Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

 

Per la teoria dell’idealismo, l’essere umano, fondamentalmente buono, deve tenere a bada voracità e arroganza degli stati:pdf la contraddizione troverebbe soluzione nella creazione di un’Organizzazione internazionale in grado di tacitare e regolare la prepotenza dei governi. Per la teoria del realismo, solo l’equilibrio tra le forze in campo può scoraggiare dall’uso della violenza stati ed individui, predisposti naturaliter al conflitto. Alla base dell’una e dell’altra teoria l’identificazione dell’interesse sistemico alla situazione di quiete: la pace è bene universalmente utile e opportuno. 

Alla luce di premesse e conclusioni delle due teorie, non si resta sorpresi che il mondo continui ad essere percorso da guerre e violenze: il sistema internazionale né si è dato l’Organizzazione risolutiva identificata dagli idealisti, né ha edificato sulle rovine dell’equilibrio bipolare il nuovo equilibrio di sicurezza. Le istituzioni multilaterali a carattere globale, a cominciare dalle Nazioni Unite, mancano di effettività. Gli affari internazionali sono controllati dalla sola iperpotenza emersa dagli sconvolgimenti post-sovietici, miseria e sottosviluppo continuano ad affliggere larghe parti della Terra, mentre i popoli appaiono incapaci di sedersi al tavolo negoziale per fornire un nuovo assetto globale al sistema internazionale.

In questo duro incipit di secolo ventunesimo, il pianeta conta un numero ridotto di guerre tradizionali1, mentre crescono d’intensità i conflitti armati ad intermittenza o a bassa tensione2, a carattere etnico e nazionalista. Intanto fa nefasto ritorno lo scontro armato di supposta matrice religiosa3, cui fa riferimento anche una delle parti della guerra globale tra terrorismo a radice islamica e ordine internazionale costituito, in corso già da prima dell’undici settembre 20014.

 

La riflessione sulla guerra

Dagli inizi il pensiero umano riflette sul significato della violenza collettiva, in particolare della sua forma estrema, la guerra. La Bibbia scopre il problema della violenza fisica5 già nella famiglia di Adamo, quasi a far toccare con mano l’immediato risultato del Peccato. L’assassinio di Abele da parte di Caino6 è conflitto clanico, affermazione di primogenitura, supremazia del contadino stanziale sul pastore nomade. Caino che ruota nei meandri del mondo con il “segno” indelebile della sua colpa, è seme generatore di ripetuta violenza e distruzione. L’incanto del Giardino, l’armonia dell’Eden, sono infranti per sempre: l’omicidio è diventato parte consustanziale dell’esperienza umana. Lo sciamare attraverso il pianeta dei figli di Caino sarà marcato da sopraffazione, uccisioni, rovina. La Bibbia è anche libro di guerre; è narrazione di brutalità e imposizioni dei forti sui deboli, della resistenza opposta ai violenti dai deboli. Manca però, nel Genesi, la narrazione del passaggio dalla violenza individuale a quella collettiva, pubblica; quasi che la violenza dello stato fosse parte dell’esperienza psichica dell’essere umano e non “altra” da essa. Lo stato è anche il soggetto che fa la pace, oltre che la guerra7. E da allora il binomio guerra pace diventa familiare e mai abbandona la vicenda della specie umana.

La riflessione sulla cosa pubblica, e sulla violenza dello stato, come fatti diversi dalla semplice espressione personale di violenza, appartiene ad epoca successiva.

Eraclito (580 – 480 a.C. circa), in tempi di aggressioni continue e scarso controllo della “comunità internazionale”8 sulla bellicosità dei capi, riconosce alla guerra valore cosmico e funzione dominante nell’economia dell’universo, definendola “madre e regina di tutte le cose”9. Sembra la constatazione di quanto prepotenza e aggressività potessero in un mondo ancora svincolato dalla morsa dei trattati internazionali, consegnato quasi soltanto al rispetto o alla violazione della legge naturale, tanto che in altro frammento il filosofo di Efeso grida come non sempre forza e giustizia coincidano: tra “guerra e giustizia è contrasto”10

Per la protocristianità “bellare semper illicitum est”, talmente distante è la carneficina tra umani dal messaggio evangelico di amore universale.

Sarà Agostino di Ippona a riportare la guerra dentro le categorie della necessità immanente, riconoscendole la possibilità di inserirsi nell’ordine provvidenziale fissato da Dio, e ipotizzando la liceità dell’azione bellica.

Il completamento di quest’impostazione di metodo appartiene a Tommaso d’Aquino, che elabora la dottrina della “guerra giusta”, discriminando tra guerre lecite e illecite.

Nel giusnaturalismo secentesco la questione della guerra trova la massima collocazione all’interno del pensiero di Huig van Groot, in particolare con il fondamentale “De iure pacis ac belli” (1625). E’ da Hugo Grotius e dal suo richiamo al diritto naturale, che molte teorie sulla guerra troveranno alimento. Ampliando la lezione dell’Aquinate, il piglio giuridico di Grotius incasella una per una le “giuste cause” di guerra, ma sopratutto evidenzia come questa non sia che l’ultimo strumento adottabile per trovare risposta a problemi “naturali” irrisolti a causa dell’incapacità all’autoregolazione da parte della società internazionale.

Figlio dello stesso secolo, Hobbes porta all’estremo il raffronto tra società di natura e società costituita, attribuendo alla prima lo stato di guerra permanente, alla seconda la civilizzazione e la “pacificazione” derivate dalle leggi e regole adottate nel percorso di uscita dallo stato di natura.

In materia, il tempo dei lumi tende a far valere la voce critica del cosmopolitismo pacifista, dando, tra l’altro, evidenza a come gli interessi dinastici utilizzino a proprio vantaggio la violenza collettiva. Si esprimeranno a favore della guerra, almeno a certe condizioni, il romanticismo e l’età della restaurazione, anche attraverso grandi voci come Fichte ed Hegel. Quest’ultimo lesse nei risultati dei conflitti il modo di far prevalere il “giudizio di Dio”, attraverso il premio allo “Spirito del mondo”.

Con la società contemporanea, la riflessione sulla guerra compie un salto di categoria, divenendo questione centrale dei rapporti tra gli stati, e transitando nel cuore della “scienza nuova” della politica e delle relazioni internazionali11. Lo stato è divenuto detentore esclusivo della violenza legittima nella sfera degli affari interni. Al tempo stesso l’insieme degli stati assume la titolarità, in regime di monopolio, della violenza collettiva internazionale e delle azioni di guerra che la caratterizzano. Strumento privilegiato dell’esercizio della violenza legittima interna sono le polizie, di quella esterna le forze armate. Gli eserciti si trasformano, con le bandiere e l’inno nazionale, in elemento identificativo degli stati nazione dei secoli XIX e XX.

Con le due esplosioni americane sul Giappone dell’agosto 1945, la guerra e i suoi rischi subiscono un cambio di natura, presentandosi come minaccia di estinzione per la specie umana, mentre ne viene anche mutando la percezione all’interno di molti opinioni pubbliche. 

Gli anni di Guerra fredda (1947-1989) vedono il trionfo del realismo politico e dell’equilibrio globale tra le forze schierate nei due campi opposti. Guerre e guerriglie di liberazione nazionale, l’interminabile lotta palestinese per l’autodeterminazione, rilanciano la “naturalità” del conflitto armato, con il corollario di tre presunte sue qualità: necessità, utilità, moralità. In seguito alle quattro guerre “nuove” del secolo ventesimo - contro la Repubblica spagnola, il nazi-fascismo, il comunismo, le potenze coloniali - le guerre si sono nel frattempo trasformate in accadimenti caricati di ideologia e “moralità”: per motivare e giustificare l’enorme spreco di vite umane che i conflitti armati moderni, a crescente contenuto distruttivo, comportano, governanti e comandanti li presentano come “necessari”, “utili”, “morali”. Se nell’antichità era stato “bello” morire pro patria, adesso è bello morire “per l’idea”. Si muore e distrugge per l’astrazione, visto che gli “interessi” in quanto tali, quelli che nella realtà motivano sempre l’azione dello stato/comando belligerante a qualunque titolo, e delle forze sociali che lo sostengono, o sono inenunciabili, o mostrano scarsa attrazione sulle opinioni pubbliche, ammaestrate dai disastri di due conflitti mondiali e attonite di fronte al rischio nucleare.

La subitanea conclusione del sistema bipolare affida al mercato del potere politico internazionale la creazione di un nuovo equilibrio sistemico, mentre si aprono vuoti di potere che stimolano all’uso della forza rivendicazioni etniche e nazionalistiche. Le guerre balcaniche post jugoslave, quelle africane di fine millennio, si alimentano in quel brodo di frustrazioni e ambizioni. 

Ultima venuta, e siamo al corrente secolo ventunesimo, la violenza collettiva del terrorismo internazionale, che approfitta delle maglie larghe date dall’economia globalizzata e dalle società culturalmente aperte.

La guerra, che sembrava alla consapevolezza dei più relitto naufragato nel mare lontano della storia, e “bestia” comunque domabile nel contesto post bipolare, diventa pane quotidiano delle opinioni pubbliche, si infiltra nel quieto vivere delle popolazioni, tende a dettare abitudini e modi di organizzazione personale e sociale, invade il presente e il futuro dei popoli. Vi è la percezione del rischio che società definitesi del workfare, dedite all’aratro12 (sviluppo economico e sociale), debbano trasformarsi in società del warfare, specializzate nel gladio (militarizzazione delle leggi, espansione del castrum nella società civile, crescita di investimenti in difesa e sicurezza). 

 

La teoria della guerra

Negli studi e indagini di relazioni internazionali, la guerra è fenomeno di osservazione consueta. Il sistema internazionale13, è continuamente influenzato, modificato, trasformato, dalla guerra, strumento specifico dei rapporti tra gli stati, e tra altri soggetti attivi nella comunità delle nazioni. Tanto che è stato affermato come in realtà la scienza delle relazioni internazionali si sia venuta formando proprio al fine di rispondere al problema di come mettere fine alla guerra e creare lo stato di pace.

In questo contesto, la definizione di guerra offerta da un classico, Carl von Clausewitz (1780-1831) è quella di “duello ingrandito”14. Approfondendo il “concetto” dell’azione violenta che oppone stato a stato, schiera a schiera, il nobile prussiano scrive di “un atto di forza per ridurre l’avversario al nostro volere”15. Come in un duello, la guerra è il mezzo violento che tende ad azzerare la capacità dell’avversario di scegliere autonomamente il proprio destino, l’espressione di una forza che è mezzo per ridurre il nemico alla propria volontà. Non vi è animosità né ideologia in questa visione della guerra, né l’avversario è il perfido da annichilire: una volta disarmato, il vinto, posto alla mercé del vincitore, non è in grado di opporre la propria all’altrui volontà. Cade ogni ragione per perpetuare lo stato di belligeranza.

Per il padre della polemologia moderna, la guerra è anche la forma di soluzione offerta a conflitti altrimenti irrisolvibili. Quando la politica non trova mezzi adatti per risolvere l’opposizione radicale delle volontà e degli interessi, affida la soluzione dei problemi alle armi. Ciò significa che la guerra, ogni guerra, non è che un mezzo della politica, e che è “giustificata” solo in quanto abbia la capacità di rapportarsi al raggiungimento di un fine politico. 

Dal primato della politica sulla guerra derivano non poche conseguenze.

Così von Clausewitz, discettando del “fine politico della guerra”, scrive: “La legge radicale, l’intento di disarmare il nemico, di abbatterlo, l’aveva finora come riassorbito in sé... (ma) il fine politico - in quanto motivo determinante della guerra, - sarà la misura, tanto per la meta da raggiungere mediante l’attività bellica, quanto per gli sforzi necessari”. Aggiungendo per ulteriore chiarezza: “Se dunque la meta dell’azione bellica è un equivalente del fine politico, essa in generale s’abbasserà con questo, più esattamente, s’abbasserà tanto più quanto più questo fine apparirà predominante: così si spiega come possano darsi - senza contraddizione interna - guerre di tutti i gradi di importanza e di energia, dalla guerra d’annientamento fino alla semplice ricognizione armata.”16.

Altri, non il prussiano che gli nega ragioni, s’interrogano sul legame tra l’obiettivo di resa/debellatio dell’avversario, connaturato alla guerra, e il principio di moderazione, imposto dall’opportunità politica e dal dovere morale. Indagare sulla praticabilità di detto principio, significa, nel mentre si accettano necessità e liceità della guerra, chiedersi se debbano apporsi limiti al suo dispiegarsi. In molti rispondono che il discorso sui limiti non ha senso, visto che le azioni di guerra sono preordinate all’ottenimento della resa del nemico, a prescindere da quantità e qualità della forza impiegata. Ad maiora non manca chi osserva17 come l’esigenza sia errata negli  stessi presupposti, sopratutto in tempi che mettono a disposizione dei belligeranti una panoplia distruttiva in grado di azzerare sul pianeta Terra18 la stessa vita. 

C’è però chi osserva come, negli stessi termini clausewitziani, una volta profilata la riduzione dell’avversario al proprio volere, il “duello ingrandito” venga ad esaurire le sue ragioni, che l’immissione in campo di ulteriori dosi di forza appaia inutile se non dannosa. 

Inoltre, se annichilimento e conquista del nemico è parte del disegno politico che sta dietro ad ogni guerra, detto disegno politico non può non includere anche ciò che dopo la guerra va fatto del e con il nemico, visto che il sistema internazionale continua a funzionare durante e dopo l’azione bellica. A meno che, con il Leporello del Don Giovanni mozartiano che fa capolino da sotto la tavola, non ci si rassegni a biascicare: “Ah! padron... siam tutti morti...”19

Se l’uso della forza è un dato politico20, esso è tale in quanto tende a stabilire (o ristabilire) un certo equilibrio, un certo ordine nella famiglia degli stati. La gradazione nell’uso della forza è appunto funzione della politicità di questa. Se la guerra è rimedio, cura, per quanto amara, di situazioni non altrimenti risolvibili, essa deve comunque essere graduata in funzione dell’obiettivo politico del dopo. Detto altrimenti, se la guerra è lo stato di natura nel quale il potere dei leader, nella peggiore delle ipotesi per istinto di sopraffazione nella migliore per principio d’ordine, tendono ad accovacciarsi, la pace è l’obiettivo che va ricercato e voluto.

La guerra, in tale contesto, diventa fattore critico di sistema, manifestazione del passaggio da un punto all’altro dell’equilibrio21 dinamico che regge il sistema dei rapporti tra gli stati, effetto delle azioni che stati (o soggetti come movimenti di liberazione, schiere di insorti, gruppi religiosi guerrieri, etc.) insoddisfatti dell’equilibrio vigente realizzano in vista della tutela di propri interessi, insoddisfatti dall’equilibrio/ordine vigente.

E’ ovvio che a difesa dell’ordine dominante si schierino gli attori sistemici che quel certo ordine hanno costituito, o da quel certo ordine traggono vantaggi. Altrettanto ovvio che contro detto ordine si schierino gli attori non soddisfatti, o gli attori esclusi, o gli attori i cui interessi non sono rappresentati adeguatamente dal sistema internazionale così come esso è in una certa fase storica, o coloro che trovano troppo “costoso” operare all’interno dei dati fissati dalla situazione d’equilibrio e ricercano, attraverso la guerra, di mutarne i rapporti di potere consolidati.

I candidati “naturali” a scatenare i conflitti bellici, i protagonisti delle crisi violente e delle rotture armate dell’equilibrio, sono gli attori di sistema che si ritengono fuori dagli interessi protetti dall’equilibrio vigente o puntano alla ricomposizione di equilibri comunque più interessanti per i loro interessi. Il che solo raramente accade per i detentori del potere, per gli attori che reggono il punto d’equilibrio, stati e/o forze che hanno creato l’ordine e lo governano. 

 

Una teoria della guerra per il XXI secolo

I fenomeni sociali vanno affrontati in via concettuale, quindi rapportati alla realtà, ovvero ad un luogo e a un tempo. Per non eccedere in astrazione, è indispensabile storicizzare definizioni e giudizio sui fenomeni sottoposti ad analisi teorica. Un esercizio di questo tipo applicato alla teoria della guerra, comporta l’immediata percezione che la natura feroce22 del conflitto armato, sommata alle attuali capacità tecnologiche, pone ai nostri tempi precisi interrogativi politici sulla possibilità di considerare ancora la guerra strumento attuale di politica internazionale.

In questa direzione va un realista come Hans Morgenthau, e non da oggi: “While at all times the promotion of the national interests of the United States as a power among powers has been the main concern of American foreign policy, in an age that has seen two world wars and has learned how to wage total war with nuclear weapons the preservation of peace has become the prime concern of all nations. (...) around the two concepts of power and peace. These two concepts are central to a discussion of world politics in the final decades of the twentieth century, when an unprecedented accumulation of destructive power gives to the problem of peace an urgency it has never had before”23. L’etologo Konrad Lorenz non è da meno, escludendo, dopo il nucleare, la “funzionalità” della categoria della guerra nella storia dell’uomo24.

Guerra è quella combattuta con la clava nella preistoria, con spada e lancia nell’era del ferro, quella di cui è protagonista la prima polvere da sparo. Guerra è il conflitto contemporaneo che ha sullo sfondo strumenti per la distruzione di massa e missili a testata nucleare multipla. Guerra è quella descritta da Tucidide quando racconta le battaglie del Peloponneso, così come l’Armageddon o Mad (Mutually Assured Destruction) disegnato dai dottor. Stranamore25 degli stati maggiori delle difese statunitense e sovietica negli anni del confronto bipolare. Possono questi conflitti, a livello analitico e teoretico, essere trattati nello stesso modo? I loro effetti politici, umani, ambientali, di civiltà, sono davvero da considerarsi tutti identici a prescindere dall’epoca storica, quindi dalle minori o maggiori capacità di distruzione rese disponibili all’umana specie? Detto in altro modo: può oggi e qui ragionarsi in astratto sulla guerra, come se si stesse ragionando di un qualsiasi confronto armato dei secoli andati?

Il ventesimo secolo ha fatto 110 milioni di morti per guerra, una media di 1 milione 100 mila uccisi ogni anno da violenza collettiva, più di 3.000 per ogni giorno del Novecento. È un tetto assoluto e spaventoso nella storia umana, un lavacro che ha trovato inaugurazione nel secondo decennio del secolo con i nove milioni di vittime della Prima guerra mondiale. 

Di fronte a questi numeri, al massacro continuo dei tremila uccisi quotidiani (che non vede in elenco feriti, mutilati, e distruzioni di altro genere) può avere senso discettare sulla guerra come fattore di relazioni internazionali? Non sarà forse il caso di ridiscutere, nella nostra epoca, il ruolo che la guerra ha rivestito nelle relazioni internazionali?

Tanto più che la proliferazione degli stati, intervenuta nei continenti nuovi attraverso il processo di decolonizzazione e nel vecchio continente con la caduta dell’impero sovietico, ha fatto crescere a dismisura il numero dei paesi indipendenti e sovrani, rendendo obiettivamente più complesso il governo del sistema internazionale, generando di conseguenza più numerose ragioni di conflitto armato a cavallo delle frontiere. Le guerre internazionali in corso nel 2004 vanno verso le 35 unità, confermando l’alta disponibilità a confliggere della comunità degli stati nell’epoca d’instabilità seguita alla fine del bipolare, testimoniata dalle 48 guerre registrate nel 1990, le 28 del 1996, le 31 del 1998. Si pensi che nel 1950, in piena guerra fredda si era a sole 12 guerre guerreggiate.

L’obiezione classica è che, a fronte di “paci ingiuste” ci sarà sempre chi riterrà che la “guerra giusta” possa costituire la soluzione26. Ma quale “giustizia” potrà trovarsi in guerre che  non vengono più dirette contro i leader avversi o le loro truppe, ma puntano direttamente contro la popolazione civile; guerre che sono diventate azioni di terrore sulle popolazioni delle città e delle campagne più che strumento per battere l’avversario schierato in campo! Da sempre i civili soffrono gli effetti dei colpi inferti dal nemico, ma questi sono rimasti, sino agli anni trenta del secolo ventesimo (guerra civile spagnola), fenomeno secondario, annesso inevitabile degli obiettivi intrinsecamente bellici. Dallo scontro ispanico in poi, invece, le vittime civili delle guerre, per la natura delle armi utilizzate e i mutamenti nelle strategie delle operazioni belliche, sono cresciute in modo incommensurabile. Se le guerre d’inizio Novecento facevano vittime tra i civili per il 5% del totale, a fine secolo siamo al 90%27

Si è inoltre smarrita, dagli anni di guerra fredda in poi, la pratica della guerra “cavalleresca”, quella regolata da leggi scritte e non, che ad esempio prevedeva la “dichiarazione ufficiale” prima dello scatenamento delle forze in campo. La questione è meno banale di quanto sembri, perché le guerre non dichiarate consentono ai confliggenti di sfuggire al corpus di regole con potestà giuridica vincolante, fissate dal diritto internazionale sulla base dello jus gentium o diritto naturale. E’ questa una situazione che fa salire notevolmente  il numero delle violazioni ai trattati e alle convenzioni internazionali, mettendo nell’angolo l’azione di soggetti come la Croce rossa internazionale e le stesse agenzie delle Nazioni Unite. I misfatti che la Russia sta commettendo in Cecenia costituiscono un buon esempio di dove si possa spingere l’autonomia degli stati, non contenuta dalle regole sulla guerra fissate dalla comunità internazionale.

Questi ed altri elementi spingono nella nostra epoca opinioni pubbliche e comunità degli stati a porsi la questione non tanto di come utilizzare la guerra nelle relazioni tra gli stati e i popoli, quanto di come evitarla, come cancellarla dall’elenco degli strumenti che la politica utilizza per dare soluzione alle crisi internazionali e stabilire i nuovi equilibri necessitati dai mutamenti di sistema. Nel contesto attuale, la guerra può forse essere riguardato come strumento desueto, i cui danni certi risulterebbero superiori ai benefici incerti, sostituibile, per queste valutazioni, da altro strumento più efficace e meno costoso per l’umano genere. Non si tratta di ragionare in modo astratto e utopico sulla cancellazione dell’uso della violenza dalla storia umana, quanto di interrogarsi sull’accantonamento di questa specifica violenza, la violenza collettiva chiamata guerra.

E’ già accaduto a livello regionale delle relazioni internazionali, che il negoziato istituzionalizzato abbia sostituito la guerra, risultando strumento più efficace e meno dispendioso per la soluzione delle controversie: si guardi all’esperienza dell’Unione europea, Ue, nel mezzo secolo che separa dai suoi inizi. Cos’altro è l’Ue se non un negoziato permanente che ha sostituito alla pratica bellica di millenni di guerre intestine europee, il negoziato istituzionalizzato e organi comuni di governo delle crisi?28

Guardarsi intorno e constatare che della guerra sembra non riusciamo a fare a meno neppure nel nostro secolo, apertosi tra decine di conflitti armati a livello locale e il grande scontro globale che va sotto il nome di “guerra al terrorismo”, non significa dare ragione a chi rifiuta il metodo del negoziato, che al contrario continua a trovare adesioni crescenti29. Perché le guerre contemporanee non stanno mostrando capacità di soluzioni: le crisi che le hanno generate restano aperte, e richiamano nuovi conflitti, nuove morti e distruzioni. Così in Kosovo, in Iraq, in Cecenia; così in Palestina e Israele; così nel combattimento di tutti contro tutti generato dal terrorismo di matrice islamica.

La risposta alle crisi è probabilmente affare più complesso della sola risposta militare, richiedendo capacità di intervento che utilizzino anche la vasta gamma delle soluzioni politiche, culturali, economiche, messe a disposizioni dalla storia delle relazioni internazionali.

Occorre, probabilmente, riprendere alcune delle lezioni che ci vengono dai classici, ad esempio rispetto all’opportunità di dare soluzione definitiva all’anarchia in cui versa il sistema internazionale, al bisogno che questo sia regolato da legge e ordine.

E’ certo che minore sarà l’anarchia sistemica, maggiori saranno le opportunità per limitare la guerra e organizzare la pace. Chi vieta che il concetto di sicurezza, oggi interpretato sopratutto in chiave di capacità a difesa e offesa dei singoli stati sovrani o di loro ristrette alleanze, non possa transitare nella sfera collettiva, dove sicurezza significhi attribuzione sistemica dei compiti di repressione o prevenzione della violenza ingiusta, di contenimento della sopraffazione del violento sul più debole? Non è questo ciò che già accade nel foro interno, quanto la polizia reprime il crimine, e un giudice, applica i principi di law and order?

 

Il modello di interdipendenza cooperativa 

Nella ricerca di sicurezza gli stati e la comunità internazionale utilizzano quattro strumenti: il bilanciamento dei poteri, la diplomazia, il diritto internazionale, la guerra.

Nel contesto politico e giuridico qui proposto, l’amministrazione della violenza collettiva o guerra resterebbe modalità residuale per lo stabilimento/ristabilimento dell’ordine, rispetto alle altre tre modalità di regolamento di conflitti.

Condizione imprescindibile per un modello siffatto, è che tenda ad essere istituzionalizzato il concetto di interdipendenza tra gli stati, ovvero che si avviino strumentazioni effettive di interdipendenza cooperativa sistemica nella comunità internazionale. L’interdipendenza economica, politica e di sicurezza, verrebbe ad accrescere le ragioni della pace.

Si tratterebbe di dare corso alla convinzione che il primato della politica, affermato da Clausewitz e apparentemente di universale consenso, debba essere accresciuto, alla luce delle lezioni della storia contemporanea, di un limite e di un qualificativo. Il limite è dato dagli effetti potenziali della forza, in specie sotto il profilo della capacità di distruzione di massa. Il qualificativo dalla necessità che il principio della politica divenga principio della politica legittima e condivisa (quindi non imposta da potenza esterna alla sovranità statuale). 

Della capacità distruttiva della forza nell’epoca contemporanea si è detto. Merita ulteriore approfondimento la questione riguardante le modalità per l’esercizio del power

Si parta dalla seguente considerazione: “Gli stati restano fortemente attaccati al concetto di sovranità e indipendenza. In questo si comportano non diversamente, si passi il paragone, dalla famiglia patriarcale storica dove il potere paterno imperava senza tema di smentite, attendendo di essere spazzato via dalle innovazioni del pensiero e del costume del secolo ventesimo. Dove porterà gli stati questa convinzione pervicace sulla virtù del proprio incontrollato potere, nonostante tutti i disastri mostrati dall’anarchia internazionale?”30. Ciò detto, difficile sostenere la tesi che all’anarchia si possa rispondere imponendo ordine, perché l’imposizione genera resistenza e quindi nuovo disordine. Occorre, al contrario, creare le condizioni perché le modalità di superamento dell’anarchia, quindi della cessione di quote di singole sovranità all’autorità comune, siano condivise e ritenute convenienti dagli stati sovrani.

Solo la libera condivisione può attribuire legittimità ed effettuabilità al modello d’interdipendenza cooperativa. Inoltre un modello siffatto, se si vuole che non resti sospeso nel campionario dei buoni sentimenti ma diventi proposta di effettiva organizzazione politica, ha bisogno della paternità di una o più potenze garanti, sufficientemente forti da assumersi la responsabilità del suo funzionamento, anche attraverso l’uso della forza legittima e condivisa. E’ per questo che ogni esercizio imperiale del potere rende inapplicabile il modello, mentre al suo sviluppo risulta indispensabile l’esercizio dell’egemonia31, senza il cui enforcement il modello non potrebbe essere costituito né esercitato.

Si può obiettare che il modello dell’interdipendenza cooperativa sia stato già proposto al tavolo delle trattative successive alla Prima guerra mondiale dal presidente statunitense Woodrow Wilson, campione della teoria liberale, e che sia naufragato miseramente nella crisi della League of Nations, della guerra di Spagna, dei totalitarismi nazi-fascisti e comunisti. Resta da capire cosa avrebbe potuto essere quel sistema se, contrariamente a quanto accadde, il Senato di Washington avesse ratificato l’impegno assunto dal presidente. A parte quest’interrogativo, è certo che per la prima volta nella storia umana si ebbe al tavolo di Versailles il tentativo di far transitare la  questione della pace e della guerra dal piano individualistico o morale o del singolo stato, al piano delle relazioni internazionali e dei rapporti tra stati. Così come per la prima volta si ricercò un modello scientifico, codificato, che dotasse il mondo di un riferimento per azioni in favore della pace e contro la guerra.

E comunque il modello del “l’interdipendenza cooperativa”, non intende recuperare quella lezione, il cui bilancio è negativo, ma piuttosto, come accennato, portare alle conseguenze estreme l’esperienza del regionalismo cooperativo, la cui pratica risulta di forte interesse rispetto alla soluzione pacifica delle controversie, visto che tiene conto, facendo tesoro della lezione del realismo, degli interessi degli stati a cominciare dal loro spasmodico bisogno di sicurezza, dalla loro necessità di porsi in equilibrio rispetto agli altri stati concorrenti. In questo si è in compagnia del neo-realismo di Waltz, che pur non potendo tenere conto32 della lezione dell’Unione europea, evidenzia come l’anarchia del sistema internazionale possa essere curata solo attribuendo autorità internazionale a un soggetto esterno alle singole sovranità degli stati. 

Il limite della teoria realista, ma anche della teoria liberale, sta nell’incapacità a distinguere tra natura dello stato (degli stati) e della società internazionale. Il sistema internazionale non è semplice giustapposizione, sommatoria degli interessi nazionali, confronto-scontro tra questi, ma soggettività sistemica autonoma, proprio come un tutto non è soltanto la sommatoria delle parti. L’interdipendenza cooperativa fonda le sue ragioni sul riconoscimento dell’autonoma specificità del sistema internazionale, basato non soltanto sugli stati ma su altri rapporti espressi dal consorzio dell’umana natura, irriducibile alla sola soggettività statuale. Si pensi alla soggettività delle Ong, delle religioni, dei fattori culturali. Si pensi alla soggettività di tutti gli attori non riconducibili a specificità statali, come le comunità nazionali non riconosciute in stato, gli apolidi, e così via.

Agostino e Niebuhr affermano che la guerra nasce nell’uomo. Richard Cobden33 e Wilson attribuiscono responsabilità al potere autocratico, come Marx a quello  plutocratico. Rousseau, e altri dopo di lui, mettono alla radice della guerra la mancanza di governo nella comunità degli stati, la situazione di anarchia del sistema internazionale. L’interdipendenza cooperativa, il modello di governo condiviso e democratico può ridurre il tasso di anarchia sino ad azzerarlo, contribuendo a rendere la guerra fattore obsoleto di relazioni internazionali.

In attesa che ciò accada, valgano le parole del Concilio: “La guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa.  ... Ma una cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni.34

 

Note

1 Per guerra (gr. πόλεμος, lat. Bellum, ted. Krieg, ingl. War) tradizionale s’intende il conflitto armato combattuto tra stati sovrani, per lo più in base a regole e comportamenti pubblicistici propri degli stati. Una forma spuria di guerra tradizionale è la guerra civile, che avviene tra fazioni interne a uno stesso stato.

2 Si includono in quest’espressione i conflitti che non comportino lo schema classico di confronto armato tra stati, quali insurrezioni guidate da fronti di liberazione nazionali, rivolte contro l’ordine costituito guidate da capi religiosi, etnici, clanici etc. Sono fenomeni di violenza collettiva e organizzata che non assumono le dimensioni politiche e giuridiche proprie della guerra, pur documentando effetti in termini di violazione di diritti dell’uomo e di distruzione talvolta superiori alla guerra classica.

3 Una delle cause ricorrenti dei conflitti sta nell’affermazione della diversità rispetto all’avversario; una delle diversità più frequentemente richiamate dai soggetti collettivi che si confrontano in conflitto è quella religiosa. Il che non autorizza all’uso dell’espressione “guerra religiosa”, dato che di religioso in conflitti di questa fatta non c’è proprio nulla, anche quando nei proclami di chi guida le azioni belliche corre il richiamo al “Libro”. Almeno da Cristo in poi sulla separazione tra la sfera di Cesare e quella di Dio non dovrebbero esservi esitazioni. Gesù non è Messia guerriero e politico, è liberatore dello spirito, ordina di rinfoderare la spada a chi lo difende nel Getsèmani (Matteo, 26, 51-52), separa nettamente il “regno del mondo” dal “regno di Dio”.

4 Restano in pochi a dubitare che da parte di settori islamici sia in atto, da circa un decennio, l’organizzazione e il fomento, attraverso il sostegno ideale e finanziario, di atti di guerra contro l’ordine internazionale seguito alla fine del sistema bipolare, garantito dagli Stati Uniti d’America. Dette azioni hanno espresso l’acme con gli avvenimenti dell’11.09.2001, e sviluppi ulteriori attraverso attentati come quelli di Istanbul nel novembre 2003 e Madrid nel marzo 2004. La difficoltà degli alleati a catturare il vertice di Al Qaeda, lo scadimento dei rapporti tra governo israeliano e Autorità palestinese, le difficoltà della coalizione d’occupazione nella gestione dell’Iraq post Saddam, contribuiscono a peggiorare la capacità della comunità internazionale a ricercare, anche attraverso le Nazioni Unite, risposta adeguata alla minaccia.

5 Vi era stata violenza (e che violenza!) anche nell’azione del serpente, ma aveva avuto natura meramente psichica. E’ una violenza che non riguarda l’analisi qui condotta, vincolata al riferimento esclusivo alla violenza collettiva che si esprime attraverso l’uso di armi. Per questo non si terrà conto delle cosiddette  guerre “economiche”, “culturali”, etc.

6 Gen. 4, 8-15.

7 Un trattato di pace in testo cuneiforme, ritrovato ad Ebla, è datato 2300 a.C. Il primo trattato di pace scritto di cui si abbia testimonianza, si riferisce a un conflitto del 1285 a.C.: si combatte la battaglia di Qadesh, tra ittiti ed egizi, ed è la fine d’innumerevoli anni di guerre tra le parti. Verso il 1280 a.C. si firma il più antico trattato di pace di cui resti traccia: alla base ci sono relazioni diplomatiche, scambi di delegati e missive, ecc., con tavolette in accadico reperite a Amarna e Ugarit.

8 L’espressione identifica l’insieme delle azioni degli stati e degli altri soggetti di relazioni internazionali, fuori da quelle inerenti la loro attività interna. La comunità, o sistema, internazionale diventa fatto sempre più attivo e complesso, via via che si sviluppano ruolo e funzioni degli stati sovrani moderni, ma non può escludersi l’operatività del concetto già in epoca arcaica, vista la lunga serie di trattati e accordi “internazionali” documentati presso le popolazioni antiche.

9 In Abbagnano N., Dizionario di Filosofia, Utet, 1971, p. 446, che richiama ai Frammenti 53, Diels.

10 Abbagnano, ib. Fr. 80, Diels.

11 Non è che la filosofia abbia smesso di riflettere sul corso della cosa pubblica. E’ che il Novecento elabora forme “scientifiche” di approccio alla complessa attività umana della “politica”. A livello interno questa nuova scienza adotta il nome di politologia. A livello esterno il nome di Relazioni internazionali o International Politics. La prima cattedra di Relazioni Internazionali della quale si abbia notizia viene aperta nel 1919 a Aberystwyth, University College del Galles, grazie all’iniziativa dello statunitense A. Carnegie. Le lezioni sono tenute da A. Zimmern, studioso di storia greca antica, che avrebbe poi prestato la sua opera nella nascente Società delle Nazioni. La guerra è talmente questione centrale della nuova scienza, che le Relazioni internazionali sono state anche definite Scienza della pace e della guerra.

12 E’ un processo contrario a quello descritto nel Libro: “Con le loro spade costruiranno aratri e falci con le loro lance; nessun popolo prenderà più le armi contro un altro popolo, né si eserciteranno più per  la guerra” (Is 2, 4). Nell’antichità classica, la figura retorica dell’aratro e del gladio, descrivevano l’opzione politica posta alla base del processo di fusione: in società fondamentalmente agricole, dalla colata si batteva in epoca di pace il ferro per l’aratro, in epoca di guerra il ferro per spade e lance in difesa della propria terra o per la conquista di terra altrui. In termini moderni, potremmo dire che, a seconda che i tempi siano di pace o di guerra, il bilancio pubblico destinerà più o meno risorse alla difesa/sicurezza. C’è dell’altro: quando una società civile si trova confrontata ai rischi di guerra, tende a mutare comportamenti e cultura, leggi, regole di comportamento. Cambia, ad esempio, la percezione dello “straniero”. Un esempio: quando, nel corso del conflitto mondiale, gli Usa combattono le tre nazioni nazi-fasciste, procedono ad arresti selettivi nei confronti di statunitensi di origini giapponese, tedesca, italiana, arrivando ad internarli in appositi campi di concentramento.

13 Può qui essere definito come il complesso dei rapporti interstatuali, e non solo, che stabilisce relazioni di dipendenza reciproca tra gli stati e gli altri soggetti di azione internazionale, ai fini della sopravvivenza della specie umana.

14 von Clausewitz C., Pensieri sulla guerra, Sansoni, 1943, p. 5.

15 von Clausewitz, ib. p. 5.

16  von Clausewitz, ib. p. 16.

17 Ad esempio Michael Walzer, discutendo la difficoltà, se non l’impossibilità di verificare se e quando azioni di guerra siano “superflue” e “inutilmente dannose”, ovvero quanta utilità e/o proporzionalità sia verificabile, afferma: “Ogni storia militare è una storia di violenza e distruzione al di fuori di qualsiasi riferimento alle necessità del combattimento: massacri su entrambi i fronti, battaglie mal pianificate e dispendiose che sono poco meno che massacri.” Walzer M., Guerre giuste e ingiuste, Liguori, 1990, p. 177.

18 Scrive Luigi Bonanate, a conclusione di La Guerra, Laterza, 1998, p. 131: “... da pochissimi anni il mondo sembra diventato tutt’uno; ogni terra è stato e ha rapporti con quasi ogni altro sul pianeta; prima ancora, aveva iniziato a prendere piede e a svilupparsi una cultura diffusa della pace, indotta inizialmente dal timore della guerra nucleare, e poi trasformata in precoci elementi di una vera e propria opinione pubblica internazionale pacifica, che ha ormai dato mille prove della sua consistenza, sia negli studi sia nella vita politica e sociale. Nulla di simile si era mai visto prima nella storia”. E comunque il rifiuto della guerra come strumento “errato” di soluzione al confliggere delle volontà collettive, non appartiene soltanto ai nostri tempi. Grotius, affrontando la difficoltà intrinseca al belligerante di rispettare le leggi di guerra e “proporzionare” crudeltà e distruzioni, scrive: “Antigonus senex irrisit hominem qui sibi urbes alienas oppugnanti commentarium de iustitia adferebat. Et Marius negabat prae armorum strepitu leges a se posse exaudiri. Ipse ille oris tam verecundi Pompeius, ausus est dicere : Armatus leges ut cogitem? In Christianis scriptoribus plurima eius sensus occurrunt ; pro multis unum Tertullianipdf sufficiat. Dolus, asperitas, iniustitia, propria negotia praeliorum”. De Iure Belli ac Pacis,, in Grotius H., I fondamenti del diritto, Editoriale scientifica, pp. 368-369. E Michel de Montaigne (1553-1592): “Quanto alla guerra, che è la più grande e pomposa delle azioni umane, mi piacerebbe sapere se vogliamo servircene come prova di qualche nostra prerogativa o, al contrario, come testimonianza della nostra debolezza e imperfezione; poiché invero sembra che la scienza di distruggerci e ucciderci a vicenda, di rovinare e perdere la nostra stessa specie, non abbia molto di che farsi desiderare dalle bestie che non la posseggono” (Saggi, Adelphi, 1992, II, XII, p. 614).

19 Da Ponte L., Don Giovanni, Ricordi, 1980, p. 90.

20 In alternativa è un dato esclusivamente criminale e come tale va perseguito dai tribunali, a cominciare dal Tribunale penale internazionale.

21 Il concetto di equilibrio viene ripreso dalla scienza economica e, proprio come in economia, risulta sempre instabile e dinamico. “The concept of ‘equilibrium’ as a synonym for ‘balance’ is commonly employed in many sciences – physics, biology, economics, sociology, and political science. It signifies stability within a system composed of a number of autonomous forces. Whenever the equilibrium is disturbed either by an outside force or by a change in one or the other elements composing the system, the system shows a tendency to re-establish either the original or a new equilibrium”. Morgenthau Hans J., Politics among Nations, Alfred A. Knopf, Inc., ed. 1985, pp. 187-188.

22  “... è la violenza l’elemento di scandalo della guerra; è nella violenza che l’uomo si riconosce, ma è anche in rapporto a essa che egli sente quanto sia necessario cambiar indole”. Cardini F., Quella antica festa crudele, Arnoldo Mondadori, 1997, p. 441.

23 Morgenthau H. J., cit. p. 27

24 “Konrad Lorenz ha visto nelle armi nucleari una discriminazione assoluta rispetto alla funzionalità della guerra come forma di rapporto umano: quindi un fattore destabilizzante che ha radicalmente modificato il fenomeno guerra rendendolo non più funzionale (e quindi privo di eticità) nel mondo nel quale attualmente viviamo”. Cardini F., cit., p. 441.

25 Nel film di Stanley Kubrick, Dr. Strangelove or How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb, 1964.

26 “E’ noto a tutti che esiste una teoria teologico-giuridica della ‘guerra giusta’: ciò ha scandalizzato e ha fatto discutere. Per sciogliere i malintesi relativi a essa (o, se si vuole, per scandalizzare fino in fondo), si deve ricordare che essa non potrebbe stare in piedi se non partisse dal presupposto che la pace non è giusta in quanto tale, che essa deve a sua volta rassegnarsi a esser considerata un valore relativo, e che insomma esiste anche una dimensione di ‘pace ingiusta’ “. Cardini F., cit. p. 5.

27 Fonte, United Nations Development Program, Undp, 1998.

28 “Se è vero che il modello di cooperazione economica a carattere regionale non dispone di strumenti diretti di difesa e di sicurezza, esso però innesca moduli tali di cooperazione intergovernativa esplicitamente o implicitamente politica, che finisce per contribuire abbastanza distintamente alla conformazione di un ambiente cooperativo a carattere globale, evidentemente inclusivo degli aspetti di sicurezza. ... Il caso più autorevole, attraverso il quale esaminare la relazione tra regionalismo economico e sicurezza, resta l’Unione europea. ...  E’ certo che benché gli stati rimangano la pietra angolare del sistema internazionale, benché senza gli stati nessuna soluzione durevole ed efficace sia possibile reperire per i problemi dello sviluppo economico e dell’equilibrio di sicurezza, occorra con più convinzione esplorare come gli strumenti del regionalismo e dell’universalismo possano dare un contributo efficace al raggiungimento degli obiettivi dello sviluppo economico e della pace”. Troiani L., Regionalismi economici e sicurezza, F. Angeli, 2000, rispettivamente pp. 165, 167, 181-182

29 Già Giovanni XXIII notava: “Si diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece attraverso il negoziato”, Pacem in Terris, 126.

30 Troiani L., cit., pp. 179-180.

31 Spiega bene Michael Walzer: “L’egemonia è qualcosa di differente dall’impero... la nozione di impero comporta l’esistenza di strutture di controllo e dominio, di continuità ... L’egemonia implica che qualcuno deve rendere conto al gruppo sul quale esercita la propria egemonia, ovvero implica una sorta di equilibrio basato sul fatto che il più forte accetti di compiere dei sacrifici di natura collettiva. Questa è una definizione di supremazia che non implica dominio, una definizione di leadership che non è imperialismo.” Walzer M., La libertà e i suoi nemici, Laterza, 2003, citato in Corriere della Sera, 4 ottobre 2003. Walzer deduce da dette premesse che gli Stati Uniti possono essere un potere egemonico, non un potere imperiale.

32 Waltz K. N., Man, The State and War, a Theoretical Analysis, Columbia Un. Press, 1959. La Comunità economica europea è fondata nel 1957.

33 Uomo politico inglese (1804-1865), liberista, contrario ai dazi doganali sulle importazioni del grano.

34 Costituzione “Gaudium et Spes”, 79, I documenti del Concilio Vaticano II, Edizioni Paoline, 1983, p. 272 

 

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