Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

pdfParliamo di una storia “vecchia”, una storia, va sottolineato, che coinvolge uomini e donne che giungono in Italia da varie parti di un mondo (Terzo o Quarto) sottosviluppato o in via di sviluppo o tremendamente povero.

E’ la storia di esseri umani che approdano in un contesto sociale e culturale spesso completamente diverso da quello lasciato alle spalle e nel quale si entra a far parte comunque, nonostante le difficoltà di varia natura, come componente integrante del tessuto sociale. Tessuto attivo, sia sotto il profilo produttivo economico che sotto quello culturale: perché, come direbbe Talcott Parsons, qualunque mutamento nella società comporta un corrispondente movimento di aggiustamento. Credo che non si possa negare che la presenza dei “nuovi cittadini” extraeuropei abbia portato con sé una lunga serie di aggiustamenti socio-culturali nella società italiana, colta impreparata non solo dalle ondate migratorie del 1997 all’indomani del disfacimento dello stato albanese ma già nei primi anni ’70, quando L’Unità titolava ‹‹L’ignobile racket di lavoratori tunisini›› (06/10/1972).

Il 28 marzo 2004 segna, quindi, un momento importante per la comunità di immigrati extracomunitari romani (e per i romani stessi, vale la pena ricordarlo). Si potrebbe dire che si tratta di una data storica, sia perché rappresenta l’apice di una possibile integrazione dotata di effettività socio-politica sancita dall’amministrazione capitolina sia perché presenta tutte le caratteristiche strutturali di “storicità” come fenomeno che si dispiega, anche se con una certa inerzia, per dodici lunghi anni.

Ho deciso di cercare di capire questa storia per poterla, poi, raccontare nel modo più chiaro e completo possibile, mossa dalle stesse motivazioni che, probabilmente, nel febbraio del 1992 mossero il Consiglio d’Europa a sottoscrivere la convenzione di Strasburgo intitolata “Sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale”: la volontà di aprire gli occhi su un fenomeno, quello della presenza di immigrati extracomunitari, che non può più demagogicamente essere liquidato come una questione di ordine pubblico.

Questo articolo vuole esporre sinteticamente le conclusioni della ricerca sociologica rivolta all’elezione dei Consiglieri Aggiunti nel Consiglio Comunale di Roma e all’esercizio del loro ufficio1.

Molto brevemente desidero accennare prima a quei provvedimenti giuridico - amministrativi che hanno segnato la “storia” dei Consiglieri Aggiunti, per soffermarmi successivamente più a lungo sull’analisi sociologica di tale evento.

Le date “storiche”

La convenzione di Strasburgo del febbraio 1992 era costituita da tre capitoli: A - “Libertà di espressione, di riunione e di associazione”; B - “Organi consultivi volti a rappresentare i residenti stranieri a livello locale; C - “Diritto di voto alle elezioni locali”.

Già dai titoli di questi capitoli si comprende l’ampio respiro che il Consiglio d’Europa volle dare alla convenzione, il cui spirito è dichiaratamente rivolto alla promozione di una effettiva integrazione dei cittadini extracomunitari nelle società europee di accoglienza sotto i vari aspetti sociali, nessuno escluso. Ritengo che questo provvedimento, socio-culturale ancor prima che politico e giuridico, abbia avuto il principale merito di riconoscere il valore della diversità qualificandolo su un piano istituzionale, così che da quel momento il termine “integrazione” non possa più solo essere associato a un concetto teorico ma sia divenuto espressione di una volontà istituzionale sopranazionale.

Nel marzo 1994 la legge n. 204 ratifica la convenzione di Strasburgo, ma limitatamente ai capitoli A e B; la questione inerente al capitolo C è proprio quella che recentemente ha dato vita a un vivace dibattito sulla questione del voto amministrativo agli immigrati extracomunitari, dibattito che vede schierate le istituzioni di governo (in particolare il Ministero dell’Interno con la circolare n. 4/2004) e le comunità straniere insieme ad alcuni consigli comunali (i quali ritengono di avere gli strumenti legislativi per promuovere il diritto di voto amministrativo ai cittadini extracomunitari). La questione è stata oggetto di esame da parte della Corte Costituzionale (sentenza del 29/11/2004 n. 372).

Ma la L. 204/94 rappresenta comunque uno strumento dal profondo significato socio-politico: essa individua negli statuti provinciali e comunali gli strumenti idonei alla realizzazione di quella rappresentanza sociale, culturale, sindacale e politica (anche se solo con indicazione di consultazione) presenti nei capitoli della convenzione di Strasburgo ratificati dall’Italia. Ritengo questa legge importante nel momento in cui indica proprio nelle realtà amministrative locali il luogo in cui cominciare a costruire l’integrazione sociale dei cittadini extracomunitari, permettendogli di costruirsi in associazioni che li rappresentino. E’ un’operazione di “recupero civico” di una parte della società che già da tempo si era inserita nel tessuto economico sociale ma non aveva ancora avuto un riconoscimento istituzionale come realtà e controparte sociale.

Le prime elezioni per i rappresentanti degli stranieri nei consigli comunali si hanno già nel maggio del 1994 (Comune di Nonantola, in provincia di Modena). Il Consiglio Comunale di Roma, sotto la giunta Rutelli, si appresta ad apportare le necessarie modifiche allo Statuto Comunale nel febbraio del 1996. E’ questo un passo necessario per l’introduzione della figura del Consigliere Aggiunto consiliare e per quelli Circoscrizionali (situati negli odierni Municipi comunali), definendone anche le attribuzioni politiche con apposito articolo (art. 20, ex art. 14/bis): diritto di parola sia in sede consiliare che nelle varie commissioni, ma non di voto, né di essere conteggiati ai fini del numero legale per l’attività consiliare (solo per citare i principali limiti). Naturalmente tali restri-zioni sono state poste dal Comune di Roma perché altrimenti l’introduzione dei Consiglieri Aggiunti non sarebbe stata ritenuta giuridicamente compa-tibile nell’ambito legislativo nazionale.

Nel 1999 viene presentata la centoottantanovesimama proposta consiliare per la regolamentazione dell’elezione dei Consiglieri Aggiunti; è un documento in cui si stabiliscono, per esempio, i criteri di eleggibilità, le modalità di iscrizione alle liste elettorali, i criteri per le candidature.

Nel maggio 2001 (siamo sotto la giunta Veltroni) abbiamo l’istituzione dell’Ufficio per le politiche della multietnicità. Nel giugno 2002 la delibera comunale n. 66 “Roma in futuro: un Patto di integrazione – indicazioni e opportunità per una multietnicità sostenibile” sostiene l’importanza della partecipazione attiva delle comunità straniere all’attività politico - amministrativa capitolina e tra le azioni di questa partecipazione individua esplicitamente le elezioni dei Consiglieri Aggiunti; inoltre, il documento ritiene tale partecipazione elemento fondamentale nel raggiungimento del livello di governance desiderata. La governance è un concetto funzionale, legato alla realizzazione degli obiettivi (il cosiddetto output), che in questo caso però mal si sposa con le reale attribuzioni che caratterizzano, sul piano istituzionale e politico-giuridico, sia l’ufficio del Consigliere Aggiunto che la Consulta delle comunità straniere.

Questa vede la luce con la delibera dell’ottobre 2003 n. 191 “Costituzione della Consulta Cittadina per la rappresentanza delle comunità straniere nella città di Roma: indirizzi per il regolamento di funzionamento” che si colloca coerentemente all’interno dello stesso orientamento della delibera n. 66/2003 ed esplicitamente dichiara che fra i suoi compiti c’è la promozione dei diritti civili e politici dei cittadini extracomunitari. Nella stessa seduta consiliare, la delibera n. 190 stabilisce il regolamento definitivo per l’elezione dei Consiglieri Aggiunti e di Municipio.

La Consulta delle comunità straniere, fra le numerose attribuzioni, ha anche quella della determinazione della qualità dei servizi di natura interculturale. Qui vorrei proporre una prima riflessione sociologica sull’importanza dell’inserimento della parola ‹‹interculturale›› in un documento istituzionale. L’importanza di questa scelta sta nella consapevolezza della differenza tra politiche multiculturali e interculturali, come tra società multiculturale e interculturale2: dove nelle prime abbiamo la sola co-presenza di culture diverse basata sulla reciproca tolleranza, mentre nelle seconde troviamo la compenetrazione di tali culture attraverso la conoscenza e il dialogo reciproco. Non posso soffermarmi sulle diverse “qualità” dell’integrazione sociale (assimilazione, coesistenza, convivenza)3, ma è rilevante l’aspirazione delle politiche capitoline a cambiare l’orientamento multietnico della città per un carattere interculturale, il solo che, a mio parere, possa assicurare la effettività dei diritti e dei doveri dei cittadini extracomunitari attraverso l’educazione all’interculturalità sia degli stranieri che dei cittadini romani.

E’ proprio da questa prospettiva che, al di là delle questioni sorte intorno agli errori commessi nella preparazione delle elezioni dei Consiglieri Aggiunti e quelle relative al diritto di voto agli immigrati extracomunitari (ricordiamo che i cittadini stranieri dell’Unione europea sono, in questo senso, tutelati dalla legge comunitaria n. 52 del 1996), trovo estremamente positiva la presenza dei Consiglieri Aggiunti in Consiglio Comunale e di quelli in Municipio, quali rappresentanti di quartiere e ‹‹vettori distinti di richiesta››4 (elementi di raccordo con le politiche comunali consiliari).

Essi, infatti, secondo la mia analisi, assumono un ruolo innanzitutto sociologico fondamentale, prima che politico istituzionale (e in questo senso ritengo secondarie le disquisizioni giuridiche sulle attribuzioni dei Consiglieri Aggiunti; ma è chiaro che parlo da un punto di vista prettamente sociologico): quello di vettori di una socializzazione politica degli immigrati che si pone come base a ogni forma di integrazione sociale reale. E da questa l’intera comunità cittadina trae quella autorevolezza condivisa della legittimazione dei propri obiettivi e delle proprie attività; “condivisa” vuol dire anche comprensibile ed esercitabile, tale da ampliare la ‹‹base di consenso›› e da permettere alla società locale di autoperpetuarsi o “sopravvivere”.

In tutto ciò, la socializzazione politica, quale aspetto particolare della socializzazione sociale, individua nei Consiglieri aggiunti gli strumenti di rappresentanza e rappresentatività utili alla formazione e alla diffusione di valori, norme, ideologie di confronto e partecipazione alla vita politico-amministrativa locale. Ciò, ripeto, indipendentemente dalle attribuzioni dei Consiglieri Aggiunti, come vedremo più avanti.

I Consiglieri Aggiunti: un modello teorico di reclutamento socio-politico

Ionut Gabriel Rusu (Consigliere Aggiunto per l’Europa), Irma Perez Tobias (Consigliere Aggiunto per l’Asia e l’Oceania), Aziz Darif (Consigliere Aggiunto per l’Africa) e Santos Toboada Zapata (Consigliere Aggiunto per le Americhe) sono i Consiglieri Aggiunti eletti con le elezioni nel marzo 2004.

La mia ricerca ha voluto anche indagare gli aspetti della comunicazione politica realizzata dai canditati eletti in relazione ai loro profili sociali e culturali. Una delle prime conclusioni a cui sono giunta è che la loro attività di propaganda ha seguito una struttura che è simile al modello di Katz e Lazarsfeld (1955; 1957) della la teoria del flusso a due fasi, che stabilisce una connessione tra comunicazione interpersonale e quella di massa. I candidati eletti hanno assunto quel ruolo di opinion leader che conferisce credibilità ai programmi politici proposti nella comunicazione politica e che li ha posti come interlocutori tra istituzioni ed elettori già in una fase pre-elettorale.

Dalla “biografia elettorale” di ciascun candidato eletto ho potuto individuare nei contatti personali, nei contatti telefonici e via e-mail quella che nel modello di Katz e Lazarsfeld è definita comunicazione interpersonale, mentre nel materiale cartaceo (essenzialmente costituito da manifesti e volantini) quella di massa. In effetti, quest’ultimo strumento di comunicazione ha una diffusione non determinabile del messaggio elettorale.

Questa analisi della comunicazione politica dei candidati eletti mi ha condotto anche ad alcune considerazioni sulla natura dei messaggi elettorali, che qui riassumo brevemente.

Da una parte abbiamo un’accentuazione dell’importanza dello strumento elettorale come momento di aggregazione sociale e politica per le diverse comunità di stranieri, per l’espressione delle loro necessità; in questo caso, i messaggi elettorali parlano di problemi comuni a tutti gli immigrati extracomunitari e sottolineano il senso della coesione sovranazionale della rappresentanza che i candidati vogliono assumere, sottolineato dall’uso fatto nella comunicazione politica della lingua italiana. Ma da questo atteggiamento “ecumenico” elettorale sembra allontanarsi Irma Perez Tobias, che ha portato avanti una campagna elettorale con materiale in lingua filippina e inglese; ciò potrebbe sembrare limitativo per la diffusione del messaggio elettorale, se non sapessimo che la comunità filippina è la più “antica” e culturalmente radicata comunità di immigrati a Roma (circa 25 mila presenze) e anche la meglio organizzata sotto il profilo sindacale (la stessa Perez Tobias ha fondato la prima associazione di lavoratori filippini in Italia).

Inoltre, dall’analisi della comunicazione politica dei candidati eletti sono risalita a un possibile modello generale di reclutamento politico5 intorno al quale, secondo le mie conclusioni, si è realizzata la vera selezione dei candidati e si è costruita la loro candidatura, un modello che ho basato su quattro fattori comuni a tutti e quattro i Consiglieri Aggiunti: permanenza, mediazione interculturale, associazionismo, orientamento di interessi.

Con la permanenza ritengo di aver evidenziato un elemento importante di opportunità per entrare a far parte della società di accoglienza, conoscerne la struttura e i problemi sociali e in particolare per l’apprendimento della lingua italiana, uno strumento linguistico che ognuno dei candidati eletti ha potuto usare e verificare nei diversi contesti in cui si è trovato ad operare. In ogni caso, ognuno di essi può vantare una permanenza sul territorio comunale che va da dieci a oltre vent’anni; un buon lasso di tempo che concede la possibilità di orientarsi ed integrarsi.

La mediazione interculturale è un altro elemento che, a mio avviso, è molto qualificante per i candidati eletti; sia che abbia assunto la caratteristica di una formazione professionale specifica o che sia stata l’esito di un impegno sociale all’interno di un’associazione, essa rappresenta un requisito determinante per l’immagine proposta all’elettore (e infatti compare nella propaganda di ognuno di essi). Credo che non sia difficile ravvisare nella mediazione interculturale una specie di tirocinio per i rapporti che i candidati si sono trovati ad intrattenere con le istituzioni locali, ai diversi livelli e nei diversi contesti; un arricchimento delle competenze specifiche, dunque, nell’ambito amministrativo, che non tutti gli immigrati possono vantare, e che ha consentito ai candidati eletti di collaborare con le istituzioni su un piano paritario. Ciò che li rende quasi dei candidati “naturali” all’esercizio della rappresentanza politica degli immigrati.

L’associazionismo lo definirei addirittura un fattore fondamentale tra i criteri di reclutamento politico, tanto che riterrei possibile definire i candidati come ‹‹soggetti reclutati da agenzie››6; con ciò non sto paragonando le associazioni degli immigrati extracomunitari ai partiti politici, ma l’appartenenza ad un ambiente associazionistico costituisce l’ambiente culturale e ideologico migliore per sviluppare quelle caratteristiche di opinion leader di cui si parlava sopra. Inoltre, l’associazione permette di contare su rapporti organizati, su una specie di base che, se non di vero e proprio consenso, è fatta di individui aggregati intorno ad un minimo comune denominatore ideologico. E aggiungerei che, sommato alla mediazione interculturale, l’associazionismo si rivela anche un osservatorio privilegiato per l’approccio ai problemi degli immigrati extracomunitari.

Infine, l’orientamento di interessi mi è sembrato un conseguenza diretta dell’appartenenza ad un’associazione nell’ambito del cui contesto culturale ed ideologico si viene a creare un iter di formazione, che ho identificato in ciascuno dei programmi elettorali dei candidati eletti.

Per esempio, Gabriel Rusu “proviene” dalla Comunità di Sant’Egidio e nel suo messaggio pone in evidenza la diversità come risorsa7; non è difficile ricondurre il suo ecumenismo elettorale, evidente anche nell’approccio molto particolareggiato alle questioni degli immigrati, con la collaborazione in atto da otto anni con la Comunità di Sant’Egidio.

All’estremo opposto porrei l’identikit elettorale di Irma Perez Tobias, le cui esperienze segnate dall’impegno per la difesa dei diritti dei lavoratori filippini e della identità culturale della comunità filippina, l’ha portata a preparare il proprio materiale di propaganda soprattutto in lingua filippina e a dargli un forte taglio politico-sindacale in cui il tema del lavoro ha una prevalenza particolare8.

Analoghe corrispondenze si possono rilevare anche negli altri due candidati eletti, Azizi Darif (che lavora per la promozione culturale nell’associazione marocchina, l’Acmi, e presso il Centro Culturale Islamico di Roma) e Santos Taboada Zapata (che proviene dal Consiglio della Consulta del Perù)9.

Queste corrispondenze, da me verificate sulla base del materiale messo a disposizione dai Consiglieri Aggiunti, mi hanno permesso di sviluppare un’analisi sociologica che, a partire dal background socio – economico - culturale comune ai candidati eletti, sembrerebbe condurci alle teorie elitiste10 sul reclutamento politico: dove i titolari di una carica pubblica non sarebbero rappresentativi, dal punto di vista socio-economico, dell’intera popolazione (cfr. studio di Rush del 1988, relativamente ai parlamentari britannici; studio di Verzichelli del 1997, relativamente ai parlamentari italiani)11. Ora, sebbene tali teorie abbiano mostrato i propri limiti relativamente al legame causale tra il comportamento dei titolari degli incarichi e le loro caratteristiche socio-economiche, vengono considerate degli indicatori efficaci del comportamento individuale12. Inoltre, lo studio comparativo tra teorie elitiste e pluraliste di Lipset e Löwenthal (1961), conclude che né le une né le altre offrono la possibilità reale per il singolo cittadino di partecipare al governo13.

L’analisi delle corrispondenze, tra il profilo socio-culturale dei Consiglieri Aggiunti (livello di istruzione, impegno associazionistico, mediazione culturale, ecc.) e il loro percorso politico, mi ha portato a confermare il modello generico di reclutamento politico a cui accennavo in precedenza. In essa, ai diversi livelli di struttura primario, secondario e terziario, hanno giocato un ruolo fondamentale, rispettivamente, il livello di istruzione e l’esperienza di interazione con le istituzioni comunali, la motivazione individuale e l’attivismo maturato nelle associazioni, e le associazioni stesse come sponsor e come elemento che ha elevato lo status sociale del candidato agli occhi dell’elettore. Anzi, per essere più precisi, direi che si può parlare di reclutamento socio-politico all’interno di ‹‹strutture di opportunità››, definite da Schlesinger (1966) come un complesso di circostanze e di caratte-ristiche personali che possono accrescere o diminuire le probabilità che una persona possa aspirare ad un incarico.

E con ciò credo di aver delineato quale percorso pre-elettorale abbiano seguito i Consiglieri Aggiunti eletti al Consiglio Comunale di Roma, e di aver esposto chiaramente l’acquisizione delle competenze che hanno loro consentito di farsi interpreti di una “ideologia degli immigrati”, secondo la definizione parsoniana di “ideologia”14.

Il mio lavoro ha naturalmente indagato l’ambito istituzionale in cui i Consiglieri Aggiunti si trovano a lavorare, anche in relazione al dibattito contemporaneo sul ruolo effettivo dei consigli comunali in Italia rispetto la riforma degli enti locali decretata con la legge n. 142/1990. Per ragioni di spazio, mi limito ad accennare alle conclusioni: sostanzialmente, sia assumendo la posizione teorica di chi afferma che la riforma degli anni ’90 non è responsabile di una compressione dei poteri dei consiglieri aggiunti che quella di chi sostiene esattamente il contrario15, per i Consiglieri Aggiunti c’è comunque un problema di effettività di esercizio della rappresentanza politica, in quanto non sono loro riconosciuti gli strumenti adeguati ad esprimere politicamente tale rappresentanza, che viene in un certo modo delegata ai colleghi consiglieri comunali.

Desidero, invece, concludere questo articolo affrontando l’interpretazione sociologia della rappresentanza e rappresentatività politica dei Consiglieri Aggiunti.

L’esercizio della rappresentanza dei Consiglieri Aggiunti: il peso politico e il peso sociale

Innanzitutto dobbiamo chiederci: quale rappresentanza per i Consiglieri Aggiunti? Una volta accettato il fatto che parlare di “rappresentanza politica” vuol dire affrontare un tema multidimensionale, possiamo affermare che essa è ‹‹un sistema istituzionalizzato di responsabilità politica, realizzata attraverso la designazione elettorale libera di certi organismi politici fondamentali […]››16: In esso la responsabilità (periodica) è l’elemento costitutivo della rappresentanza, che assoggetta l’uomo politico alla competizione elettorale e lo impegna a rendere conto della sua attività a chi può designarlo.

Mi sembra di poter individuare nell’ufficio del Consigliere Aggiunto questa responsabilità politica che, sostanzialmente, ne conferma la titolarità della rappresentanza. Anche sotto l’aspetto descrittivo, la definizione di rappresentante come ‹‹fiduciario controllato che in alcune sue caratteristiche rispecchia quelle dei suoi elettori››17 risulta sovrapponibile alle caratteristiche della carica di Consigliere Aggiunto: fiduciario, poiché questi ha un certo margine di autonomia nell’esercizio della rappresentanza18; controllato, in quanto soggetto al vincolo del controllo degli elettori (forma che rispetto alla delega o al mandato è meno rigida e soprattutto viene esercitata “posteriormente” all’attività istituzionale); e con caratteristiche che rispecchiano quelle degli elettori, dato che il Consigliere Aggiunto ha in sé quegli elementi di una rappresentanza sociologica che è dimensione “di riproduzione” della rappresentanza politica (dove rappresentare vuol dire possedere, appunto, caratteristiche che riflettono quelle dei rappresentati)19, elementi ritenuti garanti della struttura rappresentativa20.

E la rappresentatività, allora? Essa è connessa alle opportunità di impiego dello strumento della rappresentanza politica, ciò che porta alla dimensione “di azione” del rappresentare, nel senso di ‹‹agire secondo determinati canoni di comportamento in riferimento a questioni che concernono un’altra persona››21. Ma, come è stato fatto notare nel paragrafo precedente, secondo questa prospettiva l’agire dei Consiglieri Aggiunti è in gran parte limitato alla consultazione, per cui la rappresentatività viene ad essere privata del peso della negoziazione politica. E se è ragionevole condividere l’opinione che ‹‹crisi della rappre-sentanza e crisi del rappresentato, come sempre, si richiamano reciprocamente!››22, allora la rappresentatività “distorta” dei Consiglieri Aggiunti potrebbe tramutarsi in rappresentanza politica formale, svuotata d’ogni contenuto ideologico proprio perché necessariamente costretta a far proprio quello della rappresentanza “reale” che in Consiglio appoggia le loro mozioni e le trasforma in norme.

Il rischio sta nella correlazione tra livello di partecipazione politica e il livello di efficacia politica23, o meglio la percezione che l’elettore ha di influire sulle scelte politiche. In questo senso, una rappresentanza frustrata conduce ad uno scollamento nel rapporto fiduciario tra i titolari della rappresentanza e i rappresentati. Inoltre, il perdurare di una simile situazione potrebbe tradursi anche in un appiattimento dell’azione dei Consiglieri Aggiunti (al “traino” dei loro colleghi italiani) e nel deterioramento del rapporto con le elezioni, a causa della percezione degli elettori che tale strumento di consultazione politica sia più fattore di discriminazione che non di integrazione sociale.

E il peso sociale? Qui bisogna rifarsi al concetto della partecipazione politica come ‹‹parte di un più ampio comportamento sociale, e non isolatamente da esso››24. Ritengo con ciò di dover distinguere il ruolo istituzionale dei Consiglieri Aggiunti da quello sociale, la cui elezione ha rappresentato il culmine di una attività politico-sociale, sia da parte dell’Amministrazione comunale che da parte dei candidati stessi, che hanno avuto il merito di avvicinare gli immigrati extracomunitari alla partecipazione politica democratica del governo cittadino (intesa come condivisione di diritti e doveri nell’ambito di un contesto normativo). Tale partecipazione può concorrere alla formazione di una opinione pubblica straniera che, stando alla definizione di opinione pubblica di Pollock (1976)25, significherebbe l’opportunità per gli immigrati extracomunitari di trasmettere i propri ‹‹contenuti di coscienza›› nell’aula consiliare di Roma, dando “effettività sociologica” alla presenza dei loro rappresentanti, e rafforzando così il legame con le istituzioni e la comunità cittadina di cui essi sono consapevolmente parte integrante.

Ecco perché ritengo che, sotto il profilo di un’analisi sociologica, l’elezione dei Consiglieri Aggiunti e l’esercizio del loro ufficio abbia una valenza positiva, che non è sminuita dalle limitazioni di carattere politico e giuridico, rappresentando una risorsa di integrazione sociale e di emancipazione socio-politica generazionale per i cittadini extracomunitari immigrati: una ricchezza condivisa dai cittadini romani e aperta all’opportunità dello sviluppo di una società realmente interculturale.

Un simile salto di qualità dei rapporti di convivenza non può essere impartito da un modello esclusivamente normativo autoritario, ma piuttosto da un modello educativo civico. L’esperienza della rappresentanza politica degli stranieri si pone come l’opportunità di realizzazione di un dialogo interculturale, come principio di un cambiamento sociale la cui dinamicità è l’essenza del processo di adattamento della struttura sociale parsoniana, quando si riferisce all’equilibrio sociale. Cambiamento di equilibrio, quindi, non di struttura; e sottolineo questi terminipdf della teoria di Parsons per ribadire il carattere di continuità di questa storia di arricchimento sociale e culturale nel cui solco si collocano, oggi, anche con tutti i loro limiti, i Consiglieri Aggiunti, il loro ufficio, l’Amministrazione capitolina e i cittadini di Roma: tutti attori, più o meno consapevoli, di un esperimento sociale che mi sembra istituzionalmente orientato verso un modello interculturale di società.

 


Note
1 Menezes Fatima, L’esperienza dei Consiglieri Aggiunti nel Consiglio Comunale romano. Un’analisi sociologica, tesi di licenza di Scienze Sociali, Pontificia Università S. Tommaso D’Aquino - Angelicum - , Roma, 2004, relatore Prof. Lo Presti Alberto
2 Susi F., L’interculturità possibile. L’inserimento scolastico degli stranieri, Anicia, Roma, 1995, pp. 47-48
3 Susi F., op. cit., p. 49
4 Magnier A., “Consigli e consiglieri comunali nel governo locale”, in Brasca A. e Morisi M. (a cura di), Democrazia e governo locale. Il ruolo delle assemblee elettive, il Mulino, Bologna, 2003, p. 208
5 Rush M., Politica e società. Introduzione alla sociologia politica, il Mulino, Bologna, 2003, pp. 147-148
6 Rush M., op. cit., p. 141
7 Periodico “Altri”, n. 1, maggio-giugno 2004, p. 13
8 Periodico “Altri”, op. cit., pp. 18-19
9 Tali profili socio culturali e le relative analisi sono esposte dettagliatamente in Menezes Fatima, op. cit., pp. 31-45
10 Per una completa analisi della dottrina elitista, sotto la prospettiva del pensiero politico e filosofico, si veda Lo Presti A., La teoria dell’élites fra filosofia della storia e scienza politica, Nova Millenium Romae, Roma, 2003
11 Per ulteriori dettagli cfr. le tabelle esplicative in Rush M.,op. cit., pp. 157-158
12 Tanto per dare una dimensione alla rappresentanza elettorale, il “peso numerico” delle preferenze attribuite complessivamente ai quattro candidati eletti (2.392), sia rispetto il totale degli aventi diritto al voto (pari a circa il
7,5%) e ancor più rispetto l’intera popolazione di immigrati extracomunitari residenti (in questo caso la percentuale delle preferenze scende a circa l’1,3%) mi sembra piuttosto scarso; d’altra parte bisogna sottolineare che questi stranieri per poter votaredovevano iscriversi alle liste elettorali e questo passaggio obbligatorio ha sicuramente condizionato il flusso elettorale: relativamente alle differenze di affluenza nei Paesi con iscrizione automatica alle liste elettorali e in quelli in cui
tale iscrizione è demandata al cittadino, si veda Glass, Square e Wolfinger (1984) in Smelser N. J., Manuale di sociologia, il Mulino, Bologna, 2001, pp. 532.533
13 Smelser N. J., op. cit., p. 543
14 ‹‹il sistema di credenze condiviso dai membri di una collettività››, in Rush M., op. cit., p. 191
15 Mi riferisco alle due posizioni esemplificative del dibattito che fanno capo ad Antonio Andreani e Alfredo Corpaci; per una più approfondita lettura di tale dibattito cfr. Brasca A. e Morisi M. (a cura di), op. cit.
16 Cotta M. in Bobbio N., Matteucci N., Pasquino G., Il Dizionario di Politica., UTET, Torino, 2004, p. 804
17 Cotta M. in Bobbio N., Matteucci N., Pasquino G., op. cit., p. 802
18 La specificità di tale autonomia è tale per cui ‹‹in nessun paese è stato sancito per legge l’obbligo degli eletti di assoggettarsi alla volontà dell’elettorato››, in Klaus von Beyme, I partiti nelle democrazie occidentali, CS Zanichelli, Firenze, 1987, p. 257
19 Cotta M. in Bobbio N., Matteucci N., Pasquino G., op. cit., p. 800
20 Cotta M. in Bobbio N., Matteucci N., Pasquino G., op. cit., p 802
21 Cotta M. in Bobbio N., Matteucci N., Pasquino G., op. cit., p. 800
22 Allegretti U., in Brasca A. e Morisi M. (a cura di), op. cit., p. 92
23 Rush M., op. cit., p.135
24 Rush M., op. cit., p. 137
25 ‹‹Contenuti di coscienza di una persona, indipendentemente dal giudizio sulla sua verità o falsità››, in Rush M., op. cit., p. 177

 

 

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