Rivista di etica e scienze sociali / Journal of Ethics & Social Sciences

 

 

Il 2° capoverso di questo n.3 riprende il tema del diretto interesse della Chiesa per il mondo e la sua storia, ed offre unopdf spunto nuovo e prezioso, che verrà ripreso nel n.11, per intendere come nell’uomo avvenga la saldatura fra vita interna del mondo e missione della Chiesa….

Cominciamo col raffrontare due espressioni assai vicine del due brani: “Pertanto il Sinodo proclamando l’altissima vocazione dell’uomo e affermando la presenza in lui di un germe divino…” e ” Il Concilio si propone innanzitutto di esprimere un giudizio su quei valori che oggi sono in grandissima stima e di ricondurli alla loro divina sorgente. Questi valori, infatti, in quanto procedono dall’ingegno che all’uomo è stato dato da Dio, sono in sé ottimi”. Ci sembra che non si faccia violenza al testo, affermando che “il germe divino” e i valori in parola possono identificarsi, tanto più che il seme divino risponde alla vocazione divina. Ora quando si parla di valore, si parla anche contestualmente di chiamata: il valore altro non è che la causa di una tensione verso un certo oggetto possibile del suo agire. Qualche cosa che non si risolve interamente in quell’oggetto, ma che è presente in esso e che lo rende degno di appetizione da parte di un agente libero. Una cosa ‘vale’ per me, quando ai miei occhi incorpora - o meglio esprime, traduce nello spazio e nel tempo – un valore che di suo è fuori dello spazio e del tempo. Ogni volta che un essere libero pone un’azione, lo fa perché riconosce nell’oggetto di essa un valore che già ha sperimentato in sé allo stato di esigenza: compio un’azione libera quando in essa trovo qualcosa che mi compie, che è parziale perfezionamento di me. Onde il valore è insieme dentro di me, allo stato di rappresentazione e di esigenza; e fuori di me, in quanto esigenza irrealizzata verso cui tendo, e che mi si presenta incorporata in un contesto spazio-temporale. La libertà può venire così intesa come capacità di intendere – accogliendo o rifiutando – la chiamata insita in ogni valore: essa non è tanto libertà di fare o di non fare una certa azione, quanto libertà di rispondere positivamente o negativamente alla chiamata che vi è connessa; se la libertà non si esercitasse verso i valori, ma verso le cose, essa si tradurrebbe in una perfetta in differenza che renderebbe impossibile ogni scelta, oppure in un determinismo meccanico che vanificherebbe la libertà stessa.

Questo breve richiamo del concetto di valore sarà dal lettore scusato, quando si rifletta che tutto il documento lo usa in continuazione: e non senza motivo, perché è proprio nel valore che si scopre la continuità fra tempo ed eternità, fra sensibile e soprasensibile, e quindi fra vita terrena e vita eterna. Certamente la tensione verso i valori è, allo stato di esperienza interiore, la chiamata di Dio. Certamente la risposta positiva a questa chiamata è muoversi – sia pure implicitamente – verso Dio. Ma con pari certezza si può dire che la salvezza, cioè la piena comprensione del significato della chiamata e la pienezza delle risposta, sono dono di Dio. Nasce di qui una nuova impostazione del problema teologico, gravissimo, dei rapporti fra natura e sopranatura, che il documento esplicitamente non affronta mai, e che teologi meglio preparati potranno un giorno risolvere alla luce dei numerosi impliciti accenni conciliari. A noi spetta solo, per la migliore comprensione di tutto il testo, rilevare come l’esperienza dei valori sia già chiamata divina; come l’annuncio del Vangelo nella sua purezza risponda a intime esigenze del cuore umano, specialmente “quando afferma la dignità della vocazione umana” (n.21); come la realizzazione – sempre di necessità parziale - di questi valoripdf sia diretto interesse della Chiesa nell’esercizio della sua missione; e infine come non solo gli eventi della storia, ma anche le esigenze e le aspirazioni che di volta in volta si presentano nella storia della umanità, possano essere “segni della presenza o del consiglio di Dio”. Si esplica qui il tema proprio di Giovanni XXIII, quello dei segni dei tempi.

Enrico Chiavacci (1926),
La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Editrice Studium, Roma 1967. Dal Proemio, pp. 21-23. 

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