Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

Il libro di Peter L. Berger presenta una vasta riflessione sul fenomeno del comico. Si tratta di una riflessione, come ci tiene a pdfsottolineare lo stesso autore, il quale è noto soprattutto per il suoi rilevanti studi sulla sociologia della religione. Egli riconosce che la sua opera non rientra nell’ambito di una specifica disciplina ed è piuttosto filosofica nel suo scopo, nonostante che gli argomenti sono presi dai vari campi, come la sociologia o la critica letteraria. Dietro l’apparente simpatia che suscita il titolo della sua ricerca, il lavoro di Berger è in realtà assai approfondito e richiede nel lettore una buona dimestichezza di alcuni argomenti filosofici e sociologici.

La tesi principale del libro è così formulata (la numerazione è eseguita dall’estensore di questa recensione):

(1)L’umorismo è una costante antropologica ed è (2) storicamente relativo (…) (3) c’è qualcosa che si pensa che il senso umoristico debba percepire: è, esattamente, il comico (…) il comico viene esperito come qualcosa di incongruo. (4) Esso poi evoca un mondo distinto, diverso da quello della realtà ordinaria, e che opera secondo regole differenti (…) (5) infine (il comico) è una promessa di redenzione. La fede religiosa è l’intuizione che la promessa sarà mantenuta. (p. 9)


È opportuno cominciare dal secondo punto. È un dato che in ogni cultura conosciuta si osserva il fenomeno del comico. Se l’esperienza comica è universale, le sue manifestazioni variano nel tempo e nello spazio. Una barzelletta europea può non far ridere un giapponese, così come una storiella divertente presa da un classico latino potrebbe lasciare indifferente un italiano di oggi.

Per conoscere come cambia la dimensione comica socialmente e storicamente, Berger produce una interessante analogia con il campo di studi di sociologia delle religioni (a lui più noto). Berger prova ad adattare l’idea di Thomas Luckmann sulla distinzione tra religione istituzionalmente diffusa e istituzionalmente specifica alla questione della comicità. In molti casi, la religione non è specificata e confinata istituzionalmente, ma è presente nelle istituzioni sociali: in quelle famigliari, politiche, economiche. Da qui la famosa conclusione di Luckmann secondo la quale la crisi oppure la sparizione delle istituzioni religiose non significano automaticamente la sparizione della religione. Per via analogica, nel tempo e nello spazio nascono e muoiono le istituzioni e le forme del comico, ma il fenomeno stesso si conserva nella sua compresenza con i significati culturali più profondi.

Questo risultato sembra evidente e ci aiuta a riflettere sul primo punto della sua tesi. La dimensione comica, nella sua manifestazione universale, è una costante antropologica, è caratteristica della condizione umana in quanto tale, si potrebbe dire che è un tratto distintivo della natura dell’uomo1. In questo senso, il comico è un fenomeno “eterno”, cioè nato con l’uomo stesso e cesserà esistere insieme con la fine dell’uomo; non è riconducibile ad una situazione storica, sociale, al di là di ogni relativismo culturale. Berger rafforza la sua proposizione dicendo che l’umorismo è una manifestazione della facoltà cognitiva o intellettiva dell’uomo. Cioè, il comico è “un tipo di percezione, di un genere esclusivamente umano” (p. 38). Ma dire ciò significa affermare che la comicità non si trova solo all’interno del soggetto, ma ha uno statuto oggettivo. Berger si serve di una utile distinzione tra le proprietà di certe realtà umane e la facoltà di percepire quelle proprietà. Dunque, la facoltà di percepire il comico non si identifica con la realtà stessa della comicità, il comico è qualcosa di oggettivamente esterno e non solo un’esperienza soggettiva condizionata dalla relatività delle circostanze storiche e sociologiche, non si confonde con le sue basi (soggettive) fisiologiche, le funzioni socio-psicologiche, con i suoi contenuti e le forme. In questo, siamo già entrati nel terzo punto della tesi. Penso che possiamo concordare con il procedimento fatto dall’autore fino ad ora, basta pensare alle opere comiche, ironiche, satiriche nelle quali la comicità si presenta come uno smascheramento, come uno sguardo più profondo sulla natura delle cose; dunque, è senza dubbio una manifestazione di intelligenza, di una visione, di una percezione. Ma di che tipo di percezione stiamo parlando? Berger riprende la validità del concetto di incongruità, tipico della cultura letteraria della fine del XVIII secolo. Il riso è la risposta alla percezione di qualcosa di incongruo2. In ogni barzelletta l’elemento divertente può essere ridotto in una incongruità: tra desiderio e capacità, sforzo e risultato, ordine e disordine, in breve, qualcosa contraddittorio, capovolgimento della realtà quotidiana. Henri Bergson, citato dall’autore, precisa che l’incongruo del comico è quello che esiste fra mente e corpo, o tra organismo vivente e mondo materiale. Questa incongruità può essere individuata pure in un altro livello: quella fra perfezione e imperfezione, finito ed infinito, eterno e temporale. Ovvero, ricordando le parole di Pascal, l’uomo è metà strada fra il nulla e l’infinito. In questo modo il comico può essere percepito non più come una raccolta delle barzellette banali, ma come una incongruità antropologica (Bergson) e ontologica, cosmica addirittura (Pascal).

Il comico dunque stravolge il mondo della vita quotidiana, il mondo vitale, consentendo all’attore sociale coinvolto il trasferimento percettivo verso una realtà “altra”. Il passaggio teorico, ovviamente, è alla fenomenologia di Alfred Schütz. Schütz, studiando ciò che l’essere umano sperimenta come la realtà, distingue fra la realtà della vita ordinaria, quotidiana, definita “realtà dominante”, e quelle enclavi, presenti all’interno di tale realtà, da lui denominate “sfere limitate di significato”. In questo inquadramento il comico sarebbe una delle sfere limitate di significato, accanto alle altre sfere come il sogno, l’intensiva esperienza estetica, religiosa, sessuale, ecc. Le proprietà generali di queste sfere sono il carattere effimero, la relativizzazione del tempo e dello spazio, del rapporto con se stesso, con gli altri, con il mondo materiale. Si distaccano dunque dalla realtà quotidiana, minacciandola. Ma la realtà dominante è tale proprio perché riesce subito a riproiettare all’interno di sé la persona, immersa per qualche tempo in una di queste sub-realtà, presentandosi come quella reale e seria, mentre le altre sono mostrati come una specie di illusione – sogno, scherzo, estasi estetico. Tuttavia alcune manifestazioni ed esperienze del comico sono tanto potenti che riescano creare un intero contro-mondo, un mondo dove tutto si fa “al contrario”, certo, per un breve periodo del tempo – si pensa ai carnevali, versioni moderni della Follia Medievale. Quando il comico diventa un contro-mondo, da punto di vista “serio” della realtà quotidiana viene valutato come una “pazzia”. A questo punto già abbiamo considerato il quarto punto della tesi e possiamo passare al quinto, che tratta l’intimità fra il comico e il religioso. L’autore elabora con audacia il proprio pensiero quando afferma che: “infine (il comico) è una promessa di redenzione. La fede religiosa è l’intuizione che la promessa sarà mantenuta”.

Berger continua nell’analogia fra religioso e comico. Entrambe sono delle sub-realtà, rispetto alla realtà quotidiana e hanno caratteristiche comuni. Per esempio, l’esperienza comica è un’esperienza liberatrice, indolore, priva di sofferenza; in genere ci aiuta per un attimo sfuggire alle condizioni penosi di questo mondo. Ma questi aspetti sono presenti pure nell’ottica religiosa: la promessa di redenzione religiosa rimanda sempre a un mondo liberato dalla sofferenza. Almeno alcune manifestazioni del comico fanno pensare che quest’altra realtà abbia virtù redentrici non temporanee, e rimandano invece a significati affini a quello religioso. L’incongruità della quale si costituisce la dimensione comica è tipica anche dell’esperienza religiosa – Berger ha soprattutto in mente l’orizzonte ebraico-cristiano. San Paolo dice che la saggezza cristiana è la stoltezza per i pagani e crede in Gesù umiliato negli occhi di tutti come in Christus Victor della mattinata di Pasqua. Un credente vive la sua fede come un contro-mondo e per lui quel mondo è più reale di “questo” mondo.

È possibile dunque vivere l’umorismo nella prospettiva laica e nella prospettiva religiosa, ma il passaggio dall’una all’altra richiede un atto di fede3 che è una sorta di salto. In assenza della fede la follia sacra diventa un destino tragico, una vera follia, mentre all’interno della fede acquisisce un altro valore. Berger lascia da parte il perché di questo salto, e sottolinea che una volta fatto questo salto, si verifica un rovesciamento epistemologico, una percezione del mondo del tutto diversa da quella ordinaria. Grazie a questo rovesciamento la comicità assume i nuovi significati. Ciò che era un’illusione (del comico) può essere letto come segnale, come “promessa” di un altro modo infinitamente più reale di questo mondo. Berger cita un noto teologo protestante americano, uno dei pochi che hanno scritto sulla comicità, Reinhold Niebuhr:


Il riso (l’umorismo) è la reazione alle incongruità immediate e a quelle che non ci colpiscano in maniera decisiva. La fede è l’unica possibile reazione alle incongruità essenziali dell’esistenza che costituiscano una minaccia al significato intimo della vita… La fede è il trionfo finale sull’incongruo…


Recepito nella fede, il comico diventa una grande consolazione e un testimone della redenzione a venire.

L’atto di fede quindi è un fattore cruciale per Berger nel collegamento del comico con il religioso. Senza la fede, come ha la piena consapevolezza l’autore, tutto ciò che era detto sopra, non è niente altro che una falsa coscienza, un’illusione. Comepdf la religione stessa: all’interno dei parametri delle scienze empiriche dell’uomo venne validamente percepita come la proiezione delle realtà umane (nelle versioni di Marx, Freud, Nietzsche). Ma per un credente l’uomo è il proiettore perché in sostanza è lui stesso ad essere proiettato. Le discipline empiriche cercano le proiezioni materiali nello spirituale, mentre un teologo, viceversa, cercherà gli indizi spirituali nel materiale. L’angolo della prospettiva è dato dall’assenza o presenza di fede e quella non è provabile. Ed entrambe prospettive sono legittime. L’uomo, per parte sua, può solo scegliere di credere o non, giacché la questione non può trovare soluzione dal punto di vista razionale e cognitivo.

 


Note
1 Anche se Berger come un buon sociologo non impegna il termine di “natura”.
2 Che non è proporzionato né conveniente, incoerente, manca di coerenza logica, di collegamenti logici, contraddittorio. Vedi in Miro Dogliotti e Luigi Rosiello (a cura di), Vocabolario della lingua italiana, lo Zingarelli, Milano.
3 Corsivo fatto da me.

 

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