Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

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La Camera di commercio internazionale, Cci, icona storica degli affari economici internazionali, con sede a Parigi, ha tenuto il suo XXV Congresso, all'ombra dello slogan: Standing up for the global economy. Contro le critiche e le analisi che sempre più numerose tendono ad evidenziare limiti e difetti della cosiddetta “globalizzazione”, particolarmente nei pvs (paesi in via di sviluppo), la Cci ha chiamato a raccolta studiosi, politici e imprenditori, per mettere a fuoco le problematiche relative al fenomeno.

Ne è scaturito un quadro che, se da un lato ha teso a scansare i miti negativi all'origine dei movimenti antiglobali (distruzione di lavoro nei paesi industrializzati, allargamento della forbice tra ricchi e poveri, retrocessione strutturale di ambiente e società nei pvs, etc.), dall'altro ha puntualizzato le storie di successo che l'apertura delle economie alla competizione mondiale è stata in grado di promuovere.

I lavori sono stati divisi in diverse sessioni. Dopo il “Setting the Context” della plenaria di avvio, ci si è concentrati su temi quali: le violazioni contro il diritto commerciale e finanziario (“The Spreading Scourge of Piracy”), le minacce della criminalità (“How to avoid to be a Sucker”), la difesa dei diritti di proprietà intellettuale (“Does Intellectual Property serve Humanity?). Non sono mancati momenti di confronto con problemi strutturali dell'economia internazionale causati da recenti sviluppi nell'economia e nella società, come i colli di bottiglia per il transito delle merci alle frontiere (“Unclogging the Trade Arteries, Tigheter Security and its Impact”).

Il clou del Congresso ha ovviamente riguardato il dibattito sui temi generali delle relazioni internazionali (“The new EU would be Museum or Laboratory?”, “What kind of Global Economy do we really want?”, “Risk Instability and Surprises”, “Multilateralism under Assault – is the World Economy in Danger?”) e come queste tendano ad essere strutturalmente modificate nel primo decennio del nuovo millennio.

Nel complesso, come si può notare dalla rapida rassegna dei titoli, si è trattato di offrire ai delegati una doppia lettura dei fenomeni globali, secondo un’analisi delle convenienze e dei rischi offerti dai dati di giudizio disponibili.

A questo metodo si è rifatto il re del Marocco nel discorso di apertura del Congresso, quando ha raccomandato la necessità di uno sviluppo integrato tra paesi avanzati e arretrati. Un'esigenza su cui è tornato il prof. Gilles Kepal, moderatore della prima sessione specialistica, offrendo come punto di attacco in questa direzione la questione del governo dei movimenti demografici, in quanto capitale umano da porre a disposizione della mondializzazione dell'economia e del sociale. Uno degli errori compiuti dalla globalizzazione, sarebbe stato quello di sottovalutare il fattore umano, concentrandosi sugli aspetti dello scambio materiale tra operatori e tra nazioni. Sono rimasti sullo sfondo, per poi esplodere, tutti quegli aspetti di scambio di civiltà e di rapporti umani, messi in movimento dai fenomeni materiali dello spostamento di prodotti e capitali, con le conseguenze complesse e per certi versi tragiche che sono sotto i nostri occhi.

Alla velocità del mutamento tecnologico e commerciale, non ha saputo accompagnarsi una altrettanto veloce sensibilizzazione interculturale. L'allargarsi di commercio e finanza a dimensione globale e transnazionale, non ha comportato analoghi trasferimenti in termini di comunicazione di valori e condivisione di stili di vita. A volte, anzi, si sono prodotti dei veri e propri scontri tra culture (e religioni), a causa degli eccessi di fenomenologia globalizzante.

Non è l'economia in quanto tale, ha rilevato il dibattito della Cci, non sono gli imprenditori che fanno investimenti extra moenia o i commercianti e i dealer che giocano su scala mondiale a vivere queste conflittualità, ma piuttosto i soggetti (istituzioni politiche, culturali e religiose, persone intese come singoli o come aggregati in ceti o gruppi a vario titolo) non coinvolti nei fenomeni economici di mondializzazione, ad essere propagonisti del conflitto. L'imprenditore, piuttosto, ha bisogno che la globalizzazione si doti di sistematizzazione, attraverso leggi e regole condivise, mentre non ha nulla contro il fatto che, sotto la superficie globalizzata degli scambi, continuino ad esprimersi culture e diversità religiose, in piena libertà, e vi sia rispetto per i fenomeni, anche economici, a carattere autoctono. C'è da un lato la necessità di inquadrare i nuovi fenomeni globali dell'economia in un quadro di rapporti legali certi, che ostacolino ad esempio l'azione di criminalità commerciale e finanziaria, dall'altro la necessità di confrontarsi con i bisogni di crescita economica e sociale delle popolazioni dei paesi più deboli. I danni che su ambiente, trend di sviluppo degli indici scolastici e culturale dei giovani dei paesi poveri, stato della donna, etc. sta producendo la globalizzazione, vanno analizzati in questo contesto.

In chiusura, il Congresso, di fronte alla mole di materiali disponibili, ha lanciato un appello all'Organizzazione mondiale del Commercio, Omc, affinché, nello sforzo di superare l'impasse di Doha, tenga conto della doppia lettura che può darsi dei fenomeni di globalizzazione dell'economia, e assuma decisioni favorevoli allo stabilimento di regole giuridiche certe ed eque fissando adeguate sanzioni per i loro violatori. Da parte sua, la Cci ha assunto l'impegno di assistere i governi dei pvs nell'elaborazione di politiche in grado di sostenere l'imprenditoria locale e attirare flussi internazionali di investimenti.

 

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