventano più importanti come portatori della tradizione sociale cattolica e devono cercare di svolgere alcune delle attività che nel passato erano svolte da altre istituzioni. Quindi la Cattedra Pavan è vista da noi anche come una struttura per la promozione della DSC e dell’etica sociale, e può svolgere questa funzione finché non appaiano strutture più adatte. Anzi potrebbe anche contribuire alla nascita stessa di tali strutture del futuro.

La ricerca scientifica alla FASS: premesse e prospettive
Alberto Lo Presti

Con il lancio della Cattedra Pavan per l’Etica Sociale inizia una nuova fase nella storia della nostra Facoltà di Scienze Sociali, ma si porta anche a compimento un percorso che ci ha visti, negli ultimi anni, impegnati in ricerche significative dal punto di vista delle energie messe in campo e delle risorse utilizzate.

Questa svolta recente non è dettata solamente dall’idea di completare la propria struttura didattica, incastonando un tassello necessario come quello dell’investigazione empirica, su campi di sicuro interesse per la vita associata. No, non si è trattato solo di fare una cosa in più, una cosa che tutti i dipartimenti e le facoltà di scienze sociali fanno. Si è trattato, piuttosto, di «scendere in campo», affrontando problemi seri, a volte cruciali, perché oltre a studiare il mondo abbiamo anche la pretesa di dire quali sono le direzioni che potrebbero essere intraprese per cambiarlo e migliorarlo.

L’obiezione a questa pretesa è ben conosciuta: ma come, la Fass-Pust conduce le ricerche sociali abbandonando la neutralità tipica dello scienziato asettico, amorfo, praticamente disumano, per collocarsi nella imbarazzante posizione di colui che fa ricerca provvisto di convinzioni ed interessi?

Consentitemi uno sfogo: quanti danni sono stati prodotti dall’indebita pretesa positivista che vuole la conoscenza empirica tanto più veritiera quanto più emancipata dai valori, dalle credenze, dagli orizzonti metafisici o religiosi. Quanto danno è stato fatto, ancora, nel tradurre (male, assai male) così la Wertfreiheit (l’avalutatività, la neutralità rispetto al valore) postulata da Max Weber. Il quale Weber talmente poco pensava la necessità di affrancarsi dai valori nel pensiero sociale che si ammalerà per le scelte politiche importanti del suo tempo, talmente poco concepiva lo scienziato sociale come uno che non si sporca le mani con l’azione politica che redigerà lui, insieme ad altri, la Costituzione di Weimar. Weber ci invita a distinguere fra fatto e valore nella ricerca storico-sociale, non a liberare il campo da qualsiasi riferimento all’etica.

La questione non è di poco conto. Essa si è ripresentata più volte nella sua crucialità logica e la storia della filosofia della scienza ricorda momenti davvero significativi del dibattito. Si pensi solo al dibattito epistemologico del XX secolo: la generazione dei neopositivisti logici, Schlick, Neurath, Carnap, Reichenbach, per citarne alcuni, era una generazione convinta che per conoscere il mondo reale fosse sufficiente esporsi con i cinque sensi alla sua influenza e, purificati da qualsiasi elemento corruttivo di tipo metafisico, delle percezioni sensoriali raggiunte si sarebbe dovuto offrire un resoconto linguistico e logico, una proposizione protocollare, un enunciato atomico. Il loro positivismo, appunto, è di tipo logico, perché l’unica analisi che si poteva fare sulla proposizione atomica era un’analisi logica. Non c’è posto per la morale nella ricerca scientifica. Anzi.

È una generazione che è durata poco: ha ceduto sotto i colpi del falsificazionismo metodologico di Popper, che ha smascherato le profonde contraddizioni logiche implicite nel principio di induzione e nel verificazionismo come metodo.

Ma il dibattito rimane tortuoso, in estricabile, confuso. Si pensi che troviamo presto Popper in discussione con i teorici della Scuola di Francoforte, pronto a difendere tesi che porteranno gli editori del volume che raccoglie i contributi al dibattito ad assegnare ad Adorno e Horkheimer la posizione dialettica, mentre a Popper quella positivista: Dialettica e positivismo in sociologia. Come è strano il mondo: le tesi che Popper aveva sconfitto gli vengono ora riconosciute come sue.

Rispetto alle diverse prese di posizione, ai molteplici punti di vista, alle possibili confusioni che si possono generare negli orientamenti generali di un apparato di ricerca sociale e politica, la nostra cattedra Pavan promuoverà la ricerca dicendosi fin da subito Cattedra per l’Etica Sociale. D’altronde, come si fa a pensare la ricerca storico-sociale fuori dal contesto etico e politico?

Ogni conoscenza della società, per quanto scientifica possa dirsi, è interessante solo quando comporta delle precise implicazioni sociali. È interessante, cioè, quando arriva a conclusioni che denunciano l’errore di una certa azione, oppure rafforza una istituzione, oppure valorizza un’usanza o ne decreta l’inefficacia, oppure fornisce degli argomenti a un partito o a un altro. La ricerca storico-sociale profetizza, smaschera, rafforza. Se non intende occuparsi di problemi futili, ai quali nessuno è interessato, il suo riflesso sociale e politico è inevitabile.

Insomma, le buone ricerche sono sensibili alle questioni cruciali che la società pone loro: come si può chiedere all’etica di eclissarsi rispetto alle ragioni della scienza?

Come diceva Raymond Aron, l’oggettività della ricerca si ottiene con il metodo e con l’equità, non con la neutralità.

E le ricerche e le iniziative finora condotte dalla Fass affrontano questioni davvero cruciali.

Dopo i recenti scandali di Enron e Worldcom, da molte parti si sente l’esigenza di approfondire i problemi della responsabilità sociale nelle azioni economiche e finanziarie. L’Angelicum è stata fra le prime realtà che si sono lanciate nello studio dei rapporti fra Etica e Finanza, creando un luogo di incontro fra intellettuali interessati di diversa provenienza, nel mondo cristiano, e collaborando alla pubblicazione tre anni fa con l’Ufficio Nazionale della CEI per i Problemi Sociali e il Lavoro, di un contributo fondamentale per gli ulteriori sviluppi. E l’ultima, importante iniziativa al riguardo è l’Istituzione di un Master universitario del 1° livello per l’anno venturo, intitolato esplicitamente Management e Responsabilità sociale d’impresa, organizzato in collaborazione con la Lumsa, unica iniziativa del genere nel Centro-Sud d'’talia.

Un altro filone, attualissimo, ormai solido di ricerca sociale riguarda le indagini sulla condizione civile degli immigrati. In particolare, si è completata la prima grande ricerca su Bioetica, diritti umani e multietnicità, indagine riguardante gli immigrati nel sistema sanitario nazionale. Alla ricerca hanno aderito il Progetto Culturale della CEI e l’Istituto Veritatis Splendor di Bologna, e per le edizioni San Paolo sono state pubblicat i primi due volumi delle conclusioni della Ricerca. A questa ricerca se ne collega un’altra, in corso di svolgimento: essa riguarda la condizione civile dei detenuti immigrati nelle carceri italiane. Questa ricerca, sovvenzionata anche da Migrantes e sostenuta dall’Ispettorato Generale dei Cappellani Penitenziari, vuole anch’essa conoscere il mondo dell’immigrazione.

Si potrebbe dire che attorno all’emigrazione è stato già scritto e riflettuto parecchio. Abbiamo ben ricevuto un’educazione alla mondialità, al rapporto con l’altro, che ci ha portato a superare il centrismo antropologico, a conoscere l’altro per rispettarlo e non temerlo, a credere nelle possibilità di sviluppo che una società multietnica può dare a ognuno di noi.

Ora, però, i problemi si spostano di livello: vanno un gradino più su. L’approccio socio-pedagogico deve trovare un completamento necessario. Sollecitate alla multiculturalità sono ormai le grandi istituzioni: gli ospedali, le carceri, le scuole, le caserme. Ne va del contenuto più prezioso della nostra civiltà: la capacità delle istituzioni fondamentali della convivenza civile di ricostruire il proprio equilibrio sociale favorendo l’integrazione, la solidarietà, la compartecipazione o, in termini finalmente cristiani, la fraternità fra i popoli.

Ma tutto questo sforzo di interpretare il sociale, per riportarci alle considerazioni iniziali, è possibile proprio quando si è ben consapevoli della ricchezza del proprio bagaglio intellettuale e sapienziale. Non ci si improvvisa nel campo dell’interpretazione della modernità e dei risvolti etici dei fenomeni storici e sociali. Il riferimento, naturalmente, è alla preziosità dei contributi che l’Ordine Domenicano ha prodotto nel campo del pensiero sociale cristiano. I domenicani della Scuola di Walberberg (Welty e Utz su tutti), Rutten e van Gestel a Lovanio, il premio Nobel per la pace Pire, Chenu, Loew e Lebret, in Italia proprio Raimondo Spiazzi e Reginaldo Iannarone, hanno contribuito, nei diversi campi filosofici, morali, sociologici, economicistici e politologici, a tracciare le direttive lungo le quali oggi noi ricercatori più giovani qui all’Angelicum procediamo all’investigazione della realtà sociale.

Ecco perché la Fass sta conducendo un progetto di ricerca, di tipo storico, sulle dottrine sociali, economiche e politiche di questi grandi nostri predecessori. Indispensabile per procedere sulle “spalle dei giganti”, per usare una felice espressione medievale.

Infine, vorrei anche accennare alla naturale vocazione della nostra Facoltà per la ricerca politologica. D’altronde, è forse proprio questo il terreno che, storicamente, sembra aver sofferto dell’allontanamento forzato dell’etica decretato dal sedicente realismo scientifico contemporaneo. E già, si è detto che per fare politica, vera politica, bisognava guardare in faccia la realtà e, quindi, riconoscervi per forza il carattere violento, coercitivo, della voglia non controllata del potere degli uomini su altri uomini. Per essere realisti, cioè, bisogna evitare di pensare che le cose possono migliorare, che c’è speranza per il futuro di tutti, che le buone intenzioni possono avere il loro ruolo nella politica, che i buoni ideali possono vincere, che la gratuità e il sacrificio sono davvero importanti. In una parola, per essere davvero realisti, secondo questi sedicenti scienziati, si deve evitare l’ottimismo, buono per i creduloni e gli illusi. Ancora più in sintesi, per fare realismo scientifico bisogna essere profondamente e filosoficamente pessimisti.

Bisogna riformulare il pensiero sul potere politico. Questi sedicenti scienziati della politica finiscono per insegnarci che politica è il monopolio della coercizione fisica legittima (i weberiani Almond e Powell), è assegnazione imperativa di valori (Easton), è il confronto fra amico e nemico (Carl Schmitt), è il potere di una classe organizzato per opprimerne un'altra (i teorici del conflitto). E così via.

Proprio per ricomporre il dibattito facendo emergere il presupposto vero che si cela dietro alla condizione politica della natura umana, la Facoltà ha portato avanti una ricerca di tipo teorico sull’élites, basata sul presupposto che il realismo politico procede dalla facile constatazione che nella società esistono dei bisogni, delle sofferenze, dei problemi che non possono essere soccorsi e risolti con un’azione privata, ma domandano invece una risposta pubblica. Questo è realismo politico, che ammette come risorsa della politica la capacità di fare proprie le sofferenze, i disagi, i problemi delle persone vicine, o di quelle lontane. Farsi carico dei problemi degli altri è una capacità umana universale, alimentata da un autentico amore cristiano. Per questo, seppure in forme diverse, l’occuparsi degli altri, versione laica del nostro amare i fratelli, è il tratto costitutivo di tutte le grandi religioni ma, anche, di tutti gli umanismi, di tutte le culture politiche. È questo il presupposto per la “simpatia” e la “benevolenza” di Adam Smith, oppure per la “solidarietà di classe” di Karl Marx.

Ecco perché fra le prossime ricerche pianificate dalla Facoltà, ve ne è una sulla vocazione politica. In pratica, cosa spinge una persona a devolvere il proprio tempo e la propria opera per guidare una comunità alla ricerca del proprio bene? Perché alcuni grandi testimoni della storia hanno consacrato la propria vita, anche attraverso la morte, per una causa politica?

Cosa ci hanno insegnato quei politici, non solo cristiani, che fino in fondo hanno creduto alla loro scelta di donarsi alla comunità politica? Cosa abbiamo imparato da figure quali Gandhi, Martin Luther King, Che Guevara, Guenon, Nasser, Ben Bellah, Mandela, Havel, Bachelet, Ruffilli, ma la serie che potrebbe essere citata è davvero fitta di nomi importanti, e non si capisce perché dovrebbero essere fuori dal computo del realismo politico.pdf

La politica, allora, non è un’impresa come tante altre. A guidare le virtù dell’uomo politico sono una vocazione vera, a volte davvero radicale, a tal punto da chiedere sacrifici importanti, dalla persecuzione, al carcere, fino alla vita stessa. È solo allora un’autentica vocazione politica a proporre per esso un modello vero, credibile, realista.

Ecco, è questa, e solo questa, la realtà che si pone di fronte alla indagine e, forse, se c’è uno scopo ulteriore a questa iniziativa dell’Angelicum, bisognerebbe parlare di un vero e proprio processo di svelamento della realtà sociale, svelare cioè all’uomo contemporaneo che i mille interessi individuali, le molteplici storie di ciascuno, le diversità operanti nella storia, si intrecciano nel disegno comune di una umanità che deve poter riconoscere il disegno di Dio su di essa, che lentamente emerge ad opera anche di tutti coloro che si impegnano in tal senso. E la nostra attività universitaria, di sicuri, sarà all’altezza di questa sua missione. 

 

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