Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

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Quanto attuale risulta oggi parlare della crisi dello “Stato del benessere” e della sua riforma! Il deterioramento del Welfare State si traduce in una crisi della solidarietà, causata in gran parte dalla divisione fra economia e protezione sociale; una crisi dell’etica, tramutatasi in un’etica individualistica; una crisi valoriale, strutturale, funzionale, distributiva. Infine una crisi di uno Stato che è diventato particolaristico, assistenzalistico, clientelistico e la cui conseguenza è una crisi di fiducia e una situazione di tante disuguaglianze sociali. Zamagni ci dice a riguardo: “la radice della crisi del modello statalista non è tanto (e comunque non solo) di natura fiscale, piuttosto, essa è causata dalla incapacità di quel modello di coniugare, in modo armonico, equità e libertà.” Bisogna quindi ripensare lo Stato sociale affinchè diventi sempre più un’istituzione sussidiaria di servizio alla società civile, principale obiettivo del welfare.

In questo contesto è possibile una rivalorizzazione della società civile? Quale benessere è perseguito? Come realizzare una società del benessere?

Con queste domande s’introduce il tema centrale dei due libri: l’economia civile. Questa vede il mercato come spazio dove s’esercitano le virtù civili, tali come reciprocità, fiducia, fraternità. Questa è una concezione che dà importanza tanto allo Stato, quanto al mercato ed alla società civile, mettendo quest’ultima al primo posto. Pone la persona al centro della società e dell’economia. Il tema dell’economia civile non nasce come risposta a questa crisi del Welfare State. In realtà, ci dicono Zamagni e Bruni, si afferma all’epoca dell’Umanesimo Civile, nella quale si dà un grande rilievo alla dimensione relazionale dell’essere umano, percepito fin dal medioevo. E’ vero, però, che il tema dell’economia civile, sebbene non nasca in questi ultimi anni, si riprenda con forza, come risposta alla crisi del Welfare State e alla crisi della economia di mercato di oggi, guidata soltanto da una pura logica del profitto autoreferenziale.

Secondo Stefano Zamagni e Luigino Bruni i principi dell’ordine sociale sono: lo scambio di equivalente, la redistribuzione e la reciprocità. Questo tema si presenta nel libro “Economia Civile”, un libro che guarda all’oggi da una prospettiva antica, per trovare risposte alle nuove domande di questo passaggio d’epoca.

Il principio dello scambio di equivalente, nasce con l’economia di mercato: l’equivalente di valore è il prezzo di mercato. Allora, un’economia che si basa sul principio dello scambio di equivalente è un’economia che opera efficientemente. Si può, quindi, affermare che il fine di questo principio è l’efficienza.

Non basta che un sistema economico sia efficiente nella produzione del reddito; deve anche trovare il modo di ridistribuirlo equamente tra coloro che hanno contribuito a generarlo. Il principio di redistribuzione ci assicura che la ricchezza venga ridistribuita. Il fine è, dunque, l’equità: dare a tutti cittadini la possibilità di poter partecipare al gioco economico. Così l’equità è un valore che viene garantito dalla redistribuzione.

Il principio di reciprocità ha diversi elementi; tra loro vi sono la gratuità e le aspettative di imitazione dell’atto di gratuità. Nella relazione di reciprocità quello che conta è la relazione. Lo scopo di questo principio è la fraternità. La reciprocità cerca, da un lato, il consolidamento del nesso sociale e cioè la fiducia generalizzata senza la quale non solo i mercati ma neanche la stessa società potrebbe esistere; dall’altro, la libertà in senso positivo, cioè la possibilità per ciascun soggetto di realizzare il proprio piano di vita e dunque la possibilità di essere felici. La reciprocità, quindi, è il principio che traduce in atto lo spirito di fraternità.

Ora vediamo i diversi modelli di ordine sociale che sono presentati dagli autori, secondo i principi sopra esposti:

a) Modello di Welfare State. Questo modello si basa sul principio dello scambio di equivalente e sul principio di redistribuzione, cioè sul mercato e sullo Stato. Il terzo principio è dimenticato e tutto ciò che non è nè mercato nè Stato, è il terzo settore. Questo modello non consente lo sviluppo della fraternità.

b) Modello Neoliberista. Questo modello si appoggia sul principio dello scambio di equivalente e sul principio di reciprocità, cioè sul mercato e sulle organizzazioni Non Profit. Lo Stato è minimalista in questo modello. Quindi, l’equità non è assolutamente garantita. Inoltre essendo una sorta di conservatorismo compassionevole, nemmeno la fraternità può dirsi pienamente realizzata.

c) Comunitarismo. In questo modello, lo Stato limita il mercato considerandolo un “male necessario” e assurge ad un ruolo preminente nella vita economica. L’equità, attraverso una completa redistribuzione, è dunque ampiamente garantita, non l’efficienza.

La cosa importante, che ribadiscono Zamagni e Bruni, è che nessuno di questi modelli va bene, perchè ognuno esclude almeno uno dei tre principi. Allora, i tre modelli sono parziali. Non sbagliati, ma parziali. Anche Dahrendorf coglie questo punto quando scrive: “La democrazia e l’economia di mercato non bastano. La libertà ha bisogno di un terzo pilastro per essere salvaguardata: la società civile.”

L’idea dell’economia civile è che tutti e tre i principi possano convivere. Le società si sviluppano in modo armonioso se si salva questa struttura “triadica”. La sfida di oggi è come organizzare la società e l’economia secondo tutti e tre i principi, perché finora, nelle nostre società contemporanee, mai si è riusciti a dare vita ad un ordine sociale in cui tutti e tre i principi potessero stare assieme. Lo Stato ha un ruolo importante, ma l’ultima parola deve averla sempre la società civile. In questa linea, prima viene la società civile, dopo lo Stato. C’è la necessità di far ricorso alla società civile organizzata, per trovare in essa quegli spazi di azione in cui la relazione con l’altro è l’elemento centrale dello starbene assieme. La prospettiva dell’economia civile, pur accogliendo la struttura triadica sopra detta, considera, come principio fondativo e primitivo, la reciprocità. Lo scambio è etico e civile, se è conforme a questo principio. Questa linea, espressa da Zamagni e Bruni, ha una forte continuità con la tradizione che vede nella reciprocità le fondamenta della società stessa. La concezione dell’economia civile attribuisce alle organizzazioni della società civile, il compito primario di generare reti di reciprocità solidale e di veicolare quei valori capaci di alzare il livello della qualità della vita.

Secondo le valutazioni di Zamagni e Bruni, soltanto quando le organizzazioni della società civile sono indipendenti, siamo nel miglior modello. Questo è uno degli elementi del modello civile del welfare, di cui parlano gli autori nel testo comune. A tali organizzazioni va riconosciuta una soggettività, non solamente giuridica ma anche economica. Ci vuole l’autonomia e pure l’indipendenza economico-finanziaria, cioè la capacità di realizzare i propri programmi o i propri obiettivi senza dover dipendere, in modo diretto e condizionante, nè dall’ente pubblico nè dalle imprese.

Ma come fare per essere indipendenti?.. A questo punto, affermano Zamagni e Bruni, ci sono due vie per raggiungere quest’obiettivo: o attraverso i mercati di qualità sociale, dove la relazionalità ha il primato, oppure modificando la struttura del meccanismo delle donazioni a favore dei soggetti del terzo settore. Nei mercati di qualità sociale, intervengono imprenditori sociali e civili che fanno della loro interazione con i portatori di bisogni il perno del processo di aiuto; possiamo dire che il suo funzionamento è diverso da quello dei mercati dei beni privati. Allora, aggiungono Zamagni e Bruni, che in buona sostanza, l’idea alla base del mercato di qualità sociale è che sia possibile inserire la dimensione sociale dentro il mercato. E' in ciò l'idea di un welfare sussidiario che si serve dei meccanismi di mercato, come strumento per rafforzare il vincolo sociale e, nel quale, lo Stato diviene promotore della società civile organizzata, incentivando tutte quelle forme di azione collettiva che hanno effetti pubblici. La seconda proposta è quella di mettere in gioco i cittadini e le loro organizzazioni, trasformando il meccanismo donativo da bipolare (da donatore a ricevente), in tripolare, ovvero istituzionalizzando il ruolo delle organizzazioni del terzo settore.

A questo punto possiamo dire che, le parole chiave dell’economia civile sono la fiducia, la reciprocità e la felicità. Si riscontra da più parti come la fiducia sia la vera precondizione dello sviluppo economico. Nonostante questo, la socialità basata sulla reciprocità deve essere considerata la parola chiave di tutto l’impianto antropologico e sociale dell’economia civile. Per ultimo si inserisce la nuova riflessione attorno al tema della felicità, che sulla scia di Aristotele, viene vista come frutto delle virtù civiche, e quindi è una realtà intrinsecamente sociale. Non c’è dunque felicità disgiunta dalla vita civile. Questo tema è approfondito nel libro di Luigino Bruni: “L’economia, la felicità e gli altri”, che affronta la storia della felicità nell’economia ed i suoi paradossi.

E’ ormai, ampiamente ammesso che lo star bene delle persone è associato non solamente ai bisogni materiali, ma anche ai bisogni relazionali, e di conseguenza alla loro capacità di entrare in relazione in modo genuino con gli altri. Partecipare alla vita civile è fonte di felicità. La nostra felicità o infelicità, sottolinea Bruni, dipende forse dai beni materiali ma, soprattutto, dipende dalla qualità dei rapporti che riusciamo a costruire con le persone che ci stanno attorno. Secondo l’autore, la felicità è legata più di quanto pensiamo ai beni relazionali, alla libertà degli altri, e per questo è fragile, ma è ad ogni modo la sola strada per una vita buona. E qui si annida un paradosso, perché la stessa infelicità è frutto dei rapporti interpersonali.

L’essere umano per realizzarsi ha bisogno di reciprocità e per conseguirla deve fare il salto della gratuità e così può raggiungere la sua felicità. Se il mercato, l’attività economica, dà spazio al suo interno a dimensioni più qualitative e intrinseche, come la gratuità e la reciprocità, possiamo non avere paura del mercato e dei suoi fallimenti; anzi, esso stesso può diventare un luogo di incontri civili e civilizzanti, un luogo di socialità e di reciprocità, e quindi un luogo di felicità. L’economia si trasforma in benessere quando è inserita all’interno di rapporti umani profondi, generosi e aperti. In sintesi, nell’economia civile la vita sociale è vista come il luogo in cui la felicità può essere raggiunta pienamente.

Concludendo, possiamo dire che il percorso fatto in queste pagine ci porta a dire che l’idea della felicità è molto più vicina di quanto pensiamo di solito. Sebbene certi sono i suoi paradossi, è anche vero che alla base stessa della felicità vi è la relazionalitá, la reciprocità, la gratuità, la felicità degli altri. Sapendo pure che il mercato, come luogo di reciprocità, può diventare luogo di felicità, cosa fare per raggiungere questo fine? Probabilmente la risposta è quella che ci dà l’economia civile, una proposta che deve essere messa in luce per tanta gente che non la conosce ancora.

La domanda che sorge a questo punto è la seguente: in quale modo la prospettiva dell’economia civile rappresenta una via credibile per dare soluzione ai problemi sopra esposti e anche una via credibile che conduca alla felicità? Questa è una domanda che si pongono Zamagni e Bruni. Sembra molto interessante questo punto e degno di essere più ampiamente sviluppato in una ricerca. Ci domandiamo infine se è possibile umanizzare l’economia, su cui insiste da sempre la Dottrina Sociale della Chiesa. Questi autori ci dicono che la condizione che va soddisfatta per avere una risposta positiva è che possa affermarsi all’interno del mercato (e non già al di fuori o accanto ad esso), uno spazio economico formato da soggetti, il cui agirepdf economico faccia riferimento ad un preciso insieme di valori. Poichè la partecipazione alle attività di tale spazio non può essere separata dalla cultura che ne è all’origine, essa rientra in quel principio di comportamento economico che abbiamo chiamato reciprocità.

E’ senza dubbio impresa ardua porre in essere questa proposta dell’economia civile. Ma, come in tutte le imprese umane, ci sono difficoltà, soprattutto quando l’obiettivo è così importante e prezioso. Per questo, dobbiamo continuare a sforzarci per rendere l’economia più umana e per superare la crisi odierna. Trasformiamo questo momento di crisi in un’opportunità per rendere il mercato un luogo d’umanizzazione, che edifichi le virtù civili.

 

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