Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences


pdfLa cultura tende non soltanto ad interpretare l’uomo, ma soprattutto a trasformarlo. La missione della Chiesa, invece, è far emergere tutte le caratteristiche proprie dell’uomo che lo distinguono da ogni altro essere vivente. Con questo spirito si è svolto a Roma, dal 30 novembre al 1 dicembre 2001, il IV Forum del Progetto Culturale, promosso dalla CEI, avente titolo: “Il futuro dell’uomo. Un progetto di vita buona: corpo, affetti, lavoro”. Il testo preso in esame da noi è una pubblicazione degli interventi svolti durante questo Forum. Gli interventi sono stati organizzati in quattro sessioni: la riflessione sulla modernità e sull’escatologia; il rapporto tra metafisica, scienza e tecnica riguardo al corpo; le condizioni dell’uomo nel sistema della comunicazione e del mercato globale; l’opportunità di nuove prospettive nel campo della pastorale e della teologia morale. Quindi, si tratta della capacità del futuro dell’uomo e della sua attitudine nel progettare una vita buona, riguardante i tre ambiti importanti della vita: corpo, affetti e lavoro.

Come afferma A. Olivero, l’uomo, da un punto di vista biologico, ha sperimentato le diverse trasformazioni: la vita media sempre più lunga, permette il progresso delle discipline biomediche e numerose innovazioni nel campo della biogenetica; i progressi delle neuroscienze sollevano, invece, gli interrogativi sul rapporto tra corpo e mente. “Tutti desideriamo vivere a lungo, riprende R. Spaeman, ma senza la finitezza della vita terrena tutto sprofonderebbe nella banalità. (...) E’ realmente desiderabile per l’umanità nella sua totalità che gli uomini diventino più anziani? (...) se noi abbiamo una vita media di 75 anni, ciò non è per nulla una malattia?” (p. 44) Di fronte a queste domande L. Alessandrini ricorda che in realtà il futuro dell’uomo è quello di ogni singolo uomo: la morte e la vita eterna. In conseguenza, il cristiano deve leggere il suo futuro dal punto di vista di chi sa di dover morire. Oggi l’uomo vuole cancellare questo fatto dalla propria coscienza. Secondo C. Bissoli, la comunicazione catechistica deve sempre far presente nella mente di un uomo questa sua predestinazione, altrimenti quest’ultimo perde il vero senso della propria vita.

Per L. Chiarinelli, l’uomo è un “imput da raccogliere” perché è “senza casa”. Questa sua espressione vuol dire che l’uomo cammina, può fare un cammino sia da vagabondo, in quanto non conosce la meta, oppure da pelle-grino che cammina nella pros-pettiva escatologica, che lo riempie di speranza. Però nella scelta l’uomo è libero e deve scegliere da solo.

La scienza moderna positivistica, che apre all’uomo nuove opportunità di sviluppo, come suggerisce U. Regina, deve sempre tenere conto della trascendenza di Dio e dei limiti del conoscere umano. L’uomo è limitato e l’avanzamento della tecnica non ha diminuito le sue incertezze. “Ha desiderio di volare e la paura di cadere, il desiderio di vivere e la paura di morire, il desiderio di amare e di essere amati e la paura di tradire e di essere tradito” nota I. Sanna (p. 109). La vita umana è un disegno a quattro mani: le due mani invisibili di Dio e le due mani visibili dell’uomo. Insieme esse disegnano la vita. E’ importante che l’uomo in ogni sviluppo scientifico non dimentichi le mani di Dio, e non si senta troppo indipendente. Il desiderio di perfezione, che spinge l’uomo allo sviluppo, è un segno del suo futuro escatologico dove tutto verrà perfezionato ultimamente da Dio. Il nostro sforzo è solo un anticipo. L’uomo è l’immagine di Dio, ma non è Dio! Immagine che ha in se stessa qualcosa di fragile, di debole, di corruttibile, ma allo stesso tempo ha la sua valenza eterna.

Come afferma R. Fisichella, la prospettiva escatologica da alla vita il senso dell’attesa del proprio sviluppo e della sua pienezza. Il corpo umano fu creato da Dio, e da Dio è stato redento, ciò limita l’uomo e lo costringe a rispettare il proprio corpo. L’uomo da Dio è invitato alla collaborazione nel piano di salvezza, in altre parole, deve cambiare il mondo, ma con il massimo rispetto per il suo Creatore.

Illimitato influsso per lo sviluppo dell’uomo ha la comunicazione, che non solo esprime ma educa, ed in questo senso crea, l’uomo. Il 50% delle famiglie possiede in casa libri, giornali, riviste. Il 30% ha un computer e il 20% il collegamento ad Internet. Il 97% ha una televisione e il 75% di questi apparecchi è usato ogni giorno almeno per due o tre ore. Come nota G. Bettetini, la comunicazione di oggi è ridotta ad un semplice passaggio dell’informazione, anzi-ché essere un dialogo tra individui, che tentano di costruire una rete di reciproci scambi arricchendosi vicendevolmente.

Parlando del futuro del l’uomo, secondo G. Campanini, dobbiamo pensare anche alle future generazioni, ciò richiede da noi uno sviluppo sostenibile e una cultura di responsabilità. Grazie allo sviluppo della scienza e della tecnica l’uomo non solo può sviluppare se stesso, ma riesce anche a ridurre le disuguaglianze sociali, economiche e culturali. La scienza richiede, però, umanizzazione e trascendimento etico. Solo l’amore, la solidarietà e la pace possono garantire un giusto uso della scienza e della tecnica che favoriscono lo sviluppo di tutti gli uomini. Occorre ricostruire il senso del lavoro nella sua dimensione individuale e comu-nitaria. Il lavoro è diritto, dovere, responsabilità, costruzione politica e sociale. Il senso del lavoro è fornito dalla persona che vive nell’ambito di una comunità solidale. Si lavora per gli altri, e non solo a favore di se stesso. Un saggio di F. Marzano sottolinea i diversi odierni cambiamenti nel campo del lavoro che generano la “crisi del soggetto”. Occorre rompere lo stretto legame tra lavoro e tecnologia, perché il lavoro non serva solo a “fare i soldi”, ma soprattutto allo sviluppo dell’uomo, come giustamente affermava Giovanni Paolo II nel Laborem exercens.

V. Di Ciolo pone un’interessante domanda: come mai il pensiero cristiano si manifesta oggi piuttosto debole, nel senso che sembra incidere poco sul comportamento affettivo degli uomini? Secondo lui, uno dei motivi principali si ritrova nel fatto che viene trasmesso in maniera che poteva andare bene nei decenni passati, senza tenere conto dell’incidenza della globalizzazione. Questa non è solo una questione economica, ma anche culturale. In tale senso la Chiesa ha bisogno di una certa nuova inculturazione, adeguando i propri segni, comportamento e modo di parlare a una nuova cultura globalizzata. Altrimenti parlerà solo a se stessa.

Un altro importante problema, che riguarda il futuro dell’uomo è stato posto da A. Fumagalli. Di fronte all’odierna crisi della famiglia con il conseguente problema della denatalità, lui propone un cristiano stile di vita famigliare, come speranza per il futuro. Solo, se il valore della famiglia verrà apprezzato nelle odierne società l’uomo potrà sperare nel suo futuro. Questo problema è parti-colarmente legato al problema dell’educazione. In confronto con la forza dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, né la famiglia, né la scuola, né la parrocchia sono ora in grado di insegnare ai ragazzi certi valori umani, osserva C. Nosiglia. Un “progetto di vita buona” potrebbe essere una proposta di una nuova qualità di educazione, che potrebbe meglio interessare i giovani, perché chi non è interessato a condurre una vita buona? Costruire un progetto di vita, anziché moralizzare, questa è la sfida per la Chiesa di oggi.

In un altro saggio, A. Stagliana, nella prospettiva dello sviluppo della genetica fino alla clonazione dell’uomo, postula un recupero della visione cristiana della corporietà. Il corpo è la manifestazione della persona umana, che è stata creata da Dio e richiede da noi rispetto. Questa affermazione sembra essere valente contributo per le scienze biologiche e genetiche, in quanto queste ultime spesso ignorano il valore del corpo umano.

Il fenomeno della globalizzazione, anche se porta vantaggi economici, non necessariamente rende l’uomo più felice – afferma S. Zamagni. Nei paesi industrializzati si nota un risultato proprio opposto. La globalizzazione, in realtà, minaccia le relazioni tra gli uomini. La mancanza dei beni relazionali, che venivano prodotti dalle relazioni umane: di amore e di solidarietà, impoverisce la gente della loro ricchezza personale e spirituale, quale i beni di consumo non sono capaci di sostituire. Il futuro della felicità dell’uomo sta nella fitta rete delle relazioni interpersonali, sviluppati sulla base della cittadinanza attiva e della responsabilità reciproca. L’uomo è felice solo se ha buoni rapporti con gli altri. Queste, purtroppo, sono da recuperare, nelle società postindustrializzate.

L’ultima parte del libro fornisce diversi suggerimenti morali e pastorali. M. Cozzoli sottolinea il bisogno di etica nei confronti del relativismo di oggi. Il magistero etico della Chiesa è, purtroppo, in maggioranza negativo. L’etica dei divieti finisce con il primato della legge sulla morale. La morale, però, non può essere pensata prima di tutto nella forma della norma. Questa è una proposta che rispetta la libertà dell’uomo. Deve essere spostata da un’etica di terza persona, centrata sulla norma, a un’etica di prima persona centrata sul soggetto agente. Il bene non è dovere, ma il mio fine, quale vantaggio per me stesso, una morale delle beatitudini. Come afferma L. Lorenzetti, la morale cristiana è una morale della felicità, anziché dei doveri, è un progetto di vita buona per tutti. Tutti siamo convocati da Dio a fare una vita buona - conferma L. Melina.
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Concludendo possiamo affermare che un valore particolare del libro sta nella sua mulitidimensionalità. L’uomo viene studiato sotto i diversi aspetti: sociali, culturali, biologici che sono sviluppati in una prospettiva teologica – escato-logica. Il futuro dell’uomo è la morte, e tutti gli studi possono essere autentici se non dimenticano questo fatto. In prospettiva escatologica anche le ricerche genetiche e biologiche rispettano l’uomo ed il suo corpo. La Chiesa e il suo personalismo hanno contribuito notevolmente alla ricerca sull’uomo tanto da renderla più umana e più profonda. Solo una vita morale può garantire all’uomo un futuro felice. Beati coloro che sono capaci di capirlo.

 

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